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07/09/11

Se Petrucci salva la cadrega ad Arese... assurda intervista sulla Gazzetta

Ecco finalmente qual'è il problema: si chiama Gianni Petrucci, 66 anni, presidente del CONI. Parente di Scilipoti? Un Responsabile anche lui? Il sigillo sul fascicolo "Armageddon Atletica" ce l'ha messo lui, dopo che la missiva gliel'aveva spedita Arese senza ricevuta di ritorno. Pensate che personaggi: Arese dà la colpa "all'atletica", che evidentemente è cosa diversa da lui e da ciò che ha fatto negli ultimi 7 anni, quasi che lui non ci fosse stato (bè, è pur sempre un Presidente Operaio... della sua azienda). Per Uguagliati gli atleti sono pecore. Per lo Scilipoti dello Sport, invece, il mondo degli appassionati e dei tesserati è un mondo di "saccenti" che evidentemente nulla contano, quindi, prosegue questo personaggio Arese continui tranquillo a lavorare. Ecco la sintesi del suo pensiero, debitamente commentato:

Petrucci I - libertà di opinioni- "è inutile accusare la Federazione (la Fidal), malvezzo tutto italiano". Già, ora si compri un paio di televisioni e ci venga a dire che va tutto bene. La critica in Italia è malvezzo... anche in Siria e in Iran. 
Petrucci II - lavoratori indefessi - "...Arese è un manager e un ex-atleta e sta lavorando". Ok sul manager; ok sull'ex- atleta. Ma sta lavorando... dove? Nella sua azienda? Ah, ecco, mi sembrava...
Petrucci III - zoppi a braccetto - "A lui (Arese) dico: il Coni è al tuo fianco" - già, dar da bere agli assettati e dar da mangiare agli affamati. 
Petrucci IV - manovre economiche - "Ma aggiungo: parti subito con le rivoluzioni necessarie. Vanno fatte e di corsa". Dopo l'ultima intervista di Arese, la rivoluzione sembra simile alla manovra economica italiana. Nessuno ha capito nulla. Petrucci, invece, ci si riconosce bene. 
Petrucci V - waiting for Godot - "...vietato aspettare Londra. E  dicendo questo so di dare un dolore a tante persone...". eh sì, 60 milioni di addolorati e un paio di contenti accozzati alle cadreghe. 
Petrucci VI - elenchi - "...penso a chi non lo ama (Arese)". Ha consultato di recente un elenco telefonico?
Petrucci VII - killeraggio - "...e (penso) a chi deve essere fatto fuori". Inquietante affermazione. Una volta i boss consegnavano i pizzini ai picciotti, ora lo si dice alla Gazzetta. 
Petrucci VIII - solitudine - "Vedo tanto superfluo in giro". Non si preoccupi, non è solo. 
Petrucci IX - libertà di opinioni II - "Il vero problema dell'atletica italiana è quello di avere una dirigenza di tesserati non eletti, che sono fuori e sanno solo loro quello che si dovrebbe fare". Brutta cosa che costoro esprimano le proprie idee. Evidentemente valgono solo le voci di quelli eletti col porcellum della Fidal.
Petrucci X - quisquiglie - "tutti saccenti che non aspettano altro che qualche rovescio per impallinare la federazione". Bè, Presidente, come non darle ragione? "Qualche rovescio" che dura solo da 7 anni, è ancora poca cosa... forse dovremmo aspettare ancora un paio di lustri prima di indignarci. Bello pensare che nel suo immaginario i "saccenti" dovrebbero essere in Fidal. 
Petrucci XI - manovre pericolose - "Arese non si curi di loro e pensi a tagliare i rami secchi". Ops... Presidente, quelli che hanno tagliato il ramo sul quale sedevano, di solito si son sempre fatti un pò male... 
Petrucci XII - contaminatio - "la Francia ci insegna, Lemaitre docet, che si possono anche coltivare atleti fatti in casa". Su questo, si metta d'accordo con un certo Prof Filippo Di Mulo che dice che Lemaitre l'ha annaffiato anche un pò lui, qui in Italia. 
Petrucci XIII - l'uovo o la gallina? - (sui tagli al CONI) "...ma prima sono un cittadino di questo stato e solo dopo un dirigente sportivo". Pensi che non l'avrei mai detto. Beata ingenuità. 

06/09/11

Tuttosport demolisce Arese e l'Atletica Italiana: ma lui resta...

La notizia tragicomica che è ormai un mantra negli ambienti atletici è l'incredibile possibile-probabile ricandidatura dell'attuale presidente per quello che sarebbe il mandato dell'Armageddon: Arese III. Come Rocky Balboa a Rambo, il lavoro bisogna portarlo al termine, no? Sette anni non sono bastati per azzerare l'atletica italiana: passando per Londra 2012, ci vorranno altri 4 anni per completare il lavoretto coi fiocchi. La cosa incredibile è sapere che ci sarà ancora qualcuno che lo voterà: sarà mai possibile avere un elenco degli aventi diritto che l'anno votato nel 2008? E di quelli che lo voteranno nel 2012? Giusto per capire che sostiene questo stato di cose per i propri piccoli interessi di parte. 

Che il nostro presidente sia in avanzato stato confusionale lo dimostra l'ultima incredibile intervista sul sito della Fidal (qui il mio articolo a riguardo) dove dice tutto e il contrario tutto, ma soprattutto rimangiandosi il senso delle sue stesse parole nella chiosa finale e rimangiandosi altresì in molti passaggi la sua stessa politica immobilistica che è sopravvissuta per anni, solo puntando sui quei 4/5 atleti forieri de medaglie. Tutto il resto del movimento nel frattempo è andato a ramengo, e due generazioni di atleti si sono perse. E' forse tutta colpa nostra? Dopo il caso Fofana, anche in questo caso ognuno di noi dovrà assumersi le proprie colpe? 

Penso ad una cosa, qualcuno mi smentisca. Cosa spinge una persona (chiunque, eh!) a sedere su una poltrona nonostante per anni le diano dell'incapace? In cui tutto il mondo dei media (nessuno escluso) gli dia contro, anche con ironia, spesso con disprezzo? In cui la sua figura una volta associata ad un'icona vincente del passato sportivo, è praticamente stata soppiantata da quella perdente del politico attaccato alla cadrega? Cosa la spinge ancora a farsi insultare sui social network, vera Agorà del XXI secolo? Mettetevi tutti nei panni di una persona che si trova in queste condizioni, che comunque ha una certa ricchezza, e che quindi con quell'incarico non ci tirerebbe fuori la propria ricchezza... perchè rimarreste attaccati a quella cadrega

Evidentemente c'è un aspetto per questa persona che vale più delle figuracce, degli insulti, del pubblico ludibrio, degli attacchi di tutti i quotidiani e dei siti internet. Chi scova questo aspetto che sulla bilancia personale di Arese vale più degli altri, ha scoperto perchè non se ne va. Personalmente, nella mia infinita ingenuità, all'inizio pensavo che la cosa fosse legata allo smisurato orgoglio della persona restia a passare alla storia come un perdente. Oggi mi sono ricreduto, e mi rendo conto che il mondo va avanti senza che i principi (come l'orgoglio) dettino più le scelte. E' il denaro, o gli interessi personali, che detta le scelte. Non so in che modo (anche se è facile intuirlo) questo si traduca nella testardaggine di Arese di non abbandonare la nave che sta facendo affondare, ma il risultato non cambia: rimarrà lì sino a fine mandato e avrà anche il coraggio di ripresentarsi.  

Nel frattempo arrivano le bordate da babordo della stampa. Visto che Arese è piemontese, avrà sicuramente avuto oggi sulla sua scrivania (in azienda...) Tuttosport. Ebbene, cannonate micidiali da parte dell'estensore dell'articolo, Guido Alessandrini, che ha messo in evidenza l'impotenza di Arese e la sua resa incondizionata, con quella del CT  Uguagliati che invece ha individuato nella pecoritudine degli atleti italiani l'origine della crisi sportiva. Un pò come dare dei panzoni ai poliziotti, dei fannulloni ai giovani che non trovano lavoro, o dei cretini ai disoccupati. Ma è mai possibile che Arese e Uguagliati non riescano ad assumersi le proprie responsabilità nemmeno di fronte al nulla che si è prodotto (che hanno prodotto!) nell'atletica italiana? Dire "è colpa mia!.. è colpa nostra!" e poi far seguire questa affermazioni con un gesto da uomini: dimettersi. Dire che gli atleti italiani sono pecore, è anche darsi una bella picconata sui piedi: dimostra che non esistono disegni, progetti sportivi, strutture... un centro che valuti gli allenamenti dei propri atleti, che si accorga quando uno sta facendo troppo (secondo me, la vera ragione dei fallimenti: overtraining) che si traduce con i flop nelle grandi manifestazioni. 

Invece Arese vuole che l'atletica si metta il saio, indirettamente dando la colpa ad un ente metafisico che ogni tanto appare dalle nebbie del Karakorum, l'Atletica, quasi che nei 7 anni di suo mandato avesse comandato qualcun'altro al suo posto. Non che la cosa sia impossibile: il branco di coccodrilli che vive nel fiume della Fidal è ben nutrito. Tornando all'articolo di Alessandrini, il giornalista ricorda come dopo le sconfortanti Olimpiadi di Atene, il popolo atletico chiese ed ottenne la testa di Gola. Ora, si ricorda su Tuttosport, si è sprofondati pure più in basso e riprende molto ironicamente la frase di Arese che "è un mondo difficile". Già Presidente, con lei è diventato pure impossibile. 

Vi lascio con le ultime frasi di Tuttosport: il De Profundis sull'atletica italiana, in risposta all'affermazione di Uguagliati che ha paragonato gli atleti italiani a Pecore, mentre dovrebbero iniziare ad essere Leoni. "Adesso? Dopo anni al timone di questa nave? Mah. Ci vorrebbe non un colpo d'ala, ma una rifondazione. Qualcuno con le idee chiare e la forza di realizzarle. Già, ci vorrebbe." Bravo Alessandrini, ci vorrebbe... 

04/09/11

Daegu '11: l'improbabile intervista ad Arese: alla fine si rimangia tutto!

Le interviste ad Arese Uguagliati sul sito della Fidal (le trovate a questo link) sono una pagina di Pop Art del miglior Andy Warhol, sia per chi la capiva, sia soprattutto per chi non l'ha mai concepita.  Francamente non si capisce l'ambientazione che, abbandonando il freddo formalismo da Tass che servirebbe in questi casi per non dare "colori" ad un funerale, dà questo stonato alone di festa (la festa degli altri...) in sottofondo (i fuochi d'artificio di fine campionati) quasi che i fuochi pirotecnici obnubilassero le menti degli intervistati e di conseguenza le loro risposte. Ma che ce ne frega dei fuochi d'artificio e del volto corrucciato di Arese e Uguagliati che cercano di parlare nel fracasso? Non potevano andare in una stanzetta? Comunque, ho sintetizzato le migliori frasi dell'Arese pensiero. C'è da che ridere.
  • Arese I: la mancata depressione: "...non c'è materia per esaltarsi, ma io non voglio nemmeno deprimermi". Noi sì, e molto. Evidentemente è abituato a prendere mazzate.
  • Arese II: obiettivi centrati - "l'unica medaglia oggettivamente alla nostra portata... è arrivata". Quindi abbiamo fatto centro! Abbiamo vinto tutto quello che dovevamo vincere! Che grandi che siamo!
  • Arese III: cancellata Berlino - "... cancellando lo zero di Berlino". Interpretazione: siamo andati meglio. Il trend è cambiato.
  • Arese IV: frati con le Asics - "...è ora che l'Italia metta il saio..."... inizi lei
  • Arese V: Italian Globetrotter - "...e cominci a girare il mondo". Il mondo lo giriamo e prendiamo un sacco di legnate.  Forse sarebbe meglio starsene a casa per un pò.
  • Arese VI: sogni I- "Dobbiamo tornare a confrontarci, a fare scelte radicali, a cominciare da quelle di allenamento, e a fare quei sacrifici indispensabili per crescere. Confrontarsi con le metodiche degli stranieri, collezionare esperienze internazionali, rimettersi in discussione". Ma scusi, ma negli ultimi 7 anni lei dov'era? Si è accorto che faceva il Presidente della Fidal e non un consigliere dell'opposizione? C'è qualcuno che legge e che glielo può riferire?
  • Arese VII: sogni II - "dobbiamo rimetterci in discussione". Appunto, si dimetta.
  • Arese VIII: Inquietudine I - "dobbiamo... crescere più velocemente i giovani, accorciando il loro percorso di maturazione, che è troppo lungo". Parole inquietanti. No comment.
  • Arese IX: Giardini tedeschi - "E poi, sì, (dobbiamo) fare quel che fa la Germania: curare il proprio giardino, ovvero le specialità nelle quali da sempre storicamente eccelle, razionalizzando l'impiego delle risorse". E quali sono le specialità dove eccelliamo? La marcia e...? Altre risorse a Di Mulo per mettere i metal detector nelle zone di cambio della staffette? 
  • Arese X: nomi nuovi - "Per Londra contiamo sulla Di Martino, sulla Rigaudo, ma anche su Schwazer". Tutti nomi freschissimi. 
  • Arese XI: Ove - "...E spero che Howe abbia visto anche il lungo...". Speriamo non l'abbia visto sua mamma.
  • Arese XIIDelirio I: "Domanda diretta: c'è disagio nel commentare questo Mondiale? "Per me non è il peggiore di sempre, chi lo dice? La mia opinione è che non sia peggiore di Berlino, o di Helsinki". Risate a crepapelle. 
  • Arese XIIIinquietudine II "Però, se penso a come è complicato il nostro mondo dell'atletica italiana, allora sì che provo un po' di disagio, che mi demoralizzo". Siamo tutti profondamente e tremendamente commossi. Ma sa, chi è cagion del proprio mal... 
  • Arese XIV: rivoluzioni copernicane - "Io voglio cambiare molte cose nel prossimo anno, come ho annunciato nella riunione del consiglio federale di luglio. Cambiamenti radicali nell'impostazione della nostra attività, nei nostri regolamenti, nelle modalità di svolgimento dei Campionati Italiani Assoluti". In un anno quello che non ha fatto in 7: ma il debito morale dei 7 anni precedenti chi lo paga? Quindi una rivoluzione??? Finalmente.
  • Arese XV inquietudine III: "Voglio affidarmi ad una agenzia di marketing, perché è necessario affidarsi a degli specialisti in questo campo". Marketing... di cosa, Presidente? Cosa vuole vendere? Il materiale che indossa la nazionale di Atletica? Guarda caso, eh...?
  • Arese XVI voltagabbana I: "E poi mi aspetto una sempre maggiore collaborazione con le società militari: sono una risorsa per il nostro sistema, ma dobbiamo collaborare per allenare meglio, e di più, gli atleti". Ah... quindi nel 2008, dopo i tonfi olimpici si è prostrato di fronte alle società civili concedendo l'inconcedibili. Adesso torna alla carica con quelle militari... Sono commosso, seconda parte. Degno dei migliori politici.
  • Arese XVII controrivoluzioni copernicane: "Niente rivoluzioni, però: Farle a questo punto del quadriennio sarebbe dannoso per il movimento, e certo non porterebbe dei frutti". Ma scusi, ma nell'intervista qui sopra ha detto esattamente il contrario e che avrebbe ribaltato come un calzino l'atletica italiana... adesso dice che non farà le rivoluzioni? E cosa rimane a fare allora? 
Un'intervista irripetibile. Grazie presidente, se non ci fosse Lei...

la medaglia che la Fidal non merita: è solo di Santa Antonietta

Arese probabilmente non sa nemmeno come si chiama la Di Martino (Antonella? Antonia? Annalaura? Annamaria? Niedda?), ma sa che un'italiana ieri ha vinto una medaglia ai mondiali. Ecco cosa può essere successo ieri, dopo che Antonietta di Martino vinceva il bronzo nel salto in alto.

"Presidente, abbiamo una medaglia!";
"Ah, sì? Meraviglioso!!!... ehm... ma cos'è una medaglia?"
"Presidente, è quella patacca di metallo colorato che danno nelle gare... ah già, Presidente, è un be pò che non le vede... bè, è di bronzo".
"Benebenebenebenebene!! Ma chi l'ha vinta? Scartezzini? Ove? Fontanella? Pietro? Dì la verità, l'ha vinta Pietro Mennea!!"
"mah, veramente presidente...."
"Ho capito, la Simeoni!! Lo sapevo!!! La Simeoni!! Mi aveva detto che la Ulrike Meyfarth era ostica... e chi è arrivata seconda?".
"No, no, Presidente..."
"Nooooo, non dirmi che l'ha vinta Fiasconaro!! Nooo... dai, proprio lui? Quel sudafricano non l'ho mai digerito!! Lo sapevo: dal Sudafrica arrivano sempre le cose strane: la donna barbuta, l'uomo bionico, i nani, e mò pure il giocatore di rugby...".
"Presidente, l'ha vinta la Di Martino..."
"Di... che? Di Martino? E chi è? Vabbè... ma aveva la maglietta ufficiale?"

Come dicevo in tempi non sospetti (l'altro ieri) di sicuro la medaglia della campana ha un'unica proprietaria: la Di Martino stessa. E naturalmente della sua trasparenza, della sua schiettezza, del suo talento, del suo coach-marito... nulla di quello che la Fidal può avergli regalato. Non è nemmeno frutto delle oceaniche campagne di reclutamento di Arese degli ultimi sette anni, essendo figlia di altri itinerari che nulla hanno avuto a che fare con l'attuale (fallimentare) dirigenza. Nelle immagini dei festeggiamenti della medaglia in casa Italia, però, il presidente ha giocato con la Di Martino come il miglior Claudio Gentile su Diego Armando Maradona ai Mondiali di Spagna '82 (ma rimanere in Campania) nel girone dei quarti finale: marcata a uomo, senza darle un attimo di libertà di movimento, perchè metti mai che qualche scatto venga senza il suo faccione, magari con lo sguardo ieratico che dà disposizioni ai suoi schiavetti. Tristissimo.

Ma venivamo alla gara, che è quello che più conta. Le qualificazioni avevano detto una cosa, obiettivamente: la meravigliosa valchiria armena di Yerevan, Anna Chicherova appariva la più forte. Non solo per il suo incredibile 2,07 saltato sulla pedana elastica di Cheboksari, durante i campionati russi, ma perchè semplicemente appariva la più perfettamente "alta" ad ogni misura. Poi, chiaro, c'è una gara di mezzo, ma i russi raramente riescono a farsi prendere dall'ansia agonistica, quando preparano gli eventi importanti della stagione: semplicemente sanno quello che devono fare e come farlo. Naturalmente era presente anche l'avversaria di sempre, la croata Blanka Vlasic, che aveva millantato un infortunio nel pre-mondiale, che visti i risultati della gara, più che una distorsione delle delicate alchimie del ginocchio, sarà stato l'essersi fatta un taglietto all'indice della mano sinistra mentre affettava il sedano per un'insalatona. Ma tant'è: anche questo è sport. Anzi, è il sale dello sport: lo scherno, le mosse psicologiche. Del resto era la bi-campionessa mondiale in carica all'aperto (Osaka '07 e Berlino '09), nonchè la bi-campionessa mondiale indoor (Valencia '08 e Doha '10), nonchè campionessa europea in carica, ovvero il campionato continentale dove vengono scelte le migliori per Miss Mondo. La Chicherova, moglie di Gennady Chernovol, miglior sprinter kazako di sempre nella prima decade del XXI secolo (6"57 sui 60, 10"18 sui 100 e 20"44 sui 200), paradossalmente, nel suo carnet, vantava un solo successo internazionale: quello agli europei di Madrid nel 2005 e naturalmente una serie infinita di piazzamenti, utili solo per fare curriculum, ma che ancora non consentivano l'entrata nella Hall of Fame della specialità. Antonietta, invece, è già una delle grandissime almeno in Italia, del salto in alto, laddove fino a qualche anno fa, colui il quale avesse preso in considerazione il solo fatto che qualcuna avrebbe potuto emulare le gesta della leggendaria Sara Simeoni, sarebbe stato tacciato di blasfemia e bruciato su un pira. 

La gara inizia e la fragile Emma Green lascia la comitiva chiagnente a 1,89. L'1,93 è misura che incredibilmente riescono a passare tutte le 10 altiste rimaste in gara: chi bene, chi benino, chi per un pelo. Non importa, il pullman continua e a 1,97, si apre il primo buco nero che inghiottisce 5 atlete in un colpo solo dimezzando il numero di sospettate per la medaglia, ma nessuna delle favorite.

Le favorite continuano nel loro percorso, anche se la prima a battere in testa è la russa Svetlana Shkolina, che deve ricorrere al terzo tentativo per rimanere aggrappata al proprio sogno e sperare nella misura successiva. Ma incombe la mannaia dei 2,00 che fa fuori le due russe meno quotate, la stessa Shkolina ed Elena Slesarenko. Chicherova e Vlasic nel frattempo macinano salti come fotocopiatrici multifunzione, senza però che la carta si inceppi mai. Antonietta al terzo, salta a 2,00 (prima delle due russe) e piazza così il game-set (ma non match) e di fatto si intasca la medaglia, mettendo pressione a Slesarenko e Shkolina, già falcidiate da "ics" e che infatti naufragheranno nell'oblio del quarto e quinto posto. Medaglia per l'Italia, comunque vada! Dopo due mondiali a secco (Berlino '09 e Doha '10) arriva la prima medaglia della carretta del mare targata Arese, e a vincerla appunto, una che con quella carretta non dovrebbe essere accostata, quanto meno per rispetto.

La Chicherova ciclostila il 2,03, la Vlasic deve ricorrere alla seconda prova, mentre Santa Antonietta, infortunata (davvero) per quasi mezza stagione, si dimostra dall'alto del suo 1,69, una delle migliore del mondo, non riuscendo comunque a valicare quello stesso 2,03. La gara poi si ferma a ridosso della storia, a 2,05, ma non conta: grandissima e bellissima gara. E brava Antonietta: tutto merito tuo. 

02/09/11

Daegu '11: la Campbell-Brown e il cavallo impazzito della Jet-Jeter

Chi sa chi è il genio che ha deciso di fare tutti questi cambiamenti ai mondiali di Daegu. Un genio, non c'è che dire: le tre semifinali hanno falsato di molto l'esito di molte gare. Pensate, con le tre semifinali, avevano garantiti le corsie centrali esclusivamente i vincitori delle rispettive volate, mentre i secondi arrivati, benchè molto performanti, si sono ritrovati in molte circostanze in ottava corsia. Medaglie arrivate dall'ottava corsia lasciano davvero stupefatti: l'argento di Melanie Walker nei 400hs femminili, il bronzo di L.J. Van Zyl nei 400hs maschili, Veronica Campbell Brown nei 100 femminili. Ma in ottava è finito anche Christophe Lemaitre, tagliato fuori dall'agone nella finale dei 100 metri. Andrew Turner, bronzo nei 110hs, è invece partito dalla prima corsia. Così si falsano le gare: con 2 semifinali 4 qualificati (o tre-più-uno) i migliori, anche se non vincitori, sarebbero finiti al centro della pista e le competizioni avrebbero avuto esiti forse diversi. Questa atletica mondiale sembra davvero guidata attualmente da gente incompetente. 

Fortunatamente nei 200 femminili i meccanismi perversi trovati dalla IAAF riescono a non intervenire a gamba tesa sull'esito della gara, che davvero ha messo le migliori del mondo tra i canapi prima che il mossiere desse il via. Il cavallo più performante dell'anno è americano e risponde al nome di Shalonda Solomon, capace di correre ai trials di Eugene (anche lei!) in 22"15 proprio davanti a Carmelita (Cammela sulla nostra pagina di facebook) Jet-Jeter, che finì in 22"23. Ma da allora sono passati più di due mesi, e soprattutto il motore del Jet di Los Angeles ha cambiato cilindrata. A proposito: la Jeter è sorella di quel Jeter, Pooh (in Italia avrebbe avuto un alone di mito e scherno per un nome del genere) guardia dei Sacramento Kings la scorsa stagione, ma da una decina di giorni sotto contratto con la Joventud de Badalona, in Spagna, per l'arcinoto lockout della NBA (che mi ha tolto la goduria di ascoltarmi Flavio Tranquillo chissà per quanto tempo...). Il vero nome di Pooh? Eugene... anche lui!

Shalonda si presenta quindi ai mondiali come l'ultimo fantino del palio, quello che entra per ultimo nei canapi e parte non appena nota lo scarso posizionamento del ippo-binomio della contrada avversaria. E con chi si allena Shalonda? Ma con Lance Braumann, padrino di Tyson Gay, Steve Mullings, Ashmeade, Patton, Bledman...  diciamo a oggi la la bottega d'arte velocistica che esce con le ossa più rotte da questa stagione, tra infortuni, squalifiche per doping, operazioni... Anche dalle semifinali esce comunque questo verdetto: la LosAngelese Shalonda (ma che ora vive ad Orlando, in Florida, nei luoghi dove il predicatore Braumann esercita la sua arte) viene fotografata dall'autovelox Omega col miglior tempo, 22"46, un solo centesimo meglio di Jet-Jeter che vince invece la prima semifinale. Nella terza semifinale Veronica Campbell Brown (per tutti VCB) dà la prima passatina alla campionessa uscente, Allyson Felix, ritrovata ad un livello leggermente inferiore ai suoi standard. 22"53 contro il 22"67 dell'americana dal fisico dolce e delicato (rispetto alle proprie competitors). Attenzione girls a VCB, perchè la sà lunga, avrà detto il Team-Coach a stelle e strisce alle 3 finaliste americane. La tri-campionessa mondiale dei 200 (Helsinki, Osaka e Berlino), Allyson, esentata dai trials a divinis, nel 2011 non è apparsa "quadratissima", battuta due volte su 4 nei meeting di avvicinamento a Daegu. La discepola di Bob Kersee quest'anno è infatti apparsa forse troppo indecisa sulla doppietta 400-200, risolta solo all'ultimo. Partecipano al palio anche la piazzata d'oro Kerron Stewart e la "master" Debbie Ferguson McKenzie. Completa il terzetto jamaicano Sherone Simpson, mentre l'unica europea e bianca in finale è l'ennesima ucraina (dopo l'esplosione nella stagione indoor di Olesya Povh, quella all'aperto di Mariya Ryemyen sui 200).

La composizione della batteria mette Shalonda in sesta, VCB in quinta, il Jet in quarta e Allyson the Butterfly in terza. Jeter ha sicuramente la mano migliore, mentre la Solomon, che era arrivata in finale col tempo migliore, si trova tutte le pretendenti al titolo interne. Brutta situazione. Ci siamo? Ok, sparo, partite! Migliore alla reazione, VCB, 0"151. Sarà il drive a consegnare il mondiale? VCB è una jena, va a prendersi dopo 50 metri la Solomon, che ha un attimo di sbandamento-da-risucchio nel momento in cui viene sverniciata da un Unidentified Flying Object (U.F.O.) di colore giallo-verde (non si sa ancora cosa abbia denunciato all'ente aeroportuale coreano al termine della gara). L'attrazione gravitazionale provocata da VCB, dopo aver mandato alla deriva siderale Shalonda, sembra però aver attratto a sè Cammeela-Jet, che entra in rettilineo con un metro di distacco. Dietro, appaiate ai 100 metri, transitano in un'orbita marginale, la stessa Shalonda e Allyson Felix, che non essendo dotata dei bicipiti femorali (e del resto della masse, pancetta compresa) delle due avversarie, fa più fatica a vincere le forze centrifughe e attende il moto rettilineo per scatenare la sua leggiadria.

Sul Sunset Boulevard di Daegu che è il rettilineo finale della pista blu Mondo (da vicino è strana... sembra costituita da striature verticali), VCB entra e sembra palesare un pizzico di overstriding (ovvietà, naturalmente... non c'è jamaicana dalle natiche grosse che non va in overstriding quando supera il punto di equilibrio). Ma qui la Jet, apparentemente più composta, riesce a sfruttare l'effetto frusta della curva e mostra una velocità di deriva molto più sostenuta di VCB. Si vede, ad occhio, che sta per avvenire l'imponderabile: la Jeter supererà la Campbell e farà doppietta 100-200. Non ci sono dubbi.

Ma a qualche micron dal compiere il sorpasso succede l'incredibile: il cavallo di Cammeela si imbizzarrisce e scalcia un paio di volte: mai visto in tv una cosa simile. Ma che succede? Il sistema motorio dell'americana sembra entrare in stallo e la simmetria generale entra visibilmente in conflitto: le spie iniziano ad accendersi da tutte le parti, e non c'è tempo di fare la check list prima che l'aviogetto precipiti: da dietro sta rinvenendo The Butterfly. La gara su VCB diventa a questo punto la difesa di Fort Knox da Allyson Felix, sperando che tutto non si trasformi in una catastrofica Little BigHorn con la rimonta della Sioux Solomon. VCB intanto, è troppa vicina al traguardo, anche se ormai è patologicamente colpita da un overstriding fulminante che la fa sporgere a tal punto in avanti, che per un attimo sembra una pattinatrice su ghiaccio. Traguardo! Prima VCB, la bicampionessa olimpica che mette nel forziere il primo oro mondiale sui 200: 22"22 con un metro (immancabile a Daegu...) di vento contrario. Seconda Carmelita Jeter con 22"37 e terza Allyson Felix con 22"42, ad un passo dal compiere il sorpasso casalingo. Terza la Solomon: 22"61

Bragagna: Daegu peggio di Berlino - gli strali di Franco sull'atletica italiana in un video indimenticabile

Di sicuro da critico Franco Bragagna dà il meglio di sè: a fronte dei voli pindarici strozzati quando la cronaca diretta lo mette nella veste del cronista (non del tutto) asettico. Ma ora che la cronaca è affidata ad un manipolo di personaggi, la sua assenza è quasi asfissiante. Se non se la sta cavando male il "nuovo" Luca Di Bella, che dalla sua ha messo in cascina un bel carico da briscola: ha capito come e quando stoppare Attilio Monetti quando si lancia in noiose informazioni di carattere tassonomico, cioè l'arte perfezionata a meraviglia dal Bragagna. Così è riuscito a dare quanto meno il suo taglio ai propri interventi. Certo, gli manca tutto quel bagaglio di aneddoti e "voci" che portano il telespettatore a guardare con occhio diverso ciò cui assistono: insomma, non solo una gara tra atleti, ma tra persone che hanno un vissuto, una storia, glorie e disonori non solo sulla pista. Purtroppo oltre a Monetti si è visto un Tilli incontenibile (spesso insopportabile, saccente oltre ogni limite), una Capriotti timorosa, una Andreucci per la quale ancora ci si domanda cosa faccia lì e sulla quale ci domandiamo come faccia ad intervenire su aspetti che non ha mai visto nemmeno con il cannocchiale, come le prove in pista. 

Torniamo a Bragagna: la Rai, visto il mare di interrogativi sulla sua assenza, anche per dare un sollievo ai telespettatori affranti dalla qualità attuale, ha visto bene di mettere una web-cam in casa sua e di intervistarlo in notturna. Qui il video. E allora nella veste da intervistato finalmente trovo il miglior Bragagna di sempre, soprattutto se l'intervista arriva in piena notte (nella penombra del salotto di casa sua, probabilmente) quando i freni inibitori sono più allentati. Vi invito a seguire il video. Prima domanda dalla Corea: "i nostri amici di facebook parlano delle prestazioni della nostra nazionale" e il volto del "nostro" si corruccia in una smorfia che parla da sè. Prima risposta, secca, sulla spedizione italiana che ha del meraviglioso: "vicino al disastroso...". 

Poi gli viene chiesta quale fosse la differenza tra gli Europei (rosei, secondo la Fidal) dell'anno scorso e i (plumbei) Mondiali di quest'anno e la critica di The Voice va ai volti nuovi e all'entusiasmo di Barcellona che non si è tradotto in un miglioramento: come quello di Marta Milani e Marco Vistalli che probabilmente non hanno progredito come ci si sarebbe aspettati dopo le bellissime prestazioni del Montjuic. Bragagna poi si dispiac per Marzia Caravelli, additata come uno dei piccoli esempi di buona atletica in Italia e tutti sappiamo perchè. Sfortunata per aver beccato la batteria con il vento più avverso tra tutte. Chiaramente La medaglia può arrivare solo con Santa Antonietta ma Franco suona una musica melodiosa per tutti coloro che vogliono il cambiamento: Daegu peggio di Berlino. Critica ai migliori italiani in circolazione, a partire da Alex Schwazer per lo scarso professionismo dimostrato (com'è noto si è fatto male andando a sciare...) e lo dice col piglio del padre severo: "può un campione olimpico farsi male andando a sciare? No... no!". 

E' la medesima critica rivolta all'amletico Andrew Howe "salto non salto, corro non corro...". Già, perchè non si riesce ad avere degli atleti professionisti in Italia? Ma la più criticata è sicuramente Simona La Mantia: "ha fatto delle cose davvero da dilettante" per quell'atteggiamento post-gara di soddisfazione oltrechè per l'approccio specifico con i due nulli dopo il salto iniziale. L'esempio positivo avverso alla La Mantia? Elisa Rigaudo, che ha cavato da sè stessa il meglio che poteva. 

Alla domanda sulla crisi del movimento italiano, si è perso l'abitudine al reclutamento come si deve. Noi andiamo alla crociata contro il mondo con i panchinari del calcio, di fatto... velo pietoso sulla scuola e il reclutamento attuale.

Daegu '11: la mattinata a Daegu: dentro Salis e Donato, fuori Schembri e Caravelli, 4x400 fuori per le scelte di Di Mulo,

Innanzi tutto un piccolo flash su Usain Bolt. Tempo di reazione sui blocchi: 0"317, ovvero il penultimo tempo tra tutti i partenti delle batterie dei 200 di stanotte, meglio solo dell'onduregno Rolando Pacios (0"322). Ecco le prime ripercussioni della nefasta eliminazione del giamaicano sul suo sentire le gare. Probabilmente se ne avesse la possibilità, Lamine Diack, che si sposta per il mondo vestito come Robert Mugabe, cambierebbe la regola della prima falsa partenza seduta stante. Ma ormai la frittata è fatta, e probabilmente per la prima volta in un mondiale, il titolo dei 200 sarà più atteso di quello dei 100. Che la falsa partenza potesse influenzare le gare era già pesante prima, ora se ne capisce la portanza su chi rappresenta l'atletica mondiale. Sarebbe come togliere gli alettoni alla Ferrari nel mondiale di Formula 1. 

La mattinata a Daegu azzurra ha invece confermato il trend italiano di questi mondiali: si esce quasi sempre per un pelo. Un pelino, un pelone, non importa: quando si è lì-lì, la jella si accanisce sui nostri azzurri, tanto che Antonietta Di Martino più passa il tempo più davvero diventa l'ancora di salvezza di una spedizione che oltre i limiti tecnici, è stata assalita da una buona dose di sfortuna. La nottata ha riservato l'esclusione di Marzia Caravelli nei 100hs con 13"29, tempo che dice e non dice, visto anche il metro-e-sei contro. Inciso: ma sta pista non potevano farla dall'altra parte? Si qualificavano le prime quattro e naturalmente Marzia è giunta quinta. Ma la quarta era tale Lisa Urech, cioè la svizzerotta che quest'anno ha corso in un incredibile 12"62 e che a Daegu ha rischiato di uscire correndo in 13"16. Si veniva ripescati con 13"13: e francamente non so se a questo punto la pista di Daegu favorisca certi atleti, ne sfavorisca altri, fosse mattina, ci fosse umidità. Purtroppo il risultato non cambia: bisognava correre una delle migliori prestazioni della propria carriera sportiva e mi rendo conto che non c'erano le condizioni migliori per farlo. Marzia Caravelli rappresenta la terza italiana schierata ad un mondiale sui 100hs: prima di lei vi erano riuscite Patrizia Lombardo (un mondiale), e naturalmente Carla Tuzzi (presente a tre mondiali). L'unica però ad aver passato il primo turno è stata la Lombardo, a Roma '87. La Tuzzi e la Caravelli, invece si sono fermate al primo turno (la Tuzzi fuori ad Atene '97 addirittura con un 13"10...).

L'esclusione della 4x400 femminile ha invece di sicuro un colpevole: Filippo Di Mulo (se fosse stato lui a disegnare la squadra così). Pensate le due italiane sulla carta più forte Libania Grenot e Marta Milani piazzate in 3^ e 4^ frazione, cioè già virtualmente lontane dalla bagarre che avrebbe di certo migliorato il rendimento della formazione. Bazzoni e Spacca avrebbero dovuto correre sull'uomo (o meglio, sulla donna) e avrebbero reso molto di più rispetto a Milani e Grenot che invece sono dovute andare alla rincorsa solitaria del tempo limite. Invece il coach nazionale ha messo a confrontarsi in corsia Chiara Bazzoni contro la campionessa olimpica, l'inglese Christine Ohuruogu, e la giamaicana Rosemarie Whyte, che quest'anno ha corso in 49"84 e a Daegu ha corso in 50"90. Certo non si poteva sperare di correre in 3'23", e giocarsela con giamaicane e inglesi, ma quanto meno non si sarebbe dovuto vedere la Grenot fare lo slalom o ragionare sulle altre avversarie evidentemente meno performanti. Risultato? 3'26"48 contro il 3'26"01 necessario per accedere alla finale e vista la crescita di Bazzoni e Spacca quest'anno, e la forma della Milani, non era certo impossibile centrarlo. Mah... Dato Statistico: solo in due circostanze la 4x400 femminile ha corso una finale mondiale: accadde ad Atene '97 e a Siviglia '99. Ma allora ai due quartetti bastò correre in più di 3'30" per accedere alla finale. Il 3'26"48 è nettamente il tempo più veloce corso da una staffetta italiana ad un mondiale.

Nel triplo Fabrizio Donato riesce a passare le forche caudine delle qualificazioni all'ultimo salto: 16,88, sette centimetri sopra il par. Non passa il taglio invece Fabrizio Schembri, con 16,71 a soli 10 centimetri da quello stesso taglio. Uno dei pochi, a mio modo di vedere, che abbia avuto durante le interviste del dopo gara, la giusta umiltà, la consapevolezza dei propri mezzi, e quindi la giusta prospettiva per crescere in prospettiva. Se non si conoscono i propri limiti, è difficile poi panificare i propri allenamenti. Atteggiamento se vogliamo antitetico a quello di Simona La Mantia che ostentava invece una certa soddisfazione nonostante l'uscita in qualificazione (probabilmente per mascherare l'uragano interno). Comunque sia, prima finale su quattro partecipazioni ai mondiali all'aperto per Fabrizio Donato, cui non riuscì la qualificazione nè a Parigi '03 (16,63), nè a Osaka '07 (16,20), nè a Berlino '09 (15,81 con infortunio). Quarto finalista azzurro di sempre, dopo Dario Badinelli a Roma '87 (11° con 16,63), Paolo Camossi a Siviglia '99 (5° con 17,29), e ancora Paolo Camossi a Edmonton '01 (11° con 16,18). 12 le presenze italiane ai mondiali nel triplo maschile e appunto 4 finali. Fabrizio Schembri fallisce la sua seconda opportunità dopo che a Berlino riuscì a saltare un ottimo 16,88, ma che allora non garantiva il passaggio del turno. 

Passa invece le qualificazioni Silvia Salis, con un buon 69,82 nel lancio del martello. E' decima nella entry list della finalissima, ma il discorso medaglie sembra un pò precluso, visto che in 8 hanno superato i 71 metri. Ma la finale avrà comunque una sua storia. Basterà raggiungere le prime otto. Terza volta che un'italiana raggiunge la finale mondiale su 7 partecipazioni: prima di lei ci riuscì due volte Clarissa Claretti ad Helsinki '05 e Osaka '07. 

30/08/11

Daegu '11: Kirani cancella il cattivo Leshawn dai 400

C'è un fantasma che si aggira per lo stadio di Daegu. Ha il volto di LeShawn Merritt, che un paio di anni fa fu beccato coi pantaloni abbassati e uno steroide anabolizzante nel sangue. Squalificato due anni e riammesso giusto il tempo di corrersi questo mondiale. Se il cristiano perdono è ammesso, vien da chiedersi quanto quell'uso di quella sostanza abbia modificato il telaio di Merritt e lo favorisca ancora. Non lo sapremo mai. Ma il mondo sembra schierarsi compatto dalla parte di Kirani James, la risposta umana alle costellazioni steroidee che imperversano nello spazio atletico mondiale. Ricordate incontri ravvicinati del terzo tipo? Scende la navicella dalla cintura di steroidi situata tra Marte e Giove, si apre il portellone e scende Merritt: e noi chi gli mandiamo come rappresentate della genia umana? Kirani James, un ragazzone di 18 anni di un'isoletta caraibica chiamata Grenada, non distante da Trinidad &Tobago e St. Kitts & Nevis e che fa più o meno centomila abitanti, cioè esattamente come la città di Piacenza. A proposito: nella finale dei 400 due granadini sono finiti in finale, c'era anche Rondell Barthlomew: trovatemi adesso due piacentini che vadano in finale ad un mondiale (ma a dire il vero possiamo estendere la cosa a tutta Italia)! 
Merritt ha fatto un pò lo sborone nei turni preliminari. Quasi che i due anni di ban gli avessero deteriorato le capacità di discernimento. Spara un 44"35 e dichiara a Eurosport all'amico Mo Greene: "è stato un buon allenamento". Un buon allenamento? 44"35? Dopo due anni di stop? Largamente il miglior tempo mondiale dell'anno? Sarà. 
Fatto sta che poi scende in pista per le semifinali e piazza il 44"76 che dichiara essere "molto facile". Quest'anno nessun atleta era riuscito a correre due volte consecutive sotto i 45". In finale come non faceva ad essere il favorito? Chi, osservando quanto accaduto in pista non si è chiesto se fosse possibile rivedere un sub 44" dopo il 2 settembre del 2008, allorquando ancora Merritt corse in 43"98 al meeting di Losanna. Dopo di allora, 3 anni in cui il quattrocentismo mondiale è inopinatamente involuto, portando all'opinabilità assoluta dei risultati. Mettete insieme la stagione più negativa della carriera di Jeremy Wariner, l'assenza di un campione che abbia colmato i vuoti pneumatici lasciati dal duo Merritt-Wariner, l'annualità preolimpica, e siamo qui a poter puntare su chiunque per una medaglia. 

Se in Italia si facessero scelte logiche e non guidate da filosofie ormai defunte (anche se i rispettivi profeti continuano a pontificare dai giornali) penso che avremmo potuto vedere Howe in quella finale dei 400: si entrava con un abbordabile 45"41, non si logorava i tendini e poteva pure puntare ad una medaglia. Checchè se ne dica è inutile e illogico puntare allo sprint, accompagnarsi a personaggi che non hanno tra le loro doti la capacità di ascoltare se lo sprint è questo: magari pensare ai 200? 
Ma torniamo a Daegu e alla nostra finale. Kirani James, col senno di poi, si dimostra una spanna più intelligente di LeShawn: i primi due turni li corre passeggiando dall'alto dei suoi trampoli. 45"20 e 45"12, ovvero 1"21 più lento di Merritt nelle due prove. Quante risorse energetiche sprecate ci sono in quel secondo-e-due che poi urleranno vendetta negli ultimi 5" di una finale mondiale di un 400?

Sparo. LeShawn lascia sui blocchi una reazione da Bradipo Tridattilo che non riesce ad abbandonare il proprio albero preferito di Cecropia: 0"263 il tempo di reazione, contro l'incredibile reazione di 0"137 di Kirani James, the Predicted, cioè una reazione da finale olimpica dei 100 metri. Praticamente 13 centesimi già regalati da Merritt a James. Ma l'americano è interno al granadino (4^ e 5^) e gioca al gatto e al topo. Lo tiene a bagnomaria, a qualche metro, pronto a stoccargli la stilettata ferale quando e come avrebbe voluto. Entrano sul primo rettilineo e frontalmente si vede quanto Kirani James, nonostante il fenomeno giovanile globalmente riconosciuto, sia in realtà molto acerbo. I piedi volano letteralmente ovunque, probabilmente disperdendo gocce di talento nell'umidità coreana. Merritt lo va a prendere, vuole sfidarlo sul secondo decalage, stroncarlo nel testa a testa della curva, portarlo al default fisico prima che inizi il rettilineo finale. E Kirani ci sta, se la vuole giocare. Si affiancano, si sfidano, ma Merritt entra dalla porta principale sul palcoscenico del mondo e corre memore di quando era il migliore del Mondo, prima che si scoprisse la grande truffa asteroidea. Kirani è solo a mezzo metro, ma le sue leve sono più leggere. Si lancia alla rincorsa quasi fosse un Ent, uno dei tanti alberi fuoriusciti dalla Foresta di Fangorn, nella Terra di Mezzo, e con passi infiniti si getta all'inseguimento di Merritt. E gli Ent la sanno lunga... lo bracca, lo affianca. Nella fissità della maschera teatrale greca (tragica nella sua smorfia triste) che è diventato il volto di Merritt degli ultimi metri, ad un certo punto si muovere solo gli occhi, sopra la bocca deformata, e si girano lentamente alla propria destra a cercare la sagoma dell'Ent che inesorabile passa, passa, passa... e trionfa. 44"60 a 44"63.
E' finita, Kirani, ecco il nuovo campione del mondo. Merritt secondo, e il resto del mondo si ritrova in Kevin Borlee (e non Borlì come dicono su Eurosport... è belga, non inglese) che finisce al bronzo con 44"90. E... Grazie Kirani. 

Daegu '11: le finali della III giornata - la Monthso annichilisce la Felix - nel martello Murofushi dieci anni dopo

Nei 400 femminili, come avevo teorizzato ieri, Amantle Monthso vince non solo perchè riesce finalmente ad abbassare i suoi tempi periodici ancorati ai 50", ma semplicemente perchè nel 2011 è stata la più forte. Punto a capo. All'atto finale Allyson Felix ha fatto in modo di rendere il pronostico incerto fino all'ultimo centimetro, migliorando anche il proprio personale di un decimo abbondante. Strano pensare che l'americana prima di Daegu avesse "solo" un 49"70. Ero straconvinto che avesse corso sotto i 49". La Monthso si è dimostrata compatta, solida in ogni parte della gara, pure quando alla sfida da saloon dell'ultimo rettilineo si sono presentate solo loro due. 49"56 a 49"59 e titolo che vola in Botswana per la prima volta della storia. Amantle fu ottava sia a Pechino che a Berlino. Pensare che ha avuto un tempo di reazione bradipeggiante di 0"327, contro lo 0"163 della Felix. In pratica 16 centesimi regalati all'americana ancora prima di mettere giù il primo appoggio della gara. Gara ad handicap insomma. Il tempo della Monthso è il 14° più veloce ottenuto in un mondiale sui 400 femminili. Il terzo posto l'ha vinto la russa di turno, Anastasyia Kapachinskaya, con 50"24, alla prima medaglia internazionale dopo i piazzamenti di Pechino (5^ con 50"03) e il 7° di Berlino (50"53). Quarta la nuova americana di stagione, Francena McCorory, dalle gambe possenti e dall'incedere sgraziato ma efficace: 50"45 al primo appuntamento internazionale. Antonina Krivoshapka quinta (50"66) dopo i bronzi di Berlino e Barcellona (l'anno scorso). Male la giamaicana Shericka Williams, con l'argento mondiale e olimpico in pectore, finita sesta in 50"79, e malino Sanya Richard Ross, che dopo una lunghissima rincorsa successiva all'infortunio dell'anno scorso (e successiva a sua volta al titolo iridato di Berlino '09 e al bronzo di Pechino) giunge settima con 51"32.

Il lancio del martello al maschile porta al bis mondiale uno dei migliori lanciatori di sempre, il giapponese Koji Murofushi, che all'età di 37 anni si riporta sul tetto del mondo dopo averlo sfiorato nel lontano 2001, ad Edmonton, dove giunse secondo con 82,92. E soprattutto dopo il titolo olimpico del 2004 ad Atene, lui che partecipò addirittura al mondiale di Goteborg 1995, cioè ben 16 anni fa. Un atleta super, anche dal fisico proporzionato nonostante la mole possente. 81,24 per il medaglione d'oro, cioè la 19^ prestazione mai ottenuta ad un mondiale. Terza medaglia ad un mondiale per il giapponese (dopo l'argento di Edmonton e il bronzo di Parigi '03). Murofushi ha vinto anche sfatando un piccolo tabù: è stato infatti l'unico tra i 13 vincitori del mondiale nel martello che abbia ottenuto la misura dell'oro alla terza prova delle sei. La specialità mai come quest'anno aveva sofferto la mancanza di un primus inter pares, un dominatore. Anzi, i migliori, di volta in volta, sono spariti e qualcuno non si è nemmeno presentato in pedana. E' il caso del russo Aleksey Zagorniy, che prima di Daegu deteneva le prime 4 prestazioni mondiali dell'anno. Poi è successo qualche cosa, dalla Coppa Europa di Stoccolma in poi, e Zagorniy si è ritrovato a lanciare 73 metri. L'ungherese Krisztian Pars sembrava a quel punto favorito, stanti le tre prove sopra gli 80 metri in gara, ma non aveva fatto evidentemente i conti col giapponese, che quest'anno vantava "solo" un 78,56. Il suo ultimo lancio lambisce l'oro mondiale, ma non basta: 6 centimetri in meno: 81,24 a 81,18. I 4 centimetri tra i due sono il più piccolo scarto tra vincitore e secondo nella storia dei mondiali nel martello maschile. Argento per Primoz Kozmus, con 79,39. Ottavo al mondo, con 77,04 si piazza Nicola Vizzoni. Dopo il promettente lancio a 77,04 una assestamento tra i 76 e 77. 12° caps ad un mondiale per lui, fatto di otto partecipazioni e 4 finali. Secondo italiano di sempre quanto a caps, dietro a Fabrizio Mori che ne ha ben 15. Edmonton rimane la sua migliore edizione, con quel quarto posto raggiunto con 80,13, ovvero una misura che 9 volte su 10, dalla caduta del muro chimico, avrebbe portato alla medaglia. 

Daegu '11: nei 100 Carmelita Jet-Jeter su VCB

La finale dei 100 femminili mette di fronte il meglio dello sprint del 2011: addirittura le prime 7 delle classifiche mondiali più la nigeriana Blessing Okagbare, che toglie il posto, paradossalmente, ad un'altra nigeriana, la Osayomi. Meglio di così, no? Riparata quindi la pestilenza dei 100 maschili, dove il volo verso il basso è avvenuto senza rete e pure dal terzo piano. A proposito: nel frattempo, come ho avuto modo di scrivere su facebook, la macchina del fango su Bolt si olia di un parere che chissà per quale astruso motivo viene raccolto da un quotidiano nazionale. Carlo Vittori infatti sostiene la tesi complottistica:  Bolt sarebbe stato così pirla da essersi tolto dalla gara da solo per avere... più visibilità. Incedibile. Follia pura: la vera domanda è come sia possibile che vengano raccolte simili castronerie da quotidiani nazionali? Sono boutade (sempre esistite) che vengono raccontate al bar, tra amici, con la speranza che gli amici non le vadano a raccontarle in giro. Ma come? Il Vittori che conta i millimetri dei passi (che ci crediate o meno ne ha avute pure per Bolt...) non ha visto la mossa di Blake al fianco di Bolt che ha innestato la miccia neuronale di Usain? 

Vabbè, lasciamo perdere. Torniamo alla finale dei 100. Cammmmela Jet-Jeter era la donna da battere, indubbiamente. Unica sconfitta patita in un anno di gare, quella di maggio al meeting di Shangai, indovinate da parte di chi? Da VCB, Veronica Campbell Brown: 10"92 a 10"95. Poi un totale di 13 vittorie e quel secondo posto. 8 volte sotto gli 11", con il 10"70 di Eugene a svettare nella stagione (con 2,0 di vento). L'avversaria di Jet-Jeter non poteva che essere quindi VCB, per la vittoria diretta, anche se dopo due mesi fenomenali (maggio e giugno) a luglio ha cominciato a battere un pò in testa: a Parigi è arrivata la prima sconfitta da parte della trinidegna Kelly Ann Baptiste (proprio lei!) e poi dalla pallottola Shelly Ann Fraser in semifinale: 11"03 a 11"06. Questa sconfitta sarà quella che le porterà più svantaggi, relegandola all'ottava corsia in finale, per l'insensatezza delle tre semifinali. 

Proprio la Fraser, campionessa mondiale e olimpica uscente, praticamente era rimasta assente per tutta la stagione lasciando intendere un suo disimpegno pre-olimpico. Dopo le legnate prese a Eugene, all'esordio (10"95 con 2,0 ma quarta), si è ripresentata in pista solo a Lignano Sabbiadoro, che non è propriamente lo Stadio Saint Denis: 11"11. Quindi il meeting del Crystal Palace a Londra, con un 11"10 (in condizioni non certo ideali) che di fatto non le attribuivano nè la pole position, nè la prima fila ai mondiali. Da non dimenticare Kerron Stewart (seconda sia a Berlino che a Pechino), ma che quest'anno non aveva mai impressionato. Non era la sua stagione. E... la già citata Kelly Ann Baptiste, che senza godere dei pronostici aveva già messo dietro quanto meno VCB. 

Carrellata sulle partenti, e Shelly Ann Fraser mostra il suo smagliante sorriso (un inno alla gioia). VCB viene emarginata in ottava corsia, mentre Cammmela Jet sembra molto sicura di sè. Sparo. Shelly Ann dal basso delle sue leve, si produce in un tripudio di appoggi radissimi e scatta in testa, dopo che lo starter, memore dell'Armageddon suscitato con l'esclusione di Bolt, non aspetta nemmeno che le sprinter si portino sul pronti. Shelly non produce però la stessa accelerazione vista a Pechino o a Berlino, e la Jet l'ha a portata di braccio. Senza dover fare come Robles, Carmelita la supera in tromba quando l'inopinato overstriding della jamaicana sopraggiunge inesorabile ai 60. A quel punto sembra quasi che la Fraser si butti sul traguardo a 40 metri dalla fine, con tutto il male che può succedere concludendo così. E così si assiste ad una caduta verticale della velocità. La Jeter (pronunciata Giter) ormai è oltre a tutto, campionessa mondiale per distacco. Dall'ottava rinviene però come un missile la Campbell-Brown, che ha doti più marcate di resistenza alla velocità, e si intromette nella foto di fine anno delle liceali, proprio davanti alle altre: seconda in 10"97. Ennesima medaglia in un campionato internazionale, sulla scia di Merlene Ottey (che però titolo olimpici o mondiali individuali non ne ha mai vinti). Terza? Kelly-Ann Baptiste! Fulminata di un solo centesimo la Fraser: 10"98 a 10"99! Non pervenuta Kerron Stewart e rialzatasi Mershevet Myers, mesta ultima. Così bel settimo posto per Ivet Lalova

29/08/11

Daegu '11: 110hs thrilling, Robles squalificato, Liu schiaffeggiato, Oliver involuto e... gode Richardson

La gara di giornata che verrà ricordata sarà senza ombra di dubbio la finale dei 110hs maschili. Forse quella che presentava il più zeppo parterre de roi degli ultimi anni. Fallita la parata nei 100 (di fatto mancavano praticamente tutti i migliori... tranne Blake), probabilmente negli ostacoli alti al maschile hanno preso parte all'atto finale il non plus ultra dell'ostacolismo mondiale degli ultimi anni. L'atletica a Daegu è stranamente retrocessa quanto a risultati, e francamente non so di cosa sia colpa: l'umidità all'85%? Il vento costantemente contro? La pista non così veloce? I controlli a tappeto sul sangue nel pre-mondiale? Non lo sapremo mai: fatto sta che i tempi sono lontanissimi da considerazioni diacroniche sul peso delle prestazioni dei singoli atleti. Rimane quello che è il senso dell'atletica: uomo contro uomo, donna contro donna, che è poi la cosa più importante, quella che Diack che ci vuole togliere nel nome del business.

Nei 110hs si presentano quindi dopo una lunga stagione di preparazione i migliori al mondo almeno degli ultimi due anni, fatta eccezione del bahamense Leon Bratwhaite, che per dirla tutta, è stata una meteora di una serata di mezza estate a Berlino. Romantico per lui, ma la luna di miele è finita molto in fretta. Quindi il rinato Liu Xiang, reduce da una rottura al tendine di Achille e che quest'anno ha deciso nella sua seconda vita sportiva  di preparare il mondiale lontano dai riflettori della Diamond League. Il cubano Dayron Robles che ha sempre dimostrato di avere una solidità micidiale nei momenti importanti. Poi l'enorme David Oliver, che invece nel corso della stagione si è andato vieppiù spegnendosi, ma che almeno ad inizio anno era un Caterpillar capace di frantumare gli ostacoli e tutto ciò che gli capitava a tiro. E poi... bè poi c'è il nuovo Jason Richardson, che invece ha avuto la parabola contraria a quella di David Oliver, raggiungendo il top della forma al momento clou della stagione. 

Le semifinali ci dicono proprio questo: Oliver ha un grosso problema in partenza. Si becca invariabilmente un metro dagli altri top hurdlers e incoccia quasi sempre il primo ostacolo. Avviene anche in semifinale mentre Jason Richardson... impressiona. 13"16 con -1,6 di vento e Oliver, inserito nella batteria con lui, di fatto non entra mai in gara (13"40). La smorfia del Manga di Denver (solo nei cartoons si vedono fisici del genere!) è uno specchio sulla sua anima: no way!. Richardson invece mostra un'incredibile armonia nel passaggio degli ostacoli, che è spesso sinonimo di velocità in un contesto in cui conta più di tutto il giusto equilibrio tra il gesto tecnico e la corsa fra gli ostacoli. Involuto Oliver?

Nell'altra semifinale (le due semifinali, comunque le si voglia vedere sono più appassionanti: meno carneadi e più campioni) Dayron Robles sfida Xiang Liu e Aries Merritt, un altro di quegli atleti indiziati di poter far strillare il metaldector di ritorno da Daegu. Robles parte come una jena, e davvero sul primo ostacolo è il migliore. Liu è alla sua sinistra (vedremo come cambiando gli addendi il risultato sarà nefasto per entrambi) e dopo aver subito la partenza del cubano, rimonta decimetro dopo decimetro fino a tagliare il traguardo davanti: 13"31. Sembra quasi che Robles abbia "mollato" dopo l'ottavo. Ma personalmente non ho avuto questa informazioni da parte di Robles, quindi la prendo come impressione. Aries Merritt arriva con l'allegra compagnia e con gli stessi tempi dei due convenuti (13"32).

Arriva la finale dei 110hs, uno dei momenti più importanti dei mondiali in Corea. Stavolta Liu è a destra di Robles. Oliver a sinistra: come era scritto sulle sacre scritture del Libro dell'Atletica. Accanto a Oliver, Jason Richardson, con capelli lunghi e calzettoni lunghi neri. Atipico. Pronti. Sparo e Robles esce come un dannato e attacca davanti il primo. Oliver rimane sui primi appoggi, come se avesse perso l'effetto-tigre dell'anno di grazia-2010 (campione del mondo indoor): è impacciato, inguardabile e stante la partenza a velocità curvatura di Richardson alla sua sinistra, si apre una voragine in mezzo alla pista. Robles incede, e si rivede in fotocopia la semifinale. Robles prende mezzo metro e Liu apre la caccia dal 4° ostacolo. Rimonta, rimonta, rimonta e tra l'ottavo e il nono succede il fattaccio. Robles impatta, si scoordina quel tanto da sbilanciarlo verso destre e avviene il primo urto tra le mani dei due e prima avvisaglia di quello che sarebbe potuto succedere e che... puntualmente succede. All'ostacolo successivo i due impattano violentemente: il braccio destro di Robles nell'azione di richiamo, colpisce il braccio sinistro di Liu che invece stava avanzando facendogli perdere l'equilibrio. Liu perde l'appoggio, si affossa, si torce e la rimonta finisce qui. Game, set, match. Robles taglia il traguardo e piange, esulta. Non so se abbia avuto un vantaggio o uno svantaggio da questo fatto e non conosco nemmeno il regolamento: fatto sta che lui va avanti e Liu si ferma. Robles vince e Liu perde.

Mentre l'occhio di bue punta i due e il mondo si alza in piedi per vedere l'impatto delle due stelle pulsar, fuori dagli sguardi arriva come un missile Jason Richardson che piomba sul traguardo appaiato a Robles ma... dietro. Argento? Macchè. Robles viene poi squalificato per quel contatto disastroso cui ha ricorso la federazione cinese (non certo Liu, si apprenderà dopo, che non aveva minimamente protestato al termine della gara...) e l'americano si gusta la sua prima medaglia d'oro internazionale che dà seguito a quella di Allen Johnson a Parigi 2003. Comunque sia andata, un'ingiustizia consumata a danno di Liu, che da oggi ufficialmente diventa uno dei miei atleti preferiti: un argento non potrà mai consolare quella che sarebbe stata una medaglia d'oro. 

Per finire, medaglia di bronzo al britannico Andrew Turner che tira l'ultimo schiaffone a David Oliver: 13"44 per entrambi, ma Turner sul podio e Oliver quarto. Su twitter però posso confermare quanto David sia sportivo: ha dato del matto a chi sosteneva che Robles avesse fatto apposto ad uncinare Liu. Ed è quasi commovente Oliver che nel momento più brutto cita la frase che gli ha rivolto Liu alla fine della gara: "It's only a game"... è solo un gioco. Grande Oliver, grandissimo Liu, grandino Robles (che ha colpito l'ottavo e si è sbilanciato verso Liu) e immenso, naturalmente, Richardson.

Daegu '11: terza giornata, la mattina - la Gentili non entra in semifinale

La mattinata

Naturalmente nei lanci le qualificazioni dicono davvero poco. Gli unici spunti di cronaca sono quelli dovuti ai pezzi da 90 che non passano il turno. Ed infatti è roboante l'esclusione dalla finale del lancio del disco dell'ungherese Zoltan Kovago, capolista mondiale con 69,59 ed incapace all'atto pratico di raggiungere i 62,38 necessari per l'accesso anche dalla porta di servizio. Probabilmente i 62 li fa quando si riscalda, ma questo è lo sport. Altra esclusione eccellente quella dell'americano Jarred Rome, terzo al mondo nel 2011 con 68,76 ed invece fermatosi anche lui a 62,22, a soli 16 centimetri dalla qualificazione. Ci saranno invece il possente Robert Harting, il polacco Piotr Malachowski, lo spagnolo Mario Pestano, l'eterno Virgiljius Alekna.

Nei 3000 siepi turno di semifinale diretta che dà l'accesso a 15 atleti per la finalissima. E nella seconda si vede probabilmente il record del mondo per una batteria: 8'10"93 di Ezekiel Kemboi, il campione del mondo di Berlino. Il suo tempo porta al primato nazionale il sudafricano Ruben Ramolefi (8'11"50). Si passava in finale con 8'23"88 e sarà probabilmente un altro affare africano, e il Kenya deve vendicare lo smacco sui 10000 maschili. Ci sarà infatti anche il campione olimpico di Pechino e mondiale di Osaka Kipruto Kiprop, che quest'anno ha sfiorato il mondiali di un nulla.

400hs maschili al primo turno. La prima serie conquista in toto l'accesso in semifinale. Del resto ne passavano 24 su 34 a queste semifinali onnicomprensive. Interesse per vedere se il dominatore della prima parte della stagione, L.J. Van Zyl, sarà in grado di ritornare a correre stabilmente sotto i 48". Curiosità di vedere anche le condizioni di Bershawn Jackson, campione di ogni cosa, che nell'ultima stagione ha avuto dei picchi negativi non a suo livello. Addirittura qualificati per la semifinale con 50"39: fortuna toccata in sorte all'inglese Jack Green.

400hs femminili: naturalmente come sopra, le batterie di questi mondiali non mostrano molto per quanto riguarda gli atleti top, che possono davvero passeggiare e guardarsi lo stadio di Daegu dall'interno. Così riflettori e riflessioni su chi non si qualifica. Purtroppo fa le spese di una condizione forse migliore del ritenuto Manuela Gentili, impegnata nella 5^ batteria. Come da lei dichiarato, a causa o della pista molto esplosiva o della sua stessa ottima condizione, si è trovata troppo sotto al primo ostacolo, frenando di fatto la velocità di crociera raggiunta, per improvvisare un gesto più carpiato e quindi costringendola ad un black out di velocità fatale. Peccato: fosse accaduto più avanti, l'errore aveva margini di risoluzione maggiori, ma in quella fase... così conclude in 56"71 e per passare in semifinale serviva un 56"66 altamente ed ampiamente alla sua portata in questo 2011. 11^ presenza di un'italiana nella specialità, guidata con tre partecipazioni e 7 caps per Monika Niederstatter cha ha anche raggiunto 3 semifinali. Purtroppo nessuna italiana ha raggiunto la finale. 16 le gare italiane nella specialità (tra batterie e semifinali) con il miglior tempo di Monika Niederstatter nelle batterie di Siviglia del '99 (55"10).

eptathlon: sindrome Eaton per Jessica Ennis? La Ennis infatti viene battuta sui 100hs dall'americana Hyleas Fountain: 12"93 a 12"94 (vale a dire tempi sotto l'attuale record italiano assoluto della specialità, ma la Ennis non più di 15 giorni fa aveva corso un sensazionale 13"79). Molto brava Francesca Doveri con 13"44, al personale stagionale. Nell'alto la Fountain strabilia ancora: 1,89 contro l'1,86 della Ennis. 

28/08/11

Daegu '11: Bolt fatto fuori dalle regole di Diack - il migliore è Yohan Blake

Tutto si ferma per qualche attimo. Silenzio generale... tutti a sfogliare e risfogliare il copione, ma quella parte dell'atto finale proprio non appare in nessuna pagina. Il protagonista che esce di scena sul più bello, lasciando tutti attoniti a cercare di capire cosa stia succedendo. Questo sì che è un colpo di scena! Nulla, una semplice, piccola stupida regola. Eppure nel copione ci doveva pur essere scritta da qualche parte che sarebbe potuta pur finire così... quella piccola scenetta, l'ha scritta di proprio pugno il Presidente rieletto della IAAF Lamine Diack, come offerta al Dio Mammona. IAAF che sembra funzionare ormai come la Fidal quanto a ricambio di dirigenti e loro credibilità. Ma gli Dei sono imprevedibili, così come le cose umane, e così quella stessa regola introdotta da qualche anno, di fatto affossa la gara e il personaggio più atteso di questi mondiali. 

Ma doveva succedere prima o poi, no? In precedenza era successo a personaggi sì importanti, ma non così importanti. Frase estirpata dal vocabolario di Bragagna, la cui mancanza è ormai asfissiante. Ma pensate se tutto questo fosse successo alle Olimpiadi di Londra. Per fortuna è successo ai Mondiali di Daegu, che hanno un peso "storico" decisamente inferiore (basti pensare all'impegno biennale) dove vengono ammessi tutti, dai figliuol prodighi beccati coi sorci in bocca, a personaggi che, insomma, sono un pò naif e poco c'entrano con l'atletica. Alcuni un affronto a chi corre in 10"2 e deve allenarsi e fare sacrifici per 365 giorni all'anno e poi costretto a vedersi i mondiali dal divano. Il tutto sempre e naturalmente come offerta al Dio Mammona. 

Oggi possiamo dire che quelle offerte sacrificali si sono ritorte contro lo stesso Diack, che si è ritrovato con la gara più importante dell'anno, i 100 metri maschili dei mondiali, con una voragine in mezzo alla pista, causata dalla squalifica di Bolt. E adesso ci posso scommettere qualche cosa che la regola verrà rivista: il Dio Mammona chiederà durante le preghiere serali di Diack come mai così tante persone se ne sono andate dai televisori dopo la squalifica di Bolt. 

In una gara che aveva perso per diversi motivi Tyson Gay, Asafa Powell, Steve Mullings, Michael Rodgers è venuto meno anche il più forte. 5 tra possibili finalisti o medagliabili assenti. Per fortuna c'era Bolt, si pensava. Macchè, la regole sono regole e così Bolt si fa uccellare ("finta di spalla") da un movimento di Yohan Blake alla sua destra e parte come un'ossesso, per tre/quattro appoggi, poi capisce il dramma e si dispera. Con somma soddisfazione di chi l'atletica la vive come un culto votato al rispetto e alla morigerazione dei gesti e con scoramento di chi invece vuole che l'atletica sia goliardia... gioia. Ebbene, chi ha fatto un 100, sa bene che quando si è sui blocchi i 5 sensi vengono moltiplicati per cento e si parte al primo stimolo esterno che viene percepito. Nel silenzio pneumatico di quel momento, in quella posizione innaturale, Blake ha fatto il movimento con le spalle e Bolt l'ha percepito con la coda dell'occhio ed è... partito. Istinto naturale. Perchè? Perchè Bolt era concentrato su Blake, che era il suo unico avversario; quindi lo "percepiva". Perchè si allenava insieme e lo temeva. Altrimenti avrebbe pensato a sè stesso, come a Pechino e Berlino. Non era tranquillo. Amen. 

La finale dei 100 si è trasformata così in una gara che, puntandoci sopra fino a 4/5 mesi fa, si sarebbe fatto 6 al Superenalotto. Dei preventivati di fatto solo Bolt, Blake, Dix (e un pò meno Lemaitre) avevano raggiunto la finale. Nesta Carter... è nesta Carter e non si era qualificato ai trials. Non pronosticabili Daniel Bailey, Jimmy Vicault e Kim Collins. Blake si era comunque dimostrato il più in palla in semifinale, Bolt a parte, e lo dimostra poi in finale vincendo nettamente in 9"92 con -1,7 di vento nuotando in un'umidità da piscina olimpica. Secondo arriva Walter Il Mago Dix con "solo" 10"08, un solo centesimo meglio della vera sorpresa dei 100 metri mondiali, Kim Collins, che a 35 anni arriva al bronzo dopo aver fatto di una partenza incredibile la propria arma segreta (del resto nella stagione indoor aveva piazzato diversi tempi vicino ai 6"50). Lemaitre, che dopo le esclusioni altisonanti, sembrava essere un possibile medagliabile, si squaglia in finale, giungendo quarto in 10"19. Evidentemente i consigli di Di Mulo sulla partenza del francese non sono serviti (deliranti gli articoli che hanno parlato di questo aspetto... ovvero, più che deliranti gli articoli, deliranti le affermazioni): e se così fosse, in partenza Lemaitre ha avuto pure un'involuzione rispetto al 2010. Di sicuro la peggior finale dei 100 metri a memoria d'uomo ad un campionato internazionale. 

Chi ne esce sconfitto è così sicuramente l'atletica "pallonara" di Lamine Diack, cui bisogna addebitare anche il non senso delle tre semifinali che ha di fatto tolto molto spettacolo ai primi turni, ridicolizzandoli (il turno preliminare dei 100 ce lo si poteva risparmiare...), e rendendo le semifinali qualche cosa di molto più impegnativo delle semifinali così come erano state pensate in precedenza e inficiando il prodotto finale.

Se Lamine, che vorrebbe essere Nebiolo ed invece sembra molto più un Arese, fosse interessato davvero il Dio Mammona, con una semplice elucubrazione avrebbe capito che ci sono momenti che più durano, più portano denaro per la loro esposizione mediatica. E il regime di Diack continuerà purtroppo per tutti per altri 4 anni.

Daegu '11: seconda giornata - niente sogno, Schwazer nono - 3 italiani fuori in qualificazione

Inizia la seconda giornata di gare a Daegu; è nottetempo mettiamoci comodi e seguiamo quanto sta accadendo. Purtroppo parte male per gli azzurri. Dopo l'esordio di Milani-Vizzoni, è la volta dei 20 km di marcia maschili, dove insomma, la speranza indubbiamente c'è. Voci di corridoio ipotizzavano un Rubino in ottime condizioni, ma anche uno Schwazer che avrebbe potuto fare, perchè no, la sorpresa. Del resto la marcia è la specialità con più variabili indipendenti, dove a parte i fenomeni che precorrono i tempi, spesso le medaglie entrano nel campo di possibilità di un numero più aperto di concorrenti. Poi c'è la variabile-umidità (botte anche vicine al 90%), Perchè non anche gli italiani quindi? E allora Giorgio Rubino ci prova, con coraggio, in testa a fare il ritmo. Va pure in quella che sembra una fuga, col giapponese Yusuke Suzuki e metà gara gli viene appioppata la seconda proposta di squalifica. Rallentamento necessario e poi... squalifica. Alex Schwazer invece chiude in nona posizione (con 1h21'50") nella gara dominata dal duo russo Valeriy Borkin, Vladimir Kanaykyn: 1h19'56" per Borkin e 1h20'27" per il connazionale, con il bronzo al colombiano Luis Fernando Lopez con 1h20'38". Delusione per il cinese Zhen Wang, allenato da Da Milano (come Rubino del resto), solo quarto con 1h20'54". 37 gli italiani che si sono cimentati in questa specialità nella storia dei mondiali: Rubino è il 5° squalificato, in un panorama che vede anche 3 ori azzurri (2 di Da Milano e uno di Didoni, l'attuale allenatore di Schwazer) e un argento. Schwazer giunge al traguardo nono, esattamente come gli successe ad Osaka nel 2007. Per Rubino 3° caps ad un mondiale sulla 20 km, laddove l'azzurro più presente risulta Giovanni De Benedictis con 5 (e un argento). Nell'articolo dedicato alla marcia, più dettagli.

Nelle qualificazioni del salto con l'asta femminile si rivede la grandissima Yelena Isinbayeva autrice di un unico salto (centrato) a 4,55. Presenti tutte le migliori: le polacche Anna Rogowska e Monika Pyrek, la brasiliana Fabiana Murer, quella che è de facto la favorita, l'americana Jennifer Suhr, che per poco non esce a 4,50 (fatto alla terza). Poi le tedesche Silke Spigelburg e Martina Strutz. Presente anche Anna Giordano Bruno, che purtroppo esce ma con la testa alta, visto il 4,40 ottenuto, a soli 10 centimetri dalla qualificazione, ottenuta alla fine con 4,50. Nell'asta ai mondiali, l'Italia ha presentato solo... la Giordano Bruno. Due le sue presenze. Quella coreana e quella di Berlino, dove non sortì miglior fortuna, nonostante il 4,50 in qualificazione. 

In mattinata anche le batterie dei 110hs maschili, laddove si sta per assistere ad una delle gare più equilibrate della storia. Purtroppo la formula è diventata più cattiva: soli tre turni e non quattro come si era abituati nelle precedenti edizioni di manifestazioni internazionali. Nella prima batteria Liu Xiang, di fatto sparito dalla stagione dei meeting internazionali estivi, piazza un impressionante 13"20 in batteria con 1,0 di vento a favore. Si trascina in semifinale il talentuoso britannico Andrew Turner (13"32). Sorpresa per l'eliminazione diretta al primo turno del campione del mondo uscente, Ryan Brathwaite: 13"57 e il titolo diventa già vacante, anche se obiettivamente, dopo il mondiale vinto a Berlino, Brathwaite era diventato irriconoscibile. Il rampante americano Jason Richardson corre addirittura in 13"19 con -0,2, ma qualificazione anche per il giamaicano Dwight Thomas (13"31). Naturalmente non poteva mancare David Oliver: 13"27 e vittoria della terza batteria. Nell'ultima, altri due predestinati alla finalissima: Aries Merritt e Dayron Robles: 13"36 e 13"42 facile facile. Proprio in questa ultima batteria era presente Emanuele Abate, che si è comportato decisamente bene, nonostante l'immediata uscita: 13"63, ovvero vicinissimo ai suoi migliori risultati annuali. 8 le partecipazioni italiane sui 110hs ai mondiali: 2 di Giaconi, poi Bertocchi, Tozzi, Fontecchio, Frigerio, Pizzoli e Abate. Il migliore è stato sicuramente Andrea Giaconi, che nelle due situazioni in cui fu convocato (a Siviglia '99 e Parigi '03) riuscì a passare il primo turno. Ma allora i turni erano 4. Tant'è che Abate, tra le 10 totali prove corse dagli azzurri ai mondiali di atletica, con 13"63 ha stabilito la seconda prestazione di sempre dopo il 13"61 di Giaconi nei quarti di Siviglia. 

Nelle qualificazioni del lancio del peso femminile, nessuna novità se non fosse stato per la presenza di Chiara Rosa. Ebbene, prima delle atlete non qualificate per la finale con 18,28, ad una quarantina di centimetri dal 18,67 che dava l'accesso all'ultimo atto dei mondiali. Col solo fatto di partecipare la Rosa ottiene la 4^ presenza ad un mondiale nel lancio del peso femminile, staccando Assunta Legnante e Mara Rosolen, ferme a tre. Su 13 partecipazioni, solo 3 volte un'italiana ha raggiunto la finale. La già citata Legnante due volte (Parigi 2003 ed Helsinki 2005) e Chiara Rosa ad Osaka 2007. Migliori posizioni i due ottavi posti di Legnante e Rosa. Il 18,28 è la terza prestazione di un'italiana ad un mondiale. Ad Osaka la Rosa aveva lanciato 18,77, miglior prestazione. Purtroppo a livello internazionale bisogna superare la fettuccia dei 19 metri. 

Primo turno anche dei 1500 femminili, dove si segnala come nella terza serie praticamente tutte le atlete hanno acceduto alla semifinale: 11 su 12. Il problema generale dei mondiali di Daegu sembra comunque questo: semifinali cui accedono troppi atleti, dopo un primo turno molto più abbordabile di quanto si era abituati nel passato. Questo aumenta la variabilità dei risultati delle semifinali, dando la possibilità anche atleti meno talentuosi di accedere alle finali. Sui 1500 si passava in semifinale con 4'14"45, ovvero un tempo non certo impossibile. Si guardino le semifinali degli 800 maschili. Comunque: dalle semifinali si vedranno le vere potenzialità delle vere pretendenti al titolo.

Batterie dei 400 maschili, e dopo oltre un anno si vede qualcuno che scende sotto i 44"5. Chi è? Ancora LeShawn Merrit, tornato giusto ieri dalla squalifica di due anni per doping e che evidentemente, essendosi fatto i conti in tasca, si era allenato con dovizia di particolari proprio per quell'evento. Brutto fare dietrologia, ma un massaggiatore un giorno mi ha detto: sai qual'è la cosa bella di quando sei squalificato per doping in attesa di ritornare? Che nessuno ti fa più controlli... tanto sei ufficialmente dopato. E allora 44"35 e a questo punto la predica al deserto. Chi lo può battere? Nella sua scia Kevin Borlee piazza un sontuoso 44"77, e diventa elegibile per le medaglie. Si rivede anche il granadino Rondell Bartholomew, vincitore della prima serie in 44"82. Vi ricordate di lui, no? Ad inizio stagione piazzò un 44"65 che rimase miglior tempo dell'anno praticamente per tutta la stagione. Lui in realtà poi si eclissò, tornando a veleggiare sopra i 45". 44"84 per Renny Quow, e più moderata vittoria in 45"12 per Kirani James, quello che potrebbe essere il vero antagonista di Merritt. Oscar Pistorius sigla 45"39 ed è in finale pure facilmente, e... che dire: a questo punto si gioca pure l'ingresso in finale. Nelle semifinali vedremo finalmente i valori in campo. Tempo di ripescaggio? 46"10. Come si diceva prima: molto più spazio nelle semifinali ad atleti medi.

Secondo turno dei 100 femminili. Ovvero il primo turno delle big. Devo ancora criticare le tre semifinali, o lo diamo per scontato? Di fatto quello che erano una volta i quarti di finali, si sono trasformati in un qualche cosa di meno impegnativo di un quarto di un tempo, mentre le semifinali diventano più impegnative. A discapito della finale. Quindi questi quarti dei 100 femminili, sembrano ancora davvero poca cosa per poter dire qualche cosa di importante. Si è vista comunque un'ottima Ivet Lalova (11"10 con 1,0). 11"34 per poter accedere alle semifinali. 

Nel decathlon, dopo quanto avevo scritto della prima giornata, si conferma l'andamento in negativo di Ashton Eaton e invece, quello in positivo di Trey Hardee. Eaton si era cimentato in una serie di gare due settimane fa, facendo scalpore e correndo e saltando forse come nessun decathleta si era mai visto fare. Forse lì aveva raggiunto il picco di forma, ed ecco che proprio a due settimane di distanza, molte prestazioni non all'altezza della sua forza. 13"85 sui 110hs, laddove era stato capace di correre sotto i 13"5 in stagione. E Hardee ne approfitta: 13"97 e soli 16 punti di differenza da Eaton. Ma qui i punti di differenza dovevano essere almeno 50. Invece dopo 6 gare il gap a favore di Eaton è di soli 69 punti. Nel disco avviene il terremoto: Hardee cannoneggia a quasi 50 metri contro i 46 dell'avversario, e avviene il sorpasso: + 8 per Hardee. La parabola discendente di Eaton poi tocca il fondo con l'asta: solo 4,60 conto il 4,80 di Trey. Ma da dietro rimonta forte il cubano Suarez, che arriva a 180 punti da Eaton. Ormai Eaton deve solo difendersi...