28/07/13

Orvieto '13: gli M40

Ho deciso di andare per "pillole" a parlare dei Campionati Italiani di Orvieto, così da riuscire, forse, in qualche modo, a portarle avanti meglio e più velocemente. Passiamo così alla categoria M40.
  • 100/200: no comment. 
  • 400: Vince il navigato Max Poeta di pochissimo sul "nuovo" Simone Pratesi: 51"91 a 52"15. Per Poeta 6° titolo italiano individuale sui 400 (3 indoor e 3 outdoor). Nelle 30 precedenti edizioni, solo in 8 circostanze si era vinto il titolo M40 sui 400 sotto i 52". Il tempo di Poeta è lo stesso con cui vinse nel 2001 Riccardo Longinari. In 3 circostanze si è vinto sotto i 51" ed uno solo, Enrico Saraceni, ha vinto gli italiani sotto i 50" (nel 2005 con 49"61).   
  • 800: Cesare Lazzarini, uno dei migliori 800isti master "giovanili" delle ultime stagioni, si impone anche qui su un atleta messosi in luce nelle ultime 3 stagioni, Ugo Piccioli. 2'02"49 a 2'03"24. Per Lazzarini si tratta del 5° titolo italiano individuale, il 4° sugli 800 (ma vanta anche lo scudetto 2011 sui 400 M35). Solo in 3 circostanze (su 30 edizioni) questo titolo è stato vinto con un tempo inferiore ai 2' (l'ultima nel 2007 con Giovanni Latini). Il tempo necessario a Lazzarini per vincere il titolo è stato l'11° di sempre, ma si sa che in un 800 che attribuisce un titolo non è assolutamente scontata la prestazione cronometrica. 
  • 1500: con 4'19"46 si aggiudica il titolo Alessandro Maraspin, che, vedendo i tempi d'arrivo, sembra aver vinto nettamente la pugna (2° Alessandro Leban con 4'23"34). Per lui si tratta del primo scudetto a livello individuale (ma quest'anno si è portato a casa anche quello della 4x1500 a Gorizia). 
  • 5000: Diego Papoccia è il nuovo campione italiano con il tempo di 15'13"58, che rappresenta il 5° tempo di sempre necessario per vincere questo alloro. Nessun M40 è mai riuscito in questa manifestazione a scendere sotto i 15', con un record della manifestazione fissato da Marco Cacciamani nel 2001 a 15'05"11. Primo titolo master su pista in assoluto per Papoccia.
  • 3000 siepi: 3° titolo italiano sui 3000 siepi per Riccardo Baggia con 10'15"38, che segue quello che vinse nel 2012 a Comacchio. Il primo lo vinse nel 2008, anno in cui si aggiudicò anche i 10000, per un totale di 4 titoli tricolore nella propria faretra. Ritirato il Campione d'Europa sulla distanza, Walter De Laurentiis in una delle gare più "affollate" sulle siepi degli ultimi anni.
  • 110hs/400hs: doppietta di Gian Luca Camaschella, il re degli ostacoli della categoria. Sui 110hs 17"24 ma con 2,0 di vento contrario. 1'01"27 invece sui 400hs, vinti di poco su Sante Galassi. Seconda doppietta consecutiva per Camaschella nelle medesime specialità dopo quella di Comacchio del 2012 e 4° e 5° titolo italiano per lui, dopo il primo sui 400hs risalente al 2009. L'anno scorso vinse in 59"11, ovvero con lo stesso tempo con cui vinse il primo titolo nel 2009. In 8 circostanze il titolo dei 400hs si è vinto sotto il minuto (con il record dei campionati in possesso di Frederic Peroni con 57"19 del 2006).
  • alto: Stefano Salso si aggiudica il titolo con 1,87, vincendo il suo 4° titolo consecutivo in soli due anni, tra indoor e outdoor, nella categoria M40. 2° Luca Tonello, un altro "grande" dell'alto master degli ultimi anni, con 5 titoli all'attivo. 6^ prestazione di sempre per vincere un italiano M40 outdoor nell'alto per Salso.
  • asta: vittoria netta di Daniele Caporale con 3,70. Anche per lui 4° titolo italiano consecutivo in soli due anni, dopo quelli indoor e outdoor del 2012 e 2013. 
  • lungo: bella sfida tra il vincitore Stefano Tarì e Simone Sbaragli. Tarì salta subito la misura vincente, 6,32, poi al terzo è costretto a fermarsi e ad assistere alla gara, ovvero ai tentativi di Sbaragli di portargli via il titolo. E Sbaragli si è effettivamente avvicinato molto in almeno 3 salti (6,27, 6,26, e 6,25). Per Tarì si tratta del 7° titolo italiano nel salto in lungo (comprese le indor) in 4 stagioni (non ha conquistato solo quello outdoor del 2012). 
  • triplo: il citato Simone Sbaragli si rifa però nel triplo, vincendo con 13,32 davanti a... già citato Luca Tonello. Primo titolo outdoor per Sbaragli, e 5° totale, visto che ha vinto 4 titoli consecutivi indoor a partire dal 2010 e sempre tra gli M40, diventando anche l'M40 italiano con più titoli nel triplo tra indoor e outdoor (5, contro i 4 di Marchetti, Arfanotti, Riccitelli).
  • peso: Vincenzo Tarallo spara a 13,60 e rintuzza i tentativi di Francesco Longo, arrivato a 13,31.  E così Tarallo fa doppietta con il titolo indoor che aveva vinto con una prestazione più o meno simile. Solo Edmund Lanziner nel 2000 era riuscito a superare ad un campionato italiano i 14 metri.
  • disco: netto dominio di Francesco Acquasanta che si impone con 8 metri di vantaggio. 41,49. Decimo titolo per Acquasanta, che arriva così alla "stella". 3° titolo nel disco, mentre gli altri 7 sono stati conquistati nel pentalanci. 
  • martello: Massimiliano Remus mette a referto solo due bombe da tre e si porta a casa con 44,16 il suo primo titolo italiano (strano, pensavo fossero molti di più...). 
  • giavellotto: 50,01, e titolo a Luca Bonanni in una gara mai davvero in bilico. Primo titolo anche per lui. 
  • martellone: Il già citato Remus cerca di contrastare l'allora a Stefano Carpita, che si impone di 40 cm: 14,44 a 14,04. Secondo titolo italiano per Carpita, che vinse il primo nel 2008, sempre nel martellone ma da M35.
  • marcia 5 km - sesto titolo italiano di sempre per Luigi Paulini, che ha la meglio per una decina di secondi su Albano Montresor (24'08" a 24'19"). 
  • 4x100: la Colosseo 2000 si impone con 45"27, bissando il titolo già vinto nel 2009. Il tempo di allora (45"36) rappresentava il record italiano M40, che nel 2011 era stato scalzato dalla San Marco di Venezia a Mestre con 45"28. Di conseguenza il record italiano ripassa nelle gambe dell'Atletica Colosseo 2000, anche se di un sol centesimo. De Feo, Donnarumma e Nasti facevano parte di quella staffetta, unitamente a Max Scarponi, che ad Orvieto è stato sostituito da Marco Rossi. 
  • 4x400: l'atletica Roma Acquacetosa fa suo il titolo della 4x400 con 3'37"22, per quello che è il 3° titolo nella distanza per la società romana. I titoli nelle staffette maschile sono invece 6. 

25/07/13

Un altro contributo sulla diffusione dell'atletica: portiamo l'atletica fuori dagli stadi

(di Simone Zarantonello) - Scusate se mi intrometto.
Ho letto l’articolo sulla rivoluzione dal Basso per richiamare il pubblico. Non entro in merito sulla positività delle proposte, mi spiace non ho la possibilità di farlo, anche se a mio avviso alzare i minimi di partecipazione mi sa sempre da sconfitta, visto che il miglioramento è continuo in tutto il mondo con continui (anche se più radi) ritocchi ai record dovrebbero seguire quindi dei miglioramenti anche nei minimi. 
A titolo di esempio, ai miei tempi da allievo il minimo di partecipazione ai campionati nazionali era 51" sui 400 metri (me lo ricordo bene perché ho fatto 51"1…) mentre adesso è 52" non credo che questo abbia portato un miglioramento, e mi sembra una regressione più che una conquista. 

Ma parliamo del pubblico, il punto sta in due fattori a mio avviso determinanti: cultura e apertura che sono pure interconnessi. 

Mi spiego con degli esempi (e con delle provocazioni): 
  1. perché in Italia lo sport più seguito è il calcio? 
  2. Perché in Norvegia lo sport più seguito è lo sci di fondo? 
  3. Perché in Olanda lo sport nazionale è il pattinaggio 
  4. Perché in America metropolitana lo sport più seguito è il basket? 
  5. Perché in Giamaica lo sport più popolare è la velocità? 
  6. Perché in Kenia lo sport più popolare è il mezzo fondo 
Provo a dare delle risposte:
in Italia lo sport più seguito è il Calcio perchè tutti (anche a me che l’ambiente mi fa venire la nausea) sappiamo come funziona, tutti hanno fatto almeno una volta in vita loro una partita di calcio o calcetto (ho visto che la fanno anche i non vedenti, complimenti!). Questo perché fa parte della nostra cultura, dall'inizio del 900 in ogni paesino c’era la chiesa, il campanile e dietro il campo da calcio, che è diventato un luogo ed un momento di aggregazione. 

Da qui in Norvegia lo sci è un mezzo di movimento come in Olanda il pattinaggio è un fatto culturale, infatti li Enrico Fabris era popolarissimo mentre era quasi sconosciuto in italia, come in Kenia la corsa è un fatto di vita quotidiana. In America nelle città in ogni angolo della strada (esagero) c’è un canestro, mentre se si va nell'America rurale tutti hanno una mazza da baseball, la quale serve sia per giocare che per difendersi (infatti in un viaggio di lavoro in Virginia ad Ahsland il mio collega Roger di 65 anni andava in giro in macchina con due mazze da baseball, non certo per giocare). Va da se che in Giamaica la velocità è un fatto ormai culturale. 

Quindi un'attività che diventa di fatto parte della vita quotidiana diventa cultura, e con la cultura riesci ad apprezzarla. Porto un altro esempio se io vado in una galleria d’arte moderna, ma anche arte classica, osservo i quadri e spesso mi dico: “ booo!”. Provate a fare un giro in una galleria con un critico o uno storico, uscite che camminate 10 cm più alti, l’ho provato, questo perché mi manca la cultura e quando hai la possibilità di averla di si apre un mondo davanti. 

Credo che gran parte della gente comune manchi di cultura e se anche viene a qualsiasi evento di atletica probabilmente dirà tra se e se “booo!”, a meno della presenza di un Bolt, ma solo per il peso delle sue prestazioni , assolute (è come vedere il David di Michelangelo sempre come parallelo artistico) però a mio avviso è molto più “spettacolare” un salto della Vlasic che un 100 di Bolt. La cultura, e quindi la conoscenza, da forza all'attività. Non a caso in Italia negli ultimi 20 anni l’unica specialità in atletica che ha dato risultati abbastanza continuativi (a parte la nicchia della marcia determinata più da volontà e capacità del singolo), è stata la maratona, con i vari Pizzolato, Bordin, Leone, Baldini, tanto per far 4 nomi (senza contare le fortissime rappresentanti femminili), infatti l’unica attività di atletica Nazional-popolare in Italia sono le maratone e le mezze maratone (ogni paesino ha la sua maratonina con chiesa campanile e campetto di calcio annesso). Da qui l’apertura! 

Fin che stiamo dentro ai nostri Stadi e ci auto guardiamo, come pensiamo che vengano frotte di spettatori? Siete mai andati a vedere un saggio di danza o di musica senza che ci partecipi un qualche vostro parente? Ricordo che nelle nazioni forti prima fanno “atletica fuori dal campo”, poi la fanno dentro. Se vogliamo riconquistare “quote di mercato” dobbiamo spiegare l’atletica. Le azioni sono (a mio umilissimo punto di vista): in primis la federazione deve spingere perché l’atletica sia insegnata alle scuole (cosa che già sta facendo).  Secondo dal basso noi (inteso come società, allenatori dirigenti, appassionati, atleti) dobbiamo portare l’atletica fuori dagli stadi
  • più eventi in piazza! Si corre sull'asfalto, vabbè, lo fai una volta sola, non usi le chiodate;
  • magari aperti anche al pubblico, dopo la batteria dei top fai correre i ragazzini 
  • più eventi spettacolo, un 1500 è noioso in piazza, prova a fare un “americana” con l’eliminazione dell’ultimo atleta su un giro di 200 metri; 
  • più attività di squadra che di singolo, fai 5 prove con varie società e dagli un punteggio, serve a poco ma alla massa è più avvincente.
  • Evitiamo di puntare al risultato: nel senso che l’obbiettivo è lo spettacolo ed il divertimento non il tempo, per cui facciamo distanze spurie, i 70 metri per la velocità, l’americana per il mezzofondo, una staffetta alla svedese, il salto in alto con pedana elastica… Prima dobbiamo far crescere l’interesse nelle famiglie, poi arriveranno i ragazzi linfa per lo sport (ti potrà arrivare un master, meglio una macchina in più per le trasferte!). Quando allenavo l’obbiettivo primario era far divertire i Ragazzi non farli andare forte, quello arriva dopo, quasi in automatico. Dobbiamo vendere bene la nostra merce: per spiegare questo porto un esempio fresco: la bravura dello speaker ai campionati Master di Orvieto, sembra una cretinata, ma a chi era in tribuna ha fatto piacere uno speaker preparato ed in grado di attirare l’attenzione sugli eventi.
  • Per ultimo dobbiamo fare leva su aspetti che connotano il fare atletica in modo bello e sano, sull'amicizia e sul fair play, sulla voglia di stare insieme e di fare atletica insieme, che non incide sull'agonismo. Ed anche qui per spiegarmi porto un esempio: una grande leva che ha fatto aumentare l’interesse del Rugby in Italia (oltre che a spiegarlo a scuola) è stata la “vendita” del cosiddetto Terzo tempo! La gente stufa dell’atteggiamento nauseante del calcio giocato e parlato, ha trovato un ambiente più piacevole e rispettoso, infatti adesso anche il calcio cerca di cambiare, non per volontà ma per necessità. 
Occorre quindi seminare e seminare, ovviamente in un terreno non certo (ma noi atleti siamo abituati a fare molta fatica dagli esiti non sempre certi…), magari potrà succedere che l’interesse delle masse aumenti, aumentando magari gli sponsor, chissà... Concludo richiamando cultura ed apertura, pilastri un po’ in tutte le cose, quando mancano abbiamo recessione crisi impoverimento, on credo di dire nulla di nuovo sotto il sole.
 Disponibile per ogni confronto e disponibile a dare una mano per quanto di mia possibilità. 

Simone Zarantonello, Master Atletica Vicenza. 

24/07/13

WMG: paghi, non partecipi... ma niente gadgets se non vai a Torino

Giusto per non lasciare le cose a metà concludo la lamentela nei confronti di WMG riguardante la mia personale vicenda. 
Dopo aver avuto risposta negativa circa il rimborso della mia iscrizione, ho pensato: - visto che ho comunque pagato l'iscrizione, chiedo ad un amico partecipante di poter ritirare i cosiddetti benefits che, ritengo, dovrebbero comunque spettarmi.- Per correttezza telefono a WMG chiedendo come compilare l'eventuale delega, dato che in quei giorni non potrò comunque essere presente. 
Con gentilezza piemontese la signorina ascolta il mio problema e mi chiede di attendere in linea che provvede ad informarsi. 
"No, purtroppo non è possibile rilasciare i benefits a nessuna altro che non sia lei in persona". 
Faccio presente che l'infortunio mi ha comportato lo spostamento della vacanza già prenotata e non potrò comunque essere a Torino, pena rischiare una coltellata da parte di mia moglie che a sua volta ha dovuto spostare le ferie programmate. 
Sempre con gentilezza molto piemontese, (quella che non chiude mai la porta in faccia a nessuno, ma la socchiude un po' a tutti) mi si ribadisce che, purtroppo per me, la regola è quella e non è proprio possibile, oltre che ingiusto per gli altri (quali altri?) fare una deroga in mio favore. 
Non me la prendo con la gentile signorina che in fondo riferisce quanto confermatole da altri; ringrazio e saluto. 
Sono assolutamente convinto che il rispetto delle regole sia sacrosanto per la nostra miglior convivenza, soprattutto in un momento come questo dove le regole paiono diventate un optional. Insomma le mie 170 cocozzielle non hanno dignità e diritto nemmeno ad un ricordo. Peccato! 
Per fortuna almeno gli albergatori della Val Badia, in genere considerati così puntuali e precisi, hanno avuto miglior comprensione circa la caparra della mia vacanza, precedentemente versata. Ma forse sono solo stati meno ottusi, chissà. Grazie a loro dunque ! 
Anche se non hanno rispettato le regole. 

Giovanni Mocchi

23/07/13

Campionati Italiani Assoluti: le "modifiche" di Francesco Arduini

L'arena gremita nonostante la pioggia... era il 1935
(di Francesco Arduini*) - Scrivo queste righe spinto da un improvviso impulso e spinto dalla necessità, in qualche modo, di cercare di contribuire con idee e proposte a poter migliorare o spingere sempre più persone ad avvicinarsi a questo nostro splendido sport che è l'atletica leggera. Ormai sono luoghi comuni quelli che mancano i fondi per poter reclamizzare, pubblicizzare o in qualche modo sponsorizzare eventi e richiamare persone e stiamo assistendo negli anni, salvo rari casi, ad un allontanamento del pubblico dalle tribune chi circondano le nostre piste. Nota bene che non sto parlando del "Golden Gala" dove "Il Bolt" richiama da solo flotte di pubblico, ma da quello che è uno spettacolo simile e a volte anche superiore come possono essere i Campionati Italiani Assoluti

Chi di noi non ha assistito, anche una sola volta dalla tribuna alla massima rassegna nazionale di Atletica Leggera? Allora tutti sapete che il 95% del pubblico in tribuna è composto dagli atleti stessi, i loro tecnici, accompagnatori e/o familiari, da appassionati che per la maggior parte dei casi vanno a vedere le gare dei propri amici e raramente da pubblico, ma il pubblico vero, quello che entra nello stadio per vedere l'atletica vera senza conoscere direttamente nessuno ma con il solo scopo di gustarsi le "nostre" performance sportive. 

Allora ecco qual'è la mia proposta, per certi versi, forse anche provocatoria? PERCHE' NON "POPOLARIZZIAMO" I MINIMI DI PARTECIPAZIONE PER ALLARGARE IL PIU' POSSIBILE LA PARTECIPAZIONE? A questo proposito mi sono posto l'obiettivo di verificare alcuni punti pro e contro: 
  • PUBBLICO - Partendo dalla premessa fatta sopra, una maggiore partecipazione di atleti porta, di conseguenza, una maggiore partecipazione di pubblico ad essi collegata. Per certi versi, chi vive il "mondo Master" dell'atletica leggera, questo lo può constatare con i propri occhi. Le tribune dei Campionati Italiani Master sono forse più gremite di quelli di un Campionati Italiano Assoluto... e per certi versi questa mi sembra una eresia, ma comunque sta a conferma di quanto asserito sopra, e cioè che la maggior parte del pubblico in tribuna è quasi tutta "parte attiva" della manifestazione. 
  • ESPERIENZA - Un aumento della base dei partecipanti porta, di conseguenza, una maggiore capacità di confronto fra i primi della classe e la base che, nella maggior parte dei casi, sono ragazzi giovani, inesperti di gare di vertice e che, certi atleti, a volte, li hanno visto solo in TV. Potersi cimentare con e contro di loro è di stimolo per chi ha voglia di migliorare e sicuramente di forte impatto emotivo. 
  • GESTIONE CAMPIONATI - Qui si entra, invece, in un tema un po' più spinoso: la gestione. Certamente, un forte allargamento di partecipazione richiede un "allungamento" dei campionati con 3 giorni pieni (o forse 4) per poter permettere di poter correre un turno, o alcuni casi 2 turni, in più per le corse ed effettuare le qualificazioni nei concorsi (di questo mi pronuncerò nel punto PERFORMANCE). Da un punto di vista economico per le società questo è purtroppo la spina nel fianco, perchè l'allungamento dei campionati porta un allargamento dei costi per poter rimanere, magari, una notte in più nella città sede e organizzatrice dei campionati, ma è di sicuro di maggiore "appeal" per tutti gli addetti al settore: - gli sponsor possono contare su un affluenza di pubblico di più vasta scala con maggiori contatti e TUTTI mirati nel settore di appartenenza (pensiamo a partner di marchi sportivi o alimentari legati al settore) - le città organizzatrici possono investire di più per l'evento certe di un maggiore rientro di immagine e di introiti per le attività della propria città.
  • PERFORMANCE ATLETICHE - Qui ritorno alla mia "nota" pubblicata in occasione dei Campionati Italiani Indoor: le qualificazioni o l'allungamento dei turni di qualificazione. A mio avviso, ma a parere anche di molti atleti di vertice che conosco, questo, non può far altro che bene sia allo spettacolo che alla realizzazione delle massime performance. Partiamo dal presupposto che, i Campionati Italiani Assoluti servono a decretare il più forte d'Italia... che, per definizione è 1 e 1 soltanto. Se partiamo da questo presupposto, sulla base di quello che è un Meeting di vertice mondiale, stiamo sbagliando tutto... basterebbe mettere un minimo nei 100 mt di 10.40 in modo da poter correre direttamente solo la finale, oppure di 2,25 nel salto in alto, perchè tanto, a chi la stiamo a raccontare??? Chi vince è sempre e comunque uno dei migliori, per cui tanto vale farlo correre solo loro!! Oppure, diamo modo ai giovani di crescere accanto ai più forti, facciamoli correre, lanciare e saltare fianco a fianco e i giovani dilettanti di oggi, saranno poi quelli che prenderanno il posto dei professionisti domani. Qualche esempio? Avere un minimo di partecipazione dei 100 mt, ad esempio di 10.80, porterebbe 60 persone anzichè le circa 20 iscritte. Ma già dopo il primo turno si potrebbe facilmente scendere a 24 per effettuare 3 semifinali (e con una divisione dei migliori nelle varie serie, i primi della classe come Tumi, Riparelli, ecc... non farebbero alcuna fatica a qualificarsi, gli basterebbe fare un allungo...). Nel lancio del peso donne, "allentare" la stretta del minimo a mt 11.50 e mettere poi un limite di qualificazione a 14 mt (o i primi 12 come accade nelle competizioni internazionali) farebbe fare un semplice lancio di riscaldamento alla Rosa (che forse non si scalderebbe nemmeno per realizzare una misura così) che si troverebbe poi a disputare una finale effettuando 6 lanci in tempi più giusti e normali anzichè 1 ogni 40 minuti per il vasto numero di partecipanti. Nel salto in alto uomini abbassare il minimo e portare una qualificazione a 2,15 sarebbe una pura formalità per i vari Chesani, Fassinotti e Tamberi che si giocheranno il titolo il giorno dopo con una progressione non logorroica ma mirata alla performance (stesso discorso valido per l'asta uomini e donne) 
  • LIMITI DI PARTECIPAZIONE - Le modalità per poter allargare il numero dei partecipanti sono infinite: - Abbassare i minimi di partecipazione - Allargare la possibilità di iscrizione ai primi 50 delle graduatorie italiane - Realizzare una lista di merito che includa la media delle prime 5-6 performance e su quella base stilare una lista di 40-50 partecipanti - .... 
Secondo me, potrebbe essere una proposta discutibile a costo "0" con un piccolo aggravio per gli atleti e società partecipanti che però potrebbe essere in parte "ammortizzato" con maggiore visibilità e prestigio. Questa mia proposta spero possa essere di stimolo, se non altro, per una discussione per poter migliorare le cose anche perchè chiunque di noi lo sa che, correre, saltare e lanciare davanti ad una tribuna piena è sicuramente molto più stimolante e bello per tutti...

*: saltatore in alto, pluri campione europeo e nazionale master, quest'anno 2,06 (da 39enne...)

22/07/13

Alan Oliveira: l'X-Man con le protesi che corre lanciato come Bolt

E' già da qualche anno che si discute su questo sito dell’utilizzo delle protesi per casi di atleti con bi amputazione, e il clamore dei tempi di Oscar Pistorius son stati attribuiti quasi esclusivamente all'atleta e ben poco all'effettivo risultato tecnico-meccanico della protesi da corsa. Serviva sin da subito un punto di vista più oggettivo, e oggi probabilmente non avremmo vissuto appieno il "mito Pistorius".

Avevamo altrettanto più volte sottolineato le differenziazioni di questi utilizzi e quindi quanto fossero differenti i casi per atleti con mono o bi amputazione. E' sotto gli occhi di tutti quanto il miglioramento tecnologico abbia prodotto risultati incredibili, ma questi vanno sempre in una unica direzione: atleti con mono-amputazione trans-tibiale (sotto il ginocchio) stanno ottimizzando e raggiungendo livelli di possibile parificazione, ovvero tempi e risultati come se gareggiassero con due piedi normali; i casi di bi-amputazione stanno portando alla luce risultati anomali e nettamente superiori alle doti fisiche dei ragazzi stessi. 

Il 20”66 di Alan Cardoso Oliveira di questi giorni è francamente eclatante, ma... non più di tanto. A Londra '12, Paralimpiadi, Alan nella finale dei 200mt ebbe una partenza disastrosa, tanto che venne affiancato al secondo appoggio da un atleta che gli correva nella corsia interna. Tradotto in termini tecnici, significa che partì quando gli altri erano già a circa 3,5 mt di gara (che rappresenta il decalage tra le corsie nei 200mt). Quella finale vinta in rimonta su Oscar e con un tempo di 21”40 circa dimostrò immediatamente quanto il ragazzo brasiliano fosse in grado già di correre in 20”90 alle Paralimpiadi. Basterebbe prendere quella registrazione e il suo effettivo-tempo di gara dalla sua reale partenza (al netto della "caduta") per averne una dimostrazione. 

Il tempo di questi giorni quindi è la logica conseguenza di quello cui si assistette in quella serata da X-Men. Non ci stupisce affatto, a parte il fatto che forse sarebbe giunta l'ora di scartare definitivamente le considerazioni "sociali" degli atleti "superabili", e essere seri e chiari sul risultato tecnico-tecnologico e sportivo. 

Giusto puntualizzare alcuni dati: già per Oscar Pistorius avevamo evidenziato numerose incongruenze "logiche" (rispetto agli atleti normodotati) nei suoi tempi e nella relativa corsa, con fasi lanciate folli nei 100 e 200 mt, a livelli (non sto scherzando) di Tyson Gay e Asafa Powell

Ora: se Oscar era considerato un fenomeno assoluto, cosa dovremmo dire di questo ragazzo brasiliano che ha distrutto il suo record Mondiale di 7 decimi in un sol botto? Dobbiamo quindi fare un passo indietro, ovvero: il primo non era un fenomeno e vi assicuro che non lo è neppure quest’ultimo! Alan ha 21 anni: Andrew Howe quando divenne Campione Mondiale Junior corse in 20”28 i 200 mt, allora considerato un tempo stratosferico per il giovane Andrew. Il secondo classificato giunse oltre i 20”80… Già questo dovrebbe fa riflettere: secondo voi Alan ha le doti fisiche di Andrew Howe? Mia personale considerazione: ma siamo pazzi? 

Pensate al già citato Personal Best sui 100 mt di Cardoso: 10”77 corso recentemente: parliamo di atletica e magari rivedendo il video della gara potremmo farci un'idea precisa. Quanto sarà passato ai 100 metri? L’assetto in curva per le bi-amputazioni sacrifica di molto l’ottimizzazione di spinta rispetto al rettilineo, quindi potrei dedurre un tempo difficilmente inferiore agli 11”20 anche a fronte appunto del suo record sui 100 metri. Bene. Allora ha corso una seconda fase sotto i 9”50? Come un velocista da 19”80? Come Tyson Gay o come il Bolt di questo periodo? 


Non prendiamoci in giro, per favore, e soprattutto non prendiamo in giro atleti che hanno sudato anni ed anni per migliorare un decimo nei 200 mt o che si allenano in altre discipline Paralimpiche dove non esiste il supporto tecnologico e il miglioramento è fatto di cm o di secondi e con dure sedute da 7 giorni su 7 la settimana. E’ questo che bisogna mettere in discussione. Bisogna infatti anche finirla di considerare questi ragazzi come supereroi. Sta diventando la morte del concetto di Paralimpismo! Ci sono numerosi ragazzi che si allenano ben più di loro e con costanza da anni, ma la mania di guardare al tempo finale o di fare paralleli con  gli atleta normodotati ha generato una visione distorta e controproducente di un intero mondo che non è fatto solo dagli X-Men come Cardoso e Pistorius, ma da "atleti" con le più svariate limitazioni che si battono quotidianamente per guadagnare quei piccoli/grandi miglioramenti sportivi che tutti coloro che praticano sport conoscono.  
Forse sarebbe il caso di smetterla di enfatizzare oltre il dovuto questi atleti pensando a stratosferici meriti sportivi: oggi più che mai si comprende come molto dipenda dal supporto tecnologico. Chi ha mai sentito miglioramenti di oltre un secondo nelle gare di velocità da un anno ad un altro negli atleti evoluti normodotati? 

Ecco, perché non sottolineare invece le difficoltà e i miglioramenti minimi e dimostrabili di chi corre per esempio senza vista? Li è solo allenamento e basta! E chi lancia seduto su una carrozzina? Con difficoltà magari immense per spasticità gravi? Pensate sia semplice lanciare una clava a 30mt con gravi spasticità dalla nascita? E invece si enfatizza qualcuno che magari dopo solo un anno con due protesi elastiche “corre già forte come un ragazzo normale!”? Ma dove finiscono i meriti effettivi degli atleti e inizia il supporto tecnologico? Ora lo posso dire: non penso ci sarà più nei prossimi anni una partecipazione Olimpica o Mondiale con il coinvolgimento misto di atleti bi-amputati e normodotati, e non certo come forma di “discriminazione”, ma semplicemente per serietà e chiarezza. 

L’IPC internazionale e ancor di più la IAAF stanno giustamente verificando queste situazioni ed è evidente che i grandi miglioramenti tecnologici, molto più evidenti dei miglioramenti ottenuti grazie alle doti personali o attraverso gli allenamenti. Per esempio queste considerazioni hanno già portato a dividere finalmente i 100 e 200 mt a questi mondiali tra le categorie con mono e bi amputazioni (T44 da T43) come doveroso, ma questo (purtroppo) non è ancora avvenuto nei 400mt dove il gap è addirittura peggiore. Per esser chiari è giusto che i ragazzi con bi-amputazione abbiamo una LORO categoria specifica e basta, e che se i miglioramenti tecnologici porteranno a breve a risultati tecnici da 9”80 o 19”0 o 43” siano riferiti alla loro ed unica categoria. 

E giustamente anche valutando i seri problemi che avrebbero in gare di lancio o di salto per esempio! Sarà poi doveroso metter dei paletti in questo che sta diventando purtroppo un “circo” in cui si variano le protesi come gli assetti degli alettoni in F1. Alla fase di classificazione Internazionale ogni atleta riceve indicazioni-obbligate su di una altezza massima ove poter arrivare con le protesi. Premettendo che non per forza l'altezza massima significhi più velocità, se non per una capacità di gestione della corsa e appunto una ampiezza di passo, è però noto come vi siano molti atleti che utilizzano un assetto più basso per i 100mt e uno maggiore per i 200 e 400mt. E questo è perfettamente regolare nella IPC. Altra riflessione: cambiare l'altezza a seconda della gara non sembra poter essere un requisito da gara IAAF, altrimenti, perchè no, bisognerebbe consentire agli atleti normodotati di utilizzare trampoli o supporti tecnologici a seconda della distanza. 

Aggiungo: ogni atleta da regolamento dovrebbe essere verificato al momento del pre-gara (ma non l’ho mai vista fare una cosa del genere). Una ragazza Olandese che corre i 100mt, concedendo che è comunque un'atleta che sicuramente si allena e con frequenza tutti i giorni, ha un assetto leggermente più basso di quanto effettivamente “impostabile” e le sue comunque buone doti fisiche l’hanno già portata a correre in 12”70 in meno di DUE ANNI ovvero dal settembre’11 quando passò dal nuoto all'atletica leggera. Ma secondo voi e’ possibile? 

Morale della favola: chiaro che dobbiamo schierarci all'unanimità verso lo sport propositivo e per tutti, ma far chiarezza è doveroso, visto che ne va della credibilità di tutto il movimento: bisogna completare la fase di categorizzazione di questi ragazzi, che stando alle premesse tra qualche anno correranno davvero più veloci di Bolt. Sono ragazzi splendidi, e vanno fatti i massimi complimenti per il loro impegno... tanto quanto per quello degli altri pero! E soprattutto, a ciascuno il suo: atleti olimpici e paralimpici dovrebbero gareggiare nelle stesse competizioni solo su problematiche di quest'ultimi che non ammettano supporti tecnici o tecnologici, perchè il confine tra gesto atletico e aiuto tecnologico sembra essersi spostato sul continuum verso il secondo, lasciando più dubbi che certezze. Se per Oscar Pistorius si era rimasti con questi dubbi per anni (con studi contraddittori da una parte all'altra), dando fino alla fine merito alle sue capacità fisiche, l'esplosione dell'X-Men Alan Cardoso Oliveira, sembra aver fugato ogni dubbio.

20/07/13

Quando le jene guardano come vengono impegnati gli atleti "statali"

Mi è ritornato a galla questo post che non ho mai pubblicato. Ormai diverso tempo fa, alle Iene, su Italia 1, è andata in onda una puntata particolarmente insidiosa che avrebbe dovuto far tremare non pochi statali, e non solo dell'Astrea Calcio, formazione di Serie D appartenente di fatto alla Polizia Penitenziaria o meglio detto, al Ministero di Grazia e Gisutizia. Già, quel servizio (qui il video completo) ha di fatto aperto uno squarcio su una situazione dello sport italiano che era meglio tacere o far finta di non vedere, per il bene di chi volenti o nolenti, ne vive. Vedete, finchè il sistema-Italia andava bene (o meglio, non suscitava così tante preoccupazioni), tutto poteva essere accettato. Ed era accettato o semplicemente ce se ne infischiava. Oggi che tutti gli italiani (quasi tutti...) sono costretti a fare grossi sacrifici per le più semplici attività quotidiane, pensare che i soldi pubblici possano finire per essere utilizzati in una campagna acquisiti di una squadra di calcio di Serie D, o nei viaggi della squadra, o nel vitto e nell'alloggio delle trasferte, può fare incazzare qualcuno.
E non poco.
Ma il servizio della Iena Calabrese ha poi toccato diversi punti che sono comuni a tutti gli sport "statali", partendo proprio dal "concorso pubblico" finalizzato ad assumere lo sportivo di turno. Non nascondiamoci dietro ad un dito: è chiaro come i concorsi siano "pilotati", al fine di tesserare questo e quell'altro atleta. Da qui il peso (leggero) di una laurea a 2 punti, e l'aver militato in una squadra di Serie A 20 punti, o 25 punti attribuiti se si è giocato in Nazionale. Come dire... servirebbero una decina di lauree per poter aspirare a vincere un concorso pubblico contro un calciatore che ha militato nella massima serie nazionale di calcio. Non solo fortunati questi calciatori, ma anche agevolati nei concorsi pubblici, sembrerebbe.
Ma qui forse si cade in un non-senso da parte della Iena: ai candidati che aspiravano a giocare in una squadra di calcio, si chiede di giocare al "giuoco" del calcio, non di individuare le faglie sotto terra, per le quali magari servirebbe un geologo, con relativa laurea. Finalmente un concorso che rintraccia il merito, direi. Serve un calciatore... Purtroppo, questo è il problema, non il "concorso pubblico".

Anche nell'atletica (che credete?) avviene così. Ma la cosa ha un senso, non bisogna essere qualunquisti su questo punto: alle varie squadre di atletica tra un velocista e un laureato in sociologia, servirà più il primo rispetto al secondo. Il problema, se volete, è alla radice, cioè la necessità o l'opportunità di avere gruppi sportivi militari. Problema annoso. Anzi, secolare. Molte società civili lottano da anni su questo aspetto, visto che dopo aver scovato il campioncino, se lo sono visti depredare a costo zero dai gruppi sportivi militari. Quindi un investimento di risorse (soprattutto umane, ma anche di tempo dedicato dai propri allenatori, di piccoli investimenti...) che non frutta nulla: da qui tutte quelle norme-"aiutino" per rendere un minimo di giustizia alla società d'origine, come per esempio indicare sotto la nuova società militare, quella di origine, o cancellare dai campionati di società le società militari, che però hanno tesserati tutti i migliori atleti azzurri, rendendo così di fatto i c.d.s. una pantomima colossale: aiuti che hanno sortito l'effetto contrario, perchè l'atletica italiana si è vieppiù svilita di contenuti.

Se nel calcio non se conosce proprio la ragione di tenere in vita una squadra pagata dal contribuente per militare nelle serie infime del calcio professionistico (nessuno dei giocatori dell'Astrea diventerà mai, a meno di miracoli, un top player internazionale, dopo  la folgorante carriera che l'ha visto magari aver militato nelle giovanili dell'Arezzo, nella Cisco Roma, e difensore dell'Albano Laziale a 22 anni) negli altri sport, senza i gruppi militari, avremmo un decimo di medaglie italiane a livello internazionale.

Senza l'opportunità dei gruppi sportivi militari, è infatti vero che non esisterebbero sport d'elite, come la scherma che è la vera e propria riserva di medaglie per noi italici. Sarebbe ridimensionata l'elite del nuoto (anche se alcune società civili hanno più visibilità e sponsor rispetto a quelle militari); l'atletica invece sarebbe rasa inopinatamente al suolo. Ci troveremmo davvero all'anno zero. Da questa semplice considerazione, quella annessa e connessa, ovvero: non si può pensare (oggi) ad un'atletica italiana senza società militari.

Il discorso l'ho già sviluppato tante volte, e non voglio dilungarmi, visto che il mio intento era solo quello di rilevare questa stortura. Però... però, ecco, non posso non pensare che lo sport di Stato su vasta scala come succede nell'atletica italiana, abbia ucciso ogni forma, anche embrionale, di professionismo. Non dico eresie se dico che chi più è pagato, più ha possibilità di emergere. Lo stipendio statale livella verso il basso la qualità media degli atleti. Chi punta a fare il minimo per gli italiani individuali, non può percepire lo stesso "emolumento" di chi invece lotta per una medaglia olimpica: va contro il "merito" che in questo mondo è esclusivamente di natura sportiva.

E' come se si preferisse un'atletica sicura a basso investimento (ma fornito dallo Stato), ad un'atletica in cui i migliori sarebbero davvero i migliori, ovvero pagati per il loro valore sportivo ed extra-sportivo (pubblicitario). Così, di fatto, si esalta la massa di atleti "mediocri", e si sacrifica il vertice di atleti d'elite. Con i 1400/1500 euro di stipendio statale, diciamocelo, non si può investire su sè stessi, cioè ricorrendo a terapisti, nutrizionisti, osteopati, acquistando integratori, investendo nei viaggi all'estero, e perchè no, pagando il proprio allenatore... si vive esattamente come prima di entrare nel gruppo sportivo. Cambia solo che dopo l'ingresso si ha più tempo a disposizione per allenarsi.

Aumenta sicuramente il gap con gli astri "sfortunati" competitors, ma il progetto tecnico rimane quasi sempre lo stesso (anzi, l'assenza di una guida a sua volta professionale, determina dei burn out negli atleti neo-assunti, che si sottopongono a incrementi inumani di allenamenti) e gli aspetti in più curati rispetto al passato sono trascurabili. Di fatto si passa non ad una forma di semiprofessionismo, ma ad una specie di super-dilettantismo. Il gap dovrebbe poi colmarlo la Federazione, così com'è strutturata l'atletica in Italia, costruendo un'organizzazione di supporto agli atleti d'elitè. Ma si sa che il primo punto vulnerabile sta nel fatto che la Fidal ha una popolazione di atleti potenzialmente ingestibile, e soprattutto soggetta a continue fluttuazioni circa gli "aventi diritto". Che poi è il motivo per il quale molti talenti si sentono abbandonati alla prima difficoltà... basta di fatto andar forte in una prova che si entra nell'organizzazione. Ma basta anche il primo contrattempo, per uscirvi. E' come una conduttura d'acqua che continua a perdere... invece di tappare i buchi (cullando i talenti anche di fronte alle traversie della vita), continua a macinarli e a dimenticarli.

Lancio una provocazione: dei 19 milioni di euro di budget annuo della Fidal, sarebbe decisamente più produttivo al fine di avere atleti dalla visibilità internazionale (col conseguente ritorno, magari anche pubblicitario, ergo di investimenti sull'intera struttura) dare 100 mila euro a testa a 20 atleti tra quelli più performanti (per un totale di 20 atleti) affichè si autogestissero professionisticamente (sarebbe comunque 6/7 volte in più di quello che avrebbero a disposizione con uno stipendio statale) che investire in strutture organizzative che funzionano attualmente senza alcuna progettualità. O che se hanno progettualità, a causa della volatilità delle prestazioni degli atleti e delle reazioni non strutturate dell'organizzazione, non riesce ad ottenere quanto investito.

Questo discorso per ora superficiale lo chiudo qui, ma vedremo di parlarne in un'altra circostanza.

Nadia Dandolo e il record italiano ritrovato: aggiornamento dei record Master

post del 2011 trovato nelle bozze - Sempre grazie al prezioso lavoro certosino di Giusy Lacava, posso render conto degli ultimi record stabiliti dai master italiani nell'ultimo periodo non monitorato nel pre-Sacramento, e individuare qualche altra grande prestazione ottenuta da atleti over-35 su tutto il territorio nazionale. 
  • Spazio immediatamente a Nadia Dandolo, che a Trento il 19 luglio ha corso in 4'42"46 i 1500 per la categoria F45. Migliorato il record di Jocelyne Farruggia che nel 2008 era stata in grado di correre in 4'44"35 stabilito a Roma. Per la Dandolo, così, in un anno stabiliti i due record indoor-outdoor della categoria F45. E' invece il suo 5° record italiano individuale tra le master: due sui 1500 F45, due sui 3000 (F45 e F40 outdoor) e quello sui 5000 F45. Al tutto aggiunge quello della staffetta svedese F50 con i colori dell'Asi Veneto. Tradotto in AGC, la prestazione porta ad un clamoroso 96,71%, anche perchè il record è stato ottenuto nell'ultimo anno di categoria, che come è noto aggiunge notevole difficoltà all'impresa. Agc che equivarrebbe ad un 4'00"4 se parametrato ad un'atleta ventenne. 
  • Nei 100 di Rovellasca, il 6 di luglio, ne avevo già parlato a tempo debito, mi sembra, Denise Newmann migliora il suo fresco record italiano F40 di 12"81 ottenuto a Chiasso a Giugno, portandolo fino a 12"73 con vento praticamente nullo: -0,1. 5° record stabilito in 4 mesi: si era partiti con quello dei 200 indoor, e si era poi passati per il duplice record sui 150 fino all'attuale duplice record sui 100. 86,30% l'agc, ovvero un 12"15 con la parametrazione. Stagione che rimane di altissimo spessore per la milanese. 
  • Rimaniamo sui 100, ma F50: Daniela Ferrian è un'altra cecchina che sta riscrivendo dall'alto della sua immensa classe (del resto è stata uno dei pilastri della velocità italiana a cavallo tra gli anni 80-90): 13"47 a Mondovì il 12 giugno anche qui con un minimo di vento a favore calcolato in 0,3 m/s. Il tempo migliora il suo stesso crono stabilito a Villanova d'Asti in aprile (13"51 ma con 2,0 di vento contro), e stabilisce un 91,07% di Agc, ovvero un 11"52 sui 100 se parametrato. Incredibile il ruolino di marcia della piemontese nel 2011: 11 volte stabilito o migliorato un record italiano master: 2 nei 60 e 1 nei 200 indoor; quindi 80, 100, 150, 200 e 300 outdoor. La velocità F50 è tutta sua ora. 

WMG di Torino: vietato infortunarsi per Legge

Dopo circa 10 anni, in cui per motivi di lavoro non mi era stato possibile partecipare alla stagione estiva, avevo deciso di farmi un regalo: partecipare ai World Masters Games di Torino, seppur dopo molte riflessioni, vista la più che esorbitante tariffa di iscrizione. Qualche amico aveva anche paragonato quell'importo a una tangente! 
Ma ormai avevo deciso, così lo scorso 30 maggio ho inoltrato regolare bonifico pari a euro 170. Ma guarda un po', le cose a volte non vanno come avevi programmato, infatti il 30 Giugno ad Orvieto, alle 10:40 a metà di un 200 metri mi procuro uno strappo alla gamba sinistra. Il giorno stesso al pronto soccorso mi viene data una prognosi di tre mesi, poi confermata da un medico specialista. 
Il 4 luglio scrivo a WMG per informarli dell'accaduto e chiedere il rimborso dell'iscrizione. Dopo alcune vicissitudini, vengo indirizzato a Jumbo Grandi Eventi, responsabile per iscrizioni e rimborsi. Telefono dunque a Jumbo che, con voce femminile, mi risponde che non mi spetta nessun rimborso, poiché per regolamento "dovevo infortunarmi entro e non oltre il 3 giugno". Insomma non ne ho azzeccata una. Mi consigliano anche di leggermi l'allegato "Termini e condizioni", ovvero la Legge stabilita da Jumbo Grandi Eventi (JGE). 
In effetti nel documento, al punto 12, è scritto che non ci si può infortunare oltre la data stabilita, chiarendo altresì che: 
  • Una tassa amministrativa pari a € 50,00 verrà detratta dal rimborso. Prendo atto ed accetto che qualsiasi rimborso a me concesso sarà ad esclusiva discrezione di JGE 
  • Così come al punto 7, si prende atto che la quota di iscrizione non prevede in nessun modo l'assicurazione personale infortuni. Insomma un pò mi dispiace, tanto è vero che chiedo ospitalità a QueenAtletica per potermi almeno lagnare un pò. 
Ma il documento "Termini e condizioni" è legge non più modificabile una volta sottoscritto con l'iscrizione? Se sì, al punto 2, si specifica che la "chiusura per le iscrizioni ai giochi è fissata al 2 giugno 2013". Sarebbe dunque inammissibile una modifica unilaterale per la proroga delle iscrizioni a tutto il 30 giugno. Ma visto che così Jumbo decide di fare, sarebbe forse più corretto avvisare la possibile clientela della modifica almeno qualche giorno prima della scadenza predefinita.
Altrettanto corretto e logica conseguenza sarebbe anche prorogare di un mese la data ultima per i gonzi desiderosi di infortunarsi
Nel primo caso avrei sicuramente atteso prima di inviare la mia iscrizione; nel secondo sarei forse rientrato nelle more contrattuali circa il mio possibile rimborso (comunque decurtato e concesso a discrezione di JGE). 

Altrimenti meglio semplificare tutto il documento "Termini e condizioni" in due righe: 
  • iscrivendovi accetterete tutte le regole e le eventuali modifiche che JGE avrà sghiribizzo di rilasciare in qualsiasi momento. Ecco, così mi pare molto più chiaro. 
"Di doman non c'è certezza" dice Lorenzo il Magnifico ne la "Canzona di Bacco". Ma di una cosa sono sicuro: mi terrò alla larga dai Grandi Eventi di Jumbo. Comunque: buone gare a tutti i partecipanti ! Un po' vi invidierò.

 Giovanni Mocchi

18/07/13

Un record al giorno: Rado quasi a 13 metri

Per la rubrica un record italiano al giorno, ovvero la rassegna dei numerosi record italiani messi in cantiere dagli over-35 nelle passate settimane, arriviamo all'immancabile neo-ottantenne Carmelo Rado, che a Milano durante i societari master il giorno 16 giugno, ha sfiorato la soglia dell'eccellenza dei 13 metri con il peso da 3 kg. Infatti 12,99 è stato il suo risultato, che migliora di praticamente un metro quello che era il suo stesso primato stabilito ai primi di aprile a Forlì. Per avere dei metri di paragone, basta pensare che il record del mondo/europeo di categoria è quello del finlandese Leo Saarinen che nel 2009 lanciò 13,98. Curioso che il controvalore AGC dia un 100,1%. Ovvero, l'algoritmo assegna a Rado un valore appena 2 cm superiore a quello del record del mondo ufficiale (ormai inarrivabile) di Randy Barnes risalente al 1990 (23,12). I record attualmente detenuti da Carmelo Rado rimangono ben 30, 8 nel disco, 1 nel giavellotto, 5 nel martello, 5 nel martellone, 5 nel pentalanci e 6 nel peso. Giusto per ricordarlo: Rado giunse alle Olimpiadi di Roma 1960. 

16/07/13

Ma perchè gli assoluti a luglio non li fanno mai in Riviera?

Veloce pensiero della sera: tra poco più di 10 giorni si svolgeranno i campionati italiani assoluti a Milano. Il 27 e il 28 luglio, mi sembra. A Milano. Di luglio. A fine luglio. Gli italiani assoluti. A Milano? A fine luglio? La riflessione è: ma è mai possibile che non esista un'anima manageriale da qualche parte in Fidal? E con questo non voglio accusare nè questo mandato, nè quello precedente, perchè non mi importa accusare nessuno. Mi preme solo sottolineare che la risorsa-atletica andrebbe venduta meglio: a Milano, a fine luglio, organizzare gli assoluti è un danno sia per gli atleti, che correranno con un'umidità pechinese e un caldo torrido (o al più un temporale estivo) sia per tutti coloro (sempre meno) che vorrebbero assistere a gare di atletica. Attualmente gli spalti delle manifestazioni di atletica, come è noto, sono animati esclusivamente dagli atleti e dai loro accompagnatori, giusto per essere onesti. E le telecamere ormai rare, diffondono così uno spettacolo pietoso di abbandono e solitudine.  
E a questo punto mi son chiesto: ma perchè non organizzano più i campionati italiani assoluti nei luoghi di villeggiatura? A Rimini, Riccione, Lignano, in Versilia? Magari non in due giornate intense, ma su 3 o 4 fresche serate marine. Ho trovato che ne è stato organizzato uno a Viareggio nel '02 e due a Cesenatico nel '95 e nel lontano 1989. Magari con qualche evento in "piazza", come il peso. Aumentano i costi d'alloggio (ma perchè, a Milano si spenderà poi meno?) ma aumenterebbero gli spettatori, ovvero quei turisti che alla sera potrebbero scegliere, invece di farsi la stancante vasca sul lungomare, con l'ormai canonico gelato, di andare a vedersi le gare di atletica allo stadio di Cesenatico o Viareggio (meglio se raggiungibile a piedi). All'Arena aspettiamoci di vedere un impianto per 3/4 vuoti, che non è mai un bel vedere. 
Come al solito, alle proposte relative alle sedi dei diversi campionati, vien poi fatta pesare la mancanza di richieste d'organizzazione, di soldi, di volontari... dai! Ma non è così che si ragiona! Se domani non c'è nemmeno Milano, li organizziamo qui a Cividino? La scelta della sede degli assoluti, secondo me, dovrebbe esser sempre meno vincolata alle scelte politiche, e sempre più legata a scelte di strategia di diffusione del prodotto-atletica. Se non c'è nessuna società che vuole prendersi l'onere di organizzare gli assoluti a Cesenatico o Marina di Pisa, e che diamine, si manda qualcuno di Fidal-Servizi o chennesò-io a trattare direttamente con le istituzioni locali! Ci sono momenti della vita di questa Federazione che dovrebbero essere gestiti francamente con più spirito strategico e non per arricchire tizio e caio, ma proprio per diffondere il marchio dell'atletica. 
Poi ci sarebbe da rivedere la formula stessa degli assoluti, la partecipazione... ma questa è un'altra storia di cui forse potremo parlare nei prossimi giorni. 

15/07/13

14 luglio: la caduta della Bastiglia Atletica

Premetto che non mi piace scrivere di "cronaca", perchè sulla rete ne trovare finchè ne volete. Quindi cerco di trovare un senso all'Armageddon del 14 luglio, caduta della Bastiglia e da oggi anche il signum della caduta della credibilità dell'atletica a livello mediatico. Tyson Gay, Asafa Powell, Sharone Simpson, Nesta Carter... Dopo essermi interrogato in lungo e in largo, e aver partecipato ieri sera sul Gruppo Queenatletica su facebook ad una accesissima (e corretta) discussione sul doping, sono arrivato ad una conclusione: non c'è niente da discutere. E' perfettamente inutile. 

Come spiegavo ci sono due chiavi di lettura. Una morale e una giuridica. Su quella morale ognuno può esprimere un giudizio negativo o meno: è giusto, onesto, e il mondo definisce le proprie regole proprio in seguito ad affermazioni di valore e discussioni sulle idee relative a determinati argomenti. Le idee si diffondono, e poi quando più persone le condividono (dovrebbero) nascere le Leggi. 

Su quella giuridica c'è una norma che va rispettata. Per chi non la rispetta son previste delle pene, che nel caso del doping son molto semplici e applicate nella quasi contemporaneità degli esiti delle controanalisi. Quindi? 

E' da tempo che volevo scrivere la mia posizione su questa cosa, che alla fine è una non-posizione, perchè se c'è una legge, vi ci si attiene. Punto. Senza fronzoli giustizialisti. Tra l'altro le norme sull'antidoping sono molto rigide, e l'unica prova utilizzabile sono i risultati di un test. I pregiudizi non fanno ancora parte del bagaglio probatorio utilizzato per decidere sulla squalifica di un atleta. Non si scampa: quanti sono riusciti a dimostrare la propria innocenza? Non ci sono i concetti di dolo o colpa: c'è la positività o la negatività. Punto. Se poi si è stati vittima di complotti, errori, frodi, etc... insomma, davvero in pochi sono riusciti a dimostrare la propria estraneità e di sicuro con prove certificate e dopo aver impiegato fior di avvocati. 

Quello che personalmente mi dà fastidio è la troppo facile generalizzazione. Di fatto si tratta di fango distribuito gratuitamente su chi, magari, certi risultati se li è sudati in pista quotidianamente, con scelte di vita drastiche, rinunce, trovate tecniche innovative, abnegazione. Perchè fango su tutti? Come scrivevo su facebook, se becco un ladro jamaicano, non posso dire che i jamaicani siano tutti ladri. E non posso nemmeno dire che quello che ho beccato, se non ho altre prove, sia sempre stato un ladro. Il suo errore è nell'attualità della scoperta e solo per quella circostanza. A meno che chi indaga sia così in gamba da scoprire il pregresso. E allora cancelliamolo dagli Albi d'oro. Funziona così nelle società evolute. Nelle società involute, invece, la caduta inizia proprio nello screditare tutti. Fateci caso, e l'ho notato anche professionalmente: generalizzare è professione di scarsa civiltà, perchè genera diversità tra i gruppi sociali, emarginazione, il mito del capro espiatorio. Se gli uomini si affidano alle Leggi, a quelle noi dovremmo affidare il nostro sentire: io credo nell'antidoping e nelle sue leggi. Non trovo giusto generalizzare o accusare senza prove. 

La IAAF/WADA ha appena dimostrato che il sistema antidoping funziona. E' stato fugato anche uno dei canonici pregiudizi sull'intoccabilità dei Santoni dello sport. Pensate: in un giorno solo, la caduta della Bastiglia atletica: cadute contemporaneamente le teste del pretendente alla Corona e del Re Triste, anche se ormai detronizzato da qualche anno. Di solito cadevano sporadicamente le teste di qualche valvassore, pochi valvassini, e pochissimi vassalli.

Ciò che concepisco ancor meno è la rabbia. Rabbia contro chi si dopa. Perchè? Io rimango deluso, certamente, ma perchè arrabbiarmi? Cosa ci/vi ha tolto Tyson Gay? Un posto nella finale mondiale di Mosca? Un contratto con l'Adidas? La gloria sempiterna? A parte chi di fatto si scontra corsia-contro-corsia con Tyson Gay, agli altri cosa vien meno? Un sogno? Una certezza? Cosa? 

E mi permetto: quotidianamente veniamo bombardati di notizie in cui davvero in Italia qualcuno ci porta via qualcosa: ci scateniamo nello stesso modo per chiedere pulizia? Abbiamo la stessa rabbia? Secondo me no, anche perchè altrimenti il nostro mondo sarebbe diverso se ci fossimo indignati con la stessa foga. Però vale per Tyson Gay e Asafa Powell, che, a mio modo di vedere, dovranno pagare il massimo previsto e basta. A che serve gettare fango su tutto e tutti? Tutti dopati sotto i 10", oppure sotto i 9"80; e che dire di quelli quelli neri? O quelli che corrono lo sprint e ai quali si vedono le vene sulle braccia? E invece quelli con gli occhi arrossati? Quello che alla gara provinciale che ha migliorato 2 decimi ma l'ho sempre battuto? Quello che era infortunato e poi è ritornato e va più forte di prima? quello...? dai, siamo civili. Rispettiamo le Leggi, inteso come rispettiamo le sue determinazioni, e se proprio dobbiamo prendercela con qualcuno, prendiamocela col Sistema, ovvero il castello di norme che ci regola. Se un dopato, scontata la sua pena, torna in pista, che colpa ha? E' colpa al limite della norma che glielo ha consentito, non certo la sua. Spesso sono persone che hanno vissuto solo per l'atletica tutta la loro esistenza "cosciente" e che non sanno fare altro che lo sport... io non mi sorprendo nemmeno. Bisogna vivere e costoro conoscono solo un modo per farlo. Se un carcerato ha scontato il proprio periodo di carcerazione, rimane un rapinatore? Forse sì nella nostra società, visto che costoro non riescono più a reiserirsi o vi riescono solo dopo una grande fatica, nel "nostro mondo" di pregiudizi.  

Si parla di moralizzazione, cultura, scuola... sarò cinico, ma non c'è moralizzazione che tenga (a meno di poterla fare a livello interplanetario), o provvedimenti drastici che reggano. L'uomo per sua natura cerca di ottenere di più, cerca di guadagnare le risorse scarse a disposizione portandole via agli altri uomini. E' homo homini lupus. Facciamocene una ragione. Chi bara e barerà ci sarà sempre. E' da sempre così, e non potrebbe essere diversamente in un mondo competitivo come quello dello sport. Per questo l'unica speranza di "pulizia" sarà data solo dalla rispetto delle norme, Devono esserci delle norme severe, e chi le infrange va squalificato. Punto. Le calunnie fanno solo male a tutto il sistema-atletica.

La ciclistizzazione dell'atletica sarebbe devastante: ormai in quel mondo sportivo è tutto ovattato di sospetto. Ieri l'impresa di Froome sul Vantux era commentata più o meno globalmente con "quando lo beccano?" a partire dal più grande bluff della storia, ovvero Lance Armstrong. Giustamente lui oggi ha replicato che il pulpito non era certamente quello più consono, e che lui (almeno fino a prova contraria) è pulito. Come dargli torto? E se fosse vero? 

Per concludere: io mi guarderò la finale dei 100 di Mosca con 8 atleti che riterrò puliti fino a prova contraria e cercherò di godermela per quello che sarà, veloce o lenta che sia. Invece, per coerenza, chi generalizza l'uso delle sostanze stupefacenti, non dovrebbe guardarsi i mondiali. Lo farà? 

14/07/13

L'Italia Master dei Record Mondiali. Il 4,67 nel triplo di Giuseppe Ottaviani (M95)

L'atletica master italiana sugli scudi internazionali. E ancora una volta dalle generazioni di "Super Master", ovvero quelli over-90, dove l'Italia vanta ormai una consolidata tradizione. Naturalmente vi ricordo il compianto Vittorio Colò, che ci ha lasciato a 101 anni con un gesto clamoroso. O la leggendaria Gabre Gabric, il proteiforme Ugo Sansonetti... quelli che hanno rimpinguato di medaglie le casse dell'atletica master per anni. Ora il "nuovo" super-atleta è Giuseppe Ottaviani, autore di alcune prestazioni davvero fuori "dal comune", perchè stabilite da un 97enne. Oggi è la volta del salto triplo M95 dove Giuseppe, il giorno 15 giugno a Montecassiano,  ha saltato un grandissimo 4,67, superando il suo precedente primato di 4,46 che risaliva a Cosenza '11. Record italiano, chiaramente, ma non solo come vedremo... infatti il risultato gli attribuisce il nuovo record del mondo M95 della specialità, visto che proprio il citato 4,46 di Cosenza costituiva il precedente primato. Se tramutiamo il tutto in AGC escono cose aliene, questo perchè l'algoritmo si impenna dopo i 95 anni schizzando verso l'infinito. Infatti se il 4,67 di Montecassiano fosse stato ottenuto a 95 anni, il corrispettivo in percentuale sarebbe stato attorno al 99% (ovvero una prestazione paragonabile all'attuale record del mondo di Jonathan Edwards). Ma a 97 anni c'è un'impennata clamorosa, che porta l'AGC a 141,51%, considerato che il triplo eseguito a 97 anni è una cosa sovrannaturale. In pratica il nostro Jonathan per ottenere un salto corrispondente a quello di Ottaviani dovrebbe saltare... più di 25 metri! Chiaramente è un giochino, e qui ci fermiamo. Chi ha studiato l'algoritmo ha pensato ad un crollo prestativo dell'essere umano che evidentemente non segue la realtà. Infatti il record del mondo master M95, per collimare con quello all'aperto di Edwards, dovrebbe ammontare a 3,30, cioè quasi un metro e mezzo in meno di quello ottenuto da Ottaviani. Probabilmente nel prossimo futuro si cambierà questo algoritmo. 

13/07/13

Un Master tra i Cadetti: la lettera di Frederic Peroni

Qualche tempo fa, in seguito all'accoglimento della Fidal Lombardia di una proposta che si è rivelata vincente (ovvero ammettere la partecipazione di un master ad una gara cadetti sugli ostacoli), sono nate diverse discussioni sull'opportunità di far correre le due categorie insieme. I perbenisti, naturalmente, ritengono che sia una cosa sconveniente ("ma come, un vecchio tra quei giovani? E se perdono, che contraccolpi psicologici avranno mai quei ragazzi?"), mentre un'altra posizione ritiene che l'atletica non debba avere limitazioni del genere. Tant'è che nella limitrofa Svizzera, le serie di rincalzo delle gare sono già da secoli confronti intergenerazionali. Mi ha fatto partecipe della propria idea anche Frederic Peroni, appartenente alla Commissione Master della Fidal, che in risposta ad uno degli interventi letti su un altro sito, ha così commentato. Preciso che Peroni ha fatto in modo che Antonio Montaruli (M65) partecipasse a due gare con i cadetti in Lombardia, dove son caduti due record italiani master. 

Caro Ivan
prima di proporre questa novità mi sono informato sulle possibili modalità di messa in atto. L'indagine mi ha permesso di capire che la decisione può essere presa indipendentemente, a livello anche solo regionale, dunque il nazionale non c'entra. 
Essendo ad anno in corso era complesso cambiare il regolamento regionale a Giugno. 
Ho dunque proposto, anche sulla base del ristretto numero di ostacolisti, di concedere per quest'anno delle wild card nominative e giornaliere da richiedere con congruo anticipo sulla data della gara. Grazia Vanni ha accolto la proposta e ha informato Gerola che ha girato la mail a tutti i responsabili provinciali avvisandoli della novità. 
Non so perchè non ti sia arrivato il messaggio, a Como la settimana prima tutti sapevano prima di vedere Montaruli che sarebbe arrivato ad iscriversi. Per quest'anno va cosi, l'anno prossimo secondo la Vanni dovrebbe essere inserito con tutti i crismi nel regolamento regionale. 
La motivazione di tale scelta è esclusivamente tecnica e specifica agli ostacoli per alcune ragioni abbastanza semplici da capire. 
  1. chi da master corre le distanze piane ha molte gare junior/senior a disposizione in calendario, non ha necessità di ulteriori appuntamenti agonistici;
  2. i lanciatori, proprio perché è più facile ad una certa età lanciare che correre sono molto numerosi, e da anni hanno creato un circuito di gare loro dove lanciano gli attrezzi delle loro rispettive categorie. Ai campionati regionali sono numerosi e la gara ha un senso tecnicamente, i master ostacolisti a livello regionale gareggiano quasi sempre soli senza avversari; 
  3. per i saltatori la situazione è di difficile risoluzione per la presenza di misure di entrata (una sola altra misura concessa sotto questa quota) e asse di battuta. Il loro inserimento allungherebbe i tempi della gara. Una serie in più sono tre minuti, un atleta che passa un paio di volte alla terza prova sono quasi 15' in più di gara solo per lui. Da non sottovalutare che sono comunque nettamente più numerosi degli ostacolisti. 
I pochi ostacolisti non allungano i tempi della manifestazione, male che vada si fa una serie in più se proprio si è sfortunati. In tutta Italia gli ostacolisti sono meno di 50 tra 110 e 400 hs dai 35 ai 90 anni. Sono interessati da questa norma solo quelli sopra i 50 anni sui 400/300 HS dunque meno della metà. Sui 300 HS sono coinvolti dai 60 ai 69 anni circa cinque atleti in tutta Italia, se si mettono d'accordo e decidono di gareggiare nella medesima riunione cadetti significa una serie in più ovvero 3 dico tre minuti in più .....
L'obbiettivo di tale modifica viene raggiunto esclusivamente se masters e giovani gareggiano nella stessa serie perchè solo cosi i masters possono trarne un vantaggio dal punto di vista tecnico e cronometrico. 
Antonio Montaruli senza queste due gare con i cadetti avrebbe gareggiato quest'anno solo ai regionali masters, come unico atleta alla partenza, e ai campionati italiani masters se va bene con altri quattro avversari tecnicamente nettamente inferiori. Due sole gare nell'anno in Italia. Se per motivi di salute, famiglia o lavoro salta queste due gare va in Brasile ai Mondiali Master ad Ottobre senza una prova agonistica. 
Questa situazione di povertà di gare e avversari la vivono esclusivamente gli ostacolisti masters, ecco dunque la motivazione tecnica di tale scelta. 

Rispondo anche ad altri commenti. Un atleta giovane che ci rimane male perchè battuto da un master è un atleta sul quale non si può fare affidamento come futuro tesserato FIDAL, alla prima difficoltà mette la freccia ed abbandona. Sopra la porta del Centrale di Wimbledon è riportato un verso del famoso poema di Kipling intitolato "Se" che dice " ... se saprai incontrare vittoria e sconfitta e trattare questi due impostori allo stesso modo ... sarai un uomo figlio mio." Perdere da un atleta maturo non è un disonore ma deve essere il punto di partenza di una serie di riflessioni una fra tutte, "è possibile fare attività motoria e divertirsi anche in età avanzata". 
Un concetto fondamentale per ridurre la spesa sociale. Sono del tutto inutili quei giovani che si tirano il collo in allenamento per poi smettere a 25 anni nauseati dallo sport
Come sono del tutto inutili e dannosi quei masters che vivono lo sport come giovani atleti di elite dando un immagine errata del movimento
Atletica come condivisione tra due generazioni lontane, vedere per credere quello che è successo in questi due fine settimana con Antonio. 
I giovani sono inizialmente diffidenti ma se il master dimostra empatia e umiltà trasmette sentimenti e entusiasmo incredibili ai ragazzi. Per ottenere questo il master deve però dimostrarsi bravo non solo sugli ostacoli!!! 
Tutto questo è successo, chi ha visto può testimoniare. 
L'eccezionalità di tale evento non va comunque sovra-enfatizzato, i nostri vicini europei ci sono arrivati da anni ...... 

Frédéric Peroni

12/07/13

Il ricordo di Vittoriano Drovandi

(di Andre Santiago) - Era una bella e calda estate ed io, appena diciassettenne, mi aggiravo per i campi di atletica di mezza Italia partecipando ai miei primi meeting nazionali. Come un bambino che ha appena scoperto di essere bravo nel suo gioco preferito ero spensierato ma anche un po' frastornato da quel mondo nuovo che tutto ad un tratto aveva sostituito i ben più noiosi banchi di scuola e del quale avrei voluto sentirmi più partecipe. 
Fu in uno di questi meeting che lo vidi per la prima volta: la prima cosa che notai fu la polo bianca con la scritta verde, rossa e azzurra "high jump team italy" e stirata alla perfezione, era un uomo alto con una postura dritta, elegante, lo sguardo fiero e la bocca incorniciata dai baffi bianchi. 
Mi colpì tantissimo ricordo di aver pensato che sicuramente avrebbe riferito a qualcuno quanto male saltavo tecnicamente, avrebbe certamente avuto un giudizio severo, come severo mi era sembrato lui stesso. 
Quello stesso anno riapparve più volte: stessa polo, stesso modo di guardare le gare, stesso sguardo indomito e stessa sensazione da parte mia di grande rispetto verso questa figura sconosciuta. 
Lo rincontrai qualche anno dopo nelle parole di un suo atleta e mio amico, Andrea. 
Scoprii così che si chiamava Vittoriano ed era stato anche lui un saltatore in alto. Si dedicava ora a seguire un paio di atleti a Livorno, la sua città. 
Nelle parole di Andrea quell'uomo all'apparenza così severo si svelò come persona buona e cordiale, con il quale era facile sentirsi in famiglia e che con i ragazzi ci metteva tutto il cuore. 
Ebbi modo di incontrarlo lo stesso anno dopo i campionati italiani assoluti; poche semplici parole scambiate dopo le gare, mi disse sorridendo e con uno sguardo buono ma molto profondo quanto fossi giovane e quanta strada ci fosse ancora da fare per me. 
Da quel giorno per me rivederlo in qualsiasi occasione è sempre stato un piacere, fermarsi e scambiare qualche opinione su questo o quel salto e su come andava la stagione. 
In questi giorni tutti questi ricordi mi si sono affollati in mente senza un ordine logico, alla rinfusa. 
È come se un pezzo del nostro mondo fosse andato perduto e a me che pure non avevo nessun legame stretto con lui mancherà non ritrovarlo a bordo pedana con il suo sguardo fiero. 
Spero un giorno di poter essere una persona altrettanto degna e di poter guardare negli occhi un ragazzo che ha tutte le possibilità davanti a sé con la stessa bontà e serenità perché vorrà dire che almeno la mia "carriera d'uomo" (se non anche quella di atleta) è stata positiva. 
Grazie per quello che ci hai insegnato, ciao Vittoriano.

Un record al giorno: Matteo Rubbiani sale a 5,30 nell'asta M35

Tra i tanti record migliorati da segnalare, troviamo anche la nuova miglior prestazione M35 ottenuta dall'Aeronautico Matteo Rubbiani, che sulla pista profetica di Modena, il primo di giugno, ha saltato quello che rappresenta un ulteriore miglioramento del suo precedente primato: 5,30 (qui il link ai risultati della gara). Il 25 aprile, sempre sulla stessa pedana, Matteo aveva già migliorato per la prima volta all'aperto il precedente primato di Marco Andreini che risaliva addirittura al 1997 (5,20 a Rieti) saltando in quella circostanza in 5,22. Anche al coperto Rubbiani ha tolto il primato ad Andreini, ma spostandolo da 5,30 a 5,40 (dopo un passaggio a 5,33). Tutti i primati ottenuti dal modenese sono stati saltati a... Modena. 

11/07/13

Il rigor mortis dei lanci in Italia

So che con questo post farò inquietare qualche tecnico e atleta che dei lanci vive e perde molto del proprio tempo per cercar di migliorare tecnicamente e perchè no, cercarsi di ritagliare uno spazio nel consesso internazionale. Però sono uno spirito libero e devo necessariamente dire ciò che penso (sperando di non urtare la sensibilità di nessuno... anche perchè questi son mediamente grossi). Chiaramente la mia è una ricostruzione da esterno, senza conoscere com'è organizzato il mondo dei lanci in Italia. Mi baso solo ed esclusivamente su quello che vedo, e questo, lo ammetto, mi dà una visione parziale del problema.

Lo spunto me l'ha dato Daniele Secci agli Europei U23, uscito malamente in qualificazione da quella che con il senno del prima (visti i successi in età giovanile) sarebbe dovuta essere una manifestazione ampiamente alla sua portata. Ora, chi mastica atletica da anni, percepisce che statisticamente uno che arriva nelle prime posizioni a livello internazionale, la sua carriera, piccola o grande che sia, tra i primi a livello globale se la fa. Soprattutto se ha la possibilità di vivere per quella cosa come la principale attività della propria giornata. Naturalmente Daniele Secci è uno che si spacca la schiena (presumo) in allenamenti, che fa sacrifici quotidiani... insomma, non è certo colpa sua se oggi non è ancora arrivato ai 20 metri che rappresentano la porta d'ingresso al Nirvana dei Lanciatori di Peso. 

Vista da fuori la scena del crimine, l'ecatombe di giovani lanciatori non può alla fine non essere circoscritta con una striscia gialle-nere (riportante "crime scene - do not cross") ad una questione tecnica. Non è possibile che dati 100 lanciatori promettenti, non ne arrivi più nessuno al traguardo. Come dire: è stata sfatata anche la teoria dei grandi numeri, che vuole che da una popolazione di "soggetti", almeno una ogni tanto esca dall'anonimato e faccia la sua carriera internazionale. Nei lanci in Italia, quei "soggetti" si bloccano quasi tutti indistintamente. Faccio la provocazione: se non ci fosse una guida nei lanci, un sentiero comune, federale, ma ognuno dei tecnici che seguisse un talento facesse da sè, ci sarebbero molte più opportunità di vedere dei campioni nei lanci. 

Ora, un'analisi seria di un problema deve partire da una presa di coscienza dell'esistenza stessa del problema. I lanci in Italia sono una specialità defunta. Penso che sia sotto gli occhi di tutti quello che succede sistematicamente a livello internazionale, dove i più talentuosi atleti italiani ormai non arrivano da tempo. Rubinetto chiuso. Tutti spiaggiati come i delfini a boccheggiare. E' come se ci fosse una sorta di cancello posizionato tra le categorie junior e le promesse, dove tutti si fermano col biglietto in mano. E il problema si è trasferito anche sugli atleti ormai rodati (tranne un paio di navigate eccezioni) dove per chissà quali problemi tutti italici, quasi nessuno riesce ad ottenere le proprie migliori prestazioni stagionali nella manifestazione che conta di più durante l'annata... o nella carriera! Dovrebbe essere pacifico che se punto ad una manifestazione, la fisso nel planning annuale, in quel giorno io possa e debba dare di più... la stagione deve essere un climax verso l'acuto, non il contrario e se la controprestazione può essere statisticamente ammissibile, non è concepibile che avvenga nel 95% dei casi quando si parla di lanciatori italiani. Se non si parte da qui, è inutile continuare di cercare di rianimare il cadavere con i defibrillatori. E' morto! Si faccia autocritica a livello centrale sulle questioni di natura tecnica, e da lì si parta per far rinascere una nuova idea di intendere questo mondo sportivo, sia a livello organizzativo, che di sfruttamento delle risorse umane. Tabula rasa e ripartenza, mi sembra la cosa più giusta da fare.

Altro punto di partenza imprescindibile da interiorizzare: il problema è sistemico, non è più giustificato sostenere che sia colpa dei singoli atleti o dei rispettivi allenatori. Le evidenze smentiscono che le colpe possano ricadere (solo) sui soggetti che compongono il sistema, spostando l'attenzione sul sistema stesso. Sistemico significa che a livello tecnico le informazioni che circolano che riguardano i lanci in Italia sono sbagliate. Penso che se non esistesse un'entità centrale, probabilmente si avrebbero risultati migliori: l'assoluta casualità creerebbe più situazioni vincenti nelle quali qualcuno potrebbe emergere. Basta fare questa riflessione: nelle categorie giovanili ci sono molti talenti che seguono percorsi vincenti (che poi si interrompono quasi sempre quando sono sulla rampa di lancio) proprio perchè più svincolati dalla cultura tecnica generale. E' l'assoluta casualità che guida i loro successi (oppure dalle intuizioni dei rispettivi tecnici che non sono inquadrati nelle strutture tecniche della Fidal).  

La situazione tecnica attuale, invece, dimostra se non altro un aspetto vincente, ovvero che l'organizzazione informale funziona molto bene come metodo di diffusione delle informazioni (infatti, tutti, senza distinzione alcuna, ottengono gli stessi risultati... cioè molto negativi), mentre, appunto, il contenuto di queste informazioni è purtroppo contrario a quello che ci si auspicherebbe. Detto in altro modo: funziona l'organizzazione (informale e formale) per quanto riguarda la diffusione del sapere; peccato che sia diffuso un sapere decisamente errato, visti i risultati. 

Da profano faccio solo un esempio: il taper, ovvero il periodo d'allenamento immediatamente precedente alla gara clou. I risultati a livello internazionale dei nostri lanciatori, dimostrano nel 90% dei casi (a naso...) (una volta comparati i risultati ottenuti nella grande manifestazione con quelli medi ottenuti nella stagione dai singoli atleti) che gli azzurri arrivano scarichi, molli, con sensazioni da loro stessi definite come strane (andatevi a sentire le litanie giustificative sentite in tutte le  interviste post gara dalla Caporali... nemmeno in funerale del sud si sente tanto scoramento). Ora, mantenendo il mio ruolo da profano, mi chiedo: ma non è che il taper in Italia sia completamente sbagliato? E' inutile (presumo) andare a Tirrenia o Formia, e lanciare la settimana dei mondiali 80 metri di martello, se poi il giorno della gara ne lancerò 70. E così tutto il settore lanci. Bisogna interrogarsi e fare autocritica sul taper, o no? Mi sembra pacifico! Invece fa quasi rabbia rivedere commettere gli stessi errori, con gli stessi deprimenti risultati, ad ogni manifestazione da anni. Oh, sveglia!! Se lanci mediamente 75 metri di giavellotto per tutta la stagione, non puoi lanciarne 70 il giorno più importante della tua carriera, quando dovresti avvicinarti al Pb, o starci poco sotto. Viene fatta questa autocritica? Non lo so. 

Pensavo che preliminarmente si sarebbe dovuto studiare il problema a livello epidemiologico, ma penso che si possa pure tralasciare questa parte. Lo sappiamo tutti che è così, senza conoscere i dati precisi. Si può risparmiare tempo. Ciò vuol dire che qualcuno (presumibilmente in Fidal) dovrebbe mettere in discussione tutto, e guardare gli esempi vincenti, che purtroppo sono solo all'estero. Perchè non studiare ad esempio il sistema tedesco, che partorisce ad ogni stagione (e ad ogni categoria) campioncini che poi si affermano a livello internazionale. Non piangiamoci addosso, per favore, sul reclutamento, su come portare lanciatori in pedana, perchè l'identikit del giovane lanciatore subisce molto meno le sirene degli altri sport. Il fatto di esser geneticamente più "piazzato" delimita il range di sport praticabili in maniera vincente. Quindi si parta dal fatto che esista una popolazione di lanciatori, molti dei quali potenzialmente promettenti, dai quali dover tirar fuori una percentuale significativa di atleti di primo piano. Non nulla come adesso.

Cosa fare? Per iniziare non ho dubbi: rinnegare o quanto meno essere permeabili a nuove metodologie di allenamento, o quanto meno, mettere in dubbio la costruzione delle programmazioni attuali. Perseverare sarebbe diabolico. Un mio zio era solito dirmi: la sai la storia della fuga del cavallo morto...?