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28/09/13

Provocazione: e se la smettessimo di parlare di doping a scuola?

Tanto? Quante volte se n'è parlato nelle scuole... davvero? Vogliamo prenderci in giro? Quasi mai direi. Ma poi quali scuole? In quali gradi? In che modo lo si affronterebbe il problema del doping? E i ragazzi, lo recepirebbero questo problema? Invariabilmente, da qualunque discussione, articolo, opinione, in cui si parla di doping esce come unica soluzione affrontabile per sconfiggere la piaga del doping nella società, quella di andare nelle scuole e diffondere questi principi contrari all'uso di sostanze dopanti. Mi posso permettere di dire una cosa, che come al solito risulterà scomoda? Basta con questa baggianata della scuola come panacea di tutti i mali!

Appellarsi alla scuola, si è capito, è il modo di uscire da una discussione con le mani pulite, la coscienza a posto, la soluzione cui nessuno dice di no e con la classica proposta cui tutti assentono senza batter ciglio: tanto poi nessuno materialmente farà nulla con le scuole, si sa. Tanto nessuno andrà nei Ministeri o nei Provveditorati a dire: ehi, bisogna parlare di doping! Ma poi chi dovrebbe parlarne? I professori di educazione fisica? I professori di filosofia? Quelli di analisi? Di Sociologia? E' molto poco prosaicamente la classica non-soluzione all'italiana, la procrastinazione del problema, assolutamente impossibile da diffondere capillarmente e da applicare al nostro sistema scolastico costruttivamente, ma che lo stesso rappresenta in tutti i commenti la panacea a tutti i problemi italiani.

La scuola: quella stessa scuola per la quale i genitori devono comprarsi gli arredi per garantire ai figli un minimo di ambientazione, dove i docenti non hanno una formazione specifica sul doping? (ma vi rendete conto? Chi sa di doping tanto da doversene fare docente?). C'è un problema? Basta andare nelle scuole, no? Ci sono talmente tanti problemi da risolvere attraverso la scuola, che servirebbero probabilmente 24 ore al giorno intensive di lezione per i poveri studenti per capire in che razza di mondo stanno vivendo. Quindi, capite subito come quando qualcuno dice che il problema si risolve a scuola, secondo me, lui per primo sta sottovalutando il problema e non sa come risolverlo... o comunque, risulterebbe una soluzione nel lunghissimo periodo (pensate che razza di operazione capillare, profonda, duratura, onerosa, dovrebbe essere...), senza sapere tra l'altro se avrà mai successo. 

Prendete la piaga della mafia in Sicilia. Come si risolve il problema della criminalità mafiosa? Risposta del 99% di coloro che si esprimono sulla cosa: con la scuola. Ah sì? Ma come? Dicendo cosa? Sapete invece secondo me come si risolve il problema della Mafia, della Camorra e di tutte le criminalità organizzate? Con il lavoro. Date un posto di lavoro a tutti i disoccupati in Sicilia (la manovalanza della criminalità) e vedrete come la Mafia inizierà a perdere il suo potere contrattuale in pochissimo tempo con chi non ha nulla e deve cercarselo in tutti i modi. Anche la quotidiana sopravvivenza. Poi se vogliamo, andiamo nelle scuole a spiegare perchè la Mafia non riesce ad attecchire con chi ha la possibilità di vivere un'esistenza tranquilla. Una realtà concettuale, non sarà mai così aderente come quella fattuale. Soprattutto con i ragazzi. 

Come per il doping. Dire che il doping è sbagliato è una cosa universalmente condivisa. Lo sanno tutti ed è inutile dirlo: è forse il modo di dirlo in una scuola che lo rende più pregnante e convincente? No. I ragazzi sono attirati da milioni di attrattive, e quella del doping sarebbe l'ennesima materia senza significato per la stragrande maggioranza di loro.

Ma allora come si combatte il doping? Penso che il doping esisterà sempre. Perchè? Perchè fa parte dell'indole dell'uomo cercare di avvantaggiarsi sugli altri uomini in tutti i modi. Nello sport, poi, dove la competizione tra uomini raggiunge il massimo della conflittualità (solo dopo la guerra), perchè pensare che ci si trasformi tutti da homo hominis lupus ad agnellus rispettando le regole? E' impossibile: possiamo stare tutto il giorno, tutti i giorni in una scuola, ma la necessità di prevalere gli uni sugli altri emergerà sempre in qualche modo ed in qualcuno, tanto da portarlo a violare le regole. La scuola, nonostante vi siano passati tutti, non ha mai eliso la commissione dei reati in una società, quindi come si può pensare che ci riesca a tabula-rasa nel doping? Fantascienza.

Ho cercato di arrivare ad un piano più profondo e non so se ci sono arrivato: ho però questa idea che vi espongo. Il vero senso della scuola, non è quanto trasmette in termini di nozioni (almeno, non quella dell'obbligo), quanto la socializzazione alle norme (intesa come imparare le regole tacite della società) da parte degli studenti. Al rispetto dell'autorità (il professore), delle gerarchie. La scuola è la forma palese in cui la società insegna ai propri aderenti come viverla in maniera fattiva e funzionale. La lotta al doping quindi non la si insegna nelle scuole sostenendo l'ovvietà che il doping è una pratica vietata, quanto molto più semplicemente facendo capire che bisogna rispettare l'autorità e le regole. Il rispetto delle regole aiuta alla lotta al doping (così come per tutto il resto di devianze sociali) non il sostenere che il doping fa male.

Mia madre ha insegnato per oltre 35 anni; mia sorella lo fa da oltre 10. Ebbene, quando sento parlare delle loro esperienze quotidiane scolastiche, il minimo comune denominatore che emerge in maniera netta, è il progressivo sfaldamento dell'autorità dell'insegnante. L'insegnante è diventato quasi un collaboratore alla pari con gli studenti, uno cui si può ribattere tranquillamente, contestare, insultare, denigrare, diffamare. Nemmeno tanto tempo fa, nell'esistenza di ognuno di noi, vi erano invece più figure autoritarie nel succedersi della vita (il maestro, il professore, l'allenatore, il prete...) che affermavano continuamente la necessità del rispetto di piccole grandi regole, tacitamente o palesemente. Una società in cui non si rispettano le regole, è una società in cui si assiste a tutte le derive possibili ed immaginabili. Il mancato rispetto delle regole, porta alla conflittualità tra i cittadini tradendo il patto sociale che sta alla base del reciproco rispetto.

Questa riflessione mi è scaturita ascoltando Alessandro Donati l'altra sera ad Assago, nell'incontro organizzato dall'amico Marco La Rosa. Il passaggio per me illuminante è stato quello in cui Donati ha tratteggiato uno spaccato del mondo sportivo che si è svegliato un bel giorno col tempio inaccessibile di convinzioni violato dalla magistratura. La legge penale, e non quella sportiva e le organizzazioni che ne fanno parte, è riuscita a scardinare il portone omertoso e connivenziale del mondo del doping. La legge penale (almeno, quella italiana...) non si ferma al consumatore, al drogato, ma cerca anche gli spacciatori (i dopatori), gli organizzatori, le reti malavitose: com'è giusto che sia in una società che vuole debellare una piaga sociale! Questa è l'unica soluzione. La repressione di tutta la rete! Pensate che la legge penale in Italia è talmente evoluta da punire anche chi "assume", fattispecie che non è invece prevista dalla normativa per gli stupefacenti, per cui i consumatori al massimo incorrono in sanzioni amministrative e solo se trovati in possesso di piccoli quantitativi di droga sufficiente a scagionarli dalla possibile cessione. Il consumo di fatto non è punito, ma tutto quello che c'è prima sì.

Come dice Donati: il mondo (di connivenze) dello sport invece ci ha fregato tutti: l'unico colpevole universalmente riconosciuto rimane quel povero pirla dell'atleta, solo nella sua stupidità, apparentemente autonomo in tutto: dall'acquisto delle sostanze dopanti, ai fantasiosi suppellettili per occultarle, ai fantasmagorici viaggi per acquistarla, ai metodi naif di conservarli ed inocularli (servirebbero equipe mediche, ma loro ci riescono da soli: campioni in medicina). Piccoli chimici crescono... e noi chiaramente siamo tentati a crederci. Cazzate. Il doping è necessariamente una rete, una ragnatela di persone che punta ad un profitto (da una parte sportivo, dall'altra economico e per qualcuno politico), che va sconfitta con un'azione repressiva che deve essere edulcorata dal sistema sportivo (come sostiene Donati). Io ci vedrei bene un pool di Carabinieri o di poliziotti, specializzati, attinti dalle risorse umane derivanti da ruoli tecnici già previsti nelle forze dell'ordine (come tecnici di laboratorio e chimici) che operino solo in ragione di un obiettivo super-specialistico e che oggi è una piaga sociale con un arcobaleno di ripercussioni negative sulla società. Gli organismi di natura elettiva, politica, rappresentativa, sportiva, si è capito abbastanza chiaramente, sono troppo tentati a chiudere un paio di occhi a testa alla volta sulle pratiche poco ortodosse dei propri adepti... E se lo lascia intendere Donati, io gli credo. Voi no?

07/03/13

Da "Campioni Senza Valore" di Sandro Donati: il caso Ben Jonhson

L'estratto che sto per pubblicare fa parte di un testo che gira ormai in rete da anni e lo si può trovare anche in formato pdf ovunque. Basta cercare in google. Lo stesso, prima di pubblicare qualunque cosa sul mio sito ho chiesto tramite interposta persona al Professor Sandro Donati la possibilità di mostrare alcuni brani del libro, che forse per troppo tempo sono stati taciuti. Il libro, Campioni senza valore, fu pubblicato 24 anni fa, nel 1989 e, nonostante i contenuti esplosivi e il fatto che gettasse un'ombra terribile su tutta l'atletica italiana degli anni '80, non partorì (stando alle parole dello stesso Sandro Donati) alcuna querela nei suoi confronti. Ma non partorì nemmeno una reazione "politica" di "pulizia" che permettesse un ricambio completo e generalizzato dei personaggi che popolarono l'atletica italiana di quel tempo. Semplicemente tutto si chetò e oggi molte di quelle persone, al di là delle condanne di natura disciplinare o penale che non vi sono mai state, è giusto dirlo, rimangono in questo mondo sportivo nonostante le macchie indelebili sulla propria coscienza e le ferite mortali arrecate al "nostro" sport. La forza di Donati, che con quel testo andava a rovesciare il vaso di Pandora dell'eldorado dell'atletica italiana degli anni '80, fu quella di approntare un lavoro sotto molteplici aspetti "probatorio", verificando le proprie asserzioni una ad una, senza lasciare quindi il fianco scoperto a qualunque attacco. Non so il motivo per il quale il libro poi sparì dalle librerie, ma quelle conoscenze si persero lasciando furoreggiare persone che probabilmente avrebbero potuto liberamente continuare la loro esistenza in altri ambiti della vita. Qui sotto un pezzo relativo al caso di doping di Ben Johnson a Seul '88, giusto per iniziare a preparare i colpi più duri. Molto di quanto è presente su questo testo con l'evoluzione odierna di quelle vicende, ricordo, è contenuto nel "seguito" pubblicato recentemente "Lo sport del doping" che potete trovare in ogni libreria.

Re Johnson spodestato dal doping

Sabato 24 settembre 1988, dopo alcuni turni eliminatori alquanto incolori, Ben Johnson esplose nella finale dei 100 metri. Carl Lewis, Linford Christie e Calvin Smith, cioè il gotha della velocità mondiale, furono battuti, quasi umiliati. Johnson uscì dai blocchi con la prontezza e la potenza spaventosa di cui era accreditato, ma questa volta conservò integralmente l'abissale vantaggio nella seconda parte della gara. 9"79, vale a dire il nuovo record mondiale, valsero all'impresa i toni della leggenda. Ventiquattro ore dopo, il suo medico, consigliere ed amico Jamie Astaphan spiegò ai giornalisti di tutto il mondo come fosse riuscito a fare di Johnson un imbattibile superman: «Ho seguito quasi più lui dei miei figli... Quando la madre me l'ha portato a quattordici anni, era magro come questo dito... Ben è il primo uomo bionico... L'abbiamo costruito pezzo per pezzo, rendendo potente ogni sua fibra muscolare. Ho speso tanto tempo con Charlie Francis [l'allenatore] per arrivare a questo punto. Adesso mi sento come svuotato, esausto...» Johnson, al contrario, era diventato sempre più pieno e vigoroso.

Il dottor Astaphan parlò, in quella occasione, di una parte soltanto delle sue fatiche «scientifiche». Non fece infatti alcun accenno alle contemporanee costruzioni, pezzo per pezzo come un meccano, della velocista Angella Issajenko, dell'altro sprinter Desai Williams e dell'ostacolista Mark Me Koy. Per modestia, probabilmente. Erano passate poche ore dalle dichiarazioni di Astaphan quando, dal laboratorio antidoping, filtrarono le prime voci relative a Johnson che furono raccolte da un'agenzia di stampa francese: «Le urine dell'atleta canadese conterrebbero tracce di uno steroide anabolizzante del tipo stanozolol che figura nella lista dei prodotti proibiti.» L'Olimpiade ne fu sconvolta. Le voci divennero in poche ore una serie di spietate conferme: squalifica del velocista, annullamento del record mondiale appena conseguito e revoca della medaglia d'oro dei 100 metri. La decisione fu presa all'unanimità dai membri del ciò. L'Olimpiade di Seul divenne l'Olimpiade del doping, o meglio, l'Olimpiade della lotta al doping. Una lotta ingaggiata, per la verità, senza esclusione di colpi, solo contro gli sconosciuti e poco sponsorizzati campioni del sollevamento pesi e soffocata, invece, da forze superiori nei confronti dei divi dell'atletica.

Alle spalle di Johnson, fu trovato prima positivo e poi un po' positivo e un po' negativo, Linford Christie, medaglia di bronzo e neoprimatista d'Europa. Alla fine se la cavò con un'ininfluente tirata d'orecchi. Della soave Florence Griffith non ci si limitò a descrivere la corsa travolgente, le lacrime e i sorrisi. Ai suoi sistemi «integrati» accennarono variamente alcune sue avversarie, come ad esempio Evelyn Ashford, ed alcuni atleti di specialità diverse, come il campione olimpico degli 800 metri a Los Angeles Joachim Cruz. Delle strane fattezze di Florence Griffìth scrisse persino Giorgio Bocca sulla prima pagina di «Repubblica». Tecnici qualificati, come Vittori, sottolinearono l'inverosimiglianza di una carriera consumata interamente ai margini dell'eccellenza e poi improvvisamente proiettatasi, una volta oltrepassata la soglia, non più verdissima, dei ventinove anni, oltre l'orbita del genere femminile. Florence Griffìth, a dispetto delle impressionanti fasce muscolari accumulate in un solo anno, uscì indenne dall'antidoping coreano. Un asso del decathlon, il tedesco dell'Ovest Jurgen Hingsen, si fece estromettere fin dalla prima gara, i 100 metri, per false partenze (tre nel dectathlon). Qualcun altro imboccò anzitempo la via di casa, rinunciando a gareggiare. In questo modo l'atletica poté limitare i danni, in verità già disastrosi per effetto dell'unica positività punita, quella di Johnson.

Le caratteristiche della positività di Johnson a Seul consentirono agli esperti di affermare che l'assunzione di anabolizzanti era avvenuta in un arco di tempo piuttosto esteso. Si sospettò immediatamente sulla efficacia del controllo antidoping a cui era stato sottoposto Johnson, poco più di un mese prima, in occasione del meeting internazionale di Zurigo. Lo staff di Johnson cercò di accreditare la tesi di una macchinazione ordita dalla mano sconosciuta che aveva premurosamente offerto una bevanda al campione prima della gara. L'aneddoto della bibita drogata era stato recitato, negli anni settanta, un'infinità di volte dai faticatori della bicicletta, lungo le strade infuocate del Tour de France o del Giro d'Italia. Ogni volta che erano incappati nell'antidoping, si erano aggrappati al salvagente di una borraccia galeotta, offerta da uno sconosciuto lungo i tornanti del Tourmalet o dello Stelvio, proprio quando più acute erano la fatica e la sete. La storia della borraccia, riferita al clan presuntuoso e superefficiente che circondava Johnson, apparve goffa.

Quattro mesi dopo, in un Canada scosso dalla disavventura coreana di Johnson, il governo deciderà di fare chiarezza ed aprirà una indagine. Ma già nel paese erano circolate nuove circostanziate accuse su Johnson e sul suo clan. La fonte dei definitivi elementi di accusa fu il cuore dello stesso staff di Johnson: il suo allenatore Francis e la sua compagna di allenamento e di iniezioni Angella Issajenko. Francis, chiamato a deporre dalla commissione di indagine parlamentare, si trovò nell'impossibilità di continuare a negare e scelse di vuotare il sacco: illuminò un angolo del doping, quello abitato per anni dagli sprinter canadesi. Per chi, come me, ha frequentato a lungo l'ambiente dell'atletica internazionale, l'angolo messo a soqquadro fu solo una parte, scontata ed infinitesimale, dell'universo del doping sportivo, ma per i non addetti ai lavori le rivelazioni furono sconvolgenti.

Francis, incalzato da circostanze obiettive come le tracce di stanozolol riscontrate a Seul sul suo «fenomeno», le rivelazioni di Angella Issajenko, la fuga precipitosa di altri atleti del suo gruppo, le accuse di medici e tecnici canadesi, si arrese o, forse, cinicamente pensò che non fosse più conveniente negare. Giorno dopo giorno, le sue deposizioni riempirono le pagine dei verbali della commissione d'indagine e i taccuini dei giornalisti di tutto il mondo. Francis rivelò che Johnson si era drogato fin dall'inizio della sua carriera. Che lui stesso lo aveva drogato. Ricostruì l'evoluzione delle terapie, a base di steroidi anabolizzanti e di ormone somatotropo, da una prima fase artigianale e quasi familiare, a quella «scientifica» del dottor Astaphan. Ben Johnson, imparando progressivamente a destreggiarsi fra ormoni, farmaci di copertura, curve di scomparsa dalle urine e antidoping compiacenti, aveva potuto sfrecciare trionfalmente sulle piste di tutto il mondo nelle più importanti manifestazioni internazionali. Era drogato anche in occasione dei campionati del Mondo di Roma. I 9"83, impiegati dal giamaicano-canadese nello stadio Olimpico di Roma, erano stati il frutto non di una pista più corta o di un trucco nel cronometraggio elettronico, come pure aveva sospettato qualcuno, ma degli steroidi anabolizzanti. È mia convinzione che il valore reale di Johnson, senza doping, sia calcolabile intorno ai 10"20. Le rivelazioni di Francis non mi sorpresero minimamente. Era tutto quello che mi aveva confidato Pierfrancesco Pavoni un anno prima.

Francis dichiarò, fra l'altro, che al largo di Seul i sovietici avevano ormeggiato una nave appositamente attrezzata per effettuare controlli antidoping preventivi sui propri atleti e verificare, minuto per minuto, che il mascheramento delle positività non mostrasse crepe. Per gli atleti trovati positivi dal laboratorio navigante, erano state prefabbricate la diagnosi e la prognosi sufficienti a far loro disertare le gare olimpiche. La rivelazione di Francis fu interpretata da qualcuno come il tentativo di colpire alla cieca nel mucchio, per screditare l'intero sistema e riuscire così a mimetizzare le proprie responsabilità, ma anche questa affermazione sarebbe poi stata clamorosamente confermata direttamente dall'URSS. La rivista giovanile sovietica «Smena» avrebbe infatti rivelato che la nave Mikhail Sholokhov era rimasta ormeggiata al largo di Seul per tutta la durata dei Giochi. Attrezzata non per lo spionaggio, ma con un laboratorio antidoping da due milioni e mezzo di dollari: «Sveliamo tutto questo per dare un contributo alla denuncia ed alla soluzione del problema doping; abbiamo raggirato il controllo antidoping di Seul.» Un altro angolo della caverna, sensibilmente più grande di quello canadese, era stato inquadrato, seppure solo di sfuggita. Vi si intravedevano donne mascolinizzate e rese sterili dai trattamenti ormonali, uomini divenuti impotenti o colpiti da gravi patologie al rene e alla prostata, atleti costretti a drogarsi per non essere estromessi dalla squadra nazionale. Tanti altri angoli della caverna restavano ancora nascosti nel buio. Eppure Kerr a Los Angeles aveva fornito la chiave e gli strumenti per esplorare l'antro. Eppure David Jenkins, che con gli sferoidi anabolizzanti si era arricchito e si era autodefinito, al cospetto di un tribunale statunitense, un criminale, aveva chiaramente detto che i due terzi dei campioni di atletica leggera presenti a Seul erano drogati. Eppure il dottor Astaphan aveva affermato che lontano dal doping a Seul erano rimasti solo i rappresentanti di qualche sperduto paesino del terzo mondo. Da anni, chi avesse voluto, avrebbe potuto aprire la caverna del doping nella sua estensione mondiale. Ma chi ne aveva interesse? Non certo i dirigenti della federazione mondiale di atletica, dediti in quegli stessi anni a montare un'impalcatura, via via più complessa, di sponsorizzazioni, diritti televisivi, relazioni diplomatiche, fondazioni fantomatiche e di comodo. La soluzione poteva arrivare da fuori delle organizzazioni sportive, dalla società civile: dalle indagini governative, dalle leggi speciali, dagli organismi sanitari extrasportivi nazionali ed internazionali, dal sistema educativo scolastico, dai politici e dagli intellettuali, nell'eventualità che questi ultimi si fossero accorti che lo sport è un fenomeno sociale e non solo il grande baraccone dove la domenica si esibiscono i moderni gladiatori.

Per tornare a Johnson, Francis ha dichiarato: «Non utilizzavamo più lo stanozolol da molto tempo, lo avevamo sostituito con altri tipi di steroidi anabolizzanti, per cui non capisco come Ben possa essere risultato positivo al controllo per questa sostanza.» Una volta rotti gli argini della confessione, Francis non aveva alcun interesse a mentire su questo punto specifico. Due ipotesi possono spiegare il mistero. La prima è che Johnson, accuratamente «svuotato» di qualsiasi traccia di steroidi, sia rimasto effettivamente vittima dell'iniziativa dolosa di qualcuno che voleva incastrarlo. L'altra ipotesi, più banale, è che i «movimenti» farmacologici intorno a Ben Johnson fossero divenuti così vorticosi e incrociati da sfuggire al controllo dello stesso Francis. Il prescrittore e l'iniettore di steroidi erano stati una volta Francis, una volta Astaphan, una volta Matuszewski; e in qualche sporadica occasione Johnson aveva accettato i consigli di personaggi estranei al suo staff. Verosimilmente, quindi, Johnson scontò a Seul le difficoltà che Astaphan progressivamente incontrava nella sua attività di coordinatore farmacologico. L'organico dell'equipe sanitaria era diventato estremamente flessibile. Qualcuno, che si era infiltrato approfittando della confusione dei ruoli, avrebbe potuto provocare, deliberatamente o accidentalmente, la positività di Johnson. Per una coincidenza che potrebbe non essere fortuita, Astaphan si era formato professionalmente alla scuola bulgara, che si era trovata particolarmente a mal partito con i sistemi antidoping attuati a Seul. Per una volta, i maghi del doping sarebbero stati anticipati dai controllori. Qualunque delle ipotesi dovesse risultare veritiera, è certo che si trattò di un incidente di percorso assolutamente casuale, in alcun modo collegabile a un piano coordinato di lotta al doping che avrebbe presupposto l'organizzazione di un sistema di controlli, incrociati e a sorpresa, da attuare nei periodi più sospettabili dell'anno.

31/01/13

L'intervista di Andrea Giannini a Sandro Donati... con citazione!

Mi piacerebbe davvero dire che era un nostro inviato, ma chiaramente non è così. Non abbiamo per il momento le capacità di mettere nessuno al nostro soldo, fra l'altro un free lance del genere. Comunque sia, il bravissimo Andrea Giannini ha confezionato una bellissima intervista a Sandro Donati, autore del libro "Lo Sport del Doping", nel backstage della presentazione del libro a Milano. Ascoltatela attentamente, perchè le idee di Donati sono molto chiare: vi segnalo, nel piccolo, alcune domande fatte da Andrea sono molto intriganti. Al quesito se diventasse Presidente della Fidal, Donati... non ha detto di "no" (sarebbe per me il massimo auspicabile per la guida della nostra atletica) e, anzi, ha avanzato delle ipotesi di sviluppo di un'atletica diversa, dei modelli che siano vincenti e d'esempio a livello europeo. "Dobbiamo crearci un'altra scala di valori... Trasparenza e credibilità assoluta". Una sfida da lanciare a livello internazionale. Alla domanda su cosa sarebbe stata l'Italia atletica degli anni '90 senza emotrasfusione, ecco... "l'atletica italiana sarebbe stata un'atletica con moooooolti meno risultati di vertice". Vi lascio comunque all'intervista integrale, che troverete anche sul sito www.andreagiannini.it dalla quale l'ho recuperata. Grande Andrea!

04/10/10

La crema delle parti intime di Belen è doping: e noi tutti c'abbiamo scritto Giocondor...

In attesa del reportage dei c.d.s. di Cagliari (uscirà nei prossimi giorni), vi lascio in compagnia del Duca e della sua denuncia, che diventerà presto quella del nostro sito.

L'angolo del Duca: e noi tutti c'abbiamo scritto Giocondor!

Mi perdoneranno i più giovani, ma da anziano atleta quale sono ho spesso reminiscenze di vecchi spot degli anni 60 e, leggendo quanto poi sotto riportato, mi è venuto in mente “Giocondor” un mitico cartone animato di un Carosello fatto per una nota azienda alimentare. Il corvaccio diceva sempre una frase “ecchè ciò scritto Giocondor” che , in estrema sintesi, voleva significare: "ma che mi hai preso per scemo…?". Una simpatica vignetta e un’espressione ormai da decenni nel linguaggio comune, per introdurre ancora una volta l’argomento DOPING. Il Doping nello sport è un problema gravissimo che, a mio avviso, è assolutamente sottovalutato per tantissimi motivi, il più evidente dei quali l’esigenza smodata di spettacolarizzare sempre di più il gesto atletico oltre gli estremi limiti fisiologici. Ho spesso parlato delle motivazioni che spingono un atleta professionista ad aiutarsi con sostanze chimiche cercando di dare, pur disapprovando nella maniera più assoluta, un senso dettato da esigenze monetarie.
Ma il fenomeno ancor più inquietante è quello del doping a livello amatoriale: il prof Sandro Donati, paladino praticamente sconosciuto, perché quasi mai citato dai media, della lotta al doping in Italia e nel mondo, ha dichiarato, tramite l’Associazione Sport di Libera, che è stato stimato come, solo in Italia, circa 500.000 sportivi non per professione abbiano assunto sostanze dopanti almeno una volta in un anno. (rif. 2008).
E’ un dato impressionante. Anche se si parla ovviamente di qualsiasi tipo di attività fisica svolta a livello amatoriale (dalla palestra al volano), quante persone su un universo di 60 milioni di abitanti praticano uno sport? Vogliamo esagerare, 5 milioni… il 10%, ma se anche fossero 10 milioni, parleremmo comunque di un 5% di una intera popolazione che assume sostanze dannose per la propria salute, solo per praticare un’attività sportiva che, di per se, dovrebbe essere praticata proprio per stare bene di salute. 
Un assurdo nell’assurdo.
E attenzione, quando si parla di attività amatoriale, si deve chiaramente comprendere tutto l’ambito delle categorie preprofessionistiche, gli adolescenti per intendersi, che molto spesso, in maniera totalmente inconsapevole, vengono costrette ad usare determinate sostanze con la prospettiva di non poter progredire nel proprio ambito sportivo. E’ un problema gravissimo e come si fanno campagne istituzionali contro le droghe, il fumo, l’alcol, la guida spericolata, l’aids, allora bisogna farle anche contro il doping nello sport a tutti i livelli.
Il doping è una piaga sociale, identica a quelle appene citate e in quanto tale va evidenziata e combattuta con la prevenzione, raccontando la verità in merito e non avendo paura a dichiarare che: IL DOPING UCCIDE.
Noi di Webatletica, nel nostro piccolissimo ambito, daremo il buon esempio e cominceremo, in un prossimo futuro, a creare delle nostre campagne preventive per ricordare quanto appena detto. E giusto per stemperare appena la crudezza di quanto appena scritto divertiamoci con alcune delle giustificazioni più banali da parte di chi era stato beccato e che sono state riportate qualche giorno fa da Tgcom. E’ solo un piccolissimo campionario; di scuse ridicole e patetiche ne abbiamo sentite di ogni tipo e saremmo ben felici se voleste segnalarci quelle che più vi hanno colpito e maggiormente indignato.

Doping, le scuse degli sportivi - Ciclisti e calciatori i più fantasiosi (Tgcom del 01/10/2010)

"Ho mangiato troppa carne", questa è stata la fantasiosa risposta di Alberto Contador, il ciclista spagnolo reputato il migliore al mondo, all'Unione Ciclistica Internazionale che aveva annunciato la sua positività ad un test antidoping, parlando di una "piccola concentrazione di clenbuterolo"(sostanza utilizzata per accelerare crescita nelle bestie da macello). Ma Contador non è l'unico a possedere una fertile creatività nel mondo dello sport...

A reputare "assai improbabile", infatti, la spiegazione di Contador ci pensa Andrew Franklyn Miller, medico dello sport presso il Centre for Human Performance di Londra e responsabile dello staff sanitario della nazionale britannica di canottaggio, che ha commentato la difesa del ciclista affermando: "I quantitativi di clenbuterolo trasmessi nell'organismo umano attraverso carne contaminata sono incredibilmente contenuti, a meno che non si consumino enormi quantitativi di carne": "E' assai improbabile", ha aggiunto Miller, "che alla vigilia di una tappa di montagna qualcuno consumi tre o quattro bistecche".

Ma non c'è fine all'invenzione dell'intelletto umano, alcune storie sono così paradossali che sembrerebbero, lasciatecelo dire, inventate. Storica, ad esempio, la giustificazione del romeno Adrian Mutu, positivo alla cocaina ai tempi del Chelsea, disse di averla presa ''per migliorare le prestazioni sessuali''. Aveva infatti conosciuto una connazionale pornostar e voleva essere all'altezza.

La madre di tutte le positività nel calcio italiano fu, nel settembre del 1990, quella al Lipopill di Angelo Peruzzi ed Andrea Carnevale della Roma. ''Il Lipopill ce l'ha dato mia madre per smaltire una cena troppo generosa cucinata da lei dopo la gara con il Benfica'', raccontò il portiere. Vennero squalificati per un anno.

Numerosi i casi di positività anche al nandrolone, spesso cancellati a colpi di spugna, ovvero sentenze con pene non superiori ai 4 mesi. Christian Bucchi e Salvatore Monaco del Perugia dissero di aver ''fatto una abbondante grigliata di carne di cinghiale, che ci ha fatto venire fuori valori sballati''.

Per Fernando Couto, portoghese del Parma, fu invece ''tutta colpa di quello shampoo che conteneva nandrolone. E con la chioma che ho, io devo usarne molto''.

Famoso infine il caso di Marco Borriello, sospeso tre mesi per positività a prednisone e prednisolone (metaboliti del cortisone) dopo un Milan-Roma (allora il centravanti giocava nel Milan). La corte fu clemente perché tenne conto della spiegazione fornita dalla fidanzata del calciatore, Belen Rodriguez. ''Dopo un rapporto sessuale non protetto - spiegò la pin-up argentina - Marco s'è preso la mia stessa infezione vaginale e senza pensarci gli ho consigliato di usare la crema al cortisone che il mio medico mi aveva prescritto''. (Fonte TgCom 1 ottobre 2010)