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30/10/13

Ricordi: Agostino, il mobbing e la nostalgia per il futuro (de il Corridor Cortese)

ACHTUNG RIKORDEN!  - per dirla alla Bonvi; oppure - FULL MEMORIES JACKET - per dirla alla Kubrick o - BORN TO REMEMBER - per dirla alla Hasford.  Insomma dovrei definire un nuovo logo per una etichetta che avvisi, come per i celiaci, del contenuto potenzialmente dannoso agli allergici ai ricordi: - MEMORIES FULL - al posto di - Gluten free - ?
Cosa ci posso fare, voglio bene ad alcuni dei miei ricordi, che quasi sempre arrivano da soli e non dargli una dignità scritta mi parrebbe un peccato e una perdita.
Da loro ho imparato e imparo ancora, così come dai ricordi degli altri.
Che poi, un ricordo è semplicemente ciò che è appena passato; ecco: la parola che abbiamo appena letto è già il passato (dunque un possibile ricordo), la parola che leggeremo è il futuro; e il presente dove diavolo si trova?  Forse nello spazio vuoto tra una parola e l'altra?  Ma hanno qualche importanza queste tentate definizioni?
Non lo so' naturalmente.  So' però che non saprei dire granché su uno spazio vuoto.
Dovrei ringraziare la Signora Roberta De Monticelli, a cui si potrebbe eventualmente girare la domanda: "dove si trova il presente"?   La Signora Roberta, tra l'altro, ha scritto "L'allegria della mente", che senza farmi spaventare e citando "Nutre la mente solo ciò che la rallegra", mi ha avvicinato al signor Aurelio Agostino da Tagaste.

Con la speranza che nessuno mi denunci per vilipendio o blasfemia, trascrivo qualche riga da "Le Confessioni", Libro decimo, capitolo VIII; dove Agostino (nella traduzione di Carlo Vitali) scrive:
- Tutto ciò si svolge nel mio interno, nella sala immensa della mia memoria. E vi sono pronti al mio cenno, il cielo, la terra, il mare, e tutte le sensazioni che mi hanno dato, ad eccezione di ciò che ho dimenticato. E là mi faccio incontro a me stesso, ricordo me stesso, quello che ho fatto e quando e dove -.  
Insomma, se Agostino teneva in gran conto i suoi Ricordi, perché non potrei tenermi stretto qualche mio ricordino?  Niente di che, per carità, una fotina ricordo, un ciondolino di Venezia, una Torre di Pisa che cambia colore con il cambiar del tempo...

Ne ho, per caso, uno piccolo, non di quando ero nella Legione Straniera (anche perché non ci sono mai stato) ma di quando ero Allievo.
Penso sia possibile proporlo, perché forse potrà tornare utile ad altri.  Poi più che me riguarda il mio Presidente, che chiameremo "T", di cui avevamo e ancora ho una gran stima. 
Si, T, il felice possessore del primo videoregistratore, portatile, ma da due Sherpa, di cui parlavo nell'Allenamento 1.1.
T era in gamba. Già redattore de la Zanzara, da ragazzo al liceo Parini; era un tipo poco incline ad apparire, ma straordinariamente efficace nel perseguire la sua idea di Atletica, che doveva essere per tutti. Da quelli più bravini a quelli diciamo più orientati alla compagnia piuttosto che all'agonismo; senza discriminazioni possibili.
Quell'anno ottenni il minimo di partecipazione per il trofeo Notari a Bologna, riservato agli allievi.  T mi propose per la partecipazione alla gara individuale, anche se ero l'unico a poter partecipare. La Società disse di sì, eppure era certo, almeno per me, che non sarei mai potuto entrare in finale.
Quando si trattò di capire chi mi avrebbe accompagnato, il presidente alzò gli occhi, si guardò attorno e non vide più nessuno.  
T ed io arrivammo la sera prima della gara. Usciti dalla stazione ci incamminammo alla ricerca di una pensione a buon mercato che ci ospitasse per una notte.  Trovata, sembrava tutto a posto, ma il presidente ad un certo punto mi guardò, - andiamo via - disse.  
Presi la borsa e uscii.  
Mentre si camminava alla ricerca di un nuovo posto, gli chiesi perché.  Attese un po' a rispondermi, poi disse - non ci guardavano bene - !  Non capii granché, anche perché non sono mai stato.. troppo precoce nel capire, ecco.  Ancora oggi diciamo che ci arrivo, si, ma con un po' di calma. Non dimenticai mai però lo sguardo di quel portiere di notte che guardava me e soppesava T con un mezzo ghigno sulla bocca.  Tornammo verso il centro, fermandoci in un albergo che la società non avrebbe potuto permettersi; T ci mise la differenza.
La gara, naturalmente, andò come doveva andare: non trattandosi di una fiction, non entrai in finale, anzi, andò proprio male.
- Non ti preoccupare, oggi pomeriggio andrà meglio - disse T; e aspettammo l'arrivo dei miei compagni di staffetta.
Grazie Presidente.
Le cose che ti vengono regalate in modo gratuito, non puoi dimenticarle.
Capisci che non dovrai sdebitarti con chi te le regala, ma forse ti sentirai meglio quando avrai fatto qualcosa del genere per un altro ragazzo.
Da quando ero Allievo, sono poi cresciuto (non tanto), allenandomi e correndo.
C'era un giornalino della Società, fatto da noi, raro per la sua puntualità. 
Ci si trovava una sera alla settimana in sede per coordinarsi, si discuteva di tutto, sicuramente di sociale e di politica molto più che di Atletica.   
Altre Società esigevano che ci si occupasse solo di Atletica, dimenticando che dopo la scuola, molto del nostro tempo lo dedicavamo all'Atletica e poi ci si vedeva pure fuori dal campo, perché si era amici.
Dunque, quello dell'Atletica era sicuramente l'ambito formativo più importante che frequentavamo. 
Mi sembrava più che giusto poter parlare di tutto, compreso delle non poche sollecitazioni sociali che mi circondavano, senza che nessun "talebano" potesse dire: "non si può" ! 
Comunque, in qualche altra società, spesso, la selezione qualitativa era immediata, chi non aveva abbastanza talento veniva emarginato.
Ricordo un allenatore di mezzofondo, sicuramente bravo (ancora oggi), che allenava alcuni tra i migliori allievi e junior italiani. Quando arrivava un nuovo aspirante atleta, lo aggregava immediatamente agli altri per il classico giro dell'ippodromo (di San Siro).
Se aveva talento e un po' di allenamento tornava comunque paonazzo al campo, altrimenti rimaneva per strada.  Durante l'inverno, tra quelle stradine un po' oscure era facile smarrirsi se non le si conosceva; come del resto diceva anche il Sig. Alighieri. 
Così capitava che quando arrivava il gruppetto della mia "ecumenica società", ramazzasse e riconducesse a casa le pecorelle sfinite e smarrite, che non avevano nemmeno più il coraggio di guardare negli occhi l'allenatore.
Allora il mobbing non era conosciuto, ma già praticato, pur senza un nome. 
Il mobbizzato spariva alla svelta, oppure capitava, a volte, che continuasse a correre con noi. 
Non me ne andai mai dalla mia Società: cambiò sede, provò anche a cambiar nome, ma senza mai riuscire a liberarsi di me.
Vado a chiudere, scrivendo delle mie piccole beghe familiari, almeno mi sfogo un po'.
Gino mi guarda spesso e adesso ho la percezione che si sporga un po' di più alle mie spalle per sbirciare ciò che ho scritto. Infatti, non passa un secondo che mi sento dire: - ancora con la nostalgia e i ricordi, ma bastaa - !
Non lo sopporto più, si è incattivito qualche mese fa, quando ha capito che non gli avrebbero restituito l'IMU sulla prima gabbia.  Si, sulla prima gabbia, Gino è il mio pappagallino.  Gli dico: - ma chi ti credi di essere - ?  Lui mi regala uno sguardo di compatimento e dice: - guarda che non mi fa ridere quello che scrivi, non sono mica pirla io -!
Che classe! Neanche fosse Mourinho! 
Figuratevi che è convinto, anche se per ora non ha il telefono, di essere stato incluso nell'elenco degli "intercettati" dalla Nsa. 
Comunque lo sapevo che sarebbe stato un errore insegnargli a parlare! 
Va be, nonostante il giudizio prevenuto di Gino, che secondo me, guardando i giornali che legge, è anche un po' reazionario; penso che i ricordi siano importanti; di fatto sono la nostra storia e possono aiutarci a capire perché siamo diventati ciò che siamo, nel bene e nel male, singolarmente e come collettività.
La nostalgia invece la riserviamo al futuro, a ciò che ancora di buono riusciremo a fare, per noi e magari per qualche ragazzo che vuole avvicinarsi all'Atletica.
Possiamo provarci.


il korridor cortesen

16/10/13

Allenamento 1.1 - Il sangue degli atleti, Zaciorskij e la falsa di Usain (de, il Corridor Cortese)

Premessina sulle ultime vicende che hanno visto protagonista il nostro Edgardo Barcella, la cui voce proprio non riesce ad essere percepita, neppure se infilata in un megafono messo ad un centimetro dall'orecchio della nostra Federazione. Mi sono fatto persuaso, come direbbe Montalbano, che la voce dei Masters all'interno della FIDAL  conta un tanticchio meno dell'opinione del mio pappagallino sul tema del cuneo fiscale, punto.

Ma torniamo in tema, insomma, più o meno. Avendo deciso di scrivere qualcosa che abbia una certa attinenza con l'allenamento (altrimenti mi tocca cambiare il titolo) inizierei dal sangue degli atleti.

Vedo, con buona frequenza, allenatori (soprattutto nel Triathlon) che dopo ogni ripetuta sforacchiano lobi appesi ad orecchie di qualunque età, sesso e talento; devono verificare il lattato ematico nei muscoli.  Poi tutto quello scrivere sul quadernone... si, si, fa molto Personal Trainer di buon livello.  Chissà, forse l'AVIS potrebbe utilmente interessarsi a queste pratiche.
Però mi impressionano un po' queste vampirizzazioni.
Già uno corre, soffre, fatica come un mulo (di quelli arruolati a forza nel Corpo degli Alpini) e in più ti chiedono anche il sangue !?  L'ho sempre pensato che il Triathlon non fa per me. Che poi io mica mi sono arruolato, mi sono solo iscritto ad una società.
Meglio fare una divagazione, che a ben pensarci è la cosa che più amo; non l'ho ancora detto al Sig. Andy e spero che non se ne accorga, ma con la scusa di scrivere sull'Atletica (poco) posso divagare (molto).   Ma non mi allontano troppo, solo di qualche annetto.
Faccio un piccolo passo indietro. Oplà: all'inizio degli anni '70 all'Arena di Milano si correva sul Rub Kor; come l'asfalto a vederlo, ma morbidino col caldo, duretto col freddo e rasposetto se ti capitava di cadere; era considerato l'evoluzione in positivo della terra rossa. 
Sulla terra rossa avevo imparato a correre e su quella mi allenavo.
Intanto all'Arena veniva colato il primo Tartan, una meraviglia !
Bisogna tener conto che allora noi milanesi ci sentivamo gli abitanti di una capitale europea e magari anche un po' orgogliosi. Mai avrei pensato che invece di progredire ci saremmo brianzolizzati; con infinito rispetto dovuto alla provincia ed alla Brianza.
Ma questo è un altro discorso, magari da riprendere con calma.
Comunque, tornando al Tartan, non riuscii mai ad adattarmi o a sfruttare utilmente quel fondo gommoso, forse perchè il mio modo di correre con ginocchia piuttosto alte, mi portava ad andare un po' più in alto di quanto servisse. Rimbalzavo un po' insomma, e rampando disperdevo una piccola parte della spinta verso l'alto.
Di fatto il mio record personale, pardon: P.B., lo ottenni sulla terra rossa.
Altri miei compagni di allenamento, che magari avevano cominciato a correre più tardi di me e presentavano a giudizio dell'allenatore presunti difetti di corsa: ginocchia meno alte e meno avanzanti, ottennero invece migliori e decisi benefici.

La terra rossa, o tennisolite, oltre che trattare meglio i miei tendini, era didattica rispetto ad un fondo sintetico, che per esempio non trattiene nessuna impronta.
Sulla terra potevi controllare l'appoggio, la sua correttezza, misurarne l'ampiezza; e per un velocista in fase di formazione non è cosa di poco conto.
I segni dei tuoi sei chiodi erano lì, da rivedere immediatamente, senza nessun supporto tecnologico.
Tra l'altro i chiodi mostruosi di una volta sarebbero sicuramente protagonisti ancora oggi, magari in un film di Tarantino.
In partenza per fissare i blocchi ognuno aveva a disposizione martello e chiodi lunghi una spanna.   Se avevi poco talento, almeno imparavi ad usare il martello.
Ho quasi nostalgia della terra rossa, ma ormai la si rivede solo su alcuni campi da tennis, troppo scomodi per allenarsi, e poi con la rete.. sarebbero adatti forse solo a chi si allena per i 110h.  Ma poi ad essere onesto, la mia nostalgia riguarda forse ciò che è rimasto su quella terra rossa: l'età e poi.. anche gli occhi di una ragazza, che ancora non avevano conosciuto la durezza.
Asciugata la lacrima, continuo con i souvenirs.   Allora sentivo parlare dei primi videoregistratori portatili, o meglio del primo in circolazione, non ne avevo mai visto uno.  Ma un giorno, scaricato dal Maggiolone Volkswagen del presidente della nostra società, ecco apparire un misterioso cassone di legno bianco, due persone portavano il prezioso baule della Sony con cui si sarebbero riprese le varie fasi dell'allenamento di noi ragazzi.
Oggi uno smartphone estratto dalla saccoccia, garantisce sicuramente migliori prestazioni di quell'aggeggione.  Ma volete mettere il fascino unico che emanava quel "totem" ?  La sacralità dei gesti di chi manovrava l'artificio si trasferiva agli sguardi di chi osservava e soprattutto ai movimenti e ai gesti di chi veniva ripreso.
Piccole magie milanesi, anche se ripensandole oggi , appaiono simili alle perline di vetro destinate una volta agli indiani d'America.

All'inizio degli anni '70 cominciavano i primi approcci ad un allenamento un po' meno casuale e un po' più "sc.. sc.. scientifico", come avrebbe seriamente tartagliato Vittorio Gassman ne "I soliti ignoti". 
Iniziavano i primi studi seri, che cercavano riscontri nelle esperienze verificate sul campo.
Imperdibile per noi la rivista "Atletica leggera" (grazie Dante Merlo!) con quelle bellissime sequenze fotografiche, e i suoi quaderni tecnici con le esperienze di Vittori, Donati, Arcelli, Tschiene.. etc.   Imperdibile e ancora attualissimo, non solo nell'Atletica, quel volumetto rosso pubblicato nel 1974 da Edizioni di Atletica Leggera: "Le qualità fisiche dello sportivo", di Vladimir Mihailovic Zaciorskij, tradotto da Sergio Zanon.
Ma anche "Atleticastudi", della Federazione, diretta da Gianni Benzi; dove tra gli altri scriveva l'appassionato Prof. Piero Aghemo, che rimane (lui medesimo) una enciclopedia di ricordi di quegli anni e che ritroviamo ancora oggi a rilasciare incoraggiamenti e Certificati di Idoneità al Centro di Fisiologia Sportiva di Milano.

Ancora non esisteva internet, la poca informazione circolante era cartacea e nemmeno di facile reperibilità.  Molto era basato sul passaparola, sullo scambio verbale tra allenatori.  Si sperimentava; e se gli atleti allenati, sopravvivevano, l'allenatore poteva correggere il tiro, oppure perseverare.
Quando all'inizio dell'autunno mi vedevo mettere sotto gli occhi fogli fitti di numeri, con distanze da percorrere, tempi di recupero e nuovi e strani esercizi che mi avrebbero accompagnato durante l'inverno.. non sapevo cosa dire, se non riconoscere l'impegno di chi li aveva compilati e farmi un segno della croce.
D'altra parte se ci riconosciamo in Galileo, per il quale ogni premessa teorica deve essere verificata nella pratica.. mica possiamo pensare che tocchi sempre ad altri la pratica della verifica.
Bisognava crederci; si, più che altro era un atto di fede.
Del resto tutta questa completa certezza, non mi pare presente neppure oggi. Penso però che il margine di errore riguardi ormai i dettagli (speriamo) anche se l'atleta, considerato come persona, mantiene le sue peculiarità e una certa dose di mistero.

Comunque, è certo, allora come oggi, se si vuol provare a competere bisogna allenarsi sul serio e senza risparmiarsi.
Nel microcosmo Master per esempio, c'è chi ha più talento e può decidere di faticare meno pur rimanendo competitivo nella sua categoria. In generale possiamo dire che per poter competere a buoni livelli nella propria categoria, un Master (ma non solo) necessita di un po' di talento, una buona salute e costanza negli allenamenti. In caso contrario si vedrà immediatamente superato da competitors appartenenti alla categoria superiore.

Inevitabili, le infiammazioni sono sempre in agguato; compressioni proditorie ai nervi sciatici, pubalgie carogna e tendiniti sibilanti, (mancano solo le palle rotanti) sono spesso lì a ricordarmi (i guai, non le palle) che stare in pista man mano che il tempo passa diventa più faticoso.  E' sicuramente vero che allenandosi per i Campionati di Briscola è più difficile infortunarsi, ma a me piace correre.  
Quando è capitato di dovermi fermare per dare aria ai miei tendini, ho anche pensato di smettere, ma poi, appena guarito, ho subito cambiato idea.  Ognuno ha una sua sfida da riproporre e da difendere; e poi, se non molla Clementoni Massimo da Novara o da Rimini (?), che non ricorda più cosa siano i chiodi sotto le scarpe e sotto ai suoi tendini rattoppati.... la mia rinuncia la vedrei come una diserzione.
Termino con il dubbio di aver scritto qualcosa di un po' sconclusionato; dunque tranquillo di esser rimasto nella mia consuetudine.
Mi accomiato e, coerente concludo con una cosa che non centra una beata cippetta con quanto scritto fino ad ora.
A furia di sentir ripetere centinaia di volte una parola, capita che questa ti solletichi una microriflessione; e visto che qualcuno (spero più di uno) è arrivato a leggere fino a qui, la prendo e la scodello, ecco qua; ma mi raccomando, che non mi si "interrompa l'emozione" o mi fermo qui !  Tranquilli ?  Bene, procedo.
- Usain Bolt, mica Piripicchio, dopo una partenza falsa ha avuto il buon gusto di andarsene in silenzio e l'onestà di non chiedere la grazia; accettando cioè il medesimo trattamento riservato a un Piripicchio qualsiasi. - 
Consoliamoci dunque, in fondo l'Atletica è ancora abbastanza seria e abbastanza uguale per tutti.


Un saluto dal cortese corridor: a bientot, speriamo.

10/09/13

No Comment? No no, comment comment e senza condom - del Corridor Volgare

Pubblico un articolo scritto da una persona che ho conosciuto praticamente sulla rete, e che nonostante il rapporto scaturito "virtualmente" mi ha dato una grossa mano in questi mesi a parlare un pò di atletica (e di sport) in maniera differente rispetto al solito. Cosa di cui lo ringrazio pubblicamente, come chiunque un domani volesse provare a mostrare la propria ars narratoria su queste pagine eteree. Del resto per come vedo io i contenuti di questo sito, non c'è più bisogno di fare la noiosa cronaca degli avvenimenti (che poi sembra che in questo sport non si possa criticare nessuno, perchè tutti danno il 100%...) o fotografare situazioni già cristallizzate da un risultato, o dire che tizio è arrivato davanti a caio... nell'epoca di internet non regali nulla così a chi vuole trovare passione per l'atletica. E' necessaria la critica, l'esaltazione, il colore, palesare i dubbi, ed evidenziare le certezze, dire magari cose che tutti pensano ma nessuno vuol dire per quella regola non scritta che nessuno è criticabile all'interno di questo sport. Anche per questo ecumenico silenzio con annesso divieto di critica, l'atletica ha perso molto del suo fascino. Ha invece centrato il bersaglio questo mio amico virtuale, poi conosciuto in qualche gara sul territorio nazionale, con un'ironia WoodyAlleniana che ti fa sempre sorridere settimana-enigmisticamente con i denti stretti, ma che colpisce nel segno. In quest'ultimo pezzo, colpisce a tradimento il sottoscritto. Attinto da fuoco amico, si direbbe in battaglia. Bè, lo ringrazio per la mano che mi ha dato in questi mesi, sperando che ogni tanto continui a deliziarci con le sue uscite. 

del corridor volgare - Dopo qualche settimana di forse immeritate ferie, passo dall'edicola, do un'occhiata ai titoli dei giornali e capisco che le disgrazie planetarie sono rimaste lì dove erano, così come la quotidiana surrealtà italiana. Sic! Dopo l'ennesimo inutile schiaffo dato a me stesso, penso che rimane ancora senza risposta l'immutata domanda delle sere di Agosto: ma davvero le zanzare hanno una qualche utilità accertata? 
Chiedo asilo atletico a QueenAtletica, andandomi a rivedere alcuni degli ultimi articoli pubblicati. Chi si lamenta per non aver potuto partecipare ai World Masters Games, chi ha rinunciato per coerenza alla partecipazione seppur con dichiarato dolore, chi ha partecipato lamentando (a parte l'alleggerimento del portafoglio) impreparazione a gestire l'evento e momenti di disorganizzazione, infine chi ha partecipato riconoscendo che l'atmosfera delle gare internazionali è sempre bella da respirare. 
Tutti hanno ragione; e naturalmente: complimenti ai vincitori! 
Va beh, passo a leggere i resoconti per fasce d'età dei Campionati Italiani di Orvieto, e mi imbatto in:  Passiamo così alla categoria M40. 100/200: no comment
No comment per Andrea Benatti; bellamente ignorato (come al solito) dal Sig. Andy Cop. Avranno litigato? Vecchie incomprensioni mai chiarite? Chissà.. 
Comunque, a Orvieto, il bistrattato Andrea, con le gambe colorate da vari taping, e (spero) senza più problemi di pubalgia, che lo aveva tormentato nelle dorate indoor europee, ha vinto bene prima i 100 in 11"21 e poi, con oltre 2 metri di vento contro, ha vinto ampio davvero sui 200 correndo in meno di 23"! 
Il signor Cop pare un tipo un po' particolare: sembra sia addirittura disposto a litigare con gli amici pur di non dover rinunciare alla verità dei fatti o magari a ciò che pensa sia giusto. Insomma, una rarità visti i tempi che corrono. A chi gli suggerisce maggior diplomazia, risponderei che effettivamente la diplomazia è un'arte e forse un dono, la cui pratica credo riguardi altre professioni. 
Se si vuol praticare la pubblica critica, del resto quasi sempre costruttiva, non si può accantonare la schiettezza, altrimenti si sta facendo altro. Mai colpi bassi e quando è giusto, ecco mostrata la capacità di riconoscere i propri errori. Beh direi al Dr. Andrea, di lasciar correre la "disattenzione" di Mr. Hyde Cop, almeno per la sua eruttiva attitudine a sfornare idee ragionamenti e proposte.
L'immaginazione e il coraggio di avanzare proposte sono abbastanza rare e la eventuale veemenza d'approccio mi pare sempre dovuta all'entusiasmo e all'amore per l'atletica. Se lo si volesse talvolta tacciare di ingenuità (posto che sia un difetto) direi con sicurezza che l'ingenuità fa comunque meno danni del cinismo. 
Credo che sia molto più utile essere considerati idealisti (ma vivi) e provare a fare, piuttosto che esser preda di quel sottile ed immobile cinismo che porta a dare una spiegazione giustificata a tutto, con garbato ed innocuo distacco. La verità può a volte essere un po' ruvida e anche fastidiosa. Avere a che fare con qualcuno un po' più accomodante, più diplomatico, è cosa più facile e apparentemente rassicurante. 

Però, forse a proposito, ecco che mi torna alla mente un articolo di quasi un anno fa e me lo vado a rivedere . Interessante, sicuramente da non dimenticare, perché racconta una vicenda amara, magari piccola, ma é la nostra. Ecco il link per chi desidera rivederlo: http://www.queenatletica.it/archive/2012/12/06/grazie_lo_stesso___di_edgardo_barcella.asp 
Nell'articolo, Edgardo Barcella (trombato) racconta delle elezioni della Federazione appena concluse. Ringrazia e abbraccia simbolicamente i suoi sostenitori che gli avevano assicurato il loro voto. Ho riletto con attenzione quei ringraziamenti nominativi e ne ho contati diciannove; sì, diciannove persone con potere di voto che garantivano l'appoggio alla sua candidatura. 
Al termine dell'articolo, in stile assai andycoppiano, viene posta la fatidica domanda: - una sola cosa non mi sovviene... ed è molto bizzarro. Ma come cavolo è che i miei voti totali siano stati appunto... nove? Mistero elettorale.
A distanza di quasi un anno rimango con quel punto di domanda finale, rimasto là, solo, senza una risposta e molto simile a una pugnalata alla schiena, non solo di Edgardo. 
Il tempo passa, ma io non sono riuscito a dimenticare; credo per due motivi, uno personale e uno collettivo: 
1 - mi era stata chiesta la delega di voto, che ho rilasciato; non sono mai stato sicuro però (e non lo sono neppure oggi) su come sia stata utilizzata; mi infastidisce ancora molto pensare al possibile tradimento di un amico; 
2 - se in futuro vorremo far meglio, non potremo fare a meno di ricordarci bene questa nostra sconfitta. 
Che dire infine, ci sono persone, anche apparentemente simpatiche, che sanno curare i rapporti interpersonali in modo invidiabile: affabili, cortesi, mai una parola fuori posto, ognuna infilata con cautela in apposito profilattico. 
Alle domande sanno rispondere con accorti silenzi, magari accompagnati da quel mezzo sorrisetto che non si capisce mai a cosa possa sottintendere o alludere. Persone accorte, dedite alle giuste frequentazioni e magari a studiate leccatine alle giuste chiappe. Forse, di questi personaggi è bene anche diffidare un po', a giusta protezione delle proprie terga e naturalmente non mi riferisco alle leccatine. 
Va beh, visto che sono arrivato a parlar di terga e non mi va di concludere parlando delle nostre.. possiamo metterla così: quando un "hombre vertical" si sente sicuro della ragione è giusto e bello che provi ad andare fino in fondo. 
Come direbbe il saggio con un giro di parole: "fino.. nelle terga di satanasso"! 

03/07/13

Orvieto 2013: Voci, Uva e Metafore (dalla A di Atletica alla U di Uva)

Non potrei parlare di risultati e prestazioni individuali, perché non lo so' fare. Sigma poi è efficiente e veloce, ormai completo anche di fotofinish (per i velocisti). Sulle valutazioni delle prestazioni, per nostra fortuna, il puntuale Andycop non teme confronti. Così, tranquillo e asciutto, come si farebbe dire ad un bimbo che ancora non parla ma indossa l'ultimo modello di pannolone che assorbe fino a cinque litri (!).. posso trastullarmi in note varie, fatue ed amene, pescate fresche come monetine lucenti dal Pozzo di San Patrizio nella splendida Orvieto
Orvieto Scalo, non si offendano i locali, non è granché, anche se non manca nulla. Infatti il mio albergo si trova come l'imbottitura di un panino tra: la statale e la linea ferroviaria regionale davanti; la linea ad alta velocità e l'autostrada, dietro, WOW! 
Io ne ho viste e sentite cose, che voi Masters che non siete potuti venire a Orvieto, non potreste immaginarvi. Tendini in fiamme al largo dei bastioni di Orvieto; e ho visto saltatori e velocisti balenare nel sole vicino alle porte di Ciconìa. 
Ma sì, perdiamo qualche minuto e raccontiamoci l'udito, il visto, l'annusato o magari il sentito, inteso come sensazione; altrimenti.. "tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia"; come disse "il replicante" Rutger Hauer in "Blade Runner". 
Voci, rumori, colori e l'aria di Orvieto, frazione Ciconìa, località La Svolta, bella pista! 
Come nelle bancarelle di un grande mercato, in vendita si trova di tutto, bisogna solo scegliere cosa val la pena portarsi a casa. 
Non saprei proprio cosa abbia più dignità di essere raccontato. 
Scrivo dunque ciò che mi è rimasto impresso senza preoccuparmi troppo se qualcuno, che mi leggerà fino alla fine, penserà che la mia mente necessiti di cure sollecite. 
Ho visto le solite medaglie: d'oro quasi zecchino, d'argento quasi ottocento e di bronzo quasi di Riace. Ho visto maglie, di campioni tricolori, fabbricate in Marocco. Il vino però, un Orvieto D.O.P.; pare assolutamente originale. 
Passo, osservo e ascolto: incontri di vecchi amici e anche nemici che si rivedono in queste occasioni. Le tensioni del pre-partenza e le liberazioni al termine della gara, tra sogni infranti, risultati insperati e promesse di future vendette o resurrezioni sportive. 
Due donne, con il naso appiccicato ai fogli delle fotine appese sul muro dietro le tribune: "eccola qua, come corre bene lei! Però, le braccia.. sì, sì le braccia non sono in sincrono con le gambe, ecco vedi, il braccio destro dovrebbe essere..." Mamma mia, speriamo che nessuno osservi e commenti le mie fotine (semmai verranno appese). 
Una atleta effettua i primi allunghi di riscaldamento. Appoggiata al muretto, cercando una minuscola striscia di ombra, l'allenatrice la riprende ad alta voce per invitarla ad usare le braccia in modo più efficace. Parla in toscano (o italiano, come direbbe un toscano), "pija, devi pijare di più!", pronunciando "pigia" come si pronuncerebbe Peugeot. L'atleta prova un nuovo allungo; l'allenatrice urla ancora: "pija, pija, pija". L'atleta tenta di abbozzare una risposta; ma l'allenatrice alza ancora la voce a coprire qualsiasi replica: "tu pija, pija, pija", arrivando ad espandere il suo verbo anche nell'altra metà del campo di riscaldamento. Pigiare o spingere? Non saprei, ma di sicuro desidererei un allenatore più discreto. 
Passo nei pressi del supercampione che parla con tutti e di tutto ma poi capisco che in fondo, parla sempre di se stesso. 
Passa un terzetto corricchiando; l'atleta al centro parla ai due che l'accompagnano. Il tono è piuttosto alto, forse a cercare ulteriori consensi. "E il bello è che sti regazzetti de ventanni se cagheno sotto appena vedono un cinquantenne che 'riva e je rompe er .. Eeeee...". Puli Puli Puli pu fa il tacchinoo, Qua Qua Qua fa l'occhettaa... grazie a Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto (da L'inquilino). Io questo vibrante orgoglio dell'atletico ometto di mezza età non riesco proprio a condividerlo, soprattutto se esercitato a scapito di ragazzi dotati magari di poco talento atletico. Mio nonno, quando ero ragazzo mi diceva: "alla tua età io saltavo i fossi per lunga e con una gamba sola"; poi guardandomi negli occhi attendeva che comprendessi la sua ironia per poterne ridere assieme. Al 50enne al centro del terzetto potremmo dire di riflettere sulla possibilità di una eventuale piccola invidia (inconsapevole?) di un cinquantenne che non potrà mai più avere 20 anni. La morale forse può essere questa: anche una pirlata, se filtrata e ragionata, ritrova un suo senso. Ah, la gioventù che non ritorna! 
Termino il riscaldamento e nel tragitto verso la cosiddetta "camera d'appello" mi si slaccia una stringa. Mentre mi chino sento una voce potente, alzo gli occhi, è Carmelo Rado che parla con qualche persona attorno a lui. Dal tono della voce si capisce che "la confidenza" non pretende la riservatezza. E allora? Allora ve la racconto! Carmelo, narra di quando era militare ad Orvieto, - "a volte capitava di andare a rubare qualche grappolo d'uva dalle vigne" - e aggiunge: "io vi dico una cosa: se il vino di Orvieto è buono quanto quell'uva..."; e qui si sofferma sulla dolcezza e l'assoluta bontà di quell'uva, mai più trovata così buona per il resto della vita. L'espressione del viso si ammorbidisce, come se tornassero quei magici acini tra le sue labbra. - "Se il vino di Orvieto è buono quanto quell'uva: è sicuramente il migliore del mondo!" - Stringa allacciata. Fine della storia. Cioè, non proprio, perché la sera capirò finalmente cosa stava raccontando Rado. 
A cena, tra persone che in fondo si conoscono poco, ci si lascia andare a qualche ricordo, pescato al volo dalla memoria, chissà perché proprio quello. Ancora di più mi stupisce la persona che non parla per tutta la sera, ma poi, sollecitato dal gesto di un cameriere, racconta. Racconta un ricordo del collegio, di una piccola astuzia di ragazzi che cercavano di rendere meno dura la loro esistenza. Piccole cose, eppure preziose, piccoli oggetti di argento ossidato, che vengono lucidati, fatti brillare e regalati a chi ascolta. L'importante è essere lì. La sera, facendo quei quattro passi che magari aiutano la digestione, mi si accende una luce, meglio: un led (così risparmiamo) nella mia mente non più così vispa. Ma sì, come ho fatto a non cogliere subito la metafora di Rado? I poeti usano la metafora per raccontare e io gonzo mi ero fermato all'uva e al vino. Che sciocco, certo, quell'uva infinitamente buona e non più assaggiata, era la rappresentazione struggente della sua gioventù! Benigni disse: "quando hai la fortuna di incontrare un grande saggio, ti metti in silenzio e lo ascolti. Un po' come andare a sedersi sotto la grande quercia e appena cade una ghianda, svelto la raccogli e te la metti in tasca". 
Conosco Carmelo Rado solo di fama, ma mi era parso abbastanza saggio quel che diceva, inoltre nessuno può mettere in dubbio che sia anche grande. E se non fosse sufficiente... la FIDAL ha appena consegnato a Rado il premio "Quercia al merito"! Ci si dà appuntamento per le prossime gare, magari a Torino, dove qualcuno, vista la tangente da pagare si è rifiutato di iscriversi, altri si sono iscritti ma si dicono pentiti e altri ancora ci saranno senza remore di nessun tipo. Altre voci, altri rumori, altri colori saranno a nostra disposizione, anche se pagati a caro prezzo. Statemi bene, tutti. 

 il corridor cortese

26/06/13

Caro Pietro... del Corridor Cortese

Caro Pietro
ti scrivo per dirti il mio personale grazie.
Scusa il ritardo, non tanto dalla data della tua morte, ma dal momento in cui ti sarebbe stato utile e confortante un qualsiasi gesto di riconoscenza. Meglio sarebbe stato se il riconoscimento, un semplice attestato di vicinanza, ti fosse arrivato dall'interno di quel mondo che è stato la tua vita. Dall'interno di quel mondo che ti ha osservato, utilizzato e promosso finché hai potuto correre ai massimi livelli mondiali. Eviterò commenti da "presidente del club del crisantemo", già esposti ed anche sovraesposti, dopo quella notizia così improvvisa che ha raggiunto noi e che tu da gran velocista hai preceduto. 
Caro Pietro, ti scrivo con un sentimento di prossimità, perché sei stato un riferimento anche importante che ha accompagnato la mia adolescenza e la mia maturità agonistica. Poi ti ho perso di vista, per oltre 20 anni non mi sono più occupato di Atletica in nessun modo. Qualcosa stava cambiando nell'atletica; anche nel modo di proporsi. Alcuni dei tuoi immediati successori (che già gareggiavano con te) non li digerivo granché, così ben disposti e sensibili alle esigenze dell'estetica e dello spettacolo (ma forse la mia era solo invidia). 
Eravamo abituati ad una particolare sobrietà, anche da parte di gente che le Olimpiadi le aveva vinte (già nell'era della TV). Nel mio immaginario, senza chiamarli, compaiono immediatamente Livio Berruti, Abdon Pamich e poi: Sara Simeoni, Pietro Mennea. Ecco, una sobrietà e una misura, che erano marchio distintivo, peculiare e signorile, dell'Atletica. 
In qualche modo, tu hai rappresentato un'epoca che si andava ad esaurire per lasciare spazio ad una nuova Atletica, assolutamente differente: l'inizio dell'Atletica Spettacolo; che si staccava dalla realtà (reale) per rincorrerne una virtuale, disposta al falso e all'illegale pur di affermarsi. 
Quando mi capitava di assistere a qualche importante gara di velocità poi, mi disamoravo ulteriormente vedendo alla partenza, quantità di muscoli così innaturali; ma anche quei miglioramenti così sorprendenti nell'arco di una stagione, erano e ancora sono davvero poco comprensibili. 
Forse dico delle cose, che tu con gran signorilità, non hai mai detto; mi piace pensare che stai sorridendo, togliendoti un sassolino dalla scarpa; un piccolo sfizio, seppur postumo. Oggi la situazione non è migliorata, anzi, nelle finali di ogni competizione importante si vedono velocisti (alcuni veramente dotati di talento, altri meno) che sono gonfi come tacchini ripieni da "Thanksgiving Day". Dalla testa, a scendere, il primo muscolo a sollecitare i miei dubbi, se troppo evidente, è il trapezio. 
Proseguendo l'analisi, ci si domanda spesso come mai uno che corre (con le gambe) possa avere muscoli delle braccia più sviluppati di uno che solleva pesi (con le braccia). Stefano Tilli nelle telecronache, in fase di presentazione degli sprinter in partenza, usa a volte questa definizione: "ben costruito anche nella parte superiore". Non conosco Stefano e non capisco dunque se parla seriamente, ma sono più propenso a credere che faccia esercizio di ironia ai massimi livelli. 
Ma vorrei tornare alla "nascita" dell'Atletica Spettacolo, della quale Sandro Donati (mai abbastanza ringraziato!) ci ha spiegato (e continua a farlo) come doveva essere nutrita e promossa. Prima però, per non diventare troppo serio, provo ad alleggerire il tono con una storiella, vera, che mi torna in mente. 
Si parla di Carmelo Bene, tuo conterraneo. Il Maestro, quando incontrava gli aspiranti attori per tenere una lezione sul Teatro, amava esordire in questo modo: "Voi siete delle merde, il Teatro non ha bisogno di voi, siete voi che avete bisogno del Teatro". Chissà perché mi è venuta in mente, forse perché ci leggo un parallelismo al contrario con il rapporto che tu avevi allora con la Federazione. Una cosa era evidente: era la Federazione ad avere assoluto bisogno di te. Tu Pietro, eri il veicolo principale, seppur non incline, poco propenso e recalcitrante, che consentiva alla Federazione di perseguire quel piano, rivelatosi sciagurato. 
Allora non capivo bene cosa stava succedendo; col tempo ho capito qual'era il prezzo che si stava e ancora oggi si sta pagando. Tutte le false giustificazioni portate a supporto nel tempo hanno insinuato falsi dubbi, cosicché la verità (guarda un po' che birichina) possa apparire sempre inafferrabile; ma solo per chi non la vuol conoscere. Una falsità, spacciata come cosa vera e promossa all'infinito sui "media", rimane una falsità. Una falsità creduta vera dalla maggioranza, rimane una falsità! Il processo di mistificazione, ha la devastante aggravante di insinuare inesistenti dubbi, di corrompere, di rubare pezzi di esistenze, o intere vite; io la considero un crimine grave.
Caro Pietro, con te c'era ancora la possibilità, così importante per un ragazzo, di identificarsi, di andare su una pista e provarsi. 
 Ora tutto è più complicato. Un ragazzino può identificarsi anche in un atleta che assomiglia più a un supereroe piuttosto che a un essere umano. Quando però si avvicina alla pista capisce subito che si tratta di sogni irraggiungibili o comunque troppo distanti per pensare di provare a misurarsi. I supereroi rimangono sui fumetti o si guardano seduti davanti ad uno schermo. Tu eri umano, esteticamente assolutamente simile a noi. 
Ci separava un anno di età e per chi amava l'atletica e magari la velocità, tu eri "Il riferimento". Da ragazzi, le nostre società facevano capo ad una medesima organizzazione; così che sul giornalino che circolava al nostro interno venivano riportati tutti i risultati delle "nostre" gare. Eri già naturalmente forte, il più forte, a 16 anni correvi i 300 in 34"1 ! Ma queste son cose note a tutti. Mi divertiva leggere i componenti della tua staffetta 4x100. 
Caro Pietro, perdona il mio esser un po' fatuo, ma sorrido ancora oggi; ecco la formazione: Acquafredda, Gambatesa, Pallamolla e dopo tre "composti" alla fine c'eri tu, tutto d'un pezzo, che ci facevi tornar subito seri. 
Non facesti mai parte di un gruppo sportivo militare; meno male, altrimenti non saresti potuto andare a Mosca nel 1980, come capitò a Caravani e Lazzer ad esempio. Tu eri là, a Formia. Hai fatto la leva in Aeronautica, come me, ma invece di stare sulle rive del lago di Bracciano, a Vigna di Valle, rimanevi là, praticamente sempre. 
No, quasi sempre; ricordo una volta che ti intimarono di presentarti con urgenza al Centro Sportivo e tu arrivasti, ma... non avevi la divisa, o se mai te la avevano data, chissà dov'era finita. Non potevi presentarti al Tenente Colonnello Picchiottini senza divisa e così giravi per le camere della palazzina chiedendo la cortesia di una divisa in prestito. 
Costanza, continuità, serietà, robustezza fisica hanno permesso anche di utilizzarti come tester perfetto, come soggetto da studio addirittura unico. 
Pietro solo, generoso, tanta fatica, Pietro determinato; Pietro il talento. 
In gara, ti capitava a volte di non partire come un lampo e nelle batterie, a livello italiano, neppure ti serviva sprecare energie nervose o rischiare partenze false. Tutti i giornalisti osservavano Mennea e comunque dovevano scrivere qualcosa, cercando di ripetersi il meno possibile. Poteva capitare allora che per le prime decine di metri, qualche veloce partente potesse fare bella figura, assolutamente effimera e temporanea a tue spese. 
Insomma, grazie Pietro (!) per quel piccolo trafiletto che mi fu dedicato solamente perché mi trovavo al tuo fianco. Devo esserti riconoscente, anche se io carneade, ero poi obbligato ad osservarti le terga per il resto della gara. 
I due ricordi più nitidi che rimangono nella mia mente, chissà poi perché, raccontano della tua solitudine. Nel primo, con pantaloni e giubbotto di jeans sei seduto su una panchina verde di legno, all'Acqua Acetosa, la occupi da solo, seduto sulla spalliera con i piedi sul sedile e i gomiti appoggiati alle gambe. Tutto attorno a te il solito bailamme del tardo pomeriggio infrasettimanale di allenamento, con ragazzi e borse che vanno e vengono dalla pista e dagli spogliatoi; e mentre ti osservo, nessuno si ferma, nessuno ti saluta. 
Nel secondo, all'Arena, in attesa dell'inizio gare, ti eri accaparrato un intero settore appena a fianco della partenza dei 100, tutti eravamo nella zona della tribuna centrale, mentre tu te ne stavi solo e tranquillo a metà di quella gradinata deserta. 
Tu Pietro tra le tante qualità ne avevi una importante: l'inconsapevole capacità di mostrare anche la tua umana fragilità. 
Molto bella l'intervista raccolta dall'abile Andycop, in cui oltre alle parole si ascolta il tuo modo di porti, il desiderio di comunicare, la disponibilità generosa offerta più volte. 
Ciao caro Pietro e se per caso ti capita di incontrare il Presidentissimo Primo, chiedigli di più, e se ti chiede per che cosa, digli che comunque ti saresti meritato di più, molto di più. 
Se poi dovesse capitare di incontrarsi di nuovo avrai ragione di dirmi che ti meritavi qualcosa di meglio, di questi strani e forse un po' sgangherati ricordi. il corridor cortese

04/04/13

L'allenamento 1.0 (e gli allenatori) del Corridor Cortese

Premessa: Avevo quasi finito di scrivere alcune ""riflessioni"" sull'allenamento quando sul monitor è comparsa una scritta: - E' morto Pietro Mennea - . Ciao caro Pietro, ti prometto che scriverò, con ingiustificato ritardo, quello che in questi giorni è riapparso tra le dense foschie della mia mente e che ti riguardava o forse ti apparteneva. 

Tantissimo si potrebbe scrivere sull'allenamento nell'Atletica, mi piacerebbe dunque tornare ancora sull'argomento, almeno spero. Sì, ho messo un numero dopo il titolo, sicuramente in modo presuntuoso, poiché non sono così certo che qualcuno mi leggerà, e neppure che il veloce Mr. Andycop non si stufi di ospitarmi prima dell'Allenamento 1.1. 
Trovo piacevole scrivere dell'allenamento perché è decisamente meno faticoso che andare ad allenarsi sul serio. Spesso siamo felici di ciò che riusciamo a fare in allenamento, sorretti da una condizione eccellente, ci pare di star meglio dell'anno appena trascorso. Ci sentiamo vicini alla forma; già, la forma, quello stato di grazia che si percepisce con gran soddisfazione. 
Gli indicatori sono i tempi o le misure rilevate in allenamento ma anche e soprattutto le sensazioni personali, che verranno poi più o meno confermate dai risultati delle gare. Quando tutto ciò che in genere reputiamo faticoso da realizzare in allenamento, riusciamo invece ad eseguirlo con relativa facilità, ci convinciamo di essere vicini alla forma. 
Migliorerò ancora? Sarò al massimo per l'appuntamento che avevo pianificato? A che punto sarò della "curva" ? Quanto durerà prima che inizi la fase discendente? Inevitabilmente queste sono le domande che ci assillano. 
Ma attenzione, perché quando siamo davvero in forma ci accompagna anche una particolare fragilità, non dimentichiamolo. Si alza il vento e, senza chiamarli, arrivano ricordi di allenamenti lontani. 
Nelle nostre ripetute partivamo un metro avanti il riferimento dei 150; i tre giri di riscaldamento, alla prima distrazione dell'allenatore diventavano magicamente due. Poi, quei piccoli espedienti per prolungare di qualche attimo i recuperi tra una ripetuta e l'altra: stringhe che si slacciavano per caso, richieste di precisazioni senza senso, ritorno ai blocchi con la vitalità dei bradipi... 
D'altra parte il divertimento era incontrare i miei compagni d'allenamento, non certo l'allenamento in sé. E poi c'erano i 300.. e quando sentivo quel numero nefasto mi preparavo al sacrificio estremo; come un Kamikaze, con la fascia a coprir la fronte. Ma alla fine tornavo sempre vivo, al massimo solo un po' più stanco. Sarei stato la vergogna della categoria (dei Kamikaze). Pare che "kaze" stia per "vento", sicuramente per me era sempre contro. 
Capitava anche che qualcuno del gruppo dei quattrocentisti cercasse di consolarmi: "guarda che c'è di peggio". Probabilmente lui pensava alle ripetute sui 500, sicuramente io pensavo ad una colica renale. 
A dir la verità, nell'ambiente dell'atletica, il velocista puro (non quello capace di allungare bene sui 200 e magari sui 400) è sempre stato considerato un po' un fighetto. Se durante gli allenamenti per un mezzofondista: piovicchia, per lo sprinter: diluvia e quando è ormai uscito il sole, il nostro eroe si sbilancia con cautela: "ha quasi smesso di piovere". 
Il vento soffia e di colpo mi accorgo del tempo trascorso. Fino a poco tempo fa, quando uscivo per andare ad allenarmi mia moglie mi diceva: "quando torni, ricordati di.. " - oggi invece, per la prima volta, modifica la versione e mi dice: "se torni, ricordati di... " - sarà un lapsus, come dice lei divertita, va beh, mettiamo le mani in tasca a sollecitar scaramantiche protezioni. 
A volte mi par di essere entrato in un territorio meno conosciuto, sempre più personale, di mia esclusiva proprietà, dove solo io posso capire come muovermi al meglio. 
Una volta le mie energie erano sempre lì, pronte all'uso, ora le energie a disposizione sono disponibili in quantità più limitata e questa consapevolezza mi dice che non c'è più nulla da sprecare. 
Ho capito che devo ragionare prima di accettare goliardicamente di accodarmi agli amici del campo per qualche ripetuta non preventivamente programmata. E' vero che le ripetute funzionano, come dicevano gli antichi allenatori nella lingua di Cicerone: - ripetuta iuvant - (più o meno). 
Tra l'altro Cicerone morì a Formia, o meglio: perse la testa, ancora meglio: gliela tagliarono, insomma: fu assassinato. 
Non so' se ai tempi, Formia fosse già "Centro di Preparazione Olimpica" del CONI, se Cicerone fosse anche allenatore e se gli atleti già mal digerissero le ripetute imposte dagli allenatori. 
D'altra parte Miss Marple, da me sempre considerata "la vecchia impicciona", non è mai stata neppure capace di essere abbastanza anziana per poter soddisfare la mia curiosità. 
Comunque, tornando alla nostra era, le mie tabelle d'allenamento provo ad asciugarle progressivamente, spesso adattandole al sentire della giornata. Amo sperimentare nuovi adattamenti di esercizi e osservare poi le reazioni sulla cavia (indovinate chi è). Capisco che devo imparare soprattutto di quali tempi di riposo ho bisogno, e capisco anche che è molto meglio imparare alla svelta piuttosto che con il senno di poi. 
Come sempre, è bene scriversi su un'agenda l'allenamento svolto ma anche imparare ad ascoltare il fisico e registrare in agenda le sensazioni che ci trasmette. Comunque, potendo, è sempre meglio avere come riferimento un allenatore, meglio ancora se un allenatore con cui abbiamo un buon feeling; sarà il nostro indispensabile "occhio esterno". 
Succede anche di pensare di aver acquisito una nuova consapevolezza, forse mai posseduta in gioventù; e capita di raggiungere risultati non immaginati per la nostra età; e da questi impariamo che.. dobbiamo imparare ancora. Pian piano si forma e si consolida l'Esperienza, che non è solo il trascorrere del tempo in nostra presenza; bensì la capacità di apprendere dalle situazioni: facciamola nostra. 
Infine, vorrei dire una parola a favore degli allenatori, che va detto, non tutti hanno la fortuna di allenare a Formia. Osservandoli, a volte penso che gli allenatori possano essere valutati anche per la capacità di sopportazione del freddo, negli umidi inverni padani, o magari in quelli ventosi della Sardegna, per seguire dei ragazzi, che probabilmente non saranno mai dei campioni. 
Vorrei proporre un monumento "all'allenator d'inverno", magari ignoto come il milite, che li comprenda tutti. Ricordo volentieri il mio primo allenatore (*), si, quello che non voleva che orinassi prima della gara; quello che mi ha insegnato come si esce dai blocchi e come si arriva sul filo di lana (che non c'è più). 
Me lo ricordo d'inverno, a controllar centinaia di partenze e quando non era soddisfatto si metteva lui sui blocchi, stretto nel suo cappotto, per mostrarci la corretta posizione. Allora aveva più o meno la mia età (di oggi). A ventisei anni era stato alle Olimpiadi. Era orgoglioso della sua Olimpiade e mi è rimasto il rimpianto di non avergli fatto qualche domanda in più. Ora, come sempre quando non è più possibile farlo, lo sfinirei di domande e darei giusta soddisfazione al suo orgoglio. Non gli ho detto grazie quando era possibile e il mio debito rimane. Grazie Elio. 

"E quindi uscimmo a riveder le stelle" - Ciao Pietro. 

Il corridor cortese 

16/03/13

Riflessioni Atletiche: il segreto-mistero del lancio del peso master femminile

Ecco un'altra epica pagina del nostro Corridor Cortese, con le sue riflessioni sul mondo dell'atletica, i suoi momenti, la scansione delle nostre emozioni. Una vista dall'interno di ciò che spesso riteniamo automatico. Oggi un'imperdibile puntata su una fetta molto piccola del mondo Master. Imperdibile.

Quella Misteriosa Enclave 

Di ritorno dalle gare di Ancona: dal frastuono del palazzetto, dalle gioie di ciò che siamo riusciti a far bene, dai rimpianti per ciò che riusciremo a far meglio, dalle pacche sulle spalle, prese e date dagli e agli amici, mi vien da scrivere una cosa. Forse, o sicuramente, è un'attenzione solo mia, chissà, ma dato che la covo da tempo mi par giusto partorire l'uovo entro Pasqua. La sorpresa, se valutata come fatto che cagiona stupore, buona o indigesta, c'è anche quella.
La prendo un po' alla larga: è possibile definire con il solo termine di "Atletica Master" un mondo così vasto, un mondo che ne contiene altri e così differenti? Saranno le specialità dell'atletica, così diverse tra loro, saranno le età che identificano generazioni anche molto distanti. Sarà la fortunata diversità tra l'universo femminile e quello maschile: le differenze "di genere", come si dice oggi, compiacendosi.
Bene, di uno di questi mondi diversi vorrei scrivere, per dire subito che non sono in grado di capire, mi è solo concesso descrivere. Osservo e mi pare si tratti di un'altra galassia; tutto quello che mi è capitato di scrivere sull'agonismo e sulle tensioni legate alla gara mi pare che qui non centri proprio nulla, tranne forse che per il cestino della carta straccia. Chissà se qualcuno potrà aiutarmi; intanto provo a raccontarvi ciò che vedo al di là della rete del getto del peso master femminile.
Un recinto, circondato dal clamore interno del palazzetto e dalle gare di corsa che girano attorno a questa piccola comunità; una comunità a sé stante, dove l'agonismo e la tensione non appaiono pervenuti.
Questa "enclave", assolutamente autonoma, dove pare risieda l'antagonismo dell'agonismo, si ritrova ad Ancona, per un giorno all'anno, alla fine dell'inverno; sempre nello stesso punto, misurabile in precisi gradi di latitudine e longitudine. Io ronzo lì attorno, ogni anno, durante l'ultima parte del riscaldamento, quando i velocisti sbuffano negli ultimi allunghi sul "rettilineo opposto".
Nell'angolo della curva in ingresso al primo rettilineo staziona quest'isola, come contenuta in una palla di vetro di Natale, solo che non scende la neve. Una serie di panche sistemate dietro la pedana accolgono le atlete, tranquille, ben sedute e composte, intente a chiacchierare con le vicine di panca. Ma chiacchierare non è il termine corretto, loro sono davvero interessate alla conversazione, di fatto sembra la cosa più importante per loro. Ogni tanto un giudice si intromette alzando la voce: "si prepari..."; ma ancora nessuno si muove dalle panche. Solo all'ultimo momento un'atleta si alza, dopo essersi scusata con la vicina per aver interrotto la conversazione e va in pedana: getto veloce e ancor più veloce ritorno in panca e in conversazione.
Nel frattempo qualcuno armeggia con la bindella e segnala la misura, ma questa pare una faccenda assolutamente marginale, non così importante da pretendere di interrompere di nuovo la conversazione. Lì, l'Agone è sicuramente e solamente un pesce e caso mai entrasse in conversazione sarebbe solo per definire se rende meglio fatto in umido oppure fritto.
Loro si parlano.. e penso a cosa accade quando qualcuno si azzarda a rivolgermi la parola nella mezz'ora che precede la gara. Ben che vada potrà ottenere in cambio uno sguardo di diffida, al massimo potrei esprimere un grugnito, comunque in monosillabo.
Ma loro, cosa si diranno? Forse frasi terribili del tipo: "oggi ti distruggo anche con le braccia legate" - oppure "non mi sembri in forma mozzarella, è meglio se torni a casa subito" !?
Credo di no, infatti non vedo volti sbranati dall'ansia. Penso che la mia vita non può essere abbastanza estesa per poter pretendere di capire. Mi sento inadeguato, anche ridicolo, sicuramente lontano dal comprendere.
Come potrei spiegar loro che il mio vocabolario fa derivare la parola Atleta da "Athlos": - lotta - in greco. Qualcuno/a dovrebbe aiutarmi a trovare uno spiraglio in questo mistero. Qui, appena oltre quella rete tutto è tranquillo, pacioso, addirittura materno; le forme tondeggianti e prive di spigoli comunicano relax.
La gara per loro è sicuramente un pretesto per incontrarsi; già la definizione di "concorso", per il getto del peso femminile master mi pare troppo agonistica. Forse erano sedute tranquille sui gradoni ad attendere il ritorno di mariti e amici dalle loro lotte infernali. Forse un dirigente della società, sarà comparso davanti a loro, affannato, per supplicarle di aiutarlo: "abbiamo la gara del peso scoperta nella classifica per società, aiutatemi" - e loro, con calma, hanno trasferito la conversazione all'interno della gabbia, forse. Dice il saggio che i misteri non si spiegano; nei misteri ci si inoltra quando la curiosità insorge. Ma intanto il mistero rimane, forse per favorire una sana biodiversità nell'ambiente master.
 Il mistero rimane, a meno che, a meno che dall'interno dell'enclave una master talpa voglia interrompere la conversazione per svelarmi i segreti del master getto del peso al femminile. Ascolterei, "con viva e vibrante curiosità", ma non li rivelerei a nessuno, mai.

Il corridor cortese

13/03/13

Riflessioni atletiche: i mille risvolti di una gara

Eh sì, con il passare del tempo, sto diventando sempre più unico; roba da collezione, come tutte le cose antiche; capisco però che l'unico collezionista a cui posso interessare sono solo io. Ma, nonostante tutto, provo ancora l'esigenza di confrontarmi e a prevalere è il richiamo della competizione, il confronto con i miei pari età. 
So' di mettere in conto la possibilità di fallire, se accade, soprattutto quando penso di aver corso male o son certo che potevo davvero fare di più, allora mi metto in lutto, assolutamente inconsolabile, mi assale addirittura il dubbio che forse sto invecchiando. Ma poi, trascorsi i tempi della "elaborazione", ritorno ad essere un'entità sociale con cui è possibile anche comunicare.
Comincio a pensare alla gara successiva, al riscatto, alle correzioni da apportare all'allenamento e anche a quelle da apportare alla mia testa. Però, quando capita di raggiungere la meta che mi sono prefissato, anche non nell'Atletica naturalmente, è un po' come poter toccare la perfezione, mi sento gratificato e appagato; è gioia. 
Ad ognuno di noi è capitato di non essere al meglio della forma o di patire qualche particolare fastidio. Se decidiamo di gareggiare mettiamo in conto che c'è una possibilità di vincere, ma anche di non riuscire a raggiungere l'obbiettivo che ci eravamo dati; in questo caso dobbiamo accettare il verdetto della gara, senza accampare scuse che possono solo far male alla nostra dignità. 
Jorge Luis Borges diceva che "c'è una dignità nella sconfitta che difficilmente appartiene alla vittoria". Ce lo ricorderemo tutte le volte che non saremo noi a vincere. Non è vero che l'età diluisce l'emozione o l'agitazione che precede una gara, non è proprio così, almeno per quel che mi riguarda. Cerco di nascondere almeno all'esterno la mia ansia per evitare il ridicolo, ma internamente è un ribollire di pensieri e agitazioni nascoste. 
Naturalmente non tutte le gare hanno la stessa importanza, capita anche di utilizzare le gare come allenamento e dunque la carica nervosa e il dispendio fisico in questi casi risulta ridotto. Le energie migliori posso anche usarle per fare tante altre cose al di fuori della pista. 
Alle gare che reputo importanti però riservo un approccio adeguato. Nei giorni antecedenti la gara decido di indire le giornate del risparmio di energie: le mie. Nel contempo inizia il processo di raccolta di tutte le energie disponibili: fisiche, mentali e, se possibile.. anche cosmiche. 
Ma il giorno della gara, come sempre, ecco i soliti subdoli dubbi: mi sembra di essere stanco; forse la giornata è un po' troppo umida; la pista mi pare un po' troppo dura; le scarpe nuove non le sento ancora mie, è ricomparso quel leggero fastidio all'adduttore, forse ho iniziato il riscaldamento un po' in ritardo... 
I filosofi greci, pare non tenessero in gran considerazione il turbamento dell'emozione, poiché correlata agli organi di evacuazione. Non sono sicuro che il pensiero greco classico si sia espresso anche sul come evitare l'emozione o almeno i suoi effetti secondari; se anche fosse, io ancora non l'ho letto e percepisco uno stimolo conosciuto; forse è meglio che vada in bagno...  - "Non andare a orinare, mi raccomando!!"  -. Così, da ragazzo, mi ammoniva il mio primo allenatore; "la tensione bisogna trattenerla, non scaricarla prima della gara"; e capivo che non si trattava di un consiglio, il tono era quello della minaccia. Naturalmente la mia prostata era molto più giovane! 
Tutto il possibile (ma lecito!) deve essere messo a disposizione per l'ottenimento del miglior risultato; così, la giusta tensione, se non c'è, la si va a cercare. Ricordo un grandissimo velocista italiano che prima della gara, in spogliatoio iniziava a picchiar pugni contro il muro, condendo il movimento con giaculatorie collaudate. 

Tutto serve; ma ecco: il momento topico è arrivato, siamo quasi pronti, abbiamo controllato nervosamente stringhe o velcri da tirare, corroborato di pacche i numeri adesivi, o ci siamo punti con le solite intramontabili spille (che ci sopravviveranno ), verificato anche il posizionamento dei blocchi e la loro tenuta, fatti i tre saltelli di rito; ma ecco che accade quello che in un istante... mi fa scendere le calzette. Capita infatti che qualcuno, partendo nella tua serie dei 100, già dietro i blocchi, in attesa del - "ai vostri posti" - con l'adrenalina che ti spinge le sfere oculari fuori dalle orbite.. pensa che sia bene fare gli auguri a tutti e di insistere per darti "il cinque". Va beh, coraggio, un ultimo rapido sguardo di sfida lungo la mia corsia, fin là, al traguardo. 

Si va, il cuore batte e gli automatismi mi portano a sistemarmi sui blocchi con la solita collaudatissima procedura. Quattro passi per superare di due i blocchi, mani a terra e arretramento della gamba sul secondo blocco con giusta posizione e verifica del carico sullo stesso. Sistemazione del piede sul primo blocco e pulizia delle mani. Posizionamento delle mani a filo della linea bianca, un bel respiro sancisce il collegamento esclusivo con lo starter. 

Pronti: i piedi caricano i blocchi in modo che non possano arretrare nemmeno di un millimetro per cercare ulteriore appoggio al momento della partenza. Sono un filo sottilissimo, teso al massimo, fino al micron precedente la rottura. 

Lo sparo, viaaaa, basso, fulminante, con il giusto assetto mi dileguo come un palloncino gonfiato al massimo a cui di colpo sciolgono il nodo, anche se io non perdo aria, per ora. Ai trenta inizio a sistemare la posizione di massima velocità (si, si dice così al di là della velocità raggiunta), ho la prima sensazione del posizionamento degli avversari. Un rapidissimo, e forse inconscio, controllo di piedi, ginocchia, busto, braccia, tutto composto senza irrigidirmi ma tutto al massimo; mantenere, mantenere senza provare ad esagerare. Infine, la "sofferenza" degli ultimi metri (e qui chiedo scusa ai quattrocentisti) e la coordinazione per la piega del busto, giusto sulla linea del traguardo. 

Ecco il primo ampio respiro assieme alle prime immediate sensazioni, i complimenti agli avversari comunque sia andata. Il lento ritorno con gli ultimi sbuffi di tensione e qualche attimo di gara che, senza essere chiamato, ricompare. Il cambio delle scarpe provando a ripassare lo scorrere della gara; e poi quel po' di souplesse che permette più che altro di lasciar defluire le ultime gocce di adrenalina. Questa è la descrizione di ciò che mi accade prima, durante e subito dopo un cento metri. Sarebbe abbastanza diverso se dovessi provare a descrivere un duecento o una frazione di staffetta. Ogni gara o concorso presuppone un diverso e personalizzato approccio. 
Ogni atleta prova sensazioni differenti e mette in campo esperienze e metodi assolutamente personali, anche se esteriormente simili. E' probabile che si tratti di piccole differenze, ma è anche con queste che ci si confronta. Negli allenamenti si gioca a carte scoperte, poiché sono visibili a tutti. 
Tutto ciò che accade nella nostra testa, rimane invece assolutamente personale, quasi mai se ne parla, appartiene solo a noi, alla nostra parte profonda. Quando capita di vincere o perdere per uno o due centesimi, spesso risulta determinante proprio questa componente intima. E' questa che assiste e sorregge ognuno di noi o meglio ognuno dei nostri tendini, dei nostri muscoli, per il raggiungimento della miglior prestazione nella competizione. E' la testa la parte più importante e caratterizzante nella gara e nell'allenamento di ognuno di noi. Tra l'altro studi recenti dicono che al nostro cervello piacciono le sfide. Le gare poi, e i loro risultati, sono brevi e concentratissimi racconti delle fatiche che li hanno preceduti. 

Il corridor cortese

05/03/13

Riflessioni: l'agonismo... dei non vincenti


E poi c'è l'agonismo, la malattia della competizione, una malattia da cui difficilmente si guarisce con il tempo; più facilmente continua ad accompagnarci e la adattiamo alle mutate situazioni.
La definizione di Agonismo ci rimanda ad Agone, che oltre ad essere un pesce commestibile che frequenta i laghi subalpini italiani, significa letteralmente "gara - competizione", derivando dal greco "Agon".
Alla voce Agonismo il dizionario sentenzia: "particolare o deciso impegno di un atleta nella competizione sportiva", o ancora: "strenuo impegno, volontà di vincere una competizione".
E' vero e ne sono assolutamente convinto che lo sport debba essere prima di tutto partecipazione, così come non mi convince chi avverte come "politicamente scorretto" l'agonismo nell'attività fisica. Siamo tutti d'accordo che l'agonismo non è obbligatorio.
Ma, non riesco a pensare ad una realtà meno agonistica della nostra società contemporanea; qui sì che mi vien da riflettere se l'agonismo contribuisca al bene comune. 
Si è agonisti dichiarati in tutto, tranne che nello sport, dove spesso ci si vergogna di confessarsi agonisti, soprattutto se non siamo "nati per vincere".
Ma nello sport l'agonismo è una legittima attrazione e l'esperienza diventa davvero tale solo se la si è praticata e la si pratica da agonisti.
D'altra parte è un fatto che a vincere una competizione sia solo uno.  
E gli altri che si sono allenati ma non hanno vinto?
Naturalmente non tutti i partecipanti possono aspirare a vincere (qui la mia esperienza è consolidata), non per questo motivo bisogna smettere le velleità agonistiche, anzi: se così fosse la gloria di un vincitore in una competizione con pochissimi partecipanti sarebbe davvero poca cosa.
Bisogna immaginare un motivo per competere che sia diverso dalla sola aspirazione di vittoria.
Così, spesso accade che oltre alla definizione della categoria correlata all'età, data dalla Federazione, ci creiamo altre e infinite sottocategorie, solo mentali, solo nostre, assolutamente personali, che rinfocolano la nostra motivazione e aiutano ad accettare volentieri la costanza negli allenamenti.
E se qualche dolorino dovesse importunarci, pronti ad aiutarci avremo i nostri solerti Dottor Sportivi, prodighi di consigli e terapie disinfiammanti. Tecar, Laser.. magari un bel plantare; e via, come nuovi e più leggeri di prima! Però, nella rilettura dell'ultimo periodo, mi par di cogliere un'ironia neanche tanto sottile; forse è meglio eliminarlo.
Come? Andrea mi dice che l'ha già mandato "in stampa", va beh pazienza, mi tengo la responsabilità di ciò che ho scritto. 
E' comunque sicuro che ancora rappresentiamo un target appetibile, non solo per quanto riguarda indumenti, scarpe, riviste di settore, integratori, etc.
Per ognuno la misura raggiunta o il tempo realizzato costituiscono inevitabilmente il riferimento primo con cui confrontarsi nelle successive gare o addirittura provare a migliorarle l'anno successivo, innescando di fatto un agonismo virtuoso, del tutto personale, solo nostro, che ci porta ad affermare: "mi batterò"!
A volte stabiliamo un personale rapporto agonistico con un amico, che al momento della gara diventa l'avversario assoluto, come è giusto che sia; se davvero ci si rispetta, si deve sempre dare il massimo, vincerà il migliore in quel momento.
Ma ancora, ulteriori stimoli potremmo riuscire a trarli leggendo graduatorie e statistiche, valutando le condizioni ambientali del tal risultato: "c'era vento contro" (di bolina, direbbe Giovanni Soldini); oppure: "pioveva", (non nelle indoor, per carità); dandoci nuovi giustificati obbiettivi di miglioramento.
Oppure potremmo ricavare soddisfazioni verificando dettagli che solo noi possiamo cogliere.  
Ricordo un anno in cui, con un po' di fortuna, vinsi all'ultimo anno di categoria e, dopo un'immersione completa nei risultati di tutta la mia fascia d'età, un po' rimbambito, mi accorsi che nessun altro, anche nelle altre gare, era riuscito a salire sul podio.
Tutte cose che forse appaiono un po' come "carezze mentali", ma direi che possiamo non vergognarci di gioire delle piccole gratificazioni personali, soprattutto se rappresentano nuova benzina da mettere nelle gambe e benefici massaggi per la mente.

Prof. Plantarino