29/12/12

Vukassina, campione italiano di giavellotto ed eroe di guerra

il funerale dell'eroe di Guerra Antonio Vukassina
Nella storia dell'atletica italiana esistono molti personaggi che hanno avuto una "storia" fuori da questo sport: la loro immagine non è rimasta legata alle loro gesta sportive, ma a quelle umane. Quanti ce ne sono... mi sono imbattuto casualmente in quella qui sotto di Antonio Vukassina, dalmata (quando l'Italia possedeva ancora quelle regioni), che cadde in un'imboscata e si difese da eroe, riuscendo a far scappare i propri commilitoni e sacrificandosi per loro. Campione italiano junior di giavellotto nel 1940, partecipò a due rappresentative nazionali proprio nel 1940, entrambe nella sfida Italia-Germania, una a Stoccarda e l'altra a Torino. 

(di Teodoro Francesconi, tratta dal sito www.secondorisorgimento.it) - Riferire ai lettori delle generazioni che hanno seguito quella di chi scrive, sul sottotenente Antonio Vukassina, è un fatto che provoca una forte emozione. Significa tornare indietro di sessantacinque anni, rivivere le emozioni della adolescenza, ricordare il sorriso della prima ragazza che si è accorta di te, rivedere il volto di tanti camerati ed amici caduti o morti, bagnare di lacrime senili il foglio di carta sul quale, sempre inadeguatamente, si tenta di raccontare. Antonio Vukassina è stato il mio eroe di allora il ragazzo più grande che ho tentato vanamente di imitare, la guida ideale di tutta una vita giunta all'epilogo. Frequentavamo a Zara la stessa scuola, differenziati di quattro anni: io frequentavo la seconda ginnasio e lui, detto “Tonci", la seconda Liceo di una scuola di provincia una minuscola provincia dove ci conoscevamo tutti. Guardavamo i ragazzi grandi con rispetto che, nel caso di Vukassina era venerazione e loro noi. I "balilla". Con bonaria ironia. 

Giocavamo in stadio a pallavolo o a pallacanestro in squadre che per raggiungere il numero minimo arruolavano spesso anche chi sarebbe stato palesemente troppo giovane e lui aveva deciso chissà perché che mi chiamavo "Franceschi”. Lanciava il giavellotto in modo eccezionale ed era campione italiano, prima degli juniores di questa disciplina e poi, nel 1940 nazionale. Era uno studente molto bravo e tutti sapevano che era il terrore dei compagni della squadra provinciale di atletica leggera. Nelle trasferte per le competizioni regionali e nazionali, gli atleti erano spartanamente alloggiati in tende militari. La sera della finale, Vukassina aveva regolarmente vinto come del resto aveva fatto nella corsa veloce Missoni lo stilista, ed i ragazzi festeggiavano con qualche bicchiere in più. All'ora di coricarsi cominciava il tormento. "Tonci" che aveva la "balla" facile, cessava di essere l’atleta e si esibiva lo studente zelante quale era. Cominciava a recitare versi e continuava testardamente per interminabili mezzore. Cominciava con Dante e dintorni, proseguiva con Orazio e terminava col greco di Omero. Non c’era mezzo per farlo tacere, non si poteva malmenare quello che era la gloria della squadra, cosa che del resto sarebbe stata una impresa rischiosa; Si poteva solo pregare che non si ricordasse di aver studiato anche Molière.

Venne la guerra ed i ragazzi di Zara furono i più numerosi a rispondere alle esortazioni del G.U.F.(gruppi universitari fascisti) di arruolarsi volontari, rinunciando all'illogico ed ingiusto rimando consentito dalla legge. Poiché le adesioni in tutta Italia furono molto modeste, allora venne stabilito dalla Direzione Nazionale dell'organizzazione, decisione che diventò provvedimento di Stato coercitivo che tutti gli universitari rinunciavano al rimando che la legge consentiva per il completamento degli studi e tutti gli studenti delle classi mobilitate venivano chiamati alle armi. Fin qui la cosa rientrava nella logica; dove la cosa diventava delirante è che gli studenti venivano considerati "volontari universitari". In questo modo venivano feriti profondamente i coatti che erano la maggioranza, ma anche i pochi veri volontari che si erano presentati un mese prima. Vukassina era fra questi. Mi pare di ricordare che furono una quarantina a Zara e di questi almeno 1'80% per convinzione, senza nessun tipo di coinvolgimento emotivo o utilitaristico. A completamento di queste notizie va aggiunto che mentre i veri volontari vennero accolti senza nessun interesse dalla massa,"affari loro!", quelli che potevano essere definiti "volontari coatti“   vennero maltrattati clamorosamente dai mobilitati che vedevano in loro studenti imboscati e privilegiati che avevano tentato di sottrarsi al destino di una generazione. Va aggiunto però una cosa, per fedeltà verso una generazione che è anche la mia, una generazione sulla quale si è molto taciuto quando non si ha mentito per pavidità o convenienza politica “marciarono" come si disse nel 1914, “marciarono" come “marciarono" gli inglesi, i tedeschi, i russi, i francesi, gli americani e così via, perché cosi vuole il destino dei giovani maschi come è scritto nelle imperscrutabili leggi della razza umana, di fronte alle quali la saggezza della ragione è troppo fragile e pateticamente impotenti sono le teorie religiose, le dottrine politiche, anche quando non sono inquinate da comodi opportunismi, da callide convenienze, da latenti pavidità. "Marciarono" i dalmati, come marciarono tutti i soldati italiani, fascisti, antifascisti ed apolitici, lavoratori, borghesi e proletari, “marciarono” e non furono vili compiendo il loro dovere finché fu concesso. 

Caddero in tanti su tutti i fronti anche se qualcuno, che non merita neppure di essere citato, si è permesso di dire a proposito dei soldati di El Alamein, “caddero per una causa sbagliata”. Antonio Vukassina frequentò il corso A.U. presso il 3° Granatieri a Viterbo. Promosso sergente fu trasferito al 61° fanteria “Trento” in Africa Settentrionale e, dopo aver partecipato all'assedio della piazzaforte di Tobruk ed al successivo ripiegamento su Agedabia, fu rimpatriato nel febbraio 1942 per completare il corso A.U. a Napoli. Nominato sottotenente ed assegnato al 20° fanteria otteneva nel maggio del 1943 di essere trasferito al comando della Divisione "Zara" dislocata nella sua Dalmazia. Come voleva la logica gli ufficiali zaratini, cioè italiani anche di residenza e di obblighi Militari ed i dalmati residenti in Jugoslavia, italiani di passaporto erano assegnati alle unità dislocate nella penisola balcanica e quindi agli uffici ”I" divisionali. Erano prescelti per queste mansioni a causa della loro conoscenza della lingua croata, degli usi e della mentalità locale ed anche per il loro limpido patriottismo. Gli zaratini venivano anche assegnati al comando delle B.A.C. (bande anticomuniste) formate da elementi locali, cattolici o greco-ortodossi cioè croati o serbi. Erano una quindicina con queste mansioni ed efficientissimi: avevano reso le Bande, nove di numero, dei reparti molto utili per il controllo del territorio della provincia, dove i partigiani erano numerosi, organizzati, attivi e molto crudeli. 

Il sottotenente Vukassina venne assegnato alla 7° B.A.C. Il giorno 7 giugno, un plotone di detta B.A.C. cadde in una imboscata in località Mala Cista Gazalesi. Cadeva il Vukassina che comandava il distaccamento, un carabiniere, due volontari, mentre venivano catturati tre volontari. Il combattimento si protraeva per quattro ore nell’abitato di Gazalesi dove il sottotenente Vukassina asseragliatosi in una casa tenne duro a lungo, consentendo a gran parte dei suoi uomini di sfuggire alla morsa nemica e mettersi in salvo. Al sottotenente Vukassina venne concessa la medaglia d'oro alla memoria con la seguente motivazione: 

Vukassina Antonio nato a Zara nel I920 Sottotenente di complemento. “Volontario di guerra chiedeva ed otteneva il comando di un reparto di formazione avente funzioni particolarmente ardue e con esso partecipava a numerose azioni. Avuta notizia che una massiccia formazione si apprestava ad occupare le quote circostanti il suo piccolo presidio per attaccarlo, con pronta decisione affrontava la grave minaccia. Dopo aspro combattimento, rimasto ferito ad entrambe le braccia e pressoché circondato rifiutava di porsi in salvo attraverso 1' unica via rimasta libera e ripiegava combattendo con pochi superstiti. Asseragliatosi in una casa. continuava la cruenta lotta rifiutando ogni proposta di resa finchè, esaurite le munizioni cadeva sul campo trovando nell'ultimo anelito la forza di gridare la sua inesausta fede di dalmata. Sublime esempio di ogni più alta virtù militare e di ardente fede italiana. Dalmazia 7 giugno 1943"

La salma veniva riportata a Zara per essere inumata nella tomba di famiglia. Al funerale parteciparono tutti gli studenti della città, gran parte dei quali, qualche settimana dopo erano inquadrati come volontari in una compagnia che portava il suo nome.

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