25/06/12

Trials: Gatlin&Gay la risposta a Bolt&Powell - i 100 dei Trials

Show e Atletica, un connubio che qui in Italia non abbiamo mai conosciuto e che anzi, si fa di tutto per deprimere. Pensare solo che nonostante le promesse del dopo disastri di Daegu (ovvero che ci sarebbe stato una più vasta partecipazione ai campionati italiani... ergo, aumentare i minimi, si ipotizzò) hanno abbassato ulteriormente i minimi degli assoluti in diverse specialità (o li hanno semplicemente lasciati invariati, fregandosene altamente). Il braccio fa esattamente il contrario di quello che la bocca dice. Siamo abituati. Così per vedere l'atletica spettacolo bisogna necessariamente andare altrove: in Italia viviamo l'atletica dei Giudici, quella degli Organizzatori e quella delle Società. L'atletica degli atleti è eresia. I Trials sono invece l'Eden dell'atletica, forse più di olimpiadi e mondiali, dove trionfano le regole che nessuno si sente di criticare nonostante siano le più mortifere, draconiane, manicheistiche. Le critichiamo noi, dall'Europa. Ma in realtà tutti coloro che si immergono nel purgatorio dei trials sanno benissimo a cosa si sottoporranno: conoscono le regole che assegneranno i 3 posti per il paradiso e anche che potrebbero far parte della mandria di dannati che sconteranno il successivo quadriennio nell'inferno della gloria effimera dei meetings. In Italia invece, si raccontano di fatti in cui addirittura si sarebbe suggerito di non presentarsi ai campionati italiani per non dar modo a chi valuta da fuori da chiedersi con quali criteri venissero fatte le scelte. Altri modi di interpretare la partecipazione e le convocazioni, non c'è che dire, alimentando valanghe di critiche e proteste. E poi, non dimentichiamocelo, la Fidal si arroga sempre il diritto di vita e di morte su scelte che in teoria dovrebbero mettere gli atleti di fronte alle organizzazioni internazionali come la IAAF e la EEA. Il solito celodurismo all'italiana. Amen... ma venivamo ai trials e al'evento clou, ovvero i cento metri, riservandomi di commentare in seguito il resto delle gare.

Ebbene, non ci sarà il perfect game a Londra. Ovvero, vedere in una finale olimpica contemporaneamente Il Generale Gatlin, Walter il Mago Dix, Tyson The Run Machine Gay e dall'altra parte il puma Bolt, Asafa The Mindless Powell, il caimano Yohan Blake (con una predisposizione all'intossicazione da banane: ben 16 in un sol giorno): come già definito in precedenza, l'esercito federale del Generale Gatlin a Little Big Horn, contro i Sioux che avanzano con la musica di Bob Marley. Una sconfitta già scritta, come già ricordato in passato, ma per cui gli aruspici stanno leggermente modificando il proprio pronostico dopo aver osservato meglio il ventre degli uccelli, ipotizzando qualche cosa di diverso di quanto si riteneva scontato. O forse sono direttamente i precon a scrivere un futuro diverso sul Minority Report dell'evento sportivo più totalizzante degli ultimi 4 anni? E se per caso avessero inabissato in una vasca di soluzione organica un paio di stelle come Carl Lewis e Calvin Smith e ora tramite le tubature con i quali li hanno intubati estraggono informazioni  sul futuro? Tutto può essere. 9" che sono l'offerta votiva dell'essere umano al Creatore o Chiunque esso sia: la summa di miliardi e miliardi di azioni, pensieri, allenamenti, infortuni, teorie, buoni e cattivi intendimenti, di tutti gli sport esistenti, moltiplicato per 4 anni, concentrati come in un puntino infinitesimale che esploderà come un Big Bang di una densità spaventosa ed inimmaginabile in quei 9 secondi... per il tutto. Questi sono i 100 metri dell'Olimpiade. La sintesi dello sport in uno spot. Sono come... le Placche-Pioneer, contenute nelle omonime sonde spaziali, spedite nell'orbita interplanetarie negli anni '70 per dire a chi stà lassù: ehi, mi chiamo Uomo, ho i pollici opponibili e vengo dal terzo pianeta del Sistema Solare!

Già, la finale olipica... potrebbe esserci Er Mozzarella Lemaitre o il Keston Bledman di turno (di fatto il paggetto, valvassino e valvassore di Tyson Gay). Invece il sogno di vedere una simile finale, meravigliosa solo nel snocciolarla nome per nome, nel gustarne le potenzialità, sfuma al penultimo atto del Dramma Satiresco di Eugene "Vita o Morte", quando un fauno, mentre scherzava con gli amorini, ha distrattamente scoccato una ferale freccia sulla coscia sinistra di Walter il Mago, che dopo le incantevoli magie di Daegu, vedrà almeno i 100 metri dalla NBC: probabilmente in 3D. Stirato. L'amico Walter, che mi aveva anche riservato l'onore di salvare un mio incoraggiamento pre-Daegu sul suo profilo twitter, ci toglie questa infinita soddisfazione. Amen: la dura legge dei Trials. In Italia, con le dovute e sacrosante raccomandazioni, Dix avrebbe quanto meno guadagnato la staffetta. Fortunatamente gli States funzionano in maniera diversa, e il principio è sempre quello che è meglio avere una legge che guida gli uomini, piuttosto che gli uomini che guidano la legge. Evitano così che perfetti incapaci, spesso guidati da sordide aspirazioni personali o di casta, possano arrogarsi il diritto di scelta sulla vita o di morte degli altri uomini (o sportivi). Quindi il 5 di agosto, nella prima serata, ci sarà qualcun'altro che assisterà in prima fila, corsia 8, sotto la Tribuna C, a destra della scala E, alla finale olimpica più attesa degli ultimi 4 anni (al netto dei trials jamaicani, sperando che non ci giochino qualche brutto scherzo personaggi come Lerone Di Lernia Clarke, Nick Delfino Ashmeade, o Cip&Ciop Frater&Carter). 

La finale dei 100 di Eugene si riassume così nella sfida del Generale Gatlin contro la Macchina Gay e gli altri tutti a far da contraltare e guastatori. E dire che vedere Gay a questi livelli, fino ad un mese fa, sembrava una puntata del programma di fantascienza di Morgan Freeman. Arrivavano notizie sconfortanti: addirittura che avesse ripreso a correre solo da gennaio, dopo una lunga convalescenza post-operazione all'anca dell'anno scorso e ulteriori problemi ad un piede. Invece un 10"00 all'esordio. Un 10"00 in batteria e un 10"04 in semifinale ad Eugene. Tyson è ritornato, inopinatamente. Indiscutibilmente. Incredibilmente. E non me ne voglia Dix, ma sulla scacchiera mondiale, Gay ha più peso specifico. E' l'adamantio di Wolverine. E' uno degli uomini che fanno più paura al puma, visto che ne è stato l'unico giustiziere su una pista dal 2007 ad oggi. La finale si consuma velocemente, anche con qualche pre-patema per il selezionatore John Drummond (metti che l'untore Trell Kimmons gliela faccia ancora una volta ad arrivare tra i 4 e debba ancora far parte della staffetta, con tutti i disastri in cui è stato coinvolto negli ultimi anni... in più Drummond non mi vuole mettere Spearmon in terza, dicendomi che non è abbastanza veloce). Ma è Gatlin vs Gay, e Gay paga mesi di inattività nei piccoli tips che gli sarebbero serviti ad essere ancora il migliore: i riti liturgici della partenza, il drive. Gatlin, che nel frattempo è diventato l'uomo in scatola più veloce del mondo ad Istanbul sui 60 metri, si guadagna centimetri che sembrano praterie dell'Arizona su Gay nei primi 30 metri. Incarna forse meglio di tutti l'idea del "tunnel" dello start, isolandosi nella sua posizione carpiata, dimentico degli avversari: esegue ogni singolo passo nei tempi e nei modi prestabiliti: davvero un geometra il Generale. E' come con le partenza subacquee di qualche anno fa (ora vietate: c'era chi si dimenticava di nuotare tra una virata e l'altra): esce dal drive più tardi di tutti, quando gli altri stanno già nuotando freneticamente da alcuni metri. E' andato. Gay rimane intruppato: per un attimo la macchina sobbalza, inghiottita dalle anime perse del purgatorio dei Trials. Poi dal nulla, ai 50, esce il cigno: meraviglioso prodigio della meccanica quantistica. La macchina inizia a battere i pezzi ad una precisione di micron e con un'eleganza inaudita: la pista si apre a ventaglio di fronte a lui. Gli altri spariscono, fagocitati dalla sfida tra Generali e Macchine. Ma alla fine, la subacquea di Gatlin avrà la meglio sui magli perforanti di Gay nonostante quegli ultimi metri di Gay non possano non aver fatto palpitare qualcuno dietro qualche schermo tv di Kingston: 9"80 a 9"86. Incredibile. Domanda: da quanti anni Gay non perdeva una sfida con un altro americano? Non importa: a gennaio, quanto è avvenuto a Eugene poche ore fa, faceva parte dell'impossibile. Ora tutto diventa possibile: anche che Gay, con una 50ina di giorni davanti, possa riallinearsi nella congiunzione astrale dello Scorpione e colpire con una sibilata mortale i jams. Nelle retrovie, altra sorpresa. Mike Rodgers, il Sancho Panza delle allegre combriccole americane, eterno piazzato, si fa bugellare per una questione di millesimi da Ryan Bailey, un parvenu che osservava il mondo dello sprint dalle seconde serie dei grandi meeting. E pensare che i lettori di photofinish siano riusciti a discriminare i due, altrimenti sarebbero stati costretti a pianificare un'altra sfida alla morte one vs one (il massimo, il succo ultimo dell'idea di Trials) tra la Felix e la Tarmoh... e dire che in Italia avrebbero risolto il caso in maniera gordiana e assolutamente equa: semplicemente prendendo quella con il grado di parentela più limitrofo al proprio. 
A Rodgers l'onore della staffetta, che comunque vada, perderà Dix... e non posso non tornare sulla cosa con un pizzico di disappunto. Dix, Dix.... 

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