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16/10/13

Allenamento 1.1 - Il sangue degli atleti, Zaciorskij e la falsa di Usain (de, il Corridor Cortese)

Premessina sulle ultime vicende che hanno visto protagonista il nostro Edgardo Barcella, la cui voce proprio non riesce ad essere percepita, neppure se infilata in un megafono messo ad un centimetro dall'orecchio della nostra Federazione. Mi sono fatto persuaso, come direbbe Montalbano, che la voce dei Masters all'interno della FIDAL  conta un tanticchio meno dell'opinione del mio pappagallino sul tema del cuneo fiscale, punto.

Ma torniamo in tema, insomma, più o meno. Avendo deciso di scrivere qualcosa che abbia una certa attinenza con l'allenamento (altrimenti mi tocca cambiare il titolo) inizierei dal sangue degli atleti.

Vedo, con buona frequenza, allenatori (soprattutto nel Triathlon) che dopo ogni ripetuta sforacchiano lobi appesi ad orecchie di qualunque età, sesso e talento; devono verificare il lattato ematico nei muscoli.  Poi tutto quello scrivere sul quadernone... si, si, fa molto Personal Trainer di buon livello.  Chissà, forse l'AVIS potrebbe utilmente interessarsi a queste pratiche.
Però mi impressionano un po' queste vampirizzazioni.
Già uno corre, soffre, fatica come un mulo (di quelli arruolati a forza nel Corpo degli Alpini) e in più ti chiedono anche il sangue !?  L'ho sempre pensato che il Triathlon non fa per me. Che poi io mica mi sono arruolato, mi sono solo iscritto ad una società.
Meglio fare una divagazione, che a ben pensarci è la cosa che più amo; non l'ho ancora detto al Sig. Andy e spero che non se ne accorga, ma con la scusa di scrivere sull'Atletica (poco) posso divagare (molto).   Ma non mi allontano troppo, solo di qualche annetto.
Faccio un piccolo passo indietro. Oplà: all'inizio degli anni '70 all'Arena di Milano si correva sul Rub Kor; come l'asfalto a vederlo, ma morbidino col caldo, duretto col freddo e rasposetto se ti capitava di cadere; era considerato l'evoluzione in positivo della terra rossa. 
Sulla terra rossa avevo imparato a correre e su quella mi allenavo.
Intanto all'Arena veniva colato il primo Tartan, una meraviglia !
Bisogna tener conto che allora noi milanesi ci sentivamo gli abitanti di una capitale europea e magari anche un po' orgogliosi. Mai avrei pensato che invece di progredire ci saremmo brianzolizzati; con infinito rispetto dovuto alla provincia ed alla Brianza.
Ma questo è un altro discorso, magari da riprendere con calma.
Comunque, tornando al Tartan, non riuscii mai ad adattarmi o a sfruttare utilmente quel fondo gommoso, forse perchè il mio modo di correre con ginocchia piuttosto alte, mi portava ad andare un po' più in alto di quanto servisse. Rimbalzavo un po' insomma, e rampando disperdevo una piccola parte della spinta verso l'alto.
Di fatto il mio record personale, pardon: P.B., lo ottenni sulla terra rossa.
Altri miei compagni di allenamento, che magari avevano cominciato a correre più tardi di me e presentavano a giudizio dell'allenatore presunti difetti di corsa: ginocchia meno alte e meno avanzanti, ottennero invece migliori e decisi benefici.

La terra rossa, o tennisolite, oltre che trattare meglio i miei tendini, era didattica rispetto ad un fondo sintetico, che per esempio non trattiene nessuna impronta.
Sulla terra potevi controllare l'appoggio, la sua correttezza, misurarne l'ampiezza; e per un velocista in fase di formazione non è cosa di poco conto.
I segni dei tuoi sei chiodi erano lì, da rivedere immediatamente, senza nessun supporto tecnologico.
Tra l'altro i chiodi mostruosi di una volta sarebbero sicuramente protagonisti ancora oggi, magari in un film di Tarantino.
In partenza per fissare i blocchi ognuno aveva a disposizione martello e chiodi lunghi una spanna.   Se avevi poco talento, almeno imparavi ad usare il martello.
Ho quasi nostalgia della terra rossa, ma ormai la si rivede solo su alcuni campi da tennis, troppo scomodi per allenarsi, e poi con la rete.. sarebbero adatti forse solo a chi si allena per i 110h.  Ma poi ad essere onesto, la mia nostalgia riguarda forse ciò che è rimasto su quella terra rossa: l'età e poi.. anche gli occhi di una ragazza, che ancora non avevano conosciuto la durezza.
Asciugata la lacrima, continuo con i souvenirs.   Allora sentivo parlare dei primi videoregistratori portatili, o meglio del primo in circolazione, non ne avevo mai visto uno.  Ma un giorno, scaricato dal Maggiolone Volkswagen del presidente della nostra società, ecco apparire un misterioso cassone di legno bianco, due persone portavano il prezioso baule della Sony con cui si sarebbero riprese le varie fasi dell'allenamento di noi ragazzi.
Oggi uno smartphone estratto dalla saccoccia, garantisce sicuramente migliori prestazioni di quell'aggeggione.  Ma volete mettere il fascino unico che emanava quel "totem" ?  La sacralità dei gesti di chi manovrava l'artificio si trasferiva agli sguardi di chi osservava e soprattutto ai movimenti e ai gesti di chi veniva ripreso.
Piccole magie milanesi, anche se ripensandole oggi , appaiono simili alle perline di vetro destinate una volta agli indiani d'America.

All'inizio degli anni '70 cominciavano i primi approcci ad un allenamento un po' meno casuale e un po' più "sc.. sc.. scientifico", come avrebbe seriamente tartagliato Vittorio Gassman ne "I soliti ignoti". 
Iniziavano i primi studi seri, che cercavano riscontri nelle esperienze verificate sul campo.
Imperdibile per noi la rivista "Atletica leggera" (grazie Dante Merlo!) con quelle bellissime sequenze fotografiche, e i suoi quaderni tecnici con le esperienze di Vittori, Donati, Arcelli, Tschiene.. etc.   Imperdibile e ancora attualissimo, non solo nell'Atletica, quel volumetto rosso pubblicato nel 1974 da Edizioni di Atletica Leggera: "Le qualità fisiche dello sportivo", di Vladimir Mihailovic Zaciorskij, tradotto da Sergio Zanon.
Ma anche "Atleticastudi", della Federazione, diretta da Gianni Benzi; dove tra gli altri scriveva l'appassionato Prof. Piero Aghemo, che rimane (lui medesimo) una enciclopedia di ricordi di quegli anni e che ritroviamo ancora oggi a rilasciare incoraggiamenti e Certificati di Idoneità al Centro di Fisiologia Sportiva di Milano.

Ancora non esisteva internet, la poca informazione circolante era cartacea e nemmeno di facile reperibilità.  Molto era basato sul passaparola, sullo scambio verbale tra allenatori.  Si sperimentava; e se gli atleti allenati, sopravvivevano, l'allenatore poteva correggere il tiro, oppure perseverare.
Quando all'inizio dell'autunno mi vedevo mettere sotto gli occhi fogli fitti di numeri, con distanze da percorrere, tempi di recupero e nuovi e strani esercizi che mi avrebbero accompagnato durante l'inverno.. non sapevo cosa dire, se non riconoscere l'impegno di chi li aveva compilati e farmi un segno della croce.
D'altra parte se ci riconosciamo in Galileo, per il quale ogni premessa teorica deve essere verificata nella pratica.. mica possiamo pensare che tocchi sempre ad altri la pratica della verifica.
Bisognava crederci; si, più che altro era un atto di fede.
Del resto tutta questa completa certezza, non mi pare presente neppure oggi. Penso però che il margine di errore riguardi ormai i dettagli (speriamo) anche se l'atleta, considerato come persona, mantiene le sue peculiarità e una certa dose di mistero.

Comunque, è certo, allora come oggi, se si vuol provare a competere bisogna allenarsi sul serio e senza risparmiarsi.
Nel microcosmo Master per esempio, c'è chi ha più talento e può decidere di faticare meno pur rimanendo competitivo nella sua categoria. In generale possiamo dire che per poter competere a buoni livelli nella propria categoria, un Master (ma non solo) necessita di un po' di talento, una buona salute e costanza negli allenamenti. In caso contrario si vedrà immediatamente superato da competitors appartenenti alla categoria superiore.

Inevitabili, le infiammazioni sono sempre in agguato; compressioni proditorie ai nervi sciatici, pubalgie carogna e tendiniti sibilanti, (mancano solo le palle rotanti) sono spesso lì a ricordarmi (i guai, non le palle) che stare in pista man mano che il tempo passa diventa più faticoso.  E' sicuramente vero che allenandosi per i Campionati di Briscola è più difficile infortunarsi, ma a me piace correre.  
Quando è capitato di dovermi fermare per dare aria ai miei tendini, ho anche pensato di smettere, ma poi, appena guarito, ho subito cambiato idea.  Ognuno ha una sua sfida da riproporre e da difendere; e poi, se non molla Clementoni Massimo da Novara o da Rimini (?), che non ricorda più cosa siano i chiodi sotto le scarpe e sotto ai suoi tendini rattoppati.... la mia rinuncia la vedrei come una diserzione.
Termino con il dubbio di aver scritto qualcosa di un po' sconclusionato; dunque tranquillo di esser rimasto nella mia consuetudine.
Mi accomiato e, coerente concludo con una cosa che non centra una beata cippetta con quanto scritto fino ad ora.
A furia di sentir ripetere centinaia di volte una parola, capita che questa ti solletichi una microriflessione; e visto che qualcuno (spero più di uno) è arrivato a leggere fino a qui, la prendo e la scodello, ecco qua; ma mi raccomando, che non mi si "interrompa l'emozione" o mi fermo qui !  Tranquilli ?  Bene, procedo.
- Usain Bolt, mica Piripicchio, dopo una partenza falsa ha avuto il buon gusto di andarsene in silenzio e l'onestà di non chiedere la grazia; accettando cioè il medesimo trattamento riservato a un Piripicchio qualsiasi. - 
Consoliamoci dunque, in fondo l'Atletica è ancora abbastanza seria e abbastanza uguale per tutti.


Un saluto dal cortese corridor: a bientot, speriamo.

23/12/12

Kirani James sfida Usain Bolt sui 400: ma conviene?

Dopo la sfida lanciata da Kirani James ad Usain Bolt sui 400, molti hanno iniziato a speculare sulla possibile sfida. Lo stesso Kirani, per migliorare le proprie prestazioni, starebbe allenandosi sui 200,  con l'obiettivo principale di avvicinarsi (e battere) il record di Michael Johnson sui 400: del resto, a 20 anni, Kirani ha già vinto tutto quello che poteva vincere: a Daegu nel 2011 e quest'anno a Londra. Qui sotto il parere di un giornalista sulla possibile sfida Kirani Vs Usain.

(di Robert Taylor - trackalert.com)  - I 100 metri, in atletica, sono il re di tutte le specialità, e Bolt è il re di tutti i re. E lui è attualmente il più veloce sprinter di sempre. Bolt è uno dei più popolari atleti del mondo, se non il più popolare. Le sue performance in pista sono la prima ragione della sua popolarità, ma sicuramente la sua personalità lo ha certamente aiutato. Con tutto questo, avrebbe senso per Bolt darsi ai 400? Pare strano... ma si è venuto a sapere che il solitamente umile Kirani James, il campione olimpico in carica dei 400 metri, ha chiesto a Bolt di entrare nel mondo dei 400. Penso che questa dichiarazione pubblica sia stata fatta solo come un espediente pubblicitario e non sicuramente come frutto del suo ego o della sua inusitata spavalderia. Kirani James sa che se Bolt si muovesse sui 400, gli ingaggi per i migliori quattrocentisti come lui, si alzerebbero tremendamente. 

Nei 100 metri ci si aspetta che Bolt vinca sempre e comunque, con o senza altri top-sprinter mondiali, e le persone accorrono sempre in massa a guardare lo spettacolo. A differenza di questo, se lui corresse i 400, sarebbe una novità per molti fan e correre contro la crema mondiale dei 400, potrebbe essere ciò che ci si dovrebbe aspettare. Gli esperti e i fans, a differenza dei 100 metri dove Bolt attira gente e sponsor anche se dovesse fare assoli, non gradirebbero gare sui 400 senza i top-halfmilers, come Kirani James e LeShawn Merritt. Così, le sfide sui 400 porterebbero non solo grande pathos, ma anche una grande ricaduta finanziaria sui migliori quattrocentisti.

Molti pensano che Bolt abbia le capacità di abbattere il record del mondo dei 400, ma battere gli altri 400isti, potrebbe essere una tappa di passaggio per arrivare a quel traguardo. Oltre a porre sè stesso nella stratosfera atletica cui nessuno era mai riuscito ad arrivare, non ci sono altre ragioni per Bolt di lasciare i 100 metri per i 400. Tutti i più grandi atleti hanno un profondo ego. Qualcuno di loro sembra avere più abilità di altri nel riuscirlo a controllare. Quindi... l'ego di Bolt sarà abbastanza forte a sufficienza da fargli lasciare i 100 e passare ai 400? Ci sono esperti là fuori che dicono che se Blake migliorasse un pizzico e Bolt iniziasse a perdere qualche colpo, lo stesso Bolt sarebbe forzato a lasciare i 100 metri per spostarsi sui 400. Scommetto che stanno insinuando che se Bolt non potesse più vincere i 100 metri, o se le cose si facessero troppo dure, scapperebbe ai 400. Tutto è possibile, ma basandosi su quello che si è visto a Londra '12, credo che il 9"5 non sia qualche cosa di impossibile da correre per Bolt in un'altra finale prestigiosa. Dovrei vedere qualcun'altro correre in 9"5 e qualche cosa prima di credere che qualcuno fuori dall'attuale novero di top-sprinter possegga l'abilità per contrastare Bolt in un'altra grande finale. Blake e qualcun'altro potrebbe pestare i piedi a Bolt nei prossimi anni, ma nonostante questo, credo che "i prossimi anni" avverranno dopo le Olimpiadi di Rio 2016. 

Comunque: è possibile per uno sprinter spostarsi dai 100 ai 200, e dai 200 ai 400 a 30 anni e... dominarli? Non siamo più al college o all'high school, stiamo parlando dei massimi livelli. Ci vuole moltissimo tempo per apprendere come affrontare il ritmo di un 400 e tollerare il dolore fisico di un 400 che attanaglia negli ultimi 40 metri di una gara. 

Bolt è stato uno dei migliori 400isti giamaicani durante le high school, e detiene a tutt'oggi il record giamaicano di quell'età. Sebbene non sia qualche cosa di cui vantarsi il livello qualitativo dei 400isti che escono dalle high school giamaicane, il 45"35 di Bolt è stato corso all'età di 17 anni. Quel tempo sarebbe potuto essere migliore se avesse deciso di correre fino alla fine. Di più: questo non garantisce il suo passaggio automatico alla supremazia sui 400, perchè molti altri atleti alla sua stessa età hanno corso con tempi molto inferiori, e pochi di loro sono comunque diventati delle star mondiali della specialità. Ma come molti dicono, Bolt è un atleta che nasce una sola volta per ogni generazione: ha una velocità di 19" sui 200 e con una stamina sufficiente fornita da un lavoro adeguato, potrebbe essere in grado di correre costantemente sui 43". 

Tutto questo mi fa ritenere che un passaggio di Bolt sui 400 sia pura speculazione. Non ha mai dato indicazioni del genere, ovvero che vorrebbe sfidare i 400. Perchè dovrebbe? Non c'è visibilità maggiore che essere il campione dei 100 metri. Non c'è eccitazione maggiore che una finale dei 100 metri. Non c'è un guadagno potenziale maggiore che essere il detentore del record del mondo dei 100 metri e il campione della specialità. E nonostante tutto questo, qualcuno continua a speculare. Penso che molto di questo dipenda dalla curiosità di vedere quanto sia veloce, grazie alla sua altezza, il suo fisico, quello che ha fatto alle High School, e poter traslare il tutto sui 400 per vederlo infrangere la barriera dei 43 secondi. 

Se fossi Bolt, perchè dovrei lasciare la santità dei 100 metri per l'indefinitezza dei 400? Mi son fatto la stessa domanda. Se fossi io, lascerei i 100 e i 200 solo dopo il 2016. Tre volte doppio-campione olimpico suona troppo bene da lasciarlo così... vacante. Penso che sia difficile per chiunque lasciare un evento che lui o lei domina, che prende meno di 10 secondi di sforzo per darsi ad una gara che richiede una tolleranza inumana al dolore e senza peraltro ricevere le stesse ricompense.

Con tutte le cose dette e le speculazioni, la questione che rimane è "perchè diavolo un Bolt sano di mente dovrebbe passare ai 400?"

06/01/12

Asafa Powell esordisce sui 50 al Madison di NY

Lo sprinter jamaicano Asafa Powell esordirà il 18 gennaio al Madison Square Garden di New York nel suo ritorno ad una gara indoor dopo 8 anni di assenza. Sopra la ridotta pista del Madison, Powell, che non gareggia a coperto dal 2004, se la vedrà con velocisti del calibro di Justin Gatlin (campione olimpico dei 100 nel '04), Trell Kimmons, il trinidegno Richard Thompson e l'antiguano Daniel Bailey, secondo le informazioni fornite da USA Today.
Powell, due bronzi ai mondiali nei 100 metri, ha spiegato che non gli piace correre le gare indoor "per la semplice ragione che fa freddo in questo periodo della stagione".
"Corro più veloce per entrare nei palazzetti in cui devo gareggiare, che quando sono in pista", ha scherzato Asafa, che pensa di correre ancora un meeting a Birmingham in febbraio e ai mondiali indoor di Istanbul a marzo. 
Powell, 29 anni, ha confessato che i giochi Olimpici di Londra "saranno probabilmente gli ultimi" per lui, e per questo si sta convincendo in questa stagione di poter raggiungere i tempi del suo compatriota Usain Bolt: "se non posso battere Usain, credo quanto meno di poter battere il mio record personale (9"72...). Non posso controllare quello che fa Usain, ma posso controllare quello che faccio io".
Come leggere questa affermazione? Che parte stavolta da sè stesso, prima che nel rapporto con gli avversari? C'è il lavoro del suo psicologo sotto, per una delle ultime possibilità che uno degli uomini più veloci di sempre nella storia dell'umanità (81 volte sotto i 10"), vinca finalmente qualche cosa? O rimarrà l'eterno perdente: probabilmente non bisognerà aspettare la nuova stagione di Kazzenger per saperlo, ma solo le prossime Olimpiadi inglesi.
Il record mondiale dei 50 metri indoor è attualmente in possesso del canadese Donovan Bailey con un tempo di 5"56, ottenuto 16 anni fa a Reno, in Nevada. 

10/06/11

Schegge di Bolt: 19"86 nella pioggia di Oslo

Dalla pioggia di Oslo un acuto, finalmente: sprazzi di Usain Bolt, nella fredda pioggia norvegese. Condizioni atmosferiche che influiranno sulle prestazioni di tutto il meeting tanto che il punteggio totale della manifestazione la collocherà al terzo posto dopo Eugene e il Golden Gala. A questo aggiungeteci un plateaux di atleti anestetizzato da quella parte di budget riservato a Usain Bolt. 
Un Bolt più rilassato in partenza: nessun avversario degno del suo nome, anche se qualche cosa in più da Ndure ce lo si sarebbe aspettato dopo la bella prova contro Walter Dix ad Eugene. Ma Bolt vuole stare esterno, in sesta corsia (perchè la corsia la stabilisce lui). Ndure gli è interno: gli avrebbe creato qualche pensierino sulla curva, visto che il norvegese di colore tende a strafare nei primi metri. Bolt, dopo il canonico show pre-partenza, tambureggia allo sparo. Picchia forte in curva, probabilmente alla ricerca di una forma attraverso le gare giocando su intensità elevate per più metri. Esce sul rettilineo del Bislett Stadium nettamente in testa e a quel punto gli occhi di tutti guardano il cronometro in una atipicamente rigida postura di Usain, che nel frattempo ha ormai stroncato la gara. 19"86 con 0,7 di vento ma nella pioggia e nel freddo scandinavo. Meglio del doppio 9"91 delle due uscite di Roma e Ostava, almeno visivamente. 
Ora, se avete ascoltato la telecronaca di Raisport con Attilio Monetti, l'esimio ne ha piazzata una davvero pazzesca. Sul momento la cosa mi aveva lasciato un pò perplesso, ma ho dovuto verificare. Probabilmente attingendo dalla banca dati di All-Athletics, Monetti nel descrivere Bolt ha sentenziato che il giamaicano ha corso "per 286 volte i 200 metri in carriera". Numero astronomico che non raggiungerebbe nemmeno a fine carriera, visto che Bolt corre i 200 6/7 volte per stagione. In realtà il solerte Monetti ha sommato una serie di dati che erano già "totali", toppando clamorosamente il dato propinato agli attoniti telespettatori. Le volte che Bolt ha corso i 200, ma sotto i 21"50, sono "solo" 89. Quello di ieri sera era il 21° 200 sotto i 20": il 64° tempo all-time. E già domani la risposta di Tyson Gay, ma sui 100, visto che sembrerebbe che i 200 siano al 90% preclusi per Daegu per supposti dolori all'anca. 
Nell'"altra gara" Ndure è arrivato secondo in 20"43. Il globetrotter  Kim Collins quarto con 20"56 (ma quando torna a casa a Saint Kitts 'sto ragazzo? Avrà già totalizzato una trentina di gare dall'inizio dell'anno in giro per il mondo). Solo sesto il fenomeno europeo della stagione indoor sui 200, Sebastian Ernst: 20"70.
Aries Merritt e Dwight Thomas vivacizzano i 110hs: Merritt appare molto più composto, il jamaicano Thomas invece, dotato di quadricipiti debordanti, sembra un pò acerbo (per quanto si possa definire acerbo uno che corre sotto i 13"20). Merritt finisce in 13"12 e Thomas in 13,15. La sapete no, la storia di Thomas? Velocista da 10"00 (nel 2005) e staffettista dello Shuttle-Jamaica (campione del mondo ad Osaka '07 e frazionista inserito nelle batterie nel 2008 a Pechino), che vista la situazione dello sprint si dette agli ostacoli. Il 13"15 è il suo PB proprio a Oslo. Merritt invece ottiene la propria terza prestazione di sempre, in un tessuto di prestazioni che risalivano tutte tra il 2006, 2007 e il 2009. 
La gara di salto in alto è la specialità che forse soffre di più la pioggia e il freddo. Dalla tormenta ne esce vincitore il cipriota Kyriacos Ioannou, con 2,28, stessa misura ma con qualche salto in meno della coppia Spank-Silnov che Eugene un paio di giorni fa avevano condotto la gara a 2,32.
Nel salto in lungo, che quest'anno sta vivendo una stagione davvero di involuzione (è l'anno pre-olimpico?), Mokoena arriva fino a 8,08: non certo memorabile. 
Lanci con le polveri bagnate (disco all'eterno monumento Gerd Kanter con 65,15 e giavellotto al più in forma del momento, il tedesco Matthias De Zordo con 83,94 e Tero Pitkamaki addirittura 5° con poco più di 80 metri). E ora i confronti diretti tra i due sono 5-4 per il finlandese. 
Nel mezzofondo, 1500 talmente tattici (ma in Italia sarebbero stati lo stesso fuori portata) che se quelli del miglio avessero corso insieme, li avrebbero presi. Il migliore al mondo, Asbel Kiprop si impone sui 1600 metri e spicci in 3'50"86. Paul Koech vince invece le siepi in 8'01"83, miglior tempo mondiale dell'anno.
Nei 100 femminili gran 11"01 (penalizzato dal vento appena superiore al consentito) di Ivet Lalova, tornata su grandissimi livelli: nel 2004 era stata in grado di correre in 10"77 a Plovdiv (25° tempo mondiale di sempre tra le donne, decima donna più veloce di ogni tempo). Poi un lungo periodo di oblio sportivo (solo nei precedenti due ultimi anni aveva corso come SB in 11"48 e 11"43): quest'anno già un 11"08 e questo risultato sulla borderline degli 11"00. Olesya Povh, dopo le cannonate nei 60 indoor, arriva a 11"14, sui 100 non aveva mantenuto le promesse, correndo solo in 11"32. A Oslo 11"14, inficiato dal vento.
Crescono vertiginosamente le azioni sui 400 di Amantle Monthso (del Botswana) dopo la vittoria al Prefontaine su Allyson Felix evidentemente prosciugata dal tour de force di gare cui si era sottoposta in questi ultime 5 settimane. Vittoria in 50"10, senza le americane più note, ma sulle russe che sono ancora un pò in ritardo di preparazione. Solo lei sotto i 51", mentre la seconda, la ceca Rosolova 51"04. Per la Monthso settimo tempo personale di sempre: tre tempi sui 49"8 e quattro sui 50"0.
Negli 800 femminili invece il Mondo sembra essersi svegliato: cominciano a piovere i risultati sotto gli 1'59": stavolta tocca alla marocchina Halima Hachlaf con 1'58"27. La russa Savinova 1'58"44 e Caster Semenya 1'58"61. Quarta la campionessa mondiale Jepkosgei (1'59"05), e poi la Meadows 1'59"27. In 8 sotto i 2'00".
5 etiopi dominano i 5000, con la vittoria alla chioccia Meseret Defar in 14'37"32.
La norvegese Christina Vukicevic vince nettamente i 100hs in 12"79 con 1,0 di vento mentre Zuzana Hejnova vince i 400hs in 54"38 (ma quest'anno aveva già corsa in 54"26). 
Nel salto triplo, quelle che potrebbero essere le avversarie di Simona La Mantia a Daegu, mostrano ottime cose, viste le condizioni. Yargeris Savigne 14,81 e l'ucraina Olha Saladuha 14,71
Valerie Adams (20,26) supera Nadzeya Ostapchuk (19,92) nel lancio del peso). 

01/06/11

Ostrava: Bolt è proprio tornato sulla terra... 9"91

Alla fine, se dovessimo trovare l'MVP del Meeting IAAF di Ostrava di ieri sera, il riconoscimento non andrebbe sicuramente a Usain Bolt, che sembra ancora ingabbiato dal dioscuro della danza in qualche sorta di maledizione, ma alla connazionale Veronica Campbell-Brown. La 29enne giamaicana, che come gran parte delle velociste caraibiche e afroamericane sembra soffrire di un'eccessiva lordosi (ma se produce quegli effetti, sarebbe bello soffrire in quel modo), ha martellato pneumaticamente la pista, lasciando il resto delle gazzelle ad un'altra quota di volo. L'aria lassù sarà stata più rarefatta, probabilmente. Chi ha visto la gara avrà anche pensato le altre avversarie della Campbell fossero comprimarie che sul cartellone dell'Opera risultavano impresse con caratteri minuscoli, in fondo al poster. Invece si chiamavano Debbie Ferguson, una che in carriera è scesa una decina di volte sotto gli 11". Ah, non l'ho ancora detto? Il tempo della Campbell-Brown è stato un 10"76 (1,1 il vento) che rientra nei vocabolari con l'aggettivo "straordinario". E' il 20° tempo di sempre al mondo, ottava donna al mondo, il personale della Jam (che aveva un 10"78 del luglio del 2010). 33^ volta sotto gli 11". Una piccola pagina di storia atletica al femminile. 
Poco dopo, come si diceva poco prima, scende in pista face-to-face con Steve Mullings, l'atleta più in vista della prima parte del 2011, considerato che anche dopo le due prove di Usain Bolt e di Asafa Powell, vanta ancora le due migliori prestazioni dell'anno sui 100: 9"89 e 9"90. Non è certo uno sconosciuto, essendo di fatto un vettore di quella meravigliosa macchina da guerra che è la 4x100 giallo-verde con il puma nero. Mullings è alla sinistra di Usain, e come era preventivabile, viste le diverse configurazioni fisiche, parte come the cannon-ball. Tutti gli altri comprimarieggiano. Bolt mette la freccia nella staccata finale: 9"91 contro il 9"97 di Mullings. Il video frontale della gara poi certificherà una cosa: Bolt ha dovuto tirare come una jena, "mollando" il muscolo facciale solo a 33 centimetri dal traguardo. E quelle immagini esibivano al mondo anche... "preoccupazione". Occhiate fugaci alla propria sinistra al 29enne connazionale, quando un tempo quelle occhiate erano accompagnate da quell'atteggiamento facciale che voleva dire "embè, dove siete tutti?". Una rigidità poco nota alle televisioni mondiali. Gli alieni si sono ripresi Bolt e ci hanno restituito una copia sbiadita? Probabilmente con Tyson Gay al fianco, il grado di preoccupazione sarebbe aumentato, con un maggiore ingabbiamento fisico derivante. Poi, parliamoci chiaro: ha sempre corso in 9"91 due volte consecutive nel giro di 5 giorni! Ma questo è ciò che capita a chi fa il marziano per due anni: quando ottiene tempi "super", sembra che li si potesse correre anche noi, con le ciabatte e l'accappatoio. Vi interessa che il 9"91 è stata la 24^ volta sotto i 10" per Bolt?
Un altro risultato spesso è stato il 47"66 di LJ Van Zyl nei 400hs: inopinatamente il miglior 400 ostacolista del momento. Il tempo pareggia la prestazione che aveva ottenuto a febbraio, durante la stagione australe: 5^ volta sotto i 48", quattro delle quali nel 2011, e tre di quelle quattro in un intorno di 7 centesimo: due 47"66 e un 46"73. Sorprende sempre più, in negativo, la scarsa vena di Kerron Clement: Cluedo e 6° con 49"53. Ora: ma non è che Clement non ce la racconta giusta? Sta a vedere che quando conterà davvero (a fine agosto) Clement tornerà a correre sotto i 48" e Van Zyl sopra. Per il sudafricano invece si pone un problema (presumo): ha raggiunto la forma e il PB a febbraio. Ha raggiunto la forma e il pareggio del PB a maggio. Riuscirà a trovare un terzo picco di forma? Se l'onda della forma che riuscisse ad ottenere fosse trimestrale (da febbraio a maggio, da maggio ad agosto), e fosse una sorta di superman, perchè no... certo che tre picchi di forma in un anno sono cose dell'altro mondo, soprattutto nell'anno pre-olimpico. Vabbè, elucubrazioni mattiniere. 
Nei 400 solito momento di "sospensione" dalle prestazioni sub-45". Per ora solo 8 prestazioni con un 44" davanti ai centesimi, tutte ottenute da atleti diversi. Nella graduatoria mondiale appare al secondo addirittura un etiope (tale Bereket Desta) del 1990 che ad Addis Abeba avrebbe corso in 44"79. Jeremy Wariner è fermo a 44"88, e per Daegu ci potrebbe pure essere il ritorno di LeShawn Merritt ai mondiali (con la wild-card per i vincitori dell'edizione precedente), visto che il suo ban di due anni era "retroattivo" al 2009. Comunque, a Ostrava vittoria all'ennesimo Jamaicano (protagonisti in serie) Jermaine Gonzales con 45"07. Oscar Pistorius 46"19
Altra gara attesa i 110hs: le azioni di Dayron Robles ora sono cresciute notevolmente, dopo il 13"07 della scorsa settimana. Ora sembra valere Liu Xiang, cioè qualche centimetro meglio di David Oliver, le cui azioni sono invece in deciso calo. Gli unici tre uomini nella storia della specialità ad essere scesi sotto i 12"90. Ma varrà anche nel caso di Oliver il discorso per Clement? Robles ad Ostrava sembra un pò meno fluido del solito: ma 13"14 è ancora lontano per gli altri, anche se sta emergendo l'ennesimo giamaicano: Dwight Thomas, 13"24
Ivan Ukhov vince l'alto con 2,32, stessa misura del tedesco Raul Spank (non fate battute...). Nel giavellotto la Germania sembra aver trovato la risposta ai soliti Pitkmaki e Thorkhildsen: Matthias De Zordo (origini italiane?) che ha sparato il giavellotto a 85,78 (terza prestazione di sempre per lui) proprio davanti al finlandese, eterno secondo. Il resto dei risultati? Al link qui sotto:

27/05/11

Golden Gala: Usain "terrestre" a 9"91 - Howe è davvero un lunghista?

L'apogeo, l'acme, il còlma della tappa romana della Golden League, si concentra in un momento-per-il-tutto: le 21:45. Come per il palio di Siena, dove i cavalli sentono la presenza della folla vicina, l'aria elettrizzata dell'evento, il nervosismo dei fantini, e i sensi son tesi pronti a mettere in moto i fasci muscolari e l'intera macchina motoria, così gli sprinter dei 100 metri si preparano per esplodere le loro leve. Nei momenti pre sparo,  tutto contribuisce a creare la rappresentazione teatrale dell'evento: ci si fulmina con gli sguardi, come le saette giudicanti di Giove; ognuno recita la propria parte, ben consapevole che lo si fa per lo spettacolo, ma anche lanciando messaggi ai propri avversari. Le mossette di Usain sono note, quelle di Asafa sono un pò meno naturali, perchè evidentemente la parte la deve ancora imparare o semplicemente non è il suo personaggio. Christophe, il bravo ragazzo della porta accanto, sembra un figurante: la propria entrata sul palcoscenico è prevista solo dopo lo sparo. 
Poi, siamo in Italia, no? e non può mancare che il figurante, la comparsa, l'aiutante di scena entri nella scena stessa e si guadagni la visibilità mondiale che aspettava da una vita. Un GGG, un rappresentante del Gruppo Giudici Gara, entra sul palcoscenico invitando Asafa a togliersi la maglietta con sguardo truce.  Come se l'addetto ai costumi, nel primo atto dell'Aida, uscisse dalle quinte e sistemasse i vestiti di Radames. Turpe immagine di un movimento che non ha ancora capito il proprio ruolo, che non comprende i "momenti" dell'atletica, che vuole essere protagonista quando dovrebbe vivere ai margini e funzione di questo mondo. Non "un fattore", come direbbe Flavio Tranquillo, ma una variabile marginale. 
Archiviata questa mesta immagine, i muscoli serici si accomodano sui blocchi: Bolt vuole vicino-vicino a sè Lemaitre (pensate davvero che le corsie le abbiano sorteggiate, eh?), ma lui e Asafa non devono essere limitrofi. E' come quando da bambini si sceglievano le squadre: inizia Bolt... tu che corsia vuoi? La 4^. Tu Asafa? Mmm... la sesta. La vera sfida, gomito a gomito è rimandata: magari non si vuole ancora il reciproco condizionamento. Bang, partiti. Asafa è Asafa, la solita gioiosa macchina da guerra. Monumentale statua di muscoli che incede come un caterpillar al centro della pista. A migliaia di km di distanza, Tyson Gay sta guardando tutto davanti alla tv, e medita... Asafa è davanti. Usain, fagocitato in partenza e dopo una reazione da "dormita" di 0,174 (concessi solo allo sparo 4 centesimi ad Asafa, 0,174 contro 0,133) esce dal branco e si lancia all'inseguimento del connazionale. Ai 70 sembra ancora possibile l'impresa di Powell, ma le leve di Bolt hanno un sussulto: il volto si rilassa e avviene il sorpasso. Primo Bolt, 9"91, contro il 9"93 di Powell. Powell batte la 74^ sotto i 10"00, Bolt la 24^. Sul traguardo piomba in 10"00 anche Lemaitre, avviato a diventare in breve tempo il 4° incomodo, l'outsider pronto ad infilare uno dei 3-tenors non appena steccassero l'acuto. Impressioni? L'extraterrestre, il sovrumano, il divino sembra essere retrocesso alla categoria "uomo più forte velocista al mondo" (se Tyson ci sta), dalla categoria "ultraterreno". Manca qualche cosa, anche visivamente, a quella cosa gialla che saettava con scandalosa facilità tra il 2008 e il 2009. Sono le 21:46 in Italia, le 15:46 a Lexington, Kentucky: Tyson Gay spegne la tv, prende le sacca con le scarpette adidas e va giù al campus con una strana increspatura delle labbra. 
Molto prima era stata la volta di Andrew Howe sui 200: a me viene da incazzarmi, come penso migliaia di appassionati. L'umidità della serata romana sembra irretire i muscoli degli atleti, costretti a nuotare in un 90% di vapore acqueo. Eppure Andrew, nonostante una scarsa propensione a correre per lunghi tratti con l'acceleratore pigiato, dopo aver raggiunto una notevole velocità massima, deflagra gli avversari e sigla 20"32, suo terzo tempo di sempre, 4 centesimi dal personale. Che dire? Che la sua gara sarà comunque il lungo e la velocità non rientrerà nei suoi obiettivi primari. Amen. E' secondario. Tutto fa parte di una serie di riflessioni: nei 100 i ticket medagliferi sono già stati tutti dati via: bisogna correre sotto i 10" e di parecchio per arrivare allo sportello prima degli altri. Sui 200 molti di quelli in coda nei 100, si sono ripresi i ticket. Nel lungo invece il primo che arriva, gode: molta più fluidità su atleti e possibilità di vittoria. E allora dai col lungo e se va male, tanto sono un velocista di buone prospettive. Di sicuro sarà un valore aggiunto per le staffette, finalmente. 
A proposito di 4x100: la capatosta Di Mulo non si smentisce mai: 38"89 schierando in prima frazione un atleta che, in questo momento, fa fatica a scendere sotto i 10"60 (Roberto Donati), mentre in circolazione ci sono fior di atleti che corrono stabilmente sotto i 10"50. Anche Demas Obou ha avuto ragione di lui nelle serie pre-Golden. Non ho nulla contro Donati, che non conosco, ma potrebbe anche chiamarsi Pietro Mennea, ma... insomma: l'atletica è fatta di tempi e numeri. E poi in ballo c'è una prima frazione che, nell'architettura di una quadriga veloce, è la più semplice: non ci vuole una laurea in ingegneria meccanica per correrla. Michael Tumi, per esempio, viste le doti mostrate, potrebbe essere l'indiziato; Jacques Riparelli, un altro. E poi, in maniera più naturale, Fabio Cerutti, di cui non si sa ancora il valore specifico sui 100 metri: l'ho trovato esageratamente dimagrito in volto. Ma l'assetto auspicabile, fatto salvo il treno delle meraviglie Collio-Di Gregorio su seconda-terza frazione, dovrebbe essere uno a scelta tra Tumi e Cerutti (se torna a correre in meno di 10"30) in prima, e Howe in quarta. Riserva Riparelli, mentre Tomasicchio è sparito con il proprio coach. Si va sotto i 38", garantisco io e medaglia a Daegu. Se invece Di Mulo continua a non guardare i valori specifici degli atleti, ma il movimento della gamba in curva, siamo a posto.
Torniamo al Golden Gala e ai lampi che hanno caratterizzato un'edizione... "strana". E' mancato quel pizzico di non so che delle altre edizioni. Ma non riesco dar voce a questa sensazione. Probabilmente la successione delle gare, o anche solo la regia Rai di Nazareno Balani (era lui?), in cui gli italiani (Howe a parte) sono stati completamente dimenticati. 
Nei 400 femminili si è assistito ad una scena poco edificante, con Libania Grenot a naufragare (senza dolcezza in questo mare) in fondo al gruppo. Mai davvero in gara: 53"50. Non era lei. Non poteva essere lei. Marta Milani più coriacea, anche se sbattuta in nona corsia, praticamente in Tribuna: 52"75. Solita grande Allyson Felix là davanti, mezzo rettilineo oltre le due italiane: 49"82, 279^ prestazione mondiale di sempre (278 volte una donna, nella storia dell'umanità, ha corso meno di quel tempo). 427 invece le volte in cui una donna è scesa sotto i 50"00. 
Bella gara di triplo, praticamente occultata dalla Rai, con l'inglese Phillips Idowu che atterra a 17,59, miglior prestazione mondiale dell'anno. Thamgo è per il momento fermo a 17,49. Il resuscitato Christian Ollson stabilisce la terza prestazione mondiale dell'anno: 17,29, mentre un volitivo Fabrizio Schembri con 17,08 centra il minimo "B" per mondiali e olimpiadi (che era 16,85, quello A è fissato a 17,20). Fabrizio Donato, grande atteso della vigilia, dopo il 16,77 iniziale inanella 5 nulli nel tentativo di ottenere la prestazione monstre. Peccato. 
Nei 400 maschili, una delle gare più penalizzate dall'appiccicosa umidità, Marco Vistalli ottiene un tempo, 46"02,  che lascia presagire grandi cose: in prima corsia, con davanti 400isti che interpretano il giro come una cannonata da 250 metri e poi si salvi chi può. Perdere troppo terreno voleva dire abbandonare l'aggancio e naufragare come era successo ad inizio meeting alla Grenot. Così infilato l'inglese Martyn Roneey, che insomma, è uno che alle olimpiadi di Pechino aveva corso in 44"60, e 44"99 l'anno scorso, facendo rivivere il mito di Roger Black. Gara vinta dal 33enne bahamense Christopher Brown, con 45"16. Uno tizio che è sceso 22 volte sotto i 45" nella carriera, fino al 44"40 di Oslo nel 2008.
Vince facile Blanka Vlasic nell'alto con un meno che normale (per lei) 1,95: Antonietta Di Martino l'avrebbe di sicuro messa alle corde, se non fosse stato per l'infortunio. Anche le altre avversarie "storiche" della Vlasic decisamente sotto tono: l'umidità deve essere stata proprio invalidante.
Il sudafricano Lj Van Zyl invece continua a martellare tempi sotto i 48" nei 400hs: ieri 47"91, 278^ volta di un uomo sotto i 48" nella specialità. 4^ volta di Van Zyl sotto i 48", tre delle quali quest'anno, con l'apice raggiunto con il 47"66 di Pretoria a febbraio. L'inglese Greene finisce a 48"24, lui che è sceso solo una volta sotto i 48". Sorprende la mestizia del nono posto di Kerron Clement in 50"03. Quest'anno aveva corso in 48"74, nemmeno tanto male per il bi-campione del mondo di Osaka e Berlino. 
Nei 100hs Dawn Harper 12"70, dando le spalle a Kelie Wells con 12"73. Lolo Jones impennata davanti ad un ostacolo, purtroppo. 
200 femminili ad appannaggio di Bianca Knight, con un modesto (visto il parterre de roix schieratosi in partenza) 22"64. Presenti anche Allyson Felix e Sanya Richard-Ross, che una mezz'oretta prima si erano cimentate sui 400: un esperimento davvero d'altri tempi: 22"81 e 22"88 per le americane. 
Nel mezzofondo orfano di Rudisha, gli 800 sono proprietà del "master" Khadevis Robinson (classe 1976), con 1'45"09, mentre i 5000 finiscono nel bagagliaio di Imane Merga: 12'54"21, miglior tempo mondiale dell'anno.
Ecco, per concludere: sapete cos'è mancato? Troppo poco azzurro si è visto, e quel poco non è stato mostrato come dovuto, Howe a parte, naturalmente. I triplisti dimenticati, ma quelli c'erano. I 400isti per demeriti o per meriti superiori dei propri competitors. Poi le assenze di Di Martino, magari uno sprinter come Di Gregorio o Collio nella prima serie dei 100 (erano in 9, e da metà classifica in giù erano a portata dei nostri). Nessun mezzofondista, nessuno! Forse un giovane sarebbe dovuto essere invitato negli 800. Vabbè, come diceva Linus su Radio-Dj, scende il sipario sull'unica manifestazione di un certo spessore su pista in Italia. Si torna alla normalità dei c.d.s. dei poveri (almeno una volta tutti gli atleti militari erano costretti a parteciparvi), sulla coppa italia dei costretti. Rimangono gli italiani assoluti... ma manca davvero una sensibilità per il movimento su pista di questa gerontocrazia-Fidal.

16/02/11

A Mondiali e Olimpiadi, un turno in meno prima della finale

Powell, Gay e Bolt
Non ci saranno più i quarti di finale ai Mondiali di Daegu e alle Olimpiadi di Londra nella velocità. Tre turni soli e si potrà vedere la sfida Bolt-Gay-Powell. E così per Usain ci vorranno solo sei volate per riconfermare le sue doppiette di Berlino e Pechino. Dietro a tutto questo una logica di mercato (meno turni, meno distrazioni, programma più contratto e meno dispersivo anche per le emittenti televisive) e un favore ai big, che per almeno due turni dovevano giocare al gatto e al topo e sprecare energie preziose. Chissà Bolt che tempo avrebbe fatto nei 200 di Berlino, se anziché arrivare all'ottava gara (i 4 turni di 100 e i 3 di 200), ci fosse arrivato come sesta gara? A questo punto sarà più che probabile vedere 3 semifinali anziché 2: e questo porterà anche alla separazione dei 3 top-sprinters mondiali (Bolt, Gay, Powell) risparmiandoci la sfida solo per l'atto finale. Un'attesa micidiale e un pathos da thriller. Per gli italiani forse un'occasione in più per centrare la semifinale (sarebbe bello parlare di finale, ma è un obiettivo incredibilmente lontano). L'ultimo italiano finito in una semifinale mondiale o olimpica, fu Ezio Madonia ai mondiali di Tokyo del 1991. 

07/08/10

E arrivò il giorno in cui Bolt scese sulla terra, ed ad attenderlo...

...ed ad attenderlo c'era un uomo di nome Tyson. Solitamente nella storiografia sportiva, Tyson evoca mazzate da orbi, orecchie staccate a morsi, pugni che sembrano prismi di marmo. A Stoccolma, al meeting della Diamond League non c'era però Mike, ma un tal Gay, l'Astolfo Ariosteo a stelle strisce che ha avuto il coraggio di andare sulla luna e riuscire nell'impresa di riportare sulla terra il senno di Bolt (un tempo furioso... e gioioso). La velocità mondiale non è più un assolo alla Bocelli, dove tutti assistono ammirati ("con te, partirò, su navi per mari...") ai voli pindaro-canori del tenore, ma un coro a due (Pavarotti e Placido Domingo?), o Dio volendo a tre, se Jose Carreras (l'Asafa puntualmente gabbato) dopo aver incantato nelle tournee canore di tutto il mondo e inebriato molti padiglioni auricolori fini, non steccasse sempre quando debba cantare nel trio delle meraviglie al Madison Square Garden o alla Royal Albert Hall. Uomo-contro-uomo finalmente: a Gateshead, nella terra dei Leoni e agli inizi di luglio, Tyson sottomette Asafa con quasi due metri di vento contrario. Come nella boxe "gli sfidanti si sfidano per sfirare il Campione". Gay domina e vince il lasciapassare per un inconto del terzo tipo coi marziani. Ma stavolta tutto ricorda tremendamente Leonida davanti al figlio di Dario, Serse (pedonatemi la medesima citazioni in meno di due giorni!): la sicurezza nei propri mezzi, la compattezza spartana, la sicurezza di vincere, contrapposta alla superficialità di chi ha un esercito di 1 milione di persiani alle spalle, la tradizione, la supposta superiorità creata dal passato e dal numero. Per Bolt il budello dove anche i suoi Immortali verranno trucidati dalle schiere di opliti greci, le sue Termopili, saranno un rettilineo nemmeno tanto lungo, su una pista Scandinava, al calar del tardo sole tiepido di una giornata di agosto. Nel boato dello sparo Gay inizia a menare fendenti come un dioscuro, ma pulito, lineare, visivamente addestrato all'ars pugnandi. L'aereo di Bolt tarda invece a decollare. Sembra il Concorde nelle ultime sue apparizioni sulla tratta Parigi-New York. Nonostante i 10 centimetri di differenza che li separano, stavolta Tyson quando corre sembra alto come Usain: quale profezia? Quale magia? Quale sortilegio? Gay stavolta non si inginocchia... e me lo vedo pure "Inginocchiarmi? Vedi, Serse, trucidare tutti quei soldati stamattina mi ha provocato un fastidiosissimo dolore al ginocchio...". L'arrivo è pure solitario, e per un attimo mi vengono in mente Ben e Carl, quando Lewis cercava goffamente ed in maniera imbarazzata ed attonita di complimentarsi con Johnson. Il re è caduto, viva il re. 13 i centesimi tra the Challenge e il Campione: 9"84 a 9"97. la faglia di Sant'Andrea a livello di sprint, il delitto di lesa maestà tra i titoli nobiliari. Una sconfitta per un uomo. Da oggi la macchina-Bolt si è scoperta fallibile. Ha perso la sua sicurezza, ed ora là davanti c'è un uomo in fuga e il suo nome è Tyson. Bisognerà andare a prenderlo, e per farlo bisognerà tornare su Marte. Ho guardato il resto dei risultati di Stoccolma. A parte Bershawn Jackson sui 400hs, meeting che non verrà tramandato con gli annales: la nuova Italia di Arese, quella scoppiettante, vincente, giovane, che riempie i podi internazionali, invece, è solida nella sua coerenza con il passato: nemmeno un atleta al via, perchè l'atletica che conta, negli incubi e nei deliri della Fidal, non è proprio questa.

27/11/09

Seb Coe premia Muller e Hanscome migliori master 2009

Durante la premiazione della IAAF agli atleti dell'anno (Sanya Richards e Usain Bolt, guarda caso... e di cui abbiamo dedicato un articolo a sè stante), Lord Sebastian Coe ha incoronato l'immancabile Guido Muller e la neo-Rita Hanscom quali atleti master dell'anno. Decisione assunta e nota da ormai un qualche giorno, e di cui, anche qui, si era già scritto a suo tempo. La notizia vera e propra è probabilmente la visibilità del mondo master: per una volta all'anno probabilmente l'attenzione per qualche decimo di secondo si concentra su di loro. Una cosa non riesco però a capire. Ma la premiazione dei master la fanno sul palco con il principe Alberto e il presidente della IAAF Diack, o in una stanza separata fuori dai riflettori dei media internazionali? Che ci crediate o no, tra le foto della serata non riesco a trovare quella vera e propria che mi sarei immaginato: come nella cerimonie degli oscar, Seb che cede il premio a Muller stringendogli la mano, con lo sfondo del sipario del palcoscenico monegasco. Trovo solo foto in qualche angolo di qualche albergo con i due protagonisti e Stan Perkins (nuovo presidente WMA). Ma che si pretende in definitiva? Oggettivamente sarebbe meglio un WMA Athletics Gala, piuttosto che essere presenti ad uno IAAF Athletics Gala, per una serie di ragioni che non è difficile comprendere: prima fra tutte, quella che l'atletica master probabilmente è compresa soprattutto dagli atleti master e da chi gira intorno al questo mondo. Bolt e (in parte) la Richards li conoscono tutti a livello planetario, come succede a chi vince le Olimpiadi, a chi fa i record del mondo, a chi diventa un'icona mondiale... molto meno Guido Muller e ancor meno la Hanscom che conosciamo e apprezziamo giusto noi specialisti. Chi sono costoro? (purtroppo o per fortuna, a seconda dei punti di vista). Istituire un premio in un consesso solo master, oltre che ad ampliare la possibilità di premiazioni (magari uno per categoria, oltre che quello super omnia, oppure uno alla carriera, anche se un master non ha mai finito di gareggiare!) sicuramente accrescerebbe il prestigio del premio tra gli addetti al lavoro.
Comunque sia, anche quest'anno Webatletica nominerà i suoi migliori atleti dell'anno in chiave italiana. Le consultazioni in Redazione (che si sta allargando e dove ci saranno novità tra poco tempo) fervono: tra gli uomini il campo sembra ristretto a 2/3 cadidati, mentre tra le donne la nomination sembra più verso una sola persona. Sui criteri abbiamo inteso utilizzare quelli discrezionali di chi ritiene di aver dato un servizio sui master molto dettagliato tutto l'anno: non utilizzeremo i plebisciti popolari che nascondono dei deprecabili e un pò infantili fenomeni di "fishing", nè tanto meno una giuria di paria: insomma, se ci prendiamo l'onere di portare avanti un sito di master, saremo anche in grado di decidere chi può essere stato a nostra discrezione il migliore dell'anno!! Poi sicuramente ci sarà chi non sarà d'accordo, ma questo è il senso stesso di essere esseri umani (scusate l'allitterazione). Tra l'altro, almeno da parte mia (ma ritengo anche di tutti quelli che compongono la redazione), penso di aver fornito un'informazione equidistante, anche se ammetto che le notizie vengono create su dati ricercati autonomamente perchè purtroppo la Fidal come fonte primaria di informazione sui risultati delle gare, è un pò deficitaria sulla tempestività del servizio.
Purtroppo Atleticanet e Correre hanno deciso di escluderci dall'attribuzione del medesimo premio del quale avevamo messo anche noi il nome l'anno scorso (ma non finanze, non avendo un tolino...) senza metterci al corrente della cosa: ma questo fa parte del gioco, quindi produrranno i loro atleti master dell'anno. Noi, per parte nostra, vedremo se riusciremo a coinvolgere un grosso soggetto per dare ampio respiro alla cosa. Ma non facciamo nomi per ora. Alle prossime puntate.

20/11/09

L'angolo del Duca: Giù le mani dai supereroi!

(foto dal corriere.it) - A livello mondiale il 2009 si è chiuso, come l’anno precedente, nel segno di Usain Bolt, meraviglioso atleta le cui imprese sono andate bel al di là del pur fantastico mondo dell’atletica, per farlo assurgere, ritengo, al ruolo del piu’ straordinario sportivo dell’anno. Le sue prestazioni sono state paragonate a qualcosa di soprannaturale nel senso che il perfetto connubio della sua forza, potenza ed elasticità ha permesso che potesse ottenere riscontri cronometrici impensabili per un essere umano e fatto si che la sua corsa potesse essere accostata a quella di un felino.
Ma il marziano Bolt suscita anche tante invidie ed allora si parla di doping e si ironizza sulla sua Nazione di provenienza,la Giamaica, come se tutto quanto riconducibile a tale popolazione debba essere il raggae o la marijuana, ma dimenticando che, per tradizione e genetica , le corse veloci hanno rappresentato, da sempre, per questo popolo, un autentico sport nazionale e vero motivo di vanto nei confronti del mondo intero.
Ma si sa, i personaggi molto famosi, in quanto tali, sono soggetti a grandi consensi, ma talora avversioni, frutto di invidia o semplicemente di fattori epidermici. Trovo quindi normale che la gente comune possa criticare Bolt, avanzare dei dubbi sulla liceità dei suoi risultati, come trovo normale che i giornalisti cerchino di metterlo in difficoltà, per fare il titolone piu’ grosso, con domande irriverenti su cui, purtroppo, qualche volta, si costruiscono interviste mettendo in bocca dell’intervistato parole non dette che creano polemiche. Quello che pero’ non capisco è come possa un appassionato di atletica criticare Bolt, mettere in dubbio la sua personale correttezza di atleta, snobbare le sue prestazioni, lamentarsi che si parla troppo di lui e che si da poco spazio ad altri piu’ meritevoli di lui, affermare che irride gli avversari perché prima delle gare ama giocare e scherzare.
La cosa incredibile è che queste critiche le ho lette e sentite dare sia da appassionati che praticano mezzofondo, quindi un pochino meno addentro alle logiche fisiche e mentali di un velocista, ma addirittura da atleti specializzati nella velocità, i quali dovrebbero solo osservare veneranti ed entusiasti le imprese di cotanto eroe.
Scusatemi, ma questa volta voglio veramente assurgere a depositario della verità…
Bolt è l’atleta piu’ perfetto che sia mai esistito perché racchiude in se l’ideale combinazione di elementi indispensabili per superare ogni limite di velocità che si potesse immaginare fosse insuperabile da un essere umano.
Il suo superpotere nasce dal perfetto connubio di forza, esplosività, reattività dei piedi, frequenza ed ampiezza, il tutto sviluppato su un fisico di 196 cm. Sembra banale e semplicistico, ovviamente non lo è, ma il segreto di Superman Bolt è la sua altezza, quella stessa altezza che un tempo i guru dell’atletica ritenevano non adatta per un velocista, ma che invece rappresenta l’elemento in piu’ per superare ogni limite. Questo non significa, chiaramente, che basta essere alti ed anzi tale caratteristica comporta molto spesso una serie di problemi. Innanzitutto è molto piu’ difficile costruire un’adeguata massa muscolare su un atleta alto, perché le lunghissime leve necessitano di un allenamento ben piu’ duro e mirato. In secondo luogo, problema ancor maggiore, tutti gli atleti con il bacino alto subiscono, per il contraccolpo della corsa e degli allenamenti mirati in tal senso, una serie di microtraumi, alla schiena, maggiori rispetto ad un atleta normodotato e questo, oltre a comportare problematiche dolorose alla schiena stessa, rende piu’ facile l’insorgere di tutte quelle patologie muscolari e tendinee che hanno la loro origine, sempre, dalla schiena stessa.

E non dimentichiamo mai che puoi essere perfetto, ma poi ti giochi tutto in pochissimi centesimi di secondo e allora subentra la mente con la sua capacità di controllare la concentrazione e la deconcentrazione che si traduce poi, dopo lo sparo, nel miglior connubio possibile tra contrazione e decontrazione. Bolt non irride i suoi avversari, prima e dopo le gare, affronta le prove con l’allegria che gli deriva dalla consapevolezza della sua forza fisica e questo gli consente di non sprecare un briciolo di energia negativa che spesso, su altri atleti, ha avuto degli effetti deterrenti (uno per tutti Asafa Powel). In altre parole, un fisico perfetto in una mente perfetta: la “tempesta perfetta”. Alcuni mesi fa, in un mio intervento sul doping, fui molto categorico e anche provocatorio su tale argomento. Oggi sarei un bugiardo se dicessi che metterei le mani sul fuoco per Bolt ma, come detto, ci sono delle esigenze di showbusiness che valgono per tutti gli sport e che spesso obbligano i grandi atleti a sottostare a delle regole perverse. Queste regole pero’ non alterano i valori in campo e quindi, se bisogna sollevare sospetti, è totalmente da ipocriti farlo solo su chi vince ed è piu’ forte degli altri.
Quello che mi sento dire, con assoluta certezza, è che vi sono degli indiscutibili riscontri oggettivi su Bolt. La sua carriera agonistica è stata assolutamente lineare e consequenziale nel senso che ha cominciato ad andare fortissimo da juniores, quando la sua massa muscolare non era ancora sviluppata completamente, ha resistito alle pressioni psicologiche che spesso distruggono atleti che esplodono molto giovani e poi, con la definitiva crescita muscolare ed anche maturità mentale, ricordo la finale di Osaka dei 200 metri in cui corse con una scarpa slacciata, ha raggiunto quei risultati che era logico aspettarsi da lui.
Vi lascio con la sua straordinaria progressione dal 2002 ad oggi ( dai 16 ai 23 anni) con la speranza che la sua corsa meravigliosa prosegua senza intoppi perché l’atletica mondiale ha veramente bisogno di un supereroe come lui e i supereroi vanno rispettati.
IL DUCA

In allegato la carriera di Bolt.