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06/09/13

Senza professionismo non si vincono medaglie, a meno che...

Non so se sia nata da qualche parte qualche discussione sulla via al Professionismo italiano nell'atletica leggera su cui sto battendo da qualche tempo (qualcuno mi dà ragione, per fortuna, ragion per cui persevero). Io continuo a battere sul chiodo, perchè ormai me ne sono convinto: senza professionismo non esiste atletica di vertice. Anzi, estendiamo il concetto: senza professionismo non esiste lo sport d'elite, e le prestazioni da medaglia possono avvenire solo una volta in carriera, e non certo come 

E il professionismo non lo si ottiene con il volontariato, com'è arcinoto, ma solo ed esclusivamente con le risorse, ovvero in primis con i dindi. Inutile prenderci in giro. Quindi, metto io le mani avanti per Giomi: a Rio se andrà bene, sarà solo perchè il caso avrà voluto che fosse così. Perchè non si vedono francamente strade tramite le quali si professionalizzerà nessun azzurro nei prossimi tre anni, quindi, benchè vi sia chi detenga le potenzialità per arrivare a contrastare i migliori al mondo, di fatto non si potrà competere con chi degli strumenti della professionalizzazione attinge a piene mani. E visto che i meccanismi ad incastro sono sempre più stretti, vuoi anche per la crisi o una probabile fuga di sponsor dall'atletica, è probabile che in un sistema di risorse scarse, chi è professionista cerchi di impegnarsi di più e di investire di più su sè stesso. Quindi il professionista diventa più professionista. 

In uno scenario che si riempie sempre più di professionisti, dove vogliamo andare? Non sto qui a ricordare come l'atletica d'elite italiana sia in realtà un esperimento mal riuscito di semi-professionismo, in cui i soldi finiscono sotto forma di stipendio ad un gruppo di atleti ritenuti da un manipolo di società militari come i migliori in circolazione. Poi ci sono a disposizione le risorse della Fidal, quei 19 milioni di euro che sembrano tanti, ma che poi sono i guadagni che fa Bolt nello stesso anno. Bè, con 19 milioni di euro Bolt può permettersi un bel e cospicuo staff, e tutti gli annessi e i connessi, cosa che non può fare evidentemente il Signor Fidal con una moltitudine di atleti e tecnici da seguire. Anche perchè, è logico, i soldi se ne vanno via per mille rivoli: dall'apparato burocratico, a tutto il personale, agli stipendi dei vertici, ai viaggi, alle strutture centrali e periferiche. Bolt non deve pagare un intero palazzo burocratizzato, con tutta evidenza. 

Due anni fa pubblicavo un articolo sui finanziamenti forniti agli atleti top (probabili olimpici) da parte dell'USATF (la Federazione Americana di Atletica) comprandoli con quelli della Fidal: ebbene, nonostante le palesi differenze (e i risultati) la cifra era simile! 4 milioni di euro in entrambi i casi... all'anno. Allora non avevo ancora focalizzato che quei 4 milioni non erano che noccioline rispetto al vortice di denaro che gira attorno al professionismo e agli atleti americani professionisti. Ma quindi che fare? 

Ora dirò una cosa che mi attirerà molte antipatie... ma lo scrivo lo stesso. In Italia gli atleti "potenzialmente" top-player, appartengono nel 99% dei casi a formazioni statali (non chiamiamole più militari: la Polizia è stata smilitarizzata nel 1981). Come scrivevo, i 1500 euro medi che percepiscono, lungi dall'essere disprezzabili, vista la crisi senza vie d'uscita in cui ci si è infilati, non consentono alcuna forma di professionalizzazione. Come pagare un tecnico, un fisioterapista, un osteopata, gli integratori, i viaggi, con quella cifra? Alla fine l'unica vera risorsa che fa la differenza con gli "altri" è il tempo, perchè si è pagati per fare esclusivamente quello. L'atleta. Solo che poi questi atleti si affidano a tecnici non professionalizzati, perchè per quest'ultimi il tempo da dedicare all'atletica è residuale a causa degli umani patimenti, non essendo lo sport la fonte di sostentamento... almeno diretto. E quando si aggiornano? E quando sperimentano? E quando teorizzano basandosi solo sull'esperienza sul campo se un lavoro comunque lo devono svolgere? Quindi siamo di fronte ad uno dei tanti black-out del nostro circuito sportivo: atleta con risorse (pochissime) con tecnico senza alcuna risorsa. Un'atomizzazione di un Sistema, che in potenza vorrebbe essere integrato, ma che di fatto è disgregato in miriadi di unità scarsamente connesse tra di loro.

Ora, a me pare che una forma embrionale di professionalizzazione (con troppi paletti, invero) possa essere data inizialmente solo da un passaggio: gli atleti si devono radunare permanentemente in un luogo. I raduni Fidal una tantum non ho capito ancora che senso abbiano mai avuto, visto che in veste di stage di allenamento riescono a violentare i planning dei singoli atleti (magari organizzati con un anno di anticipo) come rami di cedro innestati su una canna di bambù. E' più che noto che la professionalizzazione passa per "gruppi" al seguito di staff dall'allenatore che ci mette poi il nome. Ma poi esistono realtà talmente ramificate, dove lo staff si dota di professionisti per ogni momento e fase dell'allenamento. Chiaramente, più soldi, più opportunità. Più opportunità, più conoscenza, più strategie vincenti. E più medaglie, più denaro... e si ricomincia.

Perchè quindi radunarsi in un posto? Per convogliare le risorse e farvi accedere più persone. Allo stato attuale siamo di fronte ad una parcellizzazione gigantesca di tentativi di emersione dei singoli atleti: ogni allenatore ha la sua teoria, e la persegue in piena autonomia, nel suo luogo di allenamento. Ora sembra che sia proprio il nuovo mandato Fidal a incentivare questa formula, abbandonando quella sorta di sistema integrato delle conoscenze, che forse è stato l'unico modo per diffondere qualche nozione (anche se spesso errate in quanto frutto di spirali di onnipotenza priva di substrato, visti i risultati). Ma abbiamo visto che gli allenatori italiani non sono professionalizzati, quindi, quando l'atleta evolve con dinamiche fuori controllo, è già successo troppe volte che quello stesso tecnico non sia poi riuscito a gestirlo, e nella quasi totalità dei casi, i missili sono implosi in volo. 

Allenarsi sulla pista di casa è sicuramente comodo per mille motivi: perchè si hanno tutte le agevolazioni di una vita tranquilla, i propri ritmi e i propri affetti. Ma nessun professionismo, per quanto detto e ridetto... penso che il tempo in più a disposizione non venga certo speso quotidianamente per la rigenerazione o la preparazione, visto che costa e quanto percepito non lo permetterebbe: presumo che il massimo per un atleta di medio livello stipendiato dallo Stato sia un massaggio una volta alla settimana, con i 25 euro dati in nero all'amico massaggiatore. Dove si vuole andare così? A vincere le Olimpiadi? Il mio amico Piero faceva sul forum una giusta constatazione: al Decanation 8 atleti su 20 non appartenevano ai gruppi sportivi. Il 40%. E questo nonostante la differenza di opportunità! Tutti le altre centinaia di atleti statali com'è noto non sono andati ai Mondiali: quindi dov'erano? In realtà non hanno colpe, perchè semplicemente non sono professionisti e come tali non sono tenuti a mostrare alti range di prestazioni.

Ecco, secondo me fare il professionista vuol dire fare una scelta di vita che comporti dei grossi sacrifici, talvolta tremendi: la scelta di stare a casa ad allenarsi comporta che le condizioni generali rispetto alla pre-entrata nel gruppo statale, non siano variate minimamente. Non avendo una quantità di denaro sufficiente alla professionalizzazione, che si fa oltre le due o tre ore di allenamento? Ne mancano ancora 21... mettiamoci le 8 ore di sonno: 13 ore al giorno. Che si fa? Ebbene, molti di questi ragazzi, giustamente, si iscrivono all'Università, oppure danno una mano all'azienda di famiglia, o fanno mille piccole cose, ma dubito che qualcuno di essi passi altre 3 o 4 ore a pensare a rigenerarsi. Da qualche altra parte del mondo, però, i loro avversari si allenano, si studiano, si fanno massaggiare, trattare... pensano e vivono d'atletica per molte ore del giorno. L'allenamento dell'italiano ci mette due giorni per essere recuperato, quello del suo ipotetico avversario uno solo, perchè avendo a disposizione delle risorse, le impiega per curarsi e riabilitarsi. 

Ecco perchè dico che se la Montagna non va a Maometto, è necessario andare alla Montagna direttamente. Formare gruppi collegialmente presenti nel luogo dell'allenamento per molte settimane all'anno, in centri (magari i rispettivi Gruppi Sportivi) che abbiano tutte le opportunità e le strutture mediche e terapiche che autonomamente non si potrebbero avere. Chi allenerebbe? Ecco la prima domanda che sorge d'obbligo. Ebbene, qui sta nello spessore intellettuale delle persone capire che in questi centri debba nascere e svilupparsi un'esperienza tecnica nuova, con soggetti che facciano i tecnici per professione, non insegnanti distaccati a seconda del mandato elettorale. Lo stallo sistematico degli atleti nella totalità delle specialità è la dimostrazione che c'è un corto circuito tecnico che va superato. Che siano centri federali, i centri già esistenti delle forze di Polizia, e qualunque altra cosa, se si vuole davvero avere un'atletica di vertice, bisogna fare un passo avanti. Quindi è perfettamente inutile che per anni si speri di vincere medaglie a livello internazionale, sperperando risorse "una tantum" se il tessuto sociale dell'atletica italiana è poco più che amatoriale! A questo punto sarebbe sufficiente un profondo bagno di umiltà, ammettendo l'impossibilità di competere con le organizzazioni più strutturate e ricche di risorse, e quello che verrebbe risparmiato lo si devolverebbe alla diffusione di questo meraviglioso sport tra i giovanissimi e a tutti i tesserati. Poi i risultati arriveranno. 

25/08/13

Gli italiani Assoluti Meritocratici: rinnovo la proposta

Foto Fidal/G. Colombo
Partiamo da questo assunto: a parte gli atleti top, che non hanno certo problemi nell'ottenere i minimi, per la maggior parte degli atleti delle categorie assolute, diventa una guerra contro il tempo e i tempi (e le misure). La crisi come manifestazione dei Campionati Italiani Assoluti nasce dalla povertà del numero dei partecipanti. Il modello francese secondo me è azzeccato: più che un "minimo" di partecipazione, un "numero chiuso" di partecipanti, con rigide regole per chi non dovesse partecipare (comprese sanzioni, o impossibilità di poter essere convocati ad altre manifestazioni). Il numero chiuso deve permettere l'effettuazione di 3 turni (nella velocità e negli ostacoli), due (o tre) per il mezzofondo veloce, e di una qualificazione nei concorsi. In pratica una simulazione di una grande manifestazione, così da "provare" all'opera gli atleti. Prendiamo i 100: 32 atleti.

Come selezionare quindi i nostri 32 atleti? Sarebbe troppo difficile individuare un minimo ad hoc: direi impossibile. E' da tempo che propongo un sistema di valutazione delle prestazioni come nel tennis, ovvero un ranking che non valuti solo "una prestazione", ma le prestazioni degli atleti in un dato periodo di tempo, mettiamo un anno, come nel tennis. Difficile? Assolutamente no: basta un banalissimo algoritmo inserito in un software, interfecciato col Sigma, e i punteggi sarebbero già tutti a disposizione. Di fatto si premierebbero gli atleti con maggiore spessore tecnico, rispetto a quelli più "fortunati", ovvero che nella giornata di grazia, nel posto giusto e col vento giusto, avessero ottenuto in una sola circostanza il tanto sospirato minimo per gli Assoluti.

Ebbene i magnifici 32 basterebbe estrarli in questo ranking che non premierebbe più la prestazione una-tantum (il minimo è fatto quasi sempre in condizioni ottimali), ma lo spessore dell'atleta nell'ultimo anno di gare. Magari si prendano i primi 28 atleti, e 4 wild-card concediamole al CT in maniera tale da poter inserire, che so, l'infortunato lungodegente o il giovane che meriterebbe come premio dell'annata, il palcoscenico dei Campionati Italiani Assoluti.

Alcuni ranking sono già disponibili in rete, come quello di All-Athletisc, che attribuisce punteggi basandosi sulla prestazione, sulla tipologia di manifestazione in cui è stato ottenuto, sul vento (nel caso di salti e velocità), sulla posizione ottenuta nella manifestazione e pure sul turno in cui si è ottenuta la prestazione. Meglio di così! Qui sotto il semplicissimo calcolatore di All-Athletics, dove basta inserire i dati per ottenere la prestazione.



Poi si potrebbero inserire tutti i parametri di questo mondo, tipo che si possono prendere in considerazioni i 6 migliori punteggi e stilare il ranking sulla media di quei 6 risultati. Poi la durata d'analisi: i ranking potrebbero avere, come dicevo, la durata di un anno, ma i punteggi ottenuti prima di un determinato lasso di tempo rispetto all'attuale (facciamo dai 6 agli 8 mesi e fino al 12° mese), perderebbero una determinata percentuale del loro valore. Mettiamo di aver corso un 10"90 nel settembre del 2012 che al tempo valeva 1000 punti. A 11 mesi di distanza quei 1000 punti, se non ho ottenuto punteggi migliori nei 6 migliori punteggi e visto che sono decorsi i 6 mesi, inizieranno a deprezzarsi "progressivamente", in percentuale, proprio perchè ottenuti in un periodo molto distanti temporalmente rispetto al periodo attuale. Il metodo è quello tennistico, che comunque, bisogna dirlo, determina una classifica che si plasma sulle reali bravure dei tennisti. 

Il metodo potrebbe essere anche utile a formare le batterie nei diversi meeting. Oggi il Sigma è stupido in tal senso: sono andato a Donnas un paio di anni fa, ho corso un tempo nettamente superiore alle mie reali possibilità, e per un anno sono finito immeritatamente nelle prime serie di tutti i meeting cui ho partecipato. Il ranking "limiterebbe" l'impatto di un tale risultato, anche perchè il vento verrebbe "pesato" per quanto era forte. Avrei spostato soltanto la mia posizione generale di qualche rango, ma non di un'intera generazione di sprinter! Qui lo dico e non lo nego: a questo punto erano meglio le iscrizioni "a mano" dove si inserivano i tempi a discrezione. A parte qualche "pazzo" ci si autoregolava meglio che il Sistema del Sigma, che addirittura cancella del tutto chi non ha risultati nell'attuale stagione, relegandoli nelle serie senza tempi. Con una classifica diacronica, anche chi non ha risultati nel presente anno, avrebbe comunque un piazzamento che gli garantirebbe una certa classifica... magari dopo aver perso qualche posizione, ma nel nome di una maggiore meritocrazia. 

E poi a livello organizzativo sarebbe l'optimum, perchè già prima di iniziare i campionati nazionali, si potrebbe conoscere il numero degli iscritti e quindi il planning delle gare.

Io continuo a buttarla lì, nel nome del merito, più che della fortuna. 

25/07/13

Un altro contributo sulla diffusione dell'atletica: portiamo l'atletica fuori dagli stadi

(di Simone Zarantonello) - Scusate se mi intrometto.
Ho letto l’articolo sulla rivoluzione dal Basso per richiamare il pubblico. Non entro in merito sulla positività delle proposte, mi spiace non ho la possibilità di farlo, anche se a mio avviso alzare i minimi di partecipazione mi sa sempre da sconfitta, visto che il miglioramento è continuo in tutto il mondo con continui (anche se più radi) ritocchi ai record dovrebbero seguire quindi dei miglioramenti anche nei minimi. 
A titolo di esempio, ai miei tempi da allievo il minimo di partecipazione ai campionati nazionali era 51" sui 400 metri (me lo ricordo bene perché ho fatto 51"1…) mentre adesso è 52" non credo che questo abbia portato un miglioramento, e mi sembra una regressione più che una conquista. 

Ma parliamo del pubblico, il punto sta in due fattori a mio avviso determinanti: cultura e apertura che sono pure interconnessi. 

Mi spiego con degli esempi (e con delle provocazioni): 
  1. perché in Italia lo sport più seguito è il calcio? 
  2. Perché in Norvegia lo sport più seguito è lo sci di fondo? 
  3. Perché in Olanda lo sport nazionale è il pattinaggio 
  4. Perché in America metropolitana lo sport più seguito è il basket? 
  5. Perché in Giamaica lo sport più popolare è la velocità? 
  6. Perché in Kenia lo sport più popolare è il mezzo fondo 
Provo a dare delle risposte:
in Italia lo sport più seguito è il Calcio perchè tutti (anche a me che l’ambiente mi fa venire la nausea) sappiamo come funziona, tutti hanno fatto almeno una volta in vita loro una partita di calcio o calcetto (ho visto che la fanno anche i non vedenti, complimenti!). Questo perché fa parte della nostra cultura, dall'inizio del 900 in ogni paesino c’era la chiesa, il campanile e dietro il campo da calcio, che è diventato un luogo ed un momento di aggregazione. 

Da qui in Norvegia lo sci è un mezzo di movimento come in Olanda il pattinaggio è un fatto culturale, infatti li Enrico Fabris era popolarissimo mentre era quasi sconosciuto in italia, come in Kenia la corsa è un fatto di vita quotidiana. In America nelle città in ogni angolo della strada (esagero) c’è un canestro, mentre se si va nell'America rurale tutti hanno una mazza da baseball, la quale serve sia per giocare che per difendersi (infatti in un viaggio di lavoro in Virginia ad Ahsland il mio collega Roger di 65 anni andava in giro in macchina con due mazze da baseball, non certo per giocare). Va da se che in Giamaica la velocità è un fatto ormai culturale. 

Quindi un'attività che diventa di fatto parte della vita quotidiana diventa cultura, e con la cultura riesci ad apprezzarla. Porto un altro esempio se io vado in una galleria d’arte moderna, ma anche arte classica, osservo i quadri e spesso mi dico: “ booo!”. Provate a fare un giro in una galleria con un critico o uno storico, uscite che camminate 10 cm più alti, l’ho provato, questo perché mi manca la cultura e quando hai la possibilità di averla di si apre un mondo davanti. 

Credo che gran parte della gente comune manchi di cultura e se anche viene a qualsiasi evento di atletica probabilmente dirà tra se e se “booo!”, a meno della presenza di un Bolt, ma solo per il peso delle sue prestazioni , assolute (è come vedere il David di Michelangelo sempre come parallelo artistico) però a mio avviso è molto più “spettacolare” un salto della Vlasic che un 100 di Bolt. La cultura, e quindi la conoscenza, da forza all'attività. Non a caso in Italia negli ultimi 20 anni l’unica specialità in atletica che ha dato risultati abbastanza continuativi (a parte la nicchia della marcia determinata più da volontà e capacità del singolo), è stata la maratona, con i vari Pizzolato, Bordin, Leone, Baldini, tanto per far 4 nomi (senza contare le fortissime rappresentanti femminili), infatti l’unica attività di atletica Nazional-popolare in Italia sono le maratone e le mezze maratone (ogni paesino ha la sua maratonina con chiesa campanile e campetto di calcio annesso). Da qui l’apertura! 

Fin che stiamo dentro ai nostri Stadi e ci auto guardiamo, come pensiamo che vengano frotte di spettatori? Siete mai andati a vedere un saggio di danza o di musica senza che ci partecipi un qualche vostro parente? Ricordo che nelle nazioni forti prima fanno “atletica fuori dal campo”, poi la fanno dentro. Se vogliamo riconquistare “quote di mercato” dobbiamo spiegare l’atletica. Le azioni sono (a mio umilissimo punto di vista): in primis la federazione deve spingere perché l’atletica sia insegnata alle scuole (cosa che già sta facendo).  Secondo dal basso noi (inteso come società, allenatori dirigenti, appassionati, atleti) dobbiamo portare l’atletica fuori dagli stadi
  • più eventi in piazza! Si corre sull'asfalto, vabbè, lo fai una volta sola, non usi le chiodate;
  • magari aperti anche al pubblico, dopo la batteria dei top fai correre i ragazzini 
  • più eventi spettacolo, un 1500 è noioso in piazza, prova a fare un “americana” con l’eliminazione dell’ultimo atleta su un giro di 200 metri; 
  • più attività di squadra che di singolo, fai 5 prove con varie società e dagli un punteggio, serve a poco ma alla massa è più avvincente.
  • Evitiamo di puntare al risultato: nel senso che l’obbiettivo è lo spettacolo ed il divertimento non il tempo, per cui facciamo distanze spurie, i 70 metri per la velocità, l’americana per il mezzofondo, una staffetta alla svedese, il salto in alto con pedana elastica… Prima dobbiamo far crescere l’interesse nelle famiglie, poi arriveranno i ragazzi linfa per lo sport (ti potrà arrivare un master, meglio una macchina in più per le trasferte!). Quando allenavo l’obbiettivo primario era far divertire i Ragazzi non farli andare forte, quello arriva dopo, quasi in automatico. Dobbiamo vendere bene la nostra merce: per spiegare questo porto un esempio fresco: la bravura dello speaker ai campionati Master di Orvieto, sembra una cretinata, ma a chi era in tribuna ha fatto piacere uno speaker preparato ed in grado di attirare l’attenzione sugli eventi.
  • Per ultimo dobbiamo fare leva su aspetti che connotano il fare atletica in modo bello e sano, sull'amicizia e sul fair play, sulla voglia di stare insieme e di fare atletica insieme, che non incide sull'agonismo. Ed anche qui per spiegarmi porto un esempio: una grande leva che ha fatto aumentare l’interesse del Rugby in Italia (oltre che a spiegarlo a scuola) è stata la “vendita” del cosiddetto Terzo tempo! La gente stufa dell’atteggiamento nauseante del calcio giocato e parlato, ha trovato un ambiente più piacevole e rispettoso, infatti adesso anche il calcio cerca di cambiare, non per volontà ma per necessità. 
Occorre quindi seminare e seminare, ovviamente in un terreno non certo (ma noi atleti siamo abituati a fare molta fatica dagli esiti non sempre certi…), magari potrà succedere che l’interesse delle masse aumenti, aumentando magari gli sponsor, chissà... Concludo richiamando cultura ed apertura, pilastri un po’ in tutte le cose, quando mancano abbiamo recessione crisi impoverimento, on credo di dire nulla di nuovo sotto il sole.
 Disponibile per ogni confronto e disponibile a dare una mano per quanto di mia possibilità. 

Simone Zarantonello, Master Atletica Vicenza. 

04/01/13

L'azienda Fidal e l'utopico Ufficio "Studio, Sviluppo e Progettazione" Atleti

Se in via estremamente ipotetica la Fidal fosse un'azienda che sfornasse il prodotto "atleti" come bene materiale e io ne fossi l'Amministratore Delegato ( faticosamente appena insediato dopo uno scrutinio serrato con l'altra cordata reazionaria) una delle prime cose che farei appena assiso sulla nuova poltrona in pelle umana, sarebbe alzare la cornetta e chiamare i responsabili del settore "Studio, Sviluppo, Progettazione degli Atleti". "Come... non esiste questo Ufficio??" ribatto alla segretaria. Non c'è problema: lo creo. Ci ritroviamo così, dopo pochissimo tempo, nella mia bella sala riunioni con vista sulla iridescente e mondana Via Flaminia. Insonorizzata, naturalmente. Ho voluto farmi assistere da persone con un minimo di capacità organizzative, piene di entusiasmo, con percorsi universitari nella raccolta di statistiche e nella loro successiva elaborazione: non mi faccio affiancare certo da soggetti scodinzolanti: a me servono persone pensanti, non portaborse o utili idioti che mi sostengano quando c'è da votare qualche cosa. Sono fatto così e questa è la mia azienda... gli altri la portassero avanti come vogliono. 

Il primo incontro con i miei professionisti è quello più importante. Devono capire sin da subito quello che voglio da loro. Sono rimasto in questo campo da troppo tempo e ho un mio pallino che vorrei condividessero per poi tradurlo in uno studio, in un lavoro. 

"Ragazzi, ho un problema...". I ragazzi mi guardano, pronti a scrivere sul loto taccuino e a porre eventuali domande. "Allora, il settore produzione funziona... più o meno. Ogni tot anni abbiamo l'atleta fuoriserie... ci vince le medaglie, e siamo tutti contenti. Gli operai, ok, non percepiscono grandi stipendi, ma chissà come riescono sempre a plasmare ottimi prodotti con costi della manodopera assolutamente incredibili: nemmeno in Cina riescono a produrre atleti a prezzi così concorrenziali". I ragazzi, naturalmente, assentono: la manodopera dei plasmatori di atleti molto spesso è uguale a zero. "Poi abbiamo la fortuna dei contributi statali che ci consentono di portare avanti la fase evoluta del prodotto "atleti". Abbiamo diversi impianti, come sapete, sparsi sul territorio: in Veneto, nel Lazio, in Emilia... Anche qui, bene o male che sia, c'è. Funziona e non funziona: ci lavoreremo su con altri settori dell'azienda per ottimizzarli in sinergia con il nostro Ufficio: sono troppo distanti da noi al momento ma deve cambiare il sistema di produzione. Il mio problema è da un'altra parte...". I ragazzi, si guardano: nessuno si distrae. "Sulla ricerca di materie prime (gli atleti), anche lì, ci sarà un altro settore della ditta che si occuperà delle problematiche: sappiamo bene cosa bisogna fare e dove cercare queste benedette materie prime... Il problema è complesso ed entriamo in concorrenza con altre imprese fortissime... ma ce la faremo, vedrete. Ecco quindi il problema: com'è possibile che dalle materie prime che faticosamente riusciamo ad estrarre dal territorio, otteniamo 100 atleti e che poi dopo soli pochi anni dalla produzione, ne arrivino alla "commercializzazione" solo cinque o sei? Dove sono finiti gli altri 94 o 95? Ma soprattutto: di quei 94 o 95, dove sono finiti tutti quelli che erano i prodotti migliori, quelli che erano in testa alle classifiche di qualità, ovvero le loro categorie, quelli che erano talmente perfetti da aver siglato dei record regionali e italiani... dove sono? Io qui, sulla carta, ne vedo appunto pochissimi pronti da vendere: eppure tutte quelle prestazioni mostruose le hanno ottenute solo pochi anni fa! Ci abbiamo rimesso un sacco di investimenti di "tempo"... e per fortuna la manodopera era quasi gratuita... 

Ok, ora viene il bello: "quindi ho pensato ad una cosa: non c'è sviluppo di questa azienda se non si comprende perchè ciò che è seminato, ovvero i nostri investimenti di tempo degli operai, siano andati in fumo! Voglio sapere dove siano finiti questi ragazzi! Ne và del buon nome dell'azienda!". Mi rendo troppo tardi di aver alzato la voce... ma nessuno dei ragazzi si intimorisce. "Quindi, ecco cosa dovrete fare: prendetevi le classifiche degli ultimi anni, poi stabiliremo quanti: cadetti, allievi, junior... i primi dieci di quelle classifiche. O 20, vedete voi! Di ognuno di essi, studiatevi ogni aspetto: cosa facevano, specialità e prestazioni, e cosa fanno adesso. A me interessano non quelli che ce l'hanno fatta, ma quelli che non sono spariti! Voglio sapere dove siano finiti! Ho bisogno di un'indagine epidemiologica profonda su di loro."

"Quindi: prima fate un censimento su questi ragazzi... in una seconda fase bisognerà cercare di contattarli ad uno ad uno. So che è difficile, ma vi pago per questo! Appartenevano ad una società? Ecco... contattate la società! Quando li avrete finalmente contattati inizierà il vostro vero lavoro cerebrale, quello per il quale vi chiedo la massima professionalità: un'intervista in profondità sui motivi del loro abbandono o della loro caduta negli inferi delle prestazioni. Dobbiamo capire quali sono queste motivazioni: se sono causate dai genitori, dalla scuola, dall'allenatore, dalla difficoltà di allenarsi, da delusioni derivanti dalle gare, dal calo delle prestazioni dovute al rapporto con il proprio coach, dalle mancate convocazioni alle rappresentative regionali, da un diverso atteggiamento del loro coach in seguito all'esplosione prestativa, dal prodotto-gara che forniamo che dicono sia davvero scarso, dall'assenza di impianti e strutture per allenarsi... bisogna analizzare se quei problemi derivino da fattori esogeni alla nostra azienda o endogeni. Dobbiamo capire se si può intervenire per far in modo che i talenti rimangano, o se il tutto dipende da cause sulle quali non possiamo intervenire. E poi dobbiamo capire se il fenomeno sia localizzato o generalizzato, se possiamo circoscriverlo o meno. Dobbiamo sapere: se non sappiamo, se non ci conosciamo, non amiamo la nostra azienda". 

"Fatta questa prima parte di studio... non so quanto potrà durare... un anno? Due? Non importa! Trarremo delle conclusioni. Troveremo delle ridondanze, delle circostanze statistiche significative: i motivi comuni dell'abbandono di questi benedetti ragazzi. Cercheremo quindi, ed è la terza fase, sulla base del vostro studio, di approntare strategie che possano servire ai ragazzi che verranno raccolti nei prossimi anni a rimanere... non possiamo permetterci di buttare continuamente alle ortiche centinaia di ragazzi tra i quali, statisticamente, uno o due potrebbero essere le fuoriserie di domani! E' illogico! Per la soluzione dei problemi che alla fine di tutto riscontrerete, appena avremo i dati in mano, ci troveremo ancora qui e ne discuteremo: molte teste riescono ad arrivare molto più lontana di una sola". 

I ragazzi hanno compreso benissimo: uno studio a 360° non sul perchè non ci siano atleti, ma perchè questi abbandonino: non è forse più facile, nel bilancio aziendale, migliorare un prodotto, piuttosto che ricrearselo da zero continuamente puntando tutto sulla speranza che sia quello giusto? 

04/07/10

A quando un incontro internazionale per la Nazionale Master?

(Maryvonne Icarre, stella della velocità francese master in una foto scattata a Kamloops, sul suo profilo di facebook) - Gli anni passano, i tesserati aumentano, la necessità di creare opportunità per fare proseliti sono sempre più impellenti, ma su uno dei versanti sui quali (crediamo) molto si deve fare, ancora non viene fatto. E il tempo perso può essere dannoso, può allontanare i "papabili", soprattutto quelli delle categorie più giovani. Siamo qui a ricordarlo ogni tanto, per non far credere che abbiamo abbassato la guardia. E' noto come lo scorporo salomonico degli Uffici Master abbia creato di fatto due strutture, una internazionale ed una nazionale. Due strutture, due referenti. E due compagnie, due squadre. Un Consolato in piena regola, insomma. Il regno di Arese si ricorderà anche per questo, quando finalmente se ne sarà andato: il caos, il ritorno alla confusione primordiale. A piccoli passi, con l'aiuto di Claudio Rapaccioni (di cui a breve produrrò un suo commento sui recenti c.d.s. master), siamo invero riusciti a far passare alcune nostre idee (condivise dallo stesso Claudio e con lui discusse, migliorate, mediate): i c.d.s. indoor (certo, migliorabili, come da alcuni invocato), le finali della velocità all'Olimpico, oltre ad altre piccole cose. Poi è stata specificata la regola sulla partecipazione dei master alle gare assolute (dopo che in più circostanze avevamo lamentato un'interpretazione idiota di qualche organizzatore). Sarebbe bello istituzionalizzare questo rapporto che adesso è solo fiduciario: noi siamo solo una voce, molti non la pensano come noi, ma sarebbe auspicabile creare un organo consultivo del mondo master che si relazionasse con i decision makers della Fidal. A meno che lo si crei noi, direttamente, come un sindacato, senza aspettare la benedizioni urbi et orbi della Fidal. A quel punto le rivendicazioni (i consigli, dai, non partiamo con le barricate) di chi rappresenta il mondo master, presumo sarebbero ascoltate con più attenzione. Perchè questo? Perchè si è arrivati ad un punto di crescita che necessita di un salto di qualità. Per non stallare. Pre creare nuove opportunità e cercare (insieme) nuove strategie di crescita (i Grand Prix nazionali ed internazionali, i ranking, le classifiche integrate delle prestazioni dei master, la logistica degli spostamenti, le decisioni sulle sedi dei campionati italiani, l'abolizione della distinzione tra senior e master al compimento del 35 anno, indumenti della nazionale "comuni" a prezzi politici, l'introduzione di nuove categorie più "giovani"...). Arrivo su questo punto perchè mi sono imbattuto sul sito dei master francesi nelle convocazioni per l'incontro internazionale master tra Francia e Germania. Organizzare incontri internazionali con le altre Nazionali Master è un altro punto fondamentale di quelli appena citati per far crescere il movimento a partire dalle categorie minori (quelle statisticamente più ricche di atleti per ovvi motivi demografici): potrebbe essere un volano per molti atleti ad abbracciare il mondo master: opportunità che hanno costi ampiamente dovuti per chi rappresenta di fatto il bancomat di questa Federazione (tra l'altro con spese irrisorie rispetto al totale). C'è chi sostiene che l'atletica master è soprattutto quella stradista e che di conseguenza bisogna ridimensionare le pretese. Ribatto che anche la stragrande maggioranza dei senior è stradista e nessuno si scandalizza se le risorse vengono investite interamente su chi pratica l'attività su pista (e naturalmente su chi li accompagna in giro per il mondo...). La pista è la vetrina dell'atletica. Anche per i master. Ritornando sull'incontro tra Francia e Germania che si disputa il 10 luglio a Yutz (nella Mosella), l'incontro è stato strutturato su sette specialità con 2 atleti per specialità e due macrocategorie: 40-49 e over 50. Ma l'anno scorso c'era stato anche un incontro tra Inghilterra, Francia e Belgio (mi sembra) in cui vi erano semplicemente i migliori master a prescindere dalla categoria, solo in base al risultato effettivo. Di idee ce ne sono tante: chiaramente vengono favorite le categorie più "giovani", ma penso che tutto rientri comunque in una politica di proselitismo generale da parte delle rispettive federazioni. Questo è sapersi muovere: aspettiamo ora la branca internazionale del masterismo italiano che batta un colpo, che non si limiti a passare le carte delle iscrizioni ai campionati europei. A proposito di Campionati Europei in Ungheria, torneremo sull'argomento con una cosa sconcertante, riguardante la nostra delegazione a Ny... quel che l'è (non mi metterò mai in mente il nome) se uno dei diretti interessati me ne darà modo di parlare pubblicamente. Altrimenti ne parlerò solo informalmente a chi me lo chiederà. E' notte fonda, spero di non aver scritto cavolate qui sopra... domattina mi riservo di rileggere tutto. Buonanotte.

25/05/10

Master: pensieri sparsi

(la finale dei 100 agli Assoluti di Cagliari 2008 - Foto Fidal) - La discussione su Cagliari quale sede della finale dei c.d.s. ha sollevato un polverone inaudito. Come argomentato nel precedente articolo, Atleticanet si è fatta cassa di risonanza delle maggiori società master (debitamente elencate). Una addirittura ha esposto il petto al plotone d'esecuzione al fine di ospitare l'eventuale spostamento di sede: chiedere è lecito, per carità. Non voglio entrare nel merito della questione, perchè merito non c'è: la sede della finale dei c.d.s. è Cagliari. Punto. Sarebbe anche un pericolosissimo precedente: ma ve lo immaginate cosa significherebbe se ad ogni sollevazione di alcuni soggetti si dovessero cambiare le sedi dei vari campionati? Sono riflessioni che vanno fatte prima, discusse prima, e le regole decise prima che si prendano decisioni tanto importanti. La nostra proposta è sempre la solita: che la Fidal acconsenta alla creazione di una commissione consultiva di rappresentanti di atleti e società master (e l'esempio che porto è sempre il solito: i master spagnoli) che si seggano a tavolino con chi rappresenta in seno alla Fidal i Master, ed insieme ad essi discutano su come questo mondo dovrebbe essere (meglio) gestito. Poi la Fidal, in qualità di organizzazione statutaria ha tutti i diritti di infischiarsene di ciò che la commissione eventualmente proporrebbe o suggerirebbe, per carità: ma sarebbe il primo deciso passo verso i master, e non il loro sistematico abbandono a scelte dettate dalle convenienze politiche, da campagne elettorali varie, da ripicche personali, malumori, interessi. Leggevo su Noivelocisti.net un commento del nostro amico Edgardo Barcella (risalente a marzo in verità) su una teorica proposta avanzatagli da un consigliere nazionale in Area Master, di un ulteriore autotassazione di 1 euro su ogni tesserato (master). Ciò al fine di avere a disposizione degli stessi master un piccolo tesoretto di 65.000 euro (1 euro moltiplicato per i 65.000 tesserati circa come master) da poter destinare all'attività di vertice. Edgardo, sai qual'è la cosa pazzesca? Non è la legittima richiesta che un determinato ambito del mondo master venga agevolato (che poi sarebbe un volano per attirare altri over-35), ma che qualcuno possa proporti una cosa del genere, quando i master al momento sono quelli che versano già di più tra le diverse categorie (in Lombardia un tesserato Master paga 10 € contro gli 8 € dei senior e il quasi-nulla delle altre categorie). E a fronte di qesta evidente sperequazione, proporre una cosa del genere, a me, che devo cercare di tenere a galla una piccolissima società sportiva, sembra una grande presa in giro. Anche perchè, Edgardo, i master versano la gran parte del budget Fidal e non ricevono assolutamente nulla in cambio. La proposta, da chi ci rappresenta, doveva essere: mi impegno a far sì che una parte infinitesima dello sterminato budget della Fidal (l'1%?) finisca ai master. Federalismo fiscale, lo chiamano così da queste parti del nord.
Ci rendiamo conto che sull'ultimo numero di "Atletica" in 68 pagine non è stata sprecata nemmeno una virgola per i master? Nonostante i Mondiali di Kamloops e gli Italiani Individuali di Ancona? Era evidentemente più importante la pubblicità a pagina intera di un certo brand di abbigliamento sportivo che guarda caso è affine a qualcuno che occupa ruoli importanti nella gerarchia Fidal. Secondo voi, nonostante i fiumi di denaro versato dagli over-35 (vi ricordo anche le tasse di affiliazione e quelle sulle iscrizioni alle gare!) non avremmo avuto diritto almeno ad una riga? Ho voluto vedere chi gestirebbe la rivista, e con sommo rammarico ho notato che riveste uno scranno da Direttore è Stefano Mei.
Scusatemi, ma non si può più sostenere che le risorse debbano andare integralmente al resto dell'attività (che non sia master), perchè altrimenti i master diventano un fondo di beneficienza, un salvadanaio... il bancomat di una Federazione che poi inopinatamente sperpera tali obuli (visti i risultati). E Arese, poi, si permette pure di venirci a raccontare le solite cazzate sui fondi della medesima rivista di regime. Ma poi, ci facessero partecipi delle loro decisioni!! Ve la immaginate una società per azioni, dove chi detiene più del 50% delle azioni, viene sistematicamente bastonato da chi ne ha sì e no l'8%? Questo è quello che succede, ragazzi, praticamente. Noi non si vuole nè il 50%, nè il 40%, nè il 30% delle risorse: è giusto che l'attività di vertice (e soprattutto quella giovanile) sia sostenuta. Basterebbero persone serie, con poteri decisionali (e che possibilmente non si facessero la guerra) e un minimo di risorse (il 5% basterebbe). Altrimenti si è destinati ad andare avanti così, rendendoci protagonisti di scontri senza senso (come questa cosa ridicola della sollevazione popolare per non doversi sobbarcare un viaggio in Sardegna), o quella di lamentarsi delle location dei Campionati Italiani (una commissione suggerirebbe le grandi città, laddove l'offerta logistica sarebbe per tutte le tasche... non penso potrebbe esistere un'altra Bressanone).
E poi una cosa si dovrebbe evitare: la strumentalizzazione. Schierarsi con l'uno o con l'altro. Da parte di chi in Fidal ha in questo momento necessità, interesse a cavalcare il malcontento. Evitare di cadere nei circoli viziosi delle promesse, dei posti, degli scranni, delle risorse date a pioggia (e che poi sono si traducono in tanto fumo). Bisogna avere le palle di dire: "ci spetta!" senza dovercelo far promettere da chiunque esso sia. Non è negoziabile un diritto. Con nessuno.
Per questo una commissione di master per i master, per scavalcare anche le pastoie elettorali che favoriscono le società amiche di Arese. Uno sprone a far meglio, se volete.
Scusate si mi sono dilungato.

29/01/10

Il Duca e la Webatletica Revolution

Propongo qui sotto l'ultima esternazione del Duca, in merito ad una modifica del mondo master. Ancora una volta il Duca, con i suoi modi molto diretti e accattivanti, ci invita a riflettere su alcuni aspetti del nostro piccolo universo: pensare le cose è già il primo passo per migliorarle. Così ritengo. L'aspetto più importante, a mio parere, è comunque non essere passivi, essere fattivi, propositivi, creare le condizioni per migliorare e migliorarsi. Per cosa? Per potersi divertire "meglio", ed essere comunque incastonati in una realtà di cui essere fieri.

"A due anni dal suo lancio on line, Webatletica è ormai pronta per scatenare ogni tipo di rivoluzione. Il presupposto è che, in questo momento, siamo ormai l’unico vero riferimento per un mondo master, e mi riferisco a quello che concerne l’attività in pista, che anno dopo anno sta sempre più crescendo da un punto di vista numerico, ma soprattutto da un punto di vista qualitativo. Come piu’ volte evidenziato, sino ad una decina di anni fa per un atleta di buon livello il pensare di poter continuare la propria attività agonistica nella categoria master veniva considerato alla stregua di un disonore perché si era creata quella cultura, derivata da “
Scommettiamo Che ?”, che il mondo master fosse di pertinenza di persone anziane che lodevolmente si mettevano in gioco per mantenere una discreta condizione fisica. Poi, all’inizio del nuovo millennio, l’entrata di alcuni personaggi tra cui in particolare colui che, a mio avviso, rimane l’icona dell’atletica master in Italia, Enrico Saraceni, hanno contribuito ad uno sviluppo notevolissimo del movimento ed al raggiungimento di grandissimi risultati cronometrici di cui, anche nelle ultime settimane, abbiamo avuto grandi esempi. Mi ricordo di come nel 2002, a Napoli, pur su un anello da 160 metri, vinsi il mio unico titolo Italiano indoor, da M45, con un tempo superiore ai 26 mentre quest’anno, nella stessa categoria, si contenderanno il titolo scendendo sotto i 23. A questo punto, però, è tempo che il grande cambiamento dell’ultimo decennio si trasformi in vera e propria rivoluzione, dando al movimento ulteriori stimoli e gratificazioni. Ritengo che la creazione delle graduatorie AGC, ideata dal nostro grande editore, sia stata veramente una genialata, forse l’uovo di Colombo, ma qualcosa a cui nessuno aveva mai pensato. Tra l’altro, dopo aver creato uno spazio dedicato sul sito, arriveranno tutta una serie di ulteriori varianti che il nostro immenso editore sta studiando e che daranno, sicuramente, ancor maggior interesse e stimolo per poter entrare in tali classifiche.
Ma una rivoluzione è tale se sconvolge gli schemi e se crea qualcosa che ancora non esiste e che si voglia essere i primi a sperimentare. Ed allora voglio lanciare, tramite Webatletica, quello che da mesi, in tutti i modi, più o meno provocatori, sto scrivendo e argomentando.
La divisione della categoria master.
Sono, infatti, convinto che sia, contro ogni logica sportiva agonistica, raggruppare in un’unica categoria persone che vanno dai 35 ai 90 anni per il semplice fatto che, inevitabilmente, al raggiungimento di una certa età non è più possibile sottoporre il proprio fisico a determinati stress muscolari e, quindi, l’attività si trasforma. Ora, da una facile analisi delle tabelle di punteggio, si evince chiaramente come sia certificato che sino alla categoria M65 c’è una logica di tempi o misure costanti che aumentano per categoria crescente, a parità di punti, mentre a partire dagli M70 tali tempi o misure si amplificano notevolmente. Credo, quindi, che le tabelle stesse indichino la soluzione più semplice ed evidente. Tiriamo una riga e creiamo due categorie una di master che va sino ai 65/69 anni e una di veterani che va dai 70 in avanti. Vale a dire che sino agli M65 tutto rimane come prima, mentre dai 70 anni in poi si chiameranno V70 V75 V80 etc…
Il vantaggio di tale distinzione è che non si creeranno piu’ discussioni di alcun genere sul fatto che la prestazione di un novantenne possa essere equiparata ad una di un quarantenne, in quanto i due apparterrebbero a due categorie diverse. Ci sarebbe l’AGC Master e l’AGC Veterani e alla fine dell’anno il premio per l’atleta Master dell’anno e l’atleta Veterano dell’anno. Chiaramente a livello di campionati italiani non cambierebbe niente e si farebbero sempre tutti insieme chiamandoli “Campionati Italiani Master e Veterani”. I Campionati di Società Master rimarrebbero, ovviamente, tali e si potrebbe dare la possibilità ad ogni società di schierare un massimo di 2 Veterani con il grande vantaggio, tra l’altro, di non dare più adito a discussioni e rimostranze in merito alle tabelle che, così concepite, avrebbero appunto la logica di delineare due categorie ben distinte. Per finire prevederei anche la possibilità che se un atleta, compiuti i 70 anni, si sentisse ancora così forte da poter gareggiare con i master, possa decidere di iscriversi nell’ultima categoria dei master appunto, la M65.
Credo, oltretutto, sia un’innovazione, sicuramente migliorativa ma, soprattutto, basata su principi di equità, per far crescere ancor di più il movimento master e dare, in ogni caso, il giusto riconoscimento a chi, pur avendo raggiunto una certa età, voglia continuare a gareggiare. In tutto il mondo non esiste questa distinzione e questa è la vera rivoluzione, ma siccome sono straconvinto che sia la strada giusta da seguire, sono orgoglioso di lanciare tale proposta da questo sito, sperando che il nostro editore voglia sposarla e girarla direttamente all’area master della Fidal. Per cominciare, intanto, mi auguro che si voglia cominciare ad instaurare queste nuove categorie nelle graduatorie AGC che stanno sempre più diventando il nostro grande must.

IL DUCA

12/01/10

Italiani Assoluti Indoor: perchè non inserire una gara d'esibizione master?

(Claudio Rapaccioni nel TIC di Lahti intento a guardare... Webatletica! Dal suo profilo fb) - Claudio Rapaccioni, ci sei? Ti disturbo? Uso questo metodo molto discreto per coinvolgere i nostri amici master. So che in questo momento sei da qualche parte in qualche ufficio della Fidal giù a Roma impegnato con le scartoffie delle iscrizioni dei nostri temerari globetrotter che partiranno per Kamloops (a proposito: ma quanti sono?). Vista la tua grande disponibilità già dimostrata con i c.d.s. master indoor (davvero un'iniziativa senza precedenti) mi faccio umile ambasciatore (senza farmi latore di alcuna pena, anzi!) di alcune richieste pervenutemi da alcuni assidui lettori, associatosi senza intenti sediziosi per questa occasione. Ti chiediamo unicamente se sia posibile girarle ai consiglieri di riferimento per i master al fine di auspicare, ove sia possibile, un miglioramento del nostro piccolo universo. Si avevano in mente un paio di "migliorie" che comporterebbero pochi costi in termini "economici" a Fidal (direi, anzi, a costo zero) ma che potrebbero portare un certo ritorno (in primis di immagine) per il movimento di cui facciamo parte... Sono solo un paio (per il momento!), te le elenco in ordine:
  • finali nei 60 agli italiani indoor master: sia chiaro, solo nel caso il numero di iscritti superi una certa quota. Quanto facciamo? 24? 25? 30? Non importa! Fai tu, magari basandoti sugli iscritti degli anni precedenti. Basta che nelle categorie più numerose, come ad esempio la M40 e la M45, si possa poter disputare una degna finale e che le corsie (o le serie), non siano decise da varie strategie (lecite o meno lecite) per avere le posizione migliore. Il pathos sarebbe sicuramente maggiore, e di certo lo spettacolo sarebbe assicurato.
  • due gare-esibizione agli italiani assoluti indoor: durante i campionati statunitensi, non c'è edizione che non preveda una gara esibizione in cui sono protagonisti i master. Perchè non farlo anche qui in Italia? Ad esempio: i 200 metri maschili con Mario Longo, Enrico Saraceni e Max Scarponi (due campioni del mondo e un primatista mondiale), oltre a Mauro Graziano (argento mondiale), Paolo Chiapperini (altro argento, ma agli europei indoor), e uno tra Marco Ceriani, Attanasio, De Pace... e i 60 femminili, dove potrebbero partecipare Lusia Puleanga, Tiziana Bignami, Kathy Seck, Marta Roccamo, Daniela Sellitto... due gare veloci, così si occupa anche poco tempo, ma che potrebbero far fare una gran bella vetrina ai master. Oppure, invitare qualche campione master dall'estero...
Che ne pensi? Grazie ancora Claudio!
drew

06/11/09

Io propongo... un c.d.s. master indoor?

(Terrance Spann, M35 vincitore dei 400 a Lahti - Americus Right-Recorder) - Dopo un periodo di meditazione e silenzio, torno a scrivere sulle pagine di Webatletica (non che abbia scritto da qualche altra parte, intendiamoci!). Riflettevo ad alta voce col Duca sulla Mission del sito: vanno bene le denunce, le grida di dolore, i lamenti, le critiche di un intero mondo sportivo che ritiene di non essere trattato come si dovrebbe, ma ci vuole anche una sana pars costruens: essere propositivi. Idee ne abbiamo a profusione per migliorare e migliorarci: molte a costo a zero, molte mutuate da altre realtà, molte inventate di sana pianta e probabilmente molte semplicemente campate per aria. Ma le abbiamo. Tutto questo si scontra col nostro esatto opposto: l'immobilismo di chi gestisce il mondo master. E' passato un anno dall'elezione delle nuove cariche federali (e dalle attribuzioni di incarichi, compreso quello per i master) che qualcuno su altri siti aveva visto con favore vista l'estrazione "agosnistica" dei personaggi. Si era pensato che costoro sarebbero stati innovativi e invece ancora nulla si è visto che ci possa far dire, sospirando, "finalmente!", o un più ricercato... "eppur si muove!". Nulla. La gestione di un mondo sportivo è evidentemente vissuta come un'attività burocratica nella quale nulla può essere fatto per cambiare, migliorare, divertire, accomunare, crescere... vivere! Puro grigiore gestionale, privo di iniziative, dove forse contano più i giochi di chi lassù (laggiù rispetto alla mia modesta dimora) vive e ottiene cariche, rispetto a chi si aspetta un miglioramento globale. Piccolo, per carità. Ma oggi basterebbe, presumo.
Così ci vogliamo fare portatori noi per primi di alcune proposte per il miglioramento del mondo master (ben sapendo, ascoltando diverse voci di coloro che vestono la casacca Fidal, che le idee ci sono, ma che evidentemente si scontrano con qualche cosa prima di diventare realtà): il senso è creare opportunità di crescita, a costi irrisori per una Federazione che ha avuto anche l'arroganza dopo i disastri mondiali di aumentare di 1€ il costo che le organizzazioni dovranno versare alla Fidal per ogni atleta giunto al traguardo nelle gare su strada (cosa pazzesca, visti i risultati dell'atletica italiana e i servizi forniti). Avete idea di quanti soldi significa tutto questo (e tutti a carico dei poveri podisti...)? Ma quando finirà questo medioevo atletico italiano?? A proposito di paragoni storici: non vi sembra di vivere in un'età dei Comuni successiva allo sfavillante periodo imperiale di Nebiolo, dove il Kaesar con imperio governava pur se tra i mugugni di qualcuno, e che i risultati comunque li otteneva, perdinci, esibendoci di volta in volta al colosseo mediatico diversi gladiatori (veri!) rimasti nella storia del nostro sport? Oggi un manipolo di piccole società civili (come gli ancient ducati e granducati sparsi per lo Stivale) con interessi di parte davvero miserrimi, si è suddivisa l'intero stivale (e il malloppo) rendendo vulnerabile la penisola agli attacchi dei malintenzionati. E non c'è neppur un Machiavellico Principe all'orizzonte (un Magnifico? Datemi il nome!) che riunisca l'Italia sotto un'unica bandiera e una sola politica: quella dell'onestà. Con quella si spostano le montagne. Oggi le montagne crollano su questo mondo di nonsensi.

Bando alle speculazioni e spazio alle idee. Pensavo: perchè in concomitanza dei Campionati Italiani Master Indoor ad Ancona dal 19 al 21 febbraio, non si può pensare di abbinare un Campionato di Società Master? Non c'è bisogno di grossi sforzi organizzativi, non ci sarebbe nemmeno la necessità di creare ingranaggi perversi per metterlo in locandina. Magari a livello sperimentale nel 2010, e se poi va tutto bene....
Secondo la mia modesta idea, i risultati ottenuti durante gli Italiani dai singoli atleti, dovrebbero essere sommati al fine di creare una classifica generale di società. Ci sono 14 specialità in ballo a livello indoor master: si tengano buoni 7 risultati su 7 specialità diverse (o 8, o 9... a seconda delle esigenze). La loro somma costruirebbe la classifica. Basterebbe poi porre due limiti secondo me inderogabili: considerare per la classifica di società una sola gara ad atleta più la staffetta (quindi, visto che in definitiva si parla di un campionato di società, avere almeno 7 atleti presenti ad Ancona), e soprattutto la necessità di scartare il miglior risultato fatto e a disposizione. Questa seconda ipotesi sarebbe necessaria, a mio parere, per limitare la sperequazione delle tabelle master: un 90enne porterebbe da solo 1500 punti in una gara e addio ai sogni di gloria per tutte le altre società (soprattutto su un numero ridotto di gare!). Ma lo stesso 90enne potrebbe comunque partecipare ad una seconda gara: quindi in caso faccia faville in entrambe, gli verrebbe conteggiato solo il secondo risultato e solo quello. Comunque una limitazione in termini di punteggio.
Il campionato di società spronerebbe qualcuno a fare pressioni sui propri atleti per portarli ad Ancona. Aumenterebbe la partecipazione e darebbe quel pizzico di fascino in più che un campionato di società riesce a dare. Insomma, anche per quegli atleti che vedono il loro campionato individuale naufragare, si tratterebbe comunque di stringere i denti per arrivare in fondo con un pò più di verve per portare qualche punticino in più al proprio team.
E' solo un'idea. Mi piacerebbe che qualcuno la commentasse o mi dicesse che sto scrivendo solo fesserie prima di inviarla ufficialmente alla Fidal. E lo faccio.