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28/09/13

Provocazione: e se la smettessimo di parlare di doping a scuola?

Tanto? Quante volte se n'è parlato nelle scuole... davvero? Vogliamo prenderci in giro? Quasi mai direi. Ma poi quali scuole? In quali gradi? In che modo lo si affronterebbe il problema del doping? E i ragazzi, lo recepirebbero questo problema? Invariabilmente, da qualunque discussione, articolo, opinione, in cui si parla di doping esce come unica soluzione affrontabile per sconfiggere la piaga del doping nella società, quella di andare nelle scuole e diffondere questi principi contrari all'uso di sostanze dopanti. Mi posso permettere di dire una cosa, che come al solito risulterà scomoda? Basta con questa baggianata della scuola come panacea di tutti i mali!

Appellarsi alla scuola, si è capito, è il modo di uscire da una discussione con le mani pulite, la coscienza a posto, la soluzione cui nessuno dice di no e con la classica proposta cui tutti assentono senza batter ciglio: tanto poi nessuno materialmente farà nulla con le scuole, si sa. Tanto nessuno andrà nei Ministeri o nei Provveditorati a dire: ehi, bisogna parlare di doping! Ma poi chi dovrebbe parlarne? I professori di educazione fisica? I professori di filosofia? Quelli di analisi? Di Sociologia? E' molto poco prosaicamente la classica non-soluzione all'italiana, la procrastinazione del problema, assolutamente impossibile da diffondere capillarmente e da applicare al nostro sistema scolastico costruttivamente, ma che lo stesso rappresenta in tutti i commenti la panacea a tutti i problemi italiani.

La scuola: quella stessa scuola per la quale i genitori devono comprarsi gli arredi per garantire ai figli un minimo di ambientazione, dove i docenti non hanno una formazione specifica sul doping? (ma vi rendete conto? Chi sa di doping tanto da doversene fare docente?). C'è un problema? Basta andare nelle scuole, no? Ci sono talmente tanti problemi da risolvere attraverso la scuola, che servirebbero probabilmente 24 ore al giorno intensive di lezione per i poveri studenti per capire in che razza di mondo stanno vivendo. Quindi, capite subito come quando qualcuno dice che il problema si risolve a scuola, secondo me, lui per primo sta sottovalutando il problema e non sa come risolverlo... o comunque, risulterebbe una soluzione nel lunghissimo periodo (pensate che razza di operazione capillare, profonda, duratura, onerosa, dovrebbe essere...), senza sapere tra l'altro se avrà mai successo. 

Prendete la piaga della mafia in Sicilia. Come si risolve il problema della criminalità mafiosa? Risposta del 99% di coloro che si esprimono sulla cosa: con la scuola. Ah sì? Ma come? Dicendo cosa? Sapete invece secondo me come si risolve il problema della Mafia, della Camorra e di tutte le criminalità organizzate? Con il lavoro. Date un posto di lavoro a tutti i disoccupati in Sicilia (la manovalanza della criminalità) e vedrete come la Mafia inizierà a perdere il suo potere contrattuale in pochissimo tempo con chi non ha nulla e deve cercarselo in tutti i modi. Anche la quotidiana sopravvivenza. Poi se vogliamo, andiamo nelle scuole a spiegare perchè la Mafia non riesce ad attecchire con chi ha la possibilità di vivere un'esistenza tranquilla. Una realtà concettuale, non sarà mai così aderente come quella fattuale. Soprattutto con i ragazzi. 

Come per il doping. Dire che il doping è sbagliato è una cosa universalmente condivisa. Lo sanno tutti ed è inutile dirlo: è forse il modo di dirlo in una scuola che lo rende più pregnante e convincente? No. I ragazzi sono attirati da milioni di attrattive, e quella del doping sarebbe l'ennesima materia senza significato per la stragrande maggioranza di loro.

Ma allora come si combatte il doping? Penso che il doping esisterà sempre. Perchè? Perchè fa parte dell'indole dell'uomo cercare di avvantaggiarsi sugli altri uomini in tutti i modi. Nello sport, poi, dove la competizione tra uomini raggiunge il massimo della conflittualità (solo dopo la guerra), perchè pensare che ci si trasformi tutti da homo hominis lupus ad agnellus rispettando le regole? E' impossibile: possiamo stare tutto il giorno, tutti i giorni in una scuola, ma la necessità di prevalere gli uni sugli altri emergerà sempre in qualche modo ed in qualcuno, tanto da portarlo a violare le regole. La scuola, nonostante vi siano passati tutti, non ha mai eliso la commissione dei reati in una società, quindi come si può pensare che ci riesca a tabula-rasa nel doping? Fantascienza.

Ho cercato di arrivare ad un piano più profondo e non so se ci sono arrivato: ho però questa idea che vi espongo. Il vero senso della scuola, non è quanto trasmette in termini di nozioni (almeno, non quella dell'obbligo), quanto la socializzazione alle norme (intesa come imparare le regole tacite della società) da parte degli studenti. Al rispetto dell'autorità (il professore), delle gerarchie. La scuola è la forma palese in cui la società insegna ai propri aderenti come viverla in maniera fattiva e funzionale. La lotta al doping quindi non la si insegna nelle scuole sostenendo l'ovvietà che il doping è una pratica vietata, quanto molto più semplicemente facendo capire che bisogna rispettare l'autorità e le regole. Il rispetto delle regole aiuta alla lotta al doping (così come per tutto il resto di devianze sociali) non il sostenere che il doping fa male.

Mia madre ha insegnato per oltre 35 anni; mia sorella lo fa da oltre 10. Ebbene, quando sento parlare delle loro esperienze quotidiane scolastiche, il minimo comune denominatore che emerge in maniera netta, è il progressivo sfaldamento dell'autorità dell'insegnante. L'insegnante è diventato quasi un collaboratore alla pari con gli studenti, uno cui si può ribattere tranquillamente, contestare, insultare, denigrare, diffamare. Nemmeno tanto tempo fa, nell'esistenza di ognuno di noi, vi erano invece più figure autoritarie nel succedersi della vita (il maestro, il professore, l'allenatore, il prete...) che affermavano continuamente la necessità del rispetto di piccole grandi regole, tacitamente o palesemente. Una società in cui non si rispettano le regole, è una società in cui si assiste a tutte le derive possibili ed immaginabili. Il mancato rispetto delle regole, porta alla conflittualità tra i cittadini tradendo il patto sociale che sta alla base del reciproco rispetto.

Questa riflessione mi è scaturita ascoltando Alessandro Donati l'altra sera ad Assago, nell'incontro organizzato dall'amico Marco La Rosa. Il passaggio per me illuminante è stato quello in cui Donati ha tratteggiato uno spaccato del mondo sportivo che si è svegliato un bel giorno col tempio inaccessibile di convinzioni violato dalla magistratura. La legge penale, e non quella sportiva e le organizzazioni che ne fanno parte, è riuscita a scardinare il portone omertoso e connivenziale del mondo del doping. La legge penale (almeno, quella italiana...) non si ferma al consumatore, al drogato, ma cerca anche gli spacciatori (i dopatori), gli organizzatori, le reti malavitose: com'è giusto che sia in una società che vuole debellare una piaga sociale! Questa è l'unica soluzione. La repressione di tutta la rete! Pensate che la legge penale in Italia è talmente evoluta da punire anche chi "assume", fattispecie che non è invece prevista dalla normativa per gli stupefacenti, per cui i consumatori al massimo incorrono in sanzioni amministrative e solo se trovati in possesso di piccoli quantitativi di droga sufficiente a scagionarli dalla possibile cessione. Il consumo di fatto non è punito, ma tutto quello che c'è prima sì.

Come dice Donati: il mondo (di connivenze) dello sport invece ci ha fregato tutti: l'unico colpevole universalmente riconosciuto rimane quel povero pirla dell'atleta, solo nella sua stupidità, apparentemente autonomo in tutto: dall'acquisto delle sostanze dopanti, ai fantasiosi suppellettili per occultarle, ai fantasmagorici viaggi per acquistarla, ai metodi naif di conservarli ed inocularli (servirebbero equipe mediche, ma loro ci riescono da soli: campioni in medicina). Piccoli chimici crescono... e noi chiaramente siamo tentati a crederci. Cazzate. Il doping è necessariamente una rete, una ragnatela di persone che punta ad un profitto (da una parte sportivo, dall'altra economico e per qualcuno politico), che va sconfitta con un'azione repressiva che deve essere edulcorata dal sistema sportivo (come sostiene Donati). Io ci vedrei bene un pool di Carabinieri o di poliziotti, specializzati, attinti dalle risorse umane derivanti da ruoli tecnici già previsti nelle forze dell'ordine (come tecnici di laboratorio e chimici) che operino solo in ragione di un obiettivo super-specialistico e che oggi è una piaga sociale con un arcobaleno di ripercussioni negative sulla società. Gli organismi di natura elettiva, politica, rappresentativa, sportiva, si è capito abbastanza chiaramente, sono troppo tentati a chiudere un paio di occhi a testa alla volta sulle pratiche poco ortodosse dei propri adepti... E se lo lascia intendere Donati, io gli credo. Voi no?

24/09/13

L'insegnamento di Devis Licciardi: forse è il momento di fare scelte drastiche

Ne hanno scritto tutti i media della vicenda di Devis Licciardi, beccato con un pene finto all'esame antidoping. Lungi dal voler fare le trite e ritrite filippiche contro il doping, che sono perfettamente inutili perchè condivise universalmente (anche da chi viene beccato, sia falsamente prima, che colpevolmente dopo), bisogna trovare necessariamente un aspetto educativo alla vicenda, altrimenti fermiamoci con la sola notizia: Devis Licciardi, così scrivono tutti i media, è stato trovato con un pene finto durante un controllo antidoping. Sarà sentito dalla Procura antidoping del CONI (presumo) e quindi verranno presi i dovuti provvedimenti nei suoi confronti (presumo). Punto. Se volete potete fermarvi anche qui. 

Se invece vogliamo fare una riflessione, proviamo a sviluppare alcuni punti della vicenda, anche grazie ad un articolo comparso sulla Gazzetta di qualche settimana fa, a firma di Giorgio Rondelli. Nell'articolo, cito testualmente: "«...Quando oramai nessuno ci credeva più, ecco che ad aprile scorso arriva la svolta: i dirigenti dell'Aeronautica gli comunicano che a fine anno verrà dismesso dal gruppo sportivo e dovrà andare a fare servizio. La svolta. La notizia invece di deprimerlo gli mette letteralmente le ali ai piedi. Cosi Devis inizia subito ad allenarsi in altura, al Terminillo, sotto la guida esperta di Angelo Carosi, grande siepista azzurro degli Anni 80 e 90. I risultati arrivano...»". 

Al tempo in cui la lessi, commentai sarcasticamente che appariva un pò inelegante questa "svolta" epocale: sembrava che da un giorno all'altro Licciardi si fosse svegliato, pungolato dalla prospettiva di essere catapultato alla porta d'uscita del gruppo sportivo dell'Aeronautica, e avesse iniziato a fare finalmente sul serio con quello per il quale il contribuente lo pagava. E fino a quel momento che cosa avrebbe fatto? La domanda mi sembra più che lecita. Ora, in qualche modo, si è venuti a conoscenza cosa gli avrebbe messo le ali ai piedi (sia lecitamente che eventualmente illecitamente), cioè la prospettiva di dover entrare nel famigerato e pretenzioso mondo del lavoro. Quale cataclisma! 

Tralasciando la vicenda del doping. questa storia entra a fagiolo nella nostra campagna di "sensibilizzazione" alla professionalizzazione di uno sport come l'atletica. Perchè dovrebbe entrarci? Perchè è la prova provata che il semiprofessionismo all'italiana (di Stato) garantisce livelli medio-bassi di qualità prestativa (benchè con una riserva pressochè inesauribile di atleti, dovuta alle possibilità infinite di tesseramento da parte dei gruppi Statali) e questo ha come inevitabile portato anche l'emergere di dinamiche di sopravvivenza all'interno dei gruppi sportivi con tutti i mezzi possibili. Il livellamento, cioè, è avvenuto verso il basso, così come già riferito più volte, deprimendo il talento ed esaltando la mediocrità. Ora, io non so se Licciardi vada sotto la prima o la seconda categoria, e non voglio nemmeno lanciarmi in giudizi sulle sue qualità tecniche: servirebbe un tecnico del mezzofondo. Però...

Le informazioni presenti nell'articolo di Rondelli (che lo aveva allenato qualche stagione fa, prima che questi cambiasse un paio di stagioni fa il proprio tecnico) successive all'8'30" sui 3000 siepi (con un miglioramento sensibile sul proprio primato personale) dove cioè la scintilla in Licciardi sarebbe scaturita non da obiettivi di carattere sportivo o obiettivi prettamente agonistici (come ci si aspetterebbe da atleti pagati per fare gli atleti) ma dalla più tangibile ed imminente dismissione dal gruppo sportivo, aprono uno squarcio inquietante sul mondo dell'atletica dei gruppi sportivi statali. Dobbiamo cioè credere che vi sia chi, pagato dal contribuente, non ottemperi al proprio obbligo morale ed istituzionale di impegnarsi per quello per il quale viene stipendiato? Che lo faccia con sufficienza? Non è questo che si intuisce tra le righe di quell'articolo? 

Del resto i risultati parlano chiaro: la stragrande maggioranza degli atleti statali in Italia si allena certamente tanto, ma come scritto già diverse volte, non eccelle e non può eccellere per le lacune di questa specie di semiprofessionismo che dà sì qualche risorsa (in primis il tempo, oltre che uno stipendio non certo da nababbi) ma assolutamente insufficiente per professionalizzare una categoria che avrebbe bisogno di molteplici risorse per mille aspetti della vita dell'atleta pro. La presenza di questo gap strutturale innesta in quegli atleti una rincorsa impari con i propri competitors internazionali: ormai lo dico apertamente da tempo. E' inutile aspettarsi i miracoli da questa atletica all'italiana, costretta a confrontarsi con chi il professionista lo fa davvero. Per la legge dei grandi numeri, è chiaro, ogni tanto ci scapperà la medaglietta, ma sarà sempre frutto di un caso statistico, più che figlia di un'organizzazione funzionale quale ci si aspetterebbe dalla Fidal. Quella ce l'hanno gli USA, la Germania, l'Inghilterra. Non certo l'Italia. 

In questo panorama di sfasamento, non poteva non concretizzarsi un caso Licciardi, nonostante la sua assurdità e illiceità (se dimostrata, chiaramente). Nella massa di quasi 300 atleti statali semiprofessionistici, di cosa ci scandalizziamo se qualcuno di loro cerca di rimanere attaccato con le unghie a quello che è un privilegio per pochi? Del resto nessuno pretende nulla da loro, no? Non sono professionisti... solo un pizzico. E visto che solo 4 o 5  di loro possono ambire a qualcosa che non sia la sola ribalta nazionale, perchè non cercare di rimanere nel gruppo sportivo per quanto più tempo possibile? Ingiustificabile ma con una sua quadratura logica.  

Ribaltiamo la questione: possiamo oggi permetterci la sussistenza di questi atleti semiprofessionisti? Andiamo alla radice del problema, ovvero la ragione per la quale esiste lo sport di Stato, ovvero una mera questione di immagine, di trasmissione d'autorevolezza dell'apparato statale verso i cittadini. Dovrebbe cioè rafforzarsi in noi contribuenti l'idea di uno Stato capace e funzionante con l'apprendere delle gesta sportive degli atleti statali. Lo Stato si nutre e si deve nutrire della propria immagine, per trasmettere i propri valori educativi. Anche da questo punto di vista (mi sa) si sta perdendo la battaglia. Probabilmente si è superati il punto zero, e urgerebbe rivedere le forme di tesseramento spostandosi verso forme più selezionate e qualitative. Probabilmente bisognerebbe ridurre i numeri... anche se non si risolverebbe il problema, ovvero il professionismo dell'atletica, che nasce solo ed esclusivamente con il Dio Denaro. Si limiterebbero le "devianze" diciamo, arginando le forme di surfing istituzionale di chi a certe condizioni non riesce a soddisfare nemmeno i minimi standard di dignità sportiva per rimanere nei gruppi sportivi. 

A meno che si individuino nuove forme di aggregazione e tesseramento, che purtroppo nascono solo seminando denaro. Mammona. Ma purtroppo, come altre volte detto, il sistema integrato dei gruppi sportivi statali in Italia tutto fa, tranne che attirare risorse a partire dal denaro. Nessuna azienda può infatti sponsorizzare i gruppi sportivi statali (se non limitandosi a cedere materiale tecnico) proprio perchè statali... Lo Stato che fa impresa? Vi vedete la Nike che paga la Polizia? O la Finanza? O i Carabinieri? Vi rendete conto che abisso giuridico si aprirebbe se ciò avvenisse? Ecco, quindi i capitali vengono strutturalmente allontanati dall'atletica di vertice statale che detiene però il 95% degli atleti top in Italia. E chi dovrebbe sponsorizzare la Nike di turno? Le società mediocri che non hanno alcuna visibilità perchè non hanno nessun atleta con un minimo di visibilità? Capite che razza di arma a doppio taglio è l'atletica di Stato? Da una parte consente la sopravvivenza di una parvenza di atletica di vertice incapace però di proporsi sul piano internazionale, dall'altra deprime qualsiasi forma recettiva di risorse, che non siano appunto quelle (deficitarie) dello Stato.

Concludo con Licciardi. Licciardi, è stato sicuramente vittima e carnefice di sè stesso, ma non possiamo ipotizzare che questa sua scelta sia stata dettata anche da un sistema che consente a forse troppi atleti di godere di una condizione privilegiata tanto da volerci rimanere a tutti i costi e a qualunque condizione?

15/07/13

14 luglio: la caduta della Bastiglia Atletica

Premetto che non mi piace scrivere di "cronaca", perchè sulla rete ne trovare finchè ne volete. Quindi cerco di trovare un senso all'Armageddon del 14 luglio, caduta della Bastiglia e da oggi anche il signum della caduta della credibilità dell'atletica a livello mediatico. Tyson Gay, Asafa Powell, Sharone Simpson, Nesta Carter... Dopo essermi interrogato in lungo e in largo, e aver partecipato ieri sera sul Gruppo Queenatletica su facebook ad una accesissima (e corretta) discussione sul doping, sono arrivato ad una conclusione: non c'è niente da discutere. E' perfettamente inutile. 

Come spiegavo ci sono due chiavi di lettura. Una morale e una giuridica. Su quella morale ognuno può esprimere un giudizio negativo o meno: è giusto, onesto, e il mondo definisce le proprie regole proprio in seguito ad affermazioni di valore e discussioni sulle idee relative a determinati argomenti. Le idee si diffondono, e poi quando più persone le condividono (dovrebbero) nascere le Leggi. 

Su quella giuridica c'è una norma che va rispettata. Per chi non la rispetta son previste delle pene, che nel caso del doping son molto semplici e applicate nella quasi contemporaneità degli esiti delle controanalisi. Quindi? 

E' da tempo che volevo scrivere la mia posizione su questa cosa, che alla fine è una non-posizione, perchè se c'è una legge, vi ci si attiene. Punto. Senza fronzoli giustizialisti. Tra l'altro le norme sull'antidoping sono molto rigide, e l'unica prova utilizzabile sono i risultati di un test. I pregiudizi non fanno ancora parte del bagaglio probatorio utilizzato per decidere sulla squalifica di un atleta. Non si scampa: quanti sono riusciti a dimostrare la propria innocenza? Non ci sono i concetti di dolo o colpa: c'è la positività o la negatività. Punto. Se poi si è stati vittima di complotti, errori, frodi, etc... insomma, davvero in pochi sono riusciti a dimostrare la propria estraneità e di sicuro con prove certificate e dopo aver impiegato fior di avvocati. 

Quello che personalmente mi dà fastidio è la troppo facile generalizzazione. Di fatto si tratta di fango distribuito gratuitamente su chi, magari, certi risultati se li è sudati in pista quotidianamente, con scelte di vita drastiche, rinunce, trovate tecniche innovative, abnegazione. Perchè fango su tutti? Come scrivevo su facebook, se becco un ladro jamaicano, non posso dire che i jamaicani siano tutti ladri. E non posso nemmeno dire che quello che ho beccato, se non ho altre prove, sia sempre stato un ladro. Il suo errore è nell'attualità della scoperta e solo per quella circostanza. A meno che chi indaga sia così in gamba da scoprire il pregresso. E allora cancelliamolo dagli Albi d'oro. Funziona così nelle società evolute. Nelle società involute, invece, la caduta inizia proprio nello screditare tutti. Fateci caso, e l'ho notato anche professionalmente: generalizzare è professione di scarsa civiltà, perchè genera diversità tra i gruppi sociali, emarginazione, il mito del capro espiatorio. Se gli uomini si affidano alle Leggi, a quelle noi dovremmo affidare il nostro sentire: io credo nell'antidoping e nelle sue leggi. Non trovo giusto generalizzare o accusare senza prove. 

La IAAF/WADA ha appena dimostrato che il sistema antidoping funziona. E' stato fugato anche uno dei canonici pregiudizi sull'intoccabilità dei Santoni dello sport. Pensate: in un giorno solo, la caduta della Bastiglia atletica: cadute contemporaneamente le teste del pretendente alla Corona e del Re Triste, anche se ormai detronizzato da qualche anno. Di solito cadevano sporadicamente le teste di qualche valvassore, pochi valvassini, e pochissimi vassalli.

Ciò che concepisco ancor meno è la rabbia. Rabbia contro chi si dopa. Perchè? Io rimango deluso, certamente, ma perchè arrabbiarmi? Cosa ci/vi ha tolto Tyson Gay? Un posto nella finale mondiale di Mosca? Un contratto con l'Adidas? La gloria sempiterna? A parte chi di fatto si scontra corsia-contro-corsia con Tyson Gay, agli altri cosa vien meno? Un sogno? Una certezza? Cosa? 

E mi permetto: quotidianamente veniamo bombardati di notizie in cui davvero in Italia qualcuno ci porta via qualcosa: ci scateniamo nello stesso modo per chiedere pulizia? Abbiamo la stessa rabbia? Secondo me no, anche perchè altrimenti il nostro mondo sarebbe diverso se ci fossimo indignati con la stessa foga. Però vale per Tyson Gay e Asafa Powell, che, a mio modo di vedere, dovranno pagare il massimo previsto e basta. A che serve gettare fango su tutto e tutti? Tutti dopati sotto i 10", oppure sotto i 9"80; e che dire di quelli quelli neri? O quelli che corrono lo sprint e ai quali si vedono le vene sulle braccia? E invece quelli con gli occhi arrossati? Quello che alla gara provinciale che ha migliorato 2 decimi ma l'ho sempre battuto? Quello che era infortunato e poi è ritornato e va più forte di prima? quello...? dai, siamo civili. Rispettiamo le Leggi, inteso come rispettiamo le sue determinazioni, e se proprio dobbiamo prendercela con qualcuno, prendiamocela col Sistema, ovvero il castello di norme che ci regola. Se un dopato, scontata la sua pena, torna in pista, che colpa ha? E' colpa al limite della norma che glielo ha consentito, non certo la sua. Spesso sono persone che hanno vissuto solo per l'atletica tutta la loro esistenza "cosciente" e che non sanno fare altro che lo sport... io non mi sorprendo nemmeno. Bisogna vivere e costoro conoscono solo un modo per farlo. Se un carcerato ha scontato il proprio periodo di carcerazione, rimane un rapinatore? Forse sì nella nostra società, visto che costoro non riescono più a reiserirsi o vi riescono solo dopo una grande fatica, nel "nostro mondo" di pregiudizi.  

Si parla di moralizzazione, cultura, scuola... sarò cinico, ma non c'è moralizzazione che tenga (a meno di poterla fare a livello interplanetario), o provvedimenti drastici che reggano. L'uomo per sua natura cerca di ottenere di più, cerca di guadagnare le risorse scarse a disposizione portandole via agli altri uomini. E' homo homini lupus. Facciamocene una ragione. Chi bara e barerà ci sarà sempre. E' da sempre così, e non potrebbe essere diversamente in un mondo competitivo come quello dello sport. Per questo l'unica speranza di "pulizia" sarà data solo dalla rispetto delle norme, Devono esserci delle norme severe, e chi le infrange va squalificato. Punto. Le calunnie fanno solo male a tutto il sistema-atletica.

La ciclistizzazione dell'atletica sarebbe devastante: ormai in quel mondo sportivo è tutto ovattato di sospetto. Ieri l'impresa di Froome sul Vantux era commentata più o meno globalmente con "quando lo beccano?" a partire dal più grande bluff della storia, ovvero Lance Armstrong. Giustamente lui oggi ha replicato che il pulpito non era certamente quello più consono, e che lui (almeno fino a prova contraria) è pulito. Come dargli torto? E se fosse vero? 

Per concludere: io mi guarderò la finale dei 100 di Mosca con 8 atleti che riterrò puliti fino a prova contraria e cercherò di godermela per quello che sarà, veloce o lenta che sia. Invece, per coerenza, chi generalizza l'uso delle sostanze stupefacenti, non dovrebbe guardarsi i mondiali. Lo farà? 

23/02/13

Doping: due medaglie di fango agli Europei Master di Zittau

Parafrasando le parole del Duca: "il master che si dopa è un ...", non mi ricordo la parola finale, ma non era sicuramente elogiativa. Ebbene, dai controlli effettuati ai Campionati Europei di Zittau ci è finito dentro un polacco, ovvero l'M45 Wieslaw Pietka (qui di fianco nella foto segnaletica). Classe 1965, da M45 è riuscito a correre (secondo all-athletics) in 1'59"81 gli 800, 4'09"82 i 1500 e soprattutto 14'53"44 i 5000. Non si sa quali sostanze o a quali violazioni abbia incorso nella circostanza, fatto sta che l'atleta è stato squalificato per due anni. Molto stringati i comunicati comparsi sui siti dell'EVAA e della World Masters Athletics, nei quali si parla solo della positività della persona. Possibile che non mettano quello che ha vinto? Infatti dietro a quel nome che sembra non dire nulla, in realtà si cela la medaglia d'oro dei 5000 M45, vinti a 47 anni in 15'12"78. Ma il buon Wieslaw non si è fermato qui, perchè al suo attivo c'è stata anche la medaglia d'oro nei 3000 siepi in 9'37"09. Insomma due ori agli Europei Master in cambio di una firma sul contratto in cui ha venduto l'anima al diavolo. Qui sotto i nuovi podi della gara. 

5000 m – M45
1       540   FONTANEDA Francisco Jav     1964 M45   ESP SPAIN          15:14.49
2       3298 POBLOCKI Piotr                     1965 M45   POL POLAND       15:31.88
3       3308 RYBARCZYK Jan                     1967 M45   POL POLAND       15:35.12
3000 steeplechase – M45
1       918   PELLETIER Gilles            1962 M45   FRA FRAN          9:57.69
2       444   GRENAA Poul                 1966 M45   DEN DENMARK  10:27.80
3       3612 RADISIC Ljubisa             1967 M45   SRB SERBIA       10:39.25

23/12/12

Doping "spagnolo": sospeso il laboratorio di Madrid

La WADA, l'agenzia internazionale antidoping, ha sospeso per 3 mesi il laboratorio di Madrid, intimandogli per lo stesso periodo di non produrre analisi relative alle sostanze organiche degli sportivi prelevate e che sarebbero dovute essere analizzate. Secondo l'annuncio della WADA, il laboratorio non avrebbe rispettato gli standard previsti per le strutture che dovrebbero svolgere questo ruolo, e che rivaluterà le sue condizioni al termine della sospensione. Secondo un'altra fonte,  in agosto, durante la fase di analisi di un campione di urine, un campione di urine già risultato positivo alle sostanze proibite, sarebbe stato contaminato con il risultato di non poter certificare il risultato... e l'atleta l'ha fatta franca.

21/12/12

Atene '04 e l'esercito dei dopati postumi: il 4,5% dei ri-controlli (negativi) positivo!

Chi l'ha pensata al CIO ha trovato davvero l'uovo di Colombo. Sapete cosa si dice da sempre, no? "Il Doping è sempre avanti all'antidoping di almeno 5 anni!", sancendo di fatto quella che è una realtà incontrovertibile, visti i risultati che vedremo. Quella frase nasconde e nascondeva anche una sorta di impotenza certificata di fronte ai nuovi ritrovati farmacologici, quasi impossibili da individuare nel breve periodo nelle provette, ma di cui si sa sempre troppo tardi, quando ormai i buoi sono già tutti scappati dalle stalle. Così, una bella mattina quel qualcuno ha deciso di fare l'esperimento dell'uovo di Colombo, ovvero con un'asserzione concettuale, rivoluzionare l'antidoping con una semplice presa d'atto, che suona più o meno così: "ah sì, siamo indietro 5 anni rispetto al doping? E allora i controlli alle vostre provette ve li facciamo nei prossimi 8 anni!". Detto-Fatto, è arrivato l'antidoping postumo, ovvero il ri-test a campione delle provette con tecnologie che evidentemente non erano disponibili 8 anni prima, e con risultati chiaramente differenti rispetto a quelli originali.

Forse ormai tutti saprete quello che è successo per le 3700 provette delle Olimpiadi di Atene '04 di coloro che erano risultati negativi, no? Ne sono state prese 110 (più o meno il 3%) e di queste 110, 5 sono risultati positivi (ovvero il 4,5%!!)... a 8 anni di distanza per le più svariate sostanze allora artatamente nascoste da qualche altra sostanza. L'impatto è notevole... se teniamo buona la percentuale del 3%, e ritenendo il campione sufficientemente eterogeneo (ovvero, preso davvero a campione e non su specialità più deboli di fronte alle sirene del doping), se avessero potuto controllare tutte le 3700 provette si sarebbero potuti avere qualche cosa un esercito di 167 atleti positivi... un'enormità. Ci pensate che razza di immagine devastante lo sport mondiale avrebbe ricevuto se fossero stati tutti controllati con i metodi d'oggi? Ma tant'è: sono semplici calcoli matematici. In quell'Olimpiade, giova precisarsi, parteciparono anche molti atleti (come Justin Gatlin) in seguito trovati positivi...

Ora, i 5 casi individuati postumi (tra i quali l'oro del peso, Yury Bilonog), saranno discussi in questi giorni al CIO per verificare come comportarsi, ovvero se procedere all'avocazione della medaglia, la riassegnazione della stessa o la vacanza del titolo: in questo terzo caso, si manifesterebbe una sorta di dentiera con i buchi per l'atletica (e per gli statistici) che dovrebbe introdurre qualche statistica ad hoc per il doping, quale parte integrante delle verifiche contabili. Riflessione: uno dei dopati di cui sopra ha avanzato secondo me una giusta questione: "ma l'atleta che è arrivato dopo di me, e che si trova a sorpresa la medaglia al collo, è stato testato anch'esso al tempo?". Bè, peccato che il dubbio lo instilli chi ha barato a propria voglia, ma è una posizione sicuramente condivisibile che farebbe protendere per una sospensione a divinis della medaglia... purtroppo ha ragione ma c'è anche da dire che se lui stesso fosse stato "negativo", probabilmente non si avrebbero avuto dubbi di sorta. C'è pure il caso di una specialità dell'atletica, poi, in cui si troverebbe la medaglia al collo... la 5^ classificata, dopo che una delle precedenti concorrenti era stata già beccata con le mani in saccoccia quando ancora stava festeggiando.

Come scrivono su La Stampa, a chiusura dell'articolo relativo alla medesima notizia, di fronte a quell'esercito di positivi, si sarebbe dovuta probabilmente rifare tutta l'olimpiade... ma è giusto così: il fango postumo cancella tutta la gloria precedente, anche quella magari "pulita". Non posso non mettermi nei panni, ad esempio, di Alex Schwazer, che a suo dire la sua medaglia di Pechino l'aveva conquistata a costo di sacrifici e sangue: quanto, oggi, quella medaglia frutto davvero (probabile) di un lunghissimo percorso di dolore fisico, è stata infangata da quello che è successo dopo, tanto da non poter nascondere nel giudizio terreno dell'atleta sia la medaglia che soprattutto la caduta verso gli inferi del doping? I due pesi si equilibrano, purtroppo, e la Storia e le genti che seguiranno faranno fatica a far emergere la figura del campione più che quella del baro. L'insegnamento della sua vicenda è forse la migliore di mille altre: essere diventato un Dio di Olimpia con la propria fatica e senza aiuti, e poi essere caduto nella polvere, senza possibilità di redimersi di fronte al mondo e poter togliere nelle menti di chi lo ascolta il dubbio sul "prima". E' terribile, lancinante, ma è finalmente una sorta di giustizia, un pò "tirata", ma che sta rendendo amare molte delle medaglie vinte truffando. 

12/06/11

"Di androgeni più ne prendi, meglio stai"... uno stralcio dell'intercettazione tra la master e il Dottor Kevorkian all'italiana

Vi voglio solo riportare fedelmente uno stralcio dell'intercettazione presente sul sito internet del Resto del Carlino del 9 giugno scorso relativo al famoso medico di Rimini che avrebbe dispensato ormoni della crescita agli atleti (in un paio di casi sembra anche ad un minore) come se fosse Aulin.
Copio-Incollo il pezzo tratto dal sito:
Conversazione tra il medico e una paziente, una atleta master dei 400 ostacoli (dovrebbe essere la madre del figlio 17enne, sposata con il medico. n.d.r.). "Ovviamente come dicevi tu, che mi accennava anche tuo marito, quando prendevi lo stanozololo no che recuperavi meglio, questo e’ ovvio, di androgeni piu’ ne prendi e meglio stai! Però come fai a presentarti in una gara in queste condizioni con il rischio del test? Perchè se uno fa da solo fa sempre bene, però nel mentre che c’è il medico che poi te lo consiglia, o che salta fuori, la sputtanata è colossale, eh!". Nel prosieguo della conversazione il dottore chiarisce anche che "il gh è una terapia che per avere un certo tipo di risultato bisogna farlo almeno tre mesi continuativi e il dosaggio dovrebbe essere il doppio di quello che hai fatto".
Chiaro: le intercettazioni in Italia non sono una prova, ma uno strumento per individuare le prove. Ma come mi diceva un caro amico, che lavora in un Ufficio della Squadra Mobile: le intercettazioni sono l'elemento più genuino di un'indagine
Ad ognuno le proprie valutazioni. 

09/12/10

Uragano doping sul mezzofondo Spagnolo: indagata la Dominguez e arrestato i più noti allenatori

Chi non ha mai sentito parlare dell'Operacion Puerto? Un'operazione della magistratura spagnola su vasta scala relativa alla diffusione del doping nello sport spagnolo, in cui si scoprì che a capo dell'organizzazione vi era il tristimente noto Dottor Eufemiano Fuentes ed il Direttore Sportivo della Liberty Seguros Manolo Saiz, personaggi legati al ciclismo professionistico d'oltralpe. Ci fu tanto rumore, tante persone tirate in ballo, molti sportivi non solo legati al mondo delle due ruote: si ventilò anche la presenza dei maggiori mezzofondisti spagnoli, anche se i loro nomi non furono mai rilevati (nelle carte apparve il nome di una allenatrice molto nota che allenava diversi di loro e diversi "alias" non attribuibili con certezza investigativa). Di fatto l'inchiesta spagnola si concretizzò con l'arresto dei manovratori, ma gli sportivi (probabilmente benchè coinvolti penalmente, non era possibile collegarli con l'effettivo uso, così come invece avviene in Italia, che solo per il comportamento immorale si rischia la squalifica) riuscirono ad uscirne tutti indenni... pensate: solo in 6 pagarono sportivamente per quella indagine perchè identificati compiutamente, 4 dei quali squalificati dal CONI, cioè in Italia, e fra i quali ricorderete sicuramente Ivan Basso. Uno fu squalificato dalla giustizia sportiva tedesca, Jan Ullrich e uno confessò... Il caso più scandaloso delle maglie larghe della giustizia sportiva spagnola (contraltare delle grandi capacità investigative della giustizia ordinaria) più noto fu quello legato al ciclista Valverde, per cui in Italia il Procuratore anti-doping Emanuele Torri nè pronunciò la sconunica urbi et orbi sul suolo patrio, mentre continuò a correre (e vincere) nel resto del mondo ciclistico. Contenti loro.
Ora, una nuova Operacion si è fatta il largo in Spagna, l'Operacion Gargo. Un vero e proprio uragano che rischia di spazzar via in un attimo una delle realtà più consolidate dell'atletica europea:  il mezzofondo spagnolo. Il personaggio "copertina" di questa nuova indagine è usicuramente Marta Dominguez, medaglia d'oro ai mondiali di Berlino l'anno scorso e argento quest'anno a Barcellona agli Europei. L'accusa è traffico di sostanze stupefacenti, accusa per la quale sono state perquisite in serata diverse abitazioni di atleti, allenatori, manager spagnoli nelle zone di Madrid e Palencia (dove abita la Dominguez). L'allenatore della campionessa del mondo, Cesar Perez è stato arrestato, così come Manuel Pascua Piqueras, l'allenatore più noto del mezzofondo spagnolo (tra i cui  atleti si ricordano Reyes Estevez, Mayte Zuniga, prima finalista olimpica spagnola, ed in questo periodo l'ottocentista Eugenio Barrios e Alvaro Fernandez e il più fresco vincitore degli Europei di Cross del 2009, Alemayehu Bezabeh). Perez e la Dominguez sarebbero alcuni dei gangli di un'organizzazione ramificata e votata proprio allo spaccio di sostanze illegali e collegata ancora una volta a Eufemiano Fuentes (che di perdere il vizio, se fosse tutto confermato, non vuole proprio pensarci). Il Ministero dell'Interno spagnolo ha comunicato che sono attualmente arrestati altri atleti, medici e manager spagnoli, ma fino ad'ora i nomi più noti sono quelli idella Dominguez, dei due coach e di Fuentes. Vedremo nelle prossime ore se ci saranno altri personaggi di primo piano coinvolti.
Nel frattempo la federazione spagnola ha ritirato dai prossimi campionati Europei di cross ad Albufeira (Portogallo) proprio il campione del 2009, Bezabeh, allenato proprio dal citato Pascua.

04/10/10

La crema delle parti intime di Belen è doping: e noi tutti c'abbiamo scritto Giocondor...

In attesa del reportage dei c.d.s. di Cagliari (uscirà nei prossimi giorni), vi lascio in compagnia del Duca e della sua denuncia, che diventerà presto quella del nostro sito.

L'angolo del Duca: e noi tutti c'abbiamo scritto Giocondor!

Mi perdoneranno i più giovani, ma da anziano atleta quale sono ho spesso reminiscenze di vecchi spot degli anni 60 e, leggendo quanto poi sotto riportato, mi è venuto in mente “Giocondor” un mitico cartone animato di un Carosello fatto per una nota azienda alimentare. Il corvaccio diceva sempre una frase “ecchè ciò scritto Giocondor” che , in estrema sintesi, voleva significare: "ma che mi hai preso per scemo…?". Una simpatica vignetta e un’espressione ormai da decenni nel linguaggio comune, per introdurre ancora una volta l’argomento DOPING. Il Doping nello sport è un problema gravissimo che, a mio avviso, è assolutamente sottovalutato per tantissimi motivi, il più evidente dei quali l’esigenza smodata di spettacolarizzare sempre di più il gesto atletico oltre gli estremi limiti fisiologici. Ho spesso parlato delle motivazioni che spingono un atleta professionista ad aiutarsi con sostanze chimiche cercando di dare, pur disapprovando nella maniera più assoluta, un senso dettato da esigenze monetarie.
Ma il fenomeno ancor più inquietante è quello del doping a livello amatoriale: il prof Sandro Donati, paladino praticamente sconosciuto, perché quasi mai citato dai media, della lotta al doping in Italia e nel mondo, ha dichiarato, tramite l’Associazione Sport di Libera, che è stato stimato come, solo in Italia, circa 500.000 sportivi non per professione abbiano assunto sostanze dopanti almeno una volta in un anno. (rif. 2008).
E’ un dato impressionante. Anche se si parla ovviamente di qualsiasi tipo di attività fisica svolta a livello amatoriale (dalla palestra al volano), quante persone su un universo di 60 milioni di abitanti praticano uno sport? Vogliamo esagerare, 5 milioni… il 10%, ma se anche fossero 10 milioni, parleremmo comunque di un 5% di una intera popolazione che assume sostanze dannose per la propria salute, solo per praticare un’attività sportiva che, di per se, dovrebbe essere praticata proprio per stare bene di salute. 
Un assurdo nell’assurdo.
E attenzione, quando si parla di attività amatoriale, si deve chiaramente comprendere tutto l’ambito delle categorie preprofessionistiche, gli adolescenti per intendersi, che molto spesso, in maniera totalmente inconsapevole, vengono costrette ad usare determinate sostanze con la prospettiva di non poter progredire nel proprio ambito sportivo. E’ un problema gravissimo e come si fanno campagne istituzionali contro le droghe, il fumo, l’alcol, la guida spericolata, l’aids, allora bisogna farle anche contro il doping nello sport a tutti i livelli.
Il doping è una piaga sociale, identica a quelle appene citate e in quanto tale va evidenziata e combattuta con la prevenzione, raccontando la verità in merito e non avendo paura a dichiarare che: IL DOPING UCCIDE.
Noi di Webatletica, nel nostro piccolissimo ambito, daremo il buon esempio e cominceremo, in un prossimo futuro, a creare delle nostre campagne preventive per ricordare quanto appena detto. E giusto per stemperare appena la crudezza di quanto appena scritto divertiamoci con alcune delle giustificazioni più banali da parte di chi era stato beccato e che sono state riportate qualche giorno fa da Tgcom. E’ solo un piccolissimo campionario; di scuse ridicole e patetiche ne abbiamo sentite di ogni tipo e saremmo ben felici se voleste segnalarci quelle che più vi hanno colpito e maggiormente indignato.

Doping, le scuse degli sportivi - Ciclisti e calciatori i più fantasiosi (Tgcom del 01/10/2010)

"Ho mangiato troppa carne", questa è stata la fantasiosa risposta di Alberto Contador, il ciclista spagnolo reputato il migliore al mondo, all'Unione Ciclistica Internazionale che aveva annunciato la sua positività ad un test antidoping, parlando di una "piccola concentrazione di clenbuterolo"(sostanza utilizzata per accelerare crescita nelle bestie da macello). Ma Contador non è l'unico a possedere una fertile creatività nel mondo dello sport...

A reputare "assai improbabile", infatti, la spiegazione di Contador ci pensa Andrew Franklyn Miller, medico dello sport presso il Centre for Human Performance di Londra e responsabile dello staff sanitario della nazionale britannica di canottaggio, che ha commentato la difesa del ciclista affermando: "I quantitativi di clenbuterolo trasmessi nell'organismo umano attraverso carne contaminata sono incredibilmente contenuti, a meno che non si consumino enormi quantitativi di carne": "E' assai improbabile", ha aggiunto Miller, "che alla vigilia di una tappa di montagna qualcuno consumi tre o quattro bistecche".

Ma non c'è fine all'invenzione dell'intelletto umano, alcune storie sono così paradossali che sembrerebbero, lasciatecelo dire, inventate. Storica, ad esempio, la giustificazione del romeno Adrian Mutu, positivo alla cocaina ai tempi del Chelsea, disse di averla presa ''per migliorare le prestazioni sessuali''. Aveva infatti conosciuto una connazionale pornostar e voleva essere all'altezza.

La madre di tutte le positività nel calcio italiano fu, nel settembre del 1990, quella al Lipopill di Angelo Peruzzi ed Andrea Carnevale della Roma. ''Il Lipopill ce l'ha dato mia madre per smaltire una cena troppo generosa cucinata da lei dopo la gara con il Benfica'', raccontò il portiere. Vennero squalificati per un anno.

Numerosi i casi di positività anche al nandrolone, spesso cancellati a colpi di spugna, ovvero sentenze con pene non superiori ai 4 mesi. Christian Bucchi e Salvatore Monaco del Perugia dissero di aver ''fatto una abbondante grigliata di carne di cinghiale, che ci ha fatto venire fuori valori sballati''.

Per Fernando Couto, portoghese del Parma, fu invece ''tutta colpa di quello shampoo che conteneva nandrolone. E con la chioma che ho, io devo usarne molto''.

Famoso infine il caso di Marco Borriello, sospeso tre mesi per positività a prednisone e prednisolone (metaboliti del cortisone) dopo un Milan-Roma (allora il centravanti giocava nel Milan). La corte fu clemente perché tenne conto della spiegazione fornita dalla fidanzata del calciatore, Belen Rodriguez. ''Dopo un rapporto sessuale non protetto - spiegò la pin-up argentina - Marco s'è preso la mia stessa infezione vaginale e senza pensarci gli ho consigliato di usare la crema al cortisone che il mio medico mi aveva prescritto''. (Fonte TgCom 1 ottobre 2010)

23/09/10

Un caso di doping... nascosto dalla Fidal?

Aiutatemi a capire, perchè probabilmente non ci riesco. Ken Stone, dagli States, ieri mi manda una mail per chiedermi se conoscessi mai questo atleta (di origine marocchina) trovato qui in Italia positivo ad un controllo antidoping. La gara erano i campionati italiani master di Maratona tenutisi a Piacenza il 7 aprile 2010. Ken, in cerca di informazioni per capire chi sia questo soggetto, mi suggerisce che la fonte deriva addirittura dal sito master più immobile della storia della rete e che riguardi i master, quello della Federazione Internazionale (la WMA). In effetti vado sul sito e trovo la notizia, che ritengo rimarrà  sulla prima pagina per due o tre mesi, quindi non affrettatevi a cercarvela. L'atleta è tale Chakour Nour Eddine (probabilmente nella traslitterazione dei documenti il nome, Noureddine, è stato diviso, qui il link alla gara). Effettivamente, a parte la società di appartenenza (parte lesa), si sa poco di questo atleta. Mi faccio comunque una rapida ricerca su internet (pure Stone sta cercando informazioni su questa persona) e trovo notizie su puntosportivo.it, notiziario sportivo on-line (qui l'articolo) in cui si parla del deferimento di Chakour trovato positivo ad un mix pazzesco di sostanze dopanti (19-norandrosterone, Furosemide, Betametasone e Desametasone). Ma è un master o no? Su una lista di un risultato, risulta nato nel 1977 (qui il link); addirittura il .pdf della gara di Piacenza riporta il fatto che l'atleta sia del '77 (altro link). Ok, non è un master nonostante i siti internazionali riportino la notizia: ciò che non sanno è che probabilmente Chakour è tesserato come Amatore o Senior e ai campionati italiani master di Maratona, c'era anche la versione "open" aperta a queste categorie. Quello che sconcerta è che il sito della Fidal non riporti nulla della cosa: la lotta al doping si gioca su due fronti, purtroppo e per fortuna. Quella sua campo, fatta di controlli (possibilmente) a tappeto, e quella mediatica, preventica, quella che manda il messaggio "attenti, vi becchiamo... due anni a Chakour che ha voluto barare". Il sito della Fidal è Silente, che non è un personaggio di Harry Potter, ma l'aggettivo collegato alla qualità della lotta al Doping condotta dalla nostra Federazione. Del resto la caduta etico-morale-mediatica di questo mandato non la scopriamo certo oggi. Non importa nemmeno del doping effettivamente, e il fatto che dietro quel controllo (positivo) siano stati spesi dei soldi di tutti: un investimento andato a buon frutto che non viene "venduto" come prodotto. Un successo... o un insuccesso mediatico? Quello che vorrei capire è proprio questo: la Fidal non dà pubblicità alla cosa perchè non gliene frega nulla che un suo tesserato venga trovato positivo, per di più straniero. Seconda ipotesi: la Fidal non lo sapeva (ma il sito della WMA riporta che è stata la  stessa Fidal a comunicarlo). Terza ipotesi, nel New Deal della Fidal tutto è fantastico, bellissimo, noi siamo la più bella nazione del mondo atleticamente parlando e tutto viaggia a gonfie vele. Meglio non dare queste notizie scomode per l'immagine del movimento. Qualcuno ha una versione diversa?

28/05/10

Mondo master: un record del mondo, uno italiano, il doping non-doping ed altri tips

Non vi sembra che il mondo master in questa prima parte di stagione sia un pò "alla finestra"? Rispetto alla prorompente stagione indoor, questo primo scorcio di stagione ha mostrato ancora poche vere "emozioni" (così al volo, se dovessi ricordare qualche cosa, mi verrebbe in mente il solo record europeo della "Buga" nel salto in alto F40 e le volate di Umbertina Contini). Probabilmente cominceremo a vedere qualche cosa di buona già dalla settimana prossima, da Roma, l'Olimpico, e tutto quanto d'affascinante aleggia intorno a quella pista. Nel frattempo il mondo gira, e qualche interessante notizia dagli U.S.A. arriva, a partire dal record mondiale M35 nei 3000 metri di Bernard Lagat, classe 1974, che ha concluso le sue fatiche in 7'32"49, che abbassa il precedente record mondiale tabellato di 7'38"28 del francese Adellah Behar stabilito nel 1998 a Parigi (12 anni fa). Il risultato è stato ottenuto durante il meeting di Ostrava (lo stesso di Usain Bolt sui 300 e Asafa Powell che corre in 9"83 sotto la pioggia e controvento) dove il keniano-americano è giunto terzo. Che ci crediate o meno, è il suo record personale stabilito a 36 anni: ed è un signor tempo. A proposito: durante il meeting di Ostrava (onorato dalla presenza di cotanti jet-jamaicani, la creme dell'atletica mondiale), l'organizzazione non si è affatto vergognata a far correre una serie "master" di 100 metri: in Italia ci viene pure negata la partecipazione a certi campionati regionali.
Nel frattempo Geraldine Finnegan, trovata positiva per uno stimolante (efedrina) all'indomani dei mondiali master di Kamloops, sta facendo fuoco e fiamme dall'Irlanda gridando a squarciagola la propria innocenza. Secondo Masterstrack, che l'ha intervistata (visto che la federazione irlandese non se n'è data conto di rispondere a Ken Stone), l'atleta non sarebbe ancora stata sospesa. Addirittura ha già pianificato di partecipare ai campionati europei in Ungheria tra meno di un mese. Ora, alle domande di Stone, la Finnegan avrebbe chiarito che nei suoi liquidi biologici sono stati trovati 11,5 mg di sostanza proibita, contro il 10,0 di "tollerato" (come dire: una quisquiglia). In Inghilterra l'efedrina non sarebbe neppure classificata come dopante, e non sarebbero previste sanzioni (viene utilizzata per l'asma e le congestioni... e come tutti saprete ampliamente utilizzata dai ciclisti professionisti, vittime di pandemia di asma collettiva). Anche in Italia è tollerata (se inalata) sotto certi valori. Nella sua arringa difensiva, la Finnegan avrebbe raccontato anche come mai avrebbe palesato tali valori: al termine delle prove multiple a Kamloops, dopo gli 800, sarebbe collassata, tanto da dover ricorrere alle cure dei medici. Il giorno successivo, ancora molto affatticata, avrebbe acquistato presso una farmacia di Kamloops un decongestionante nasale, per il quale il negoziante avrebbe assicurata l'assoluta legalità (mi permetto: anche acquistare una bottiglia di vino non è illegale. Diventa opinabile se si beve la bottiglia prima di mettersi alla guida). Leggerezza? Ingenuità? Furbizia? Vedremo.
Mi premeva poi sottolineare un record italiano che mi era sfuggito nel report post-Meeting nazionale di San Benedetto del Tronto. In effetti l'Atletica Fabriano (rientrante nella categoria M45) ha migliorato il record nazionale della staffetta svedese con 2'09"04. La squadra era formata da Feliciani, Ghidetti, Morbello e Poeta e ha abbassato il precedente record di 2'11"14 della Liberatletica Aris Roma stabilito proprio a San Benedetto del Tronto due anni fa.
Nel frattempo, tornando dall'altra parte dell'oceano, quanto ci fa piacere sapere che degli over-35 occupano ancora i posti d'onore del palcoscenico internazionale atletico. Mi chiedevo giusto un paio di settimane fa se il il 39enne Allen Johnson stesse continuando o avesse appeso le scarpette al chiodo. Macchè: grande Allen. A Shanghaj, al meeting della Diamond League 13"65 sui 110hs per l'americano. Il record del mondo è lontano, perchè apparteneva a quel fenomeno di Colin Jackson (13"11), ma se corresse su questi tempi l'anno prossimo da 40enne, varrebbe già il primato mondiale. Per quanto riguarda la velocità mondiale, l'australiano Pat Johnson rimane il master più performante (10"18 e 20"74), così come Alvin Harrison sui 400 (è ad una manciato di centesimi dal record mondiale: 45"79 contro 45"76 del record. Lo sto seguendo come un'ombra sulla rete per vedere se abbatte questo prestigioso record, ma non ci sono più sue manifestazioni empiriche). Vedremo: intanto, questo fine settimana (avaro di gare) scoveremo qualche bel risultato in giro.

21/05/10

Kamloops-2010: 4 medaglie macchiate da una truffa

(nella foto, Gerladine Finnegan) - Fonte Masterstrack.com. Incredibile. Davvero incredibile. La notizia di un caso di doping nel mondo del jet-set atletico mondiale, pur se non ammissibile e sempre condannabile, talvolta è quasi comprensibile: soldi. Tanti, in molti casi. Altri semplicemente lo fanno per campare: ma si parla di esseri umani che violano la legge, truffano il loro mondo e i propri avversari per arricchirsi o per star meglio. Fin che ci sarà l'uomo ci sarà qualcuno che vorrà star meglio di altri. La cosa incomprensibile è quando una persona arriva a doparsi quando non c'è più nulla da dimostrare a nessuno. O quando non c'è guadagno alcuno. Se un master va male, amen: ci sono decine di categorie e opportunità per rifarsi! Quel mondo che lo ha accettato e nel quale gareggia, non giudica le sue controprestazioni, perchè tutti qui dentro sanno che nella vita c'è altro oltre all'atletica, e le prestazioni nelle gare. Ebbene, l'ultimo caso di doping nel mondo internazionale master è quello incomprensibile che riguarda l'irlandese W40 Geraldine Finnegan (44 anni). A Kamloops vinse addirittura 4 medaglie: 2 d'oro (pentathlon con un distacco abissale e giavellotto), 1 d'argento sui 60hs e una di bronzo nei 400. E' il terzo caso di doping nelle ultime due edizioni dei mondiali (tra outdoor e indoor, nel giro di 8 mesi), dopo quella del finnico Pekka Viippo, e quella ben più altisonante dell'americano Val Barnwell. Cosa sta succedendo?

11/03/10

il caso doping di Val Barnwell: una soap opera!

(Val Barnwell mentre viene preso in consegna dal delegato anti-doping ai mondiali master di Lahti - foto di Ken Stone su Masterstrack) - Non so se stiate seguendo sui siti master internazionali il caso Doping legato allo sprinter americano M50 Val Barnwell. Personalmente ho iniziato a interessarmi della cosa distrattamente, leggendo i vari articoli di Ken Stone e Annette & Robert Koop. Naturalmente qui in Italia è un periodo in cui ci si diverte di più al tiro al piccione-Fidal (che è pure bello ciccione, difficilmente spicca il volo e non passa giorno in cui qualcuno non lo vorrebbe impallinare) così che non pensavo di dare troppo spazio ad una vicenda e ad una persona che dovrebbe essere dimenticata abbastanza velocemente (ma poi, tra due anni, si presenterà ancora nel mondo master?). Poi l'affaire Barnwell è diventato sempre più una soap opera in stile americano, con accuse, silenzi, guardie del corpo, smentite che ne fanno il primo vero caso di doping-mediatico della storia del mondo master. A dire il vero c'era il precedente del caso di Erik Wijmeersch (vincitore di un campionato del mondo master indoor M35 a Linz sui 60 con... 6"82), anche se di fatto lo spinter belga non era propriamente calato nella realtà master (visti i risultati). Erik fu incarcerato per aver spacciato un quantitativo di sostanze dopanti delle quali, sosteneva, di non aver fatto uso. Sarà. Comunque sia, quella di Val Barnwell è una storia "più nostra", perchè il personaggio ha effettivamente vissuto nel mondo master, ne era parte integrante e probabilmente la sua "fama" gli derivava in questo periodo dal fatto di esserne uno degli epigoni. Poi, dopo la tempesta iniziale dovuta alla scoperta del cheater, sul sito tedesco Anneteseite, l'altro giorno e quasi in sordina compare una notizia che sembra quasi una boutade. Il tedesco Dieter Massin, presidente della Federazione Europea di Atletica Master (EVAA), nonchè segretario dell'organismo antidoping, dopo l'impeachment di Barnwell, avrebbe ricevuto una guardia del corpo per le conseguenti minacce che avrebbe ricevuto. Cosa?? Da chi? Se la matematica non è un'opinione e il mondo vive di una serie incessante di nessi causa-effetto, è facile capire dove si voglia andare a parare. Masterstrack riprende la notizia con un pizzico di scetticismo. Penso condividibile: stiamo parlando di medaglie d'oro che valgono il tempo che trovano quando sono vissute all'interno del mondo master, ma fuori, lo sappiamo, non hanno lo stesso peso. Il fatto, nonostante tutto, fa nascere una polemica infuocata: molti ritengono la notizia infondata: interviene a questo punto anche il presidente della WMA, l'australiano Stan Perkins che avrebbe dovuto fugare ogni dubbio "questa cosa è assolutamente falsa!". Finito qui? Macchè! Robert Koop interviene nella discussione (e siccome è tedesco... come Massin, evidentemente qualche fonte privilegiata la possiede) e conferma tutto: "è tutto vero!". Va bè: non è un fatto sconvolgente, ma è un fatto (o non lo è), più per gli aspetti etici di cui si ammanta. Nel mezzo di questo tourbillion di polemiche, arriva poi lo stesso Val Barnwell, il quale, udite-udite, in pieno stile ciclistico accusa di essere stato vittima di un sabotaggio! Poteva non essere così? Come recita la sua difesa, Val sarebbe finito all'interno di "elaborato schema di sabotaggio perpetrato da persone sconosciute" che lo avrebbero preso di mira "per la sua razza". La seconda parte probabilmente ce la poteva risparmiare, ma tant'è. Il giallo si infittisce e la soap diventa sempre più gustosa (del resto i reality vengono visti per le deviazioni che vi succedono, non certo per la normalità del succedersi degli eventi!). Nel resto della sua arringa difensiva, Val sostiene di essere stato un atleta olimpico della Guyana (smentito dallo stesso Stone che tra l'altro riporta come l'assunzione della sostanza trovata nei campioni di sangue di Barnwell sia stata molto consistente, necessitando di molteplici iniezioni o pastiglie prese per via orale. Difficile credere alla congiura internazionale) e che non sarebbe stato possibile per lui inocularsi quelle sostanze visto che l'attività master è autofinanziata. Bè: sarà pure difficile, ma qualcuno l'ha fatto...

04/03/10

Scandaloso: Val Barnwell positivo!!

(Val Barnwell a Riccione-07, foto Atleticats.it) - La notizia si stava già sussurrando in giro per la rete. Poi in questo momento apprendo quello che potrebbe essere il più grande scandalo-doping della storia del masterismo moderno: Val Barnwell (1957) pluricampione mondiale e primatista mondiale (se lo ricordiano tutti i presenti a Clermont dopo lo show sui 60 mt in cui a 50 anni corse in 7"18, record mondiale), sarebbe il secondo caso di positività riscontrata dopo Lahti di cui parlava la WMA ma di cui ancora non si conosceva il nome. La sostanza trovatagli dovrebbe essere testosterone. Questo è quello che ho appena appreso (facendomi cadere letteralmente la mascella sul pc) leggendo il sito tedesco più informato sull'attività master, l'Annetteseite. Se fosse confermato, cadrebbe una delle leggende del masterismo mondiale: un alter-ego di Ben Johnson a Seul 1988, anche se le categorie sono tante... ma il carisma agonistico di Barnwell l'aveva differenziato dagli altri protagonisti dello sprint master mondiale, in primis Bill Collins, che invece ha sempre fatto della modestia la maschera della sua elegantissima classe. Barnwell, più istrionico, espansivo, giullare, segna sua malgrado una delle pagine più tristi della velocità master. Il provvedimento di sospensione gli sarebbe stato notificato proprio in questi giorni dalla Usada, l'agenzia antidoping americana. Tutte le medaglie da lui vinte a Lahti (4 ori: 100, 200, 4x100 e 4x400) dovrebbero quindi essere ritirate per riscrivere la storia di quelle competizioni. Mbè, non ho altre parole da aggiungere: rimango un pelo schoccato.

27/12/09

Un nuovo caso di doping a Lahti?

Da Masterstrack si apprende che a Lahti-09, dopo il famoso caso del lanciatore finlandese (Pekka Viippo), che ha fatto pubblicamente ammenda dei suoi peccati (ma tanto tra i master, tanti sono gli anni per poter gareggiare, che potrà tornare senza particolari problemi tra un paio di anni), ci sarebbe un secondo caso di doping. Stavolta non sarebbe finlandese... quindi il campo di ricerca si allarga. al resto dei paesi partecipanti. Contattato dallo stesso Ken Stone, il Presidente della WMA, Stan Perkins, avrebbe detto che ci sono stati due casi con risultati "dubbi" a Lahti. Uno era appunto il finnico. E l'altro...? Non si sa. I risultati sono stati spediti alla federazione d'appartenenza dell'atleta, e non sapremo mai se ne sarà svelato il nome... o quando. Pensate a quanto sia ambito un titolo per un campionato mondiale master...

20/11/09

L'angolo del Duca: Giù le mani dai supereroi!

(foto dal corriere.it) - A livello mondiale il 2009 si è chiuso, come l’anno precedente, nel segno di Usain Bolt, meraviglioso atleta le cui imprese sono andate bel al di là del pur fantastico mondo dell’atletica, per farlo assurgere, ritengo, al ruolo del piu’ straordinario sportivo dell’anno. Le sue prestazioni sono state paragonate a qualcosa di soprannaturale nel senso che il perfetto connubio della sua forza, potenza ed elasticità ha permesso che potesse ottenere riscontri cronometrici impensabili per un essere umano e fatto si che la sua corsa potesse essere accostata a quella di un felino.
Ma il marziano Bolt suscita anche tante invidie ed allora si parla di doping e si ironizza sulla sua Nazione di provenienza,la Giamaica, come se tutto quanto riconducibile a tale popolazione debba essere il raggae o la marijuana, ma dimenticando che, per tradizione e genetica , le corse veloci hanno rappresentato, da sempre, per questo popolo, un autentico sport nazionale e vero motivo di vanto nei confronti del mondo intero.
Ma si sa, i personaggi molto famosi, in quanto tali, sono soggetti a grandi consensi, ma talora avversioni, frutto di invidia o semplicemente di fattori epidermici. Trovo quindi normale che la gente comune possa criticare Bolt, avanzare dei dubbi sulla liceità dei suoi risultati, come trovo normale che i giornalisti cerchino di metterlo in difficoltà, per fare il titolone piu’ grosso, con domande irriverenti su cui, purtroppo, qualche volta, si costruiscono interviste mettendo in bocca dell’intervistato parole non dette che creano polemiche. Quello che pero’ non capisco è come possa un appassionato di atletica criticare Bolt, mettere in dubbio la sua personale correttezza di atleta, snobbare le sue prestazioni, lamentarsi che si parla troppo di lui e che si da poco spazio ad altri piu’ meritevoli di lui, affermare che irride gli avversari perché prima delle gare ama giocare e scherzare.
La cosa incredibile è che queste critiche le ho lette e sentite dare sia da appassionati che praticano mezzofondo, quindi un pochino meno addentro alle logiche fisiche e mentali di un velocista, ma addirittura da atleti specializzati nella velocità, i quali dovrebbero solo osservare veneranti ed entusiasti le imprese di cotanto eroe.
Scusatemi, ma questa volta voglio veramente assurgere a depositario della verità…
Bolt è l’atleta piu’ perfetto che sia mai esistito perché racchiude in se l’ideale combinazione di elementi indispensabili per superare ogni limite di velocità che si potesse immaginare fosse insuperabile da un essere umano.
Il suo superpotere nasce dal perfetto connubio di forza, esplosività, reattività dei piedi, frequenza ed ampiezza, il tutto sviluppato su un fisico di 196 cm. Sembra banale e semplicistico, ovviamente non lo è, ma il segreto di Superman Bolt è la sua altezza, quella stessa altezza che un tempo i guru dell’atletica ritenevano non adatta per un velocista, ma che invece rappresenta l’elemento in piu’ per superare ogni limite. Questo non significa, chiaramente, che basta essere alti ed anzi tale caratteristica comporta molto spesso una serie di problemi. Innanzitutto è molto piu’ difficile costruire un’adeguata massa muscolare su un atleta alto, perché le lunghissime leve necessitano di un allenamento ben piu’ duro e mirato. In secondo luogo, problema ancor maggiore, tutti gli atleti con il bacino alto subiscono, per il contraccolpo della corsa e degli allenamenti mirati in tal senso, una serie di microtraumi, alla schiena, maggiori rispetto ad un atleta normodotato e questo, oltre a comportare problematiche dolorose alla schiena stessa, rende piu’ facile l’insorgere di tutte quelle patologie muscolari e tendinee che hanno la loro origine, sempre, dalla schiena stessa.

E non dimentichiamo mai che puoi essere perfetto, ma poi ti giochi tutto in pochissimi centesimi di secondo e allora subentra la mente con la sua capacità di controllare la concentrazione e la deconcentrazione che si traduce poi, dopo lo sparo, nel miglior connubio possibile tra contrazione e decontrazione. Bolt non irride i suoi avversari, prima e dopo le gare, affronta le prove con l’allegria che gli deriva dalla consapevolezza della sua forza fisica e questo gli consente di non sprecare un briciolo di energia negativa che spesso, su altri atleti, ha avuto degli effetti deterrenti (uno per tutti Asafa Powel). In altre parole, un fisico perfetto in una mente perfetta: la “tempesta perfetta”. Alcuni mesi fa, in un mio intervento sul doping, fui molto categorico e anche provocatorio su tale argomento. Oggi sarei un bugiardo se dicessi che metterei le mani sul fuoco per Bolt ma, come detto, ci sono delle esigenze di showbusiness che valgono per tutti gli sport e che spesso obbligano i grandi atleti a sottostare a delle regole perverse. Queste regole pero’ non alterano i valori in campo e quindi, se bisogna sollevare sospetti, è totalmente da ipocriti farlo solo su chi vince ed è piu’ forte degli altri.
Quello che mi sento dire, con assoluta certezza, è che vi sono degli indiscutibili riscontri oggettivi su Bolt. La sua carriera agonistica è stata assolutamente lineare e consequenziale nel senso che ha cominciato ad andare fortissimo da juniores, quando la sua massa muscolare non era ancora sviluppata completamente, ha resistito alle pressioni psicologiche che spesso distruggono atleti che esplodono molto giovani e poi, con la definitiva crescita muscolare ed anche maturità mentale, ricordo la finale di Osaka dei 200 metri in cui corse con una scarpa slacciata, ha raggiunto quei risultati che era logico aspettarsi da lui.
Vi lascio con la sua straordinaria progressione dal 2002 ad oggi ( dai 16 ai 23 anni) con la speranza che la sua corsa meravigliosa prosegua senza intoppi perché l’atletica mondiale ha veramente bisogno di un supereroe come lui e i supereroi vanno rispettati.
IL DUCA

In allegato la carriera di Bolt.

10/11/09

Pekka Viippo: le scuse del dopato di Lahti

Leggendo Masterstrack, si viene a conoscenza anche di fatti invero kitsch, come un'intervista rilasciata ad un organo di informazione finlandese di tale Pekka Viippo, fino a ieri emerito carneade dal nome disneyano poi assurto agli onori della cronaca mondiale come unico atleta trovato positivo ai Mondiali Master di Lahti. Tra l'altro non una sostanza dopante, ma ben tre: testosterone, norandrosterone e methylphenidate. Qualcuno l'ha tradotto dal finlandese all'inglese, io provo a tradurla liberamente in italiano.
  • Lei è stato trovato positivo in agosto a Lahti. Come si sente ad essere stato beccato?
  • Mi sento dispiaciuto, certamente, di aver fatto una cosa simile, ma ormai non c'è più niente da fare. Ciò che fatto è fatto.
  • Che cosa l'ha spinta a doparsi per questo tipo di gare?
  • Ho avuto una miriade di dolori alle spalle e ai muscoli, e di conseguenza la preparazione durante la stagione si è interrotta. Dopo i Campionati Finlandesi ho cominciato a credere in una medaglia a Lahti. Così ho preso la scorciatoia, ma l'unica cosa che ho guadagnato è che il mio corpo ora si è completamente spaccato.
  • E' stato molto pericoloso prepararsi per una gara del genere con un simile cocktail di steroidi, testosterone e diuretici...
  • Per il diuretico avevo la prescrizione: quindi è stato un errore inserire nelle news che mi additavano anche quella sostanza. Ho un farmaco per curare la pressione arteriosa, in cui è contenuta quella sostanza. Quindi non mi era vietato utilizzarlo. Per gli altri non avevo alcuna prescrizione.
  • Non hai paura che ormai la tua reputazione sia naufragata con tutta questa vicenda?
  • Beh, basta ritornare tra due anni e lanciare le stesse distanze, sia che ti testino che, di contro, se non dovessero farlo. Per quanto riguarda la reputazione, penso che ormai sia andata, ed ora, probabilmente, nessuno crederà più al fatto che io mi sia allenato da pulito...
  • Tu sei stato molte volte campione finlandese di boxe. Non hai paura che questo incidente possa gettare un'ombra anche sulle tue medaglie da boxeur?
  • Bè, chi conosce questo sport (la boxe) sa bene che quelle sostanze che mi hanno trovato non hanno nulla a che fare con quello sport. Non so nella boxe professionistica, ma in quella dilettantistica credo che pensino ancora che io mi sia allenato in maniera pulita.
  • E' stata una sorpresa per te essere sottoposto al controllo antidoping a Lahti?
  • Effettivamente ho avuto l'impressione che ci fosse qualche tipo di controllo in corso su di me, sebbene i miei risultati non fossero cambiati da anni. Ma naturalmente quando uno fa spettacolo in mezzo al campo e monta uno show, c'è evidentemente qualche cosa sotto.
  • E' rimasto sorpreso di essere stato "beccato"?
  • Non ci sono sorprese da momento in cui tu sai quello che hai fatto.

09/10/09

Le ipocrisie del doping

Dopo aver buttato nell'Arena mediatica la positività al controllo anti-doping della giovane Elisa Desco, ho trovato il tempo per riflettere su alcuni aspetti. Il primo di tutti è che non c'è molto da dire quando un atleta viene trovato positivo: a parte prendersela con lui, inveire nei suoi confronti aspettando che qualcuno degli altri forumisti possa dire qualche cosa che non sia la pubblica reprimenda e ghettizzazione, non si può. Sarà ma la cosa non mi convince, perchè alla fine la discussione sul doping è solo a senso unico e non porta da nessuna parte. E dove diavolo dovrebbe portare, direte voi? Bè, penso ad esempio a creare una cultura sportiva positiva o talmente vincolante da indurre i dopati a fare un passo indietro. Le grida manzoniane di oggi secondo me non portano a nulla, perchè sono intrise di rabbia (giustificata), astio, ma poco profondità oggettiva su un problema che si ferma esclusivamente all'atleta e al suo errore. Io la vedo in maniera diversa. Innanzi tutto bisogna distinguere due tipologie di pratiche dopanti: quelle degli atleti di seconda fascia che obiettivamente non possono ambire a molto, e quelle degli atleti "top". Sulla prima tipologia di doping, quella degli ignoranti, non perdiamo nemmeno tanto tempo: se un master arriva a doparsi vuol dire che è proprio un cerebroleso, con tutto rispetto con chi ha avuto questa sfortuna. Sono le schegge impazzite di un sistema che ogni tanto produce qualche mostro, che per solitudine (cos'altro?) deve imporsi almeno in un campo della vita. Squalifichiamoli pure a vita. Ma il doping più ipocrita, a mio modo di vedere, è rappresentato da quello degli atleti di primo livello, dai campioni o dai futuri campioni, proprio come la Desco. Ora, pensateci bene... il doping allo stato attuale delle cose colpisce esclusivamente l'atleta. E tutti a darle addosso. Io, da sociologo imberbe, sostengo invece che gli atleti di vertice facciano parte di una "rete umana", dove l'atleta ne è l'espressione finale, l'output. Non voglio con questo de-responsabilizzare gli atleti, cha hanno grandi colpe, ma voglio quanto meno responsabilizzare altre persone che con l'atleta hanno o avevano a che fare. Ad esempio: l'allenatore. Può un giovane atleta, sul trampolino di lancio di una grande manifestazione internazionale, cominciare ad assumere sostanze dopanti senza che il proprio allenatore si accorga di nulla? Un giorno va come un regionale, e il giorno dopo viaggia come un Pendolino e questa persona, che gli vive accanto tutti i giorni, che spesso ne condivide i dubbi, le sensazioni, i miglioramenti e i peggioramenti, non si accorge di nulla? Suvvia, le favole ce le raccontavano da bambini! Quella persona dovrebbe essere squalificata a vita, più che l'atleta, per il vulnus morale arrecato al mondo dello sport. Soprattutto perchè l'allenatore non solo rappresenta la guida tecnica, ma nel 90% dei casi anche quella psicologica. E' solitamente più maturo dell'atleta che segue. Il rapporto (parlo sempre di atleti "top") è biunivoco, non univoco! Quindi, quando nella storia si bloccano certi personaggi che nella gerarchia delle decisioni rivestono ruoli apicali, spesso si tagliano i fili di queste reti umane devianti. Ma ci pensate se le pene dell'antidoping si riversassero sugli allenatori, quale controllo si avrebbe da parte del sistema sulla pratica stessa del doping? Si creerebbero o coppie devianti (allenatori-atleti) perfettamente conscie della loro deviazione (quindi perseguibili senza ritegno) o l'istituzione della figura dell'allenatore-controllore, che per non perdere il proprio lavoro (o per non vedersi gettato nella gogna dell'infamia) comincerebbe ad avere un controllo più stretto sui propri atleti e le loro pratiche, anche i più birichini. Poi è chiaro che qualche innocente ci finirebbe dentro, visto che la giustizia antidoping è molto inquisitoria e molto poco garantista: mentre nella giustizia penale l'accusa deve provare ciò che dice, nella giustizia sul doping sembra più che sia la difesa a dover provare la propria innocenza... e così molti dopati, adendo alla giustizia ordinaria riescono a farla franca (visto che in molti casi si viene condannati sul solo sosetto o sugli indizi) sventolando poi le sentenze di assoluzione presso i tribunali sportivi competenti. Oltre all'allenatore ci sono altre figure che gioco-forza entrano nei meccanismi di somministrazione del doping: pensiamo solo al medico! Non penso che il giovane atleta acquisti per strada una dose di CERA, una siringa, e poi si nasconda in un vicolo ad iniettarsela... suvvia, anche in questo caso. I medici responsabili (che già adesso, se provato, finiscono nei meccanismi della giustizia ordinaria) in questo caso dovrebbero perdere la possibilità di esercitare la professione medica, almeno legata alla pratica dello sport! E le altre figure? I direttori tecnici della squadre di ciclismo non sanno davvero mai nulla? Quanta ipocrisia! Se squalificassero anche loro, all'atto della positività di un loro atleta, vedreste come il doping verrebbe arginato nel ciclismo! Loro vivono di quello (nel senso di Direttore Tecnico) e visto che tutti i ciclisti terminata la loro carriera non vedono l'ora di finire su un'ammiraglia, il loro posto sarebbe subito guadagnato da qualcun altro. Nell'atletica questo ruolo non esiste, ma qualche presidente privo di scrupoli sono sicuro che da qualche parte esiste... Per concludere: l'atleta dopato, oggi, non è un pazzo solitario che vaga alla ricerca di pusher per le palestre. E' solo un raggio di una ruota, che, chissà perchè, non si vuol colpire... ecco il perchè della mia tristezza per la giovane Elisa Desco.