17/02/13

P!nk Bruni, record al primo TRY: 4,60... 3 cm dal mondiale junior

R. Bruni - foto G. Colombo/Fidal
Quando guardo Roberta Bruni, mi viene in mente la cantante P!nk nel suo video celeberrimo "Try" (qui potete vederlo se ve lo foste dimenticato). Cambia solo il colore dei capelli. Del resto entrambe vengono dalla ginnastica, no? Non me ne vogliano gli altri, ma è la mia atleta preferita in questo momento. E allora diciamocelo: la più grande gara di asta femminile della storia della specialità, visto che lassù non ci è salita solo la Bruni, ma ha avuto una compagna di viaggio ritrovata, ovvero Roberta Benecchi, l'Araba Fenice, esplosa un paio di stagioni fa, caduta nell'oblio dei 4 metri, e poi tornata laddove la sua strada si era interrotta, a 4,40. Ma anche la terza, Sonia Malavisi, junior da 4,20: probabilmente prima dell'avvento di P!nk Vault si sarebbe gridato al miracolo anche per lei. Roberta Bruni irride davvero la storia della specialità con la facilità della predestinata. 4,50 alla prima, 4,60 alla prima. Si impazzisce a cercare che razza di record sta stabilendo. Record italiano junior? No! Record italiano assoluto? Mah, forse. Record mondiale junior? Bastaaa!! Non si capiva più nulla e quella ragazzina continuava a saltare ejettata da una catapulta creatasi dallo iato tra le sue braccia e la fibra di carbonio. 4,60 il signo. In hoc signo vinces? Bè, già a 4,50 la gara era vinta, ma che brava la Benecchi che non ha voluto aspettare a guardare la gara dalle panche a bordo pedana e sgranchirsi con qualche salto in più. Mai nessuna italiana era arrivata così in alto (a 4,40) arrivando dietro... ad un'altra italiana! Fino a oggi il miglior risultato per una seconda italiana era stato un 4,33 in una gara a Vienna in cui la Scarpellini e la Giordano Bruno arrivarono appunto, entrambe, a quella misura. 

Torniamo alla Bruni: 4,60, e tiriamo una riga. Record italiano assoluto indoor, che abbatte il 4,51 della stessa atleta. Naturalmente record italiano junior, ma stiamo parlando di facezie a questo punto. Quello che i telecronisti della Rai si sono dimenticati, purtroppo, è che il tentativo a 4,65 sarebbe stato un tentativo d'attacco al record del mondo della svedese Bengstton (4,63), che un paio di anni fa ci fece gridare al miracolo. E qui cosa avremmo dovuto fare? Chiamare la Ricciarelli per un acuto? Naturalmente è anche il salto con l'asta più alto eseguito da un'italiana, al pari della stessa misura ottenuta da Anna Giordano Bruno (tornaaaaaaa!!!) a Milano nel 2009. Altri honours da aggiungere? 

La Benecchi, anche tenendo conto delle gare all'aperto, stabilisce questo piccolo record nel record, ovvero della miglior seconda italiana di sempre... e pensare che meglio di 4,40, nella storia della specialità, tra indoor e outdoor, si è andati oltre solo in 13 circostanze. Il salto della Bruni, ancora lei, la pone all'ottavo posto al mondo e 4^ in Europa. E allora: Try try try! 

Tumi, The Earthquake si abbatte sul palaindoor: scossa del 6,51 su Ancona

M. Tumi - rubata dal suo profilo fb
Ho una risorsa scarsa, il tempo. Tre record italiani in una botta sono pesanti da digerire in un solo articolo. Magari lo possono fare su qualche giornale generalista, ma qui bisogna dare spazio a imprese da pioggia di meteoriti negli Urali, appunto. Inizio con il terremoto del 6° grado e 51 della scala Richter che si è abbattuto sul Pala Banca Marche di Ancona alle 16:20. Prima due scosse telluriche di avvertimento (un 6"73 in mattinata e un 6"69 a mezzogiorno), poi in pieno pomeriggio arriva the Big One, quello che si aspettavano a San Francisco sulla faglia di Sant'Andrea, ed invece ha colpito sul litorale adriatico. Testimoni parlano che qualche minuto dell'evento sismico prima i cani avessero iniziato ad ululare e gli uccellini avessero tutti smesso di tweettare. Poi tutto si è fermato, il silenzio immoto. Quindi il rombo profondo, ed infine l'esplosione. 6"51! Mamma mia Michael Tumi, che razza di gara ci hai piazzato. Godiamo un pizzico con te, se ce lo consenti. Guardavo Tumi e guardavo Collio&Cerutti, Tumi e Collio&Cerutti e pensavo: cavolo, stanno andando pianino i ragazzi. Invece per i due sarà un 6"68 e un 6"69, che varrebbe da solo l'accesso alla finale continentale, quanto meno. Ma allora quello là davanti che diavolo ha combinato? Il Demiurgo della Transizione, cioè quella fase all'uscita del Drive, dove esplodono i Class Superior. La frustata, lo snodo di potenza e velocità, che discrimina l'umano dal "nato per fare quella cosa lì". Non so cosa darei per vivere almeno una volta quell'attimo di transizione come se fosse una spinta di un motore a curvatura e vedere gli avversari annaspare nella melassa spazio-temporale di una gara di sprint. 6"51 è tanta roba, come si dice oggi. E' un tempo che proietta Tumi vicino alla inviolata barriera dei 10"00, le Colonne di Ercole dello sprint azzurro, oltre le quali ci sono i confini della terra (e l'acqua precipita nel nulla?). 

6"51, forse non l'avete ancora compreso, è qualche cosa di clamoroso. Al mondo ha fatto meglio quest'anno solo Doc Patton, l'amico di merende del Principe WJ Spearmon (classe '77, come Manuela Levorato... giusto per). Yuniel Perez, il cubano che non t'aspetti, è anche lui a 6"51. Lerone Di Lernia Clarke a 6"52 (il Di Lernia, sta per gli inguardabili monili che porta e probabilmente secondo al solo Gatlin nel 2012, ma infinocchiato dal ridicolo sistema di start dei mondiali indoor di Istanbul, che a causa del rimbombo falcidiò grappoli di atleti top, compreso Dayron Robles sugli hs). Ora l'appuntamento con la bragagnana Gotemburgo, dove non registrano scossette telluriche da tempo immemore e dove appresso-appresso si troverà Jimmy Vicaut, un pò ColinJacksononiano in volto e 6"53 periodico quest'anno. Conoscemmo Vicaut (ve lo ricordate?) a Tallin nel 2011, quando ai campionati europei junior sciabolò un 10"07 mirabolante con 0,3 di vento. Ora però quel Vicaut vale quanto questo Tumi (anzi...), e poi ci sarà Bulldog Chambers, il terzo uomo più veloce della storia dei 60 metri. 

Dimenticavo un piccolo particolare: naturalmente record italiano, e 7° atleta europeo di sempre. Cosa si prova, Michael, a seguire da vicino Bulldong Chambers, Ronald Pognon, Jason Gardener, Linford Christie, Colin Jackson e Charalmbos Papadias (vabbè, Papadias lasciamolo perdere)? I love this game!

Assoluti: crisi del lungo femminile e la rinascita maschile - 400: ma chi si è inventato la formula?

Tremigliozzi - foto G. Colombo/Fidal
Non mi piace scrivere telecronache di gare di cui si sanno già i risultati. Quindi cerco la "notizia", più che la secca cronaca, che a parte fare un sunto di una classifica, non fa. Ad esempio, la gara di salto in alto di Alessia Trost sta diventando una non-notizia, nel senso che ormai la "base" di partenza per lei è 1,95, poi tutto quello che arriva di sopra fa notizia. Pazzesco solo a pensarci un mesetto fa. Colpa sua, naturalmente, che ha abituato in solo 30 giorni e a chi la guarda di aspettarsi ormai un altro salto "storico" oltre i 2 metri. Ce li ha nei piedi quei salti e probabilmente è solo questione di calcolo delle probabilità, che è probabilmente direttamente proporzionale al numero di gare cui si cimenta. Interessante notare come in questo primo scorcio di stagione abbia letteralmente dominato il mondo della specialità, mettendo i 5 risultati delle sue 5 gare tra i primi 10 salti globali. 

Lungo sì, lungo no - Si sta assistendo invece nel lungo italiano ad una rinascita in chiave maschile, contrapposta ad un'involuzione tecnica di quello femminile, che, solo grazie al primo salto di Giulia Liboà (6 metri netti) si è evitato che cadesse nell'onta internazionale del cinque-virgola. Ok, mancava Tania Vicenzino, che avrebbe tenuto la coperta alta fino al mento coprendo un pò il malessere di una specialità con evidenti difficoltà strutturali. Onore alla Liboà, chiaramente, talento da curare con i guanti bianchi, che si fregia dello scudetto con un unico salto valido (il primo) degno di nota, e che magari se ne avesse infilato un altro avrebbe migliorato quello stesso salto. Ma non siamo in Sliding-Doors e sul grande libro della storia dell'atletica italiana verrà vergato indelebilmente un 6,00 metri. Per trovare un titolo italiano vinto sotto i 6 metri, infatti, bisogna tornare al 1983, trent'anni fa, quando Cristina Bobbi vinse con 5,97. Non me ne voglia la Liboà, che è campionessa italiana-punto (mi sembra di essere Bragagna con queste frasi) se prendo solo il suo risultato (e non la sua prestazione, che rimane quella di una campionessa italiana-punto) per riflettere su tutta una specialità di cui è in questo momento la primus-inter-pares. Proprio al 1983 bisogna tornare per trovare una prestazione inferiore al 6,00 utile a vincere il titolo italiano. Senza dimenticare che nel 2010 si vinse con 6,03, il risultato immediatamente superiore. Domanda: forse che a livello di indicazioni tecniche negli ultimi anni si è perso qualche cosa? L'alternativa per rialzare la coperta era naturalmente già in pista: Darya Derkach, che con 6,20 ha vinto la gara... promesse. Ma è ancora formalmente ucraina, quindi il titolo italiano assoluto le è stato precluso. Davvero assurdo il modulo dei campionati italiani, non trovate? O alle promesse si dedica un campionato italiano, o semplicemente non si fa il campionato italiano promesse. Altrimenti si verificano situazione agonistiche paradossali, quando l'unico metro di giudizio dovrebbero essere i cronometri e le bindelle. Di fatto c'è un mondo di "esodati", che vantano un minimo inferiore a quello richiesto per gli assoluti, ma superiore a quello delle promesse, che giustamente recriminano per questo vulnus. Si allarghino allora le maglie del minimo assoluti, piuttosto che creare delle sacche di atleti sfigati. 

Lungo maschile invece effervescente, finalmente. L'era Howe aveva nascosto per anni l'assenza di una cultura lunghistica di caratura internazionale. I salti clou arrivavano infatti sempre col contagocce e randomizzanti, mentre adesso sembra finalmente essersi creato un gruppo di long jumpers da otto metri, a prescindere dalle fortune e sfortune di Howe. Peccato per il contrattempo di Emanuele Catania in finale (non so cosa gli sia successo) perchè sarebbe stata una sfida stellare (per le nostre latitudini ma anche per il momento internazionale, dove gli over-8 sono calati vittime di una crisi senza precedenti). Stefano Tremigliozzi si è fatto una serie culminata con un signor 7,95, ma anche un 7,91 e un 7,89. Chapeaux! Ma impressiona anche Kevin Ojiaku, che è arrivato al personale di 7,91. Tremigliozzi scala la graduatoria all-time italiana salendo al 7° posto (era 9°) ad un solo centimetro da Catania, mentre Ojiaku si issa al 10° posto. Tre atleti entrati o che hanno migliorato la top-ten nazionale nel 2013: sicuramente un segnale di vita. 

L'opinabilissima formula dei 400 metri - vincere una batteria e non essere in finale. Quanto meno discutibile, no? La formula dei campionati italiani assoluti sui 400 è una cazzata clamorosa, che ha tolto sicuramente molto spettacolo e protagonisti alla finale. Un provincialismo spinto. Già la presenza di 7 batterie avrebbe dovuto far scattare un campanello d'allarme, perchè nelle gare dove ci sono in palio i titoli, la bilancia, anche nei turni preliminari, deve essere il piazzamento e non il tempo. I tempi devono essere "ancillari", ovvero completare gli spazi del turno successivo. Vi immaginate se nell'antica Grecia, l'alloro che dispensava l'immortalità fosse finito sulla testa del primo della seconda serie? Dai! Così le batterie dei 400 femminili sono diventate un non-senso, anche perchè la previsione di una testa di serie, di fatto sconfessava la formula dei tempi, imponendo alla testa di serie stessa di dannarsi autonomamente per ottenere non solo la vittoria, ma anche il crono adeguato per accedere alla finale. Ma allora si attribuisca il titolo italiano a serie, no? Serviva un turno in più, necessariamente, perchè così in una botta sola al femminile ci siamo giocati Manuela Gentili, Flavia Battaglia, Yadisley Pedroso Gonzalex, ma anche Chiara Varisco e Anna Laura Marone, perchè no? Probabilmente non si è avuto un campo di partenti nella gara femminile così competitivo (mancava di fatto solo la Milani e la Grenot), svilito da una formula quanto meno pazzesca. Prendiamoci quello che c'è, e cioè il sontuoso miglioramento di Maria Benedicta Chigbolu, 53"86, che ha margini di miglioramento secondo me notevoli. E poi ha carattere, che nelle gare indoor fa sempre spettacolo. Il miglior tempo le darà modo di avere esterna in finale Maria Enrica Spacca (53"95), che dovrebbe partire in 6^. Sorpresa per la grande prestazione della junior Lucia Pasquale, 54"83, 5^ atleta di finale. La gara sarà comunque una bella kermesse tra 3 delle 4 staffettiste storiche della nazionale (Bazzoni, Spacca, Bonfanti) e le emergenti Chigbolu. Peccato davvero per questa formula. 

Negli uomini, fortunatamente, le batterie erano solo 5 e così la formula è stata ridisegnata. Il primo in finale diretto, e poi un ripescato. Chiaramente la formula con un solo turno preliminare ha costretto anche chi era nettamente in testa a tirare come un dannato per l'attribuzione delle corsie in finale, che si sa, a livello indoor contribuiscono non poco alla prestazione finale. Aver avuto due semifinali (quindi 3 turni in 3 giorni) attribuendo ai due vincitori le due migliori corsie, avrebbe sicuramente collocato meglio i migliori sulla pista, rispetto ad oggi pomeriggio. Haliti avrà comunque la miglior corsia, con Isalbet in sesta. Tricca sarà costretto a partire da molto basso (2^, visto il 5° tempo?). Insomma, ci sarà comunque da divertirsi, ma cribbio... 

16/02/13

Assoluti, ostacoli: una meteora degli Urali sui 60hs: 8"00 per Borsi - Dal Molishon si abbatte sugli ostacoli

V. Borsi - foto Colombo/Fidal
Il primo appunto naturalmente è legato alla formula alquanto discutibile di far gareggiare due categorie insieme con minimi diversi, e così con due gare a due velocità... in una. E' sicuramente necessario entrare nel merito di questa forma di organizzazione della gara: deve esserci un unico metro ed un unico cronometro di giudizio, non due, perchè entrambi condizionano la gara. A parte questo, la prima giornata degli Assoluti brilla di uno dei meteoriti caduti sugli Urali che si è materializzato nella 4^ corsia della pista di Ancona ed è terminato contro i sacconi a fondo pista. Rimasti bruciati? Vabbè, Veronica Borsi, ce l'aveva ormai nella camera di combustione questo proiettile, mancava solo il cane che si abbattesse sul percussore, e che il proiettile partisse. A dire il vero, in finale la percussione di Micol Cattaneo è sembrata più bi-filare e penetrante, tanto che sul primo ostacolo c'era proprio lei. Invece... invece Veronica è uscita in un trionfo di forza ed eleganza piombato a 8"00 sul traguardo. 8"00? What's?? Sentivo dire in Tv (telecronache ormai fuori controllo) che quel tempo era il 2° di sempre. No, non è vero, bisognerebbe essere precisi. La Borsi diventa la seconda performer di sempre, per l'ormai arcinoto record di Carla Tuzzi di 7"97. In realtà la stessa Tuzzi ha corso 3 volte sotto gli 8"00, ovvero il 7"97 del primato che è doppio, perchè nello stesso giorno dei campionati europei di Parigi '94, la Tuzzi corse quel tempo sia in semifinale che in finale, dove giunse 5^. Poi c'è un terzo tempo corso al Pireo di Atene l'anno successivo: 7"98. La Borsi naturalmente fa un balzo di 6 centesimi dal precedente Pb, scavalcando nelle liste all-time la grande assente della gara, ovvero Marzia Caravelli, 8"04, che Micol Cattaneo, 8"02 nel 2008. E in Europa, adesso? Nel 2013 la Borsi risulta 5^, visto che prima di oggi le classifiche europee erano così strutturate:

7.931.1.Yuliya KONDAKOVA81RUSF1.Moskva (RUS)03.021176
7.942.2.Alina TALAY89BLRF11.Val-de-Reuil (FRA)12.021173
7.953.3.Eline BERINGS86BELF1.Gent (BEL)02.021171
7.95-3.Yuliya KONDAKOVA81RUSF1.Moskva (RUS)12.021171
7.994.5.Tiffany PORTER87GBRF2.Boston (USA)02.021162
Come dicevo, seconda Micol Cattaneo 8"18 (ma 8"16 in semifinale), mentre Giulia Pennella, a poco a poco, ima ima, sta tornando sui livelli di un paio di anni fa (corse in 8"13!), con un 8"22 in semi e un 8"25 in finale. Alessandra Arienti si guadagna il posto appena fuori dal podio, 8"38, che pareggia il suo miglior tempo corso proprio quest'anno a padova. 

Dal Molishon, che disastro in finale! - Paolo Dal Molin, altrimenti detto "Dal Molishon" quando gli entrano 3 ostacoli su 5, diventa in realtà The Carpenter, il falegname, quando le percentuali scendono sotto il 50% di ostacoli imbroccati, diventando un vero e proprio piallatore di legno. In batteria passeggia in 7"83, tempo che gli avrebbe consentito di vincere la finale con dei balzi successivi. Propellente alla gara l'aveva sicuramente messa la presenza di Manuelcop Abate, che nonostante fosse all'esordio ha piazzato in batteria un 7"82 per niente male. Sms con ricevuta di ritorno per quella che sembrava dover essere una sfida stellare. Si passa al secondo turno e Dal Molishon sciabola un 7"67 da urlo che subito fa intendere mirabilie per la scena finale, quella dove ne rimane uno solo in piedi. A 3 cent dal personale e 3^ prestazione personale di sempre. Dall'altra parte, Abate, trotterella a 7"75, e insomma, qui ci sarebbe stato da rimanere attaccati al divano se... Abate non ci avesse fatto lo scherzetto finale, abbandonando prima di varcare l'androne che immetteva al centro dell'Arena, in mezzo ai leoni. Rimane da solo, così, Dal Molishon: brutta cosa essere da "soli" nel senso agonistico, con gli altri competitors con parecchia luce tra le imbarcazioni. Cosa passerà nella mente di chi deve solo fare il compitino al meglio? Magari un pensierino al record? Fatto sta che Paolone parte come se dovesse correre un 60 piani, ovvero tuonando una partenza che lascia già tutti ad un metro. Sul primo ostacolo la gara sembra già archiviata, ma l'impatto col primo ostacolo è da sturm und drang, tanto che ancora si sente l'eco nel palazzetto di Ancona. Lo iato tra particelle di materia e antimateria. L'accelerazione viene compromessa, i serbatoi iniziano a dispensare propellente in maniera randomizzante, e Tedesco, con la sua gara regolarissima, inanella ostacolo su ostacolo. Dal Molin, si affossa, si rialza, riaccelera, rifrena come un toro ferito e poi, boom, altra botta sul 5° ostacolo e il volo planare verso il traguardo. Il titolo torna nelle mani di Stefano Tedesco, 7"87, con Michele Calvi a 7"95 e Andrea Cocchi 7"96. Quarto Dal Molin a 7"97, che per quello che è successo, sembra quasi un record mondiale... adesso, come per la Champions League, agli Europei andranno in 3: i già qualificati Dal Molin e Abate, e il vincitore dello scudetto, Tedesco. 

15/02/13

Professionalizzare i tecnici? Alcune riflessioni personali

Prendo spunto dalla lettera del Coach che mi è arrivata qualche tempo fa e che ho pubblicato solo oggi, per fare alcune considerazioni sugli allenatori, sempre ammettendo la mia ignoranza di fondo, considerato che allenatore non sono e non lo voglio nemmeno essere e che di conseguenza non conosco a fondo i meccanismi di affermazione, professionalizzazione e preparazione che li riguardano. 

Parto da un assunto: il Coach della lettera parla di una gerarchia di ruoli tra gli allenatori già esistente in relazione al corso di conoscenze che uno si fa come allenatore nel corso della propria "carriera". Non la conosco bene questa gerarchia, ma ricordo di aver udito di istruttori, allenatori di primo grado... di secondo, e così via. L'altro giorno mi imbatto occasionalmente invece in una conversazione tra due esperti , proprio in relazione a questa stratificazione che dovrebbe basarsi sulle conoscenze e su un cursus honorum fatto di step successivi e quindi corsi ed esami, dove la nuova organizzazione tecnica territoriale voluta dall'attuale mandato, in realtà bypassi in molti casi e con diverse persone, la gerarchia basata sui "titoli", utilizzando un più italiano metodo, presumo, di conoscenze dirette e fiducia nelle persone individuate. Prima domanda: a che è servito strutturare le conoscenze, perdere tempo e denaro per accrescere la propria professionalità, se poi questa viene subordinata a chi in quello stesso corso è sotto di te? Me lo sto chiedendo da ieri, ma naturalmente anche nel calcio ci sono stati molti allenatori senza patentino con spiccate doti strategiche e di intelligenza innata, cui il Presidente della società di volta in volta, aveva voluto premiare. La differenza col calcio è che non è la Federazione che consente gli scavalchi, bensì il presidente-proprietario, e anche in questo caso, con paletti imposti sul titolo da allenatore (quindi eventualmente con l'affiancamento di persone abilitate). 

Ma non è questo su cui voglio far riflettere, anche se poi creare strutture in cui vengono meno alcuni requisiti come quella stessa professionalizzazione che la Federazione impone ai suoi tecnici, sembra essere una contraddizione. Detta in altre parole: a te tecnico, io Federazione impongo un percorso di studi ed esami per ottenere un determinato e certificato livello di abilità, poi, quando è il momento di stabilire i ruoli tecnici in seno a me stessa, io Federazione me ne infischio e scelgo chi voglio, scavalcando quelle stesse professionalità. Ma allora, scusate, a che serve studiare, spendere molto spesso di tasca propria, rinunciare a serate in famiglia, investendo in viaggi, relazioni, discussioni, tempo?

Detto questo, l'immagine che mi sovviene parlando di allenatori di atletica e risorse, è un'idea fondamentalmente perdente. Cioè, la mentalità comune è quella di pensare al ruolo di tecnico dell'atletica italiana come un aspetto direttamente collegato al bello e al cattivo tempo che può fare una Federazione, con tutto il portato di aspetti politici e amicali che abbiamo visto come nei diversi mandati susseguitisi ha stravolto completamente la stratificazione delle conoscenze, prediligendo i rapporti informali a quelli meritocratici. Se il coach "X", ha studiato, ha raggiunto l'apice della piramide dei tecnici, è riconosciuto a livello internazionale, non posso rottamarlo solo perchè "politicamente" ha espresso un giudizio diverso dal mio. Lui è un tecnico, a prescindere dalle sue idee politiche, e la cui professionalità si misura con i risultati che ottiene sul campo, non sulle sue opinioni su chi dovrebbe governare e come. Avrà tutto l'interesse a far bene sempre e non solo quando chi governa gli starà simpatico. Detta altrimenti: il tecnico è una figura amministrativa in seno ad un'organizzazione e non certo un politico. Ma tant'è: a me sembra che, come tutti i campi della vita comune esistenti in Italia, l'atletica non sia stata risparmiata dalle logiche "amicali".

Che poi... se ben ci pensate, è una guerra dei poveri e solo per le poche risorse fornite dalla Fidal nella stragrande maggioranza dei casi (tutto questo fermo restando che il merito, che si misura sui titoli, dovrebbe sempre essere salvaguardato). E anche se queste risorse fossero dispensate a pioggia, sarebbero sempre una tantum, e non facenti parte di un progetto a lunga scadenza. E' un problema di economia reale: ci sono poche risorse e bisogna redistribuirle su una popolazione vasta. E' chiaro che il risultato sarà mediamente mediocre e nessuno dei tecnici prescelti potrà mai fare un salto di qualità, se non per aspetti minimi. E' come se fossimo vittime dello "statalismo" (anche se di carattere volontario) per cui, o Fidal o nulla. E così ci si accontenta di quasi nulla, spesso si è costretti a lamentarsi della redistribuzione di quelle poche risorse, e, spessissimo, si è vittime del sangue amaro che ci si fa nel vedere che l'unica forma di soddisfazione cui si potrebbe ambire (oltre all'unica vera soddisfazione, ovvero quella data dai ragazzi allenati), cioè qualche incarico, viene redistribuita in maniera quanto meno discutibile e travisando le gerarchie. Magari anche l'invidia... perchè no?

Questo succede perchè, è fin troppo facile dirlo, manca la professionalizzazione di quel ruolo. Nessuno fa l'allenatore per professione, e tutti (o molti) vogliono a quel punto adire a quelle poche risorse a disposizione. Nessuno ci campa, e così nessuno si aggiorna, consapevole che quello non sarebbe un investimento sulle sue entrate, oltre che un diretto risultato sui ragazzi allenati. No, nulla di tutto questo. Ci si statalizza sperando che, cambiando il vento, cambino le direzioni dei flussi di risorse, ma che, come già detto, a parte qualche soddisfazione di "carica", non possono dare. 

Come ci si professionalizza? Possibile che tra le tante riunioni fatte, nessuno ha mai voluto approfondire questo aspetto? Possibile che si voglia ancora vivere "sperando" senza concretamente studiare delle vie di affermazione personale da... partita IVA? Tutto è legato alla propria ambizione: come dice un mio amico di cui pubblicherò a breve uno scritto, non bisogna prendersi per i fondelli o essere ipocriti sul carattere agonistico di uno sport. L'atletica è confronto, scontro, odio sportivo: non è "volemoce bene"... "oh... scusa se ti sono arrivato davanti!". L'atletica è primi e secondi, vincitori e vinti. Ambiziosi e perdenti. E così nel coaching, anche se con sfumature naturalmente più "sociali", più umane. Professionalizzare vuol dire necessariamente denaro, e non si può cavare sangue da una rapa che è già spremuta come quella della Fidal o pretendere di fare i Glenn Mills della situazione senza percepire un soldo, senza aggiornarsi (se non alla sera, su internet, leggendo qualche traduzione o studio di qualche volenteroso che ha messo a disposizione le sue conoscenze alla mercè di tutti con un atto di liberalità senza precedenti), facendo delle proprie piccole esperienze vincenti un feudo inespugnabile da tenere segreto. Per cosa? Per ambire ad un ruolo di tecnico con poteri organizzativi in seno alla Federazione? Tutto questo E' una guerra di poveri, lasciatemelo dire.

Mi sono dilungato troppo e a questo punto il lettore si è ormai scassato di leggermi.... avrei voluto dare la mia idea su come ci si potrebbe professionalizzare. Ma riflettendo, la darò in seguito... sarebbe il caso che quei pochi coaches che dovessero leggere questo articolo, si interrogassero su questo aspetto e cercassero delle vie "alternative" alle sovvenzioni di Stato. Che si trovassero strade (a me ne vengono in mente già due... difficile, impegnative, ma insomma, io ci ho pensato... ad essere più giovani si potrebbero pure provare) che partano da alcune riflessioni di logica, ovvero:

Primo assunto: non ci si può affidare, se si hanno mire di affermazione professionale, allo Stato e alle sue terminazioni (ci metto dentro sia la Fidal che i gruppi sportivi militari). 
Secondo: le risorse vanno cercate dove ci sono, non dove non ci sono. 
Terzo: le opportunità di crescita tecnica vanno trovate dove già ci sono percorsi strutturati, organizzazioni già sedimentate, e non certo in quella dell'atletica, che, come stiamo vedendo, ad ogni mandato viene ridisegnata ex novo, facendo perdere anche quel poco che forse si era riusciti a racimolare. 

Scusatemi, ma tutta questa organizzazione tecnica della Fidal, chiunque ne sarà il mandante passato e futuro, sarà sempre una grande cazzata: se il sapere comune è 100, non è che rimescolando i tecnici, creando una nuova piramide, diventerà 1000. Nulla si crea e nulla si distrugge, magari si massimizza qualche aspetto organizzativo, e si arriverà a 101. Bisogna andare verso altre realtà, non aspettare che altre realtà vengono all'atletica, perchè come si è visto, gli altri sono molto più avanti. Saran mica tutti kamikaze?

14/02/13

Lettera di un coach a Queenatletica: le difficoltà di fare l'allenatore

Gentile Queenatletica 

Sono un allenatore e passo tutti i giorni (dal lunedì al venerdì a volte anche il sabato) diverse ore al campo spostandomi su più impianti. Non sono un insegnante, ma un impiegato che per fare questa scelta ha deciso di fare un orario part-time. Ho deciso di fare questa scelta perché non ho particolari spese da sostenere nella vita quotidiana, e quello che ci perdo dallo stipendio riesco quasi totalmente a reintegrarlo con l'atletica. Mi piace stare coi ragazzi, all'aria aperta e credo che sia più giusto provarci adesso che sono giovane piuttosto che dedicarmi all'atletica quando sarò in pensione (forse). Tornare a lavorare otto ore in ufficio e poi allenare un pizzico di meno sono sempre in tempo. Condivido quello che dici nel tuo articolo sui tecnici, però ci sono dei particolari che rendono a mio avviso la cosa difficilmente applicabile, per lo meno per come stanno ora le cose. Premetto che la struttura già dovrebbe essere come tu dici (ci sono 3 tipi di livelli di allenatori e sulla carta esiste un quarto livello internazionale me che credo sia stato abbandonato) ma il problema fondamentalmente è economico e mi spiego meglio. 

 Alleno un discreto gruppo di lanciatori, nessuno è un campione e a mio avviso non lo potrà mai diventare, sia perchè non possono dedicare il tempo che dovrebbero sia perchè qualora riuscissero a farlo, non potrei supportarli adeguatamente: che devo fare? lasciare il lavoro per allenare? E poi come faccio a sopravvivere? Quello che voglio dire è che se la federazione non aiuta i tecnici economicamente, non andremo mai da nessuna parte: servono i tecnici professionisti e quale sia la formula per arrivarci è ancora un grosso dilemma. Se i tecnici si facessero pagare dagli atleti, verrebbero considerati quasi dei mercenari, mentre se battessero cassa alle società si sentirebbero chiudere le porte in faccia. Purtroppo non siamo il mondo del calcio, anche se è innegabile che da loro si stia cambiando.

Uno dei problemi che mi risulta sia stato anche argomento di discussione in qualche assemblea regionale, è che non sappiamo vendere il nostro prodotto, non abbiamo un numero sufficiente di dirigenti capaci di andare a raccogliere i soldi. Personalmente posso dire che la mia scelta è stata al momento indovinata, nel senso che dall'allenatore i cadetti e qualche allievo, adesso posso vantare tra i miei discepoli degli ottimi allievi e dei discreti Junior e, non me lo nego, qualche discreto assoluto. Sono cresciuto come tecnico, ma a mie spese, e per fare un ulteriore passo avanti dovrei andare sempre a di tasca mia a convegni e quant'altro in giro per l'Italia, ma scusa… chi me lo fa fare? Non avrò mai un ritorno economico tale da giustificare una scelta di questo tipo: dobbiamo continuare a vivere solo di gloria? Si è vero le soddisfazioni sono tante, ma con la gloria la sera non ceni. Potrei apparir veniale, è vero, ma la categoria di tecnici che come me non viene dall'attuale corso di scienze motorie, ma è un ex atleta che decide di dedicare il suo tempo all'atletica, è in forte aumento. I professori stanno scomparendo e chi ha un lavoro da dipendente non potrà mai dedicare il tempo necessario per costruire un atleta di alto livello. (Esistono delle lodevoli eccezioni, ma di certo non allenano un gruppo di atleti ma un singolo atleta). 

Tu giustamente dici che i tecnici dovrebbero essere valutati da commissioni esterne: perfettamente d'accordo, ma allora facciamone una professione! Si parla tanto di licei sportivi per favorire la pratica dello sport (altro grosso problema che impedisce agli atleti di allenarsi quanto dovrebbero) allora facciamo un università per i tecnici o qualcosa di simile. Ma poi chi li pagherebbe? Da chi verrebbero assunti?

Il mio era solo uno sfogo, ma mi sembrava giusto farti capire come la penso. Credo che molti tecnici si siano schierati per Giomi in quanto penso che vorrebbe dirottare una buona fetta del bilancio federale (eliminando delle spese inutili) su un gruppo di tecnici (si parla di un centinaio) che percepirebbe 6-7 mila euro e che sicuramente potrebbe essere il primo passo verso quella professionalità richiesta. 

 lettera firmata

Ancora sui Campionati Italiani assoluti... provinciali: la gara di salto in alto

Posto la mail di Francesco Arduini (nella foto di Andrea Bruschettini), che segue il mio articolo di ieri.

Dopo aver letto il tuo articolo sul "provincialismo dei campionati italiani assoluti" mi sono sentito un po' coinvolto e mi è venuta voglia di scriverti 2 righe. Ormai di anni ne ho 38 e vado per i 39, ma fortunatamente per me salto forse ancora più di quando ero giovane (per quanto mi è possibile). Non faccio parte di quella schiera di atleti di "elite" che lo fa di professione ma mi ritaglio i miei spazi DURAMENTE giorno dopo giorno per mantenere "dignitose" prestazioni… che comunque non mi permettono neanche lontanamente di partecipare alla massima rassegna indoor italiana. Quello che non ho mai capito dell'organizzazione dei campionati italiani assoluti indoor è la logica con cui sono organizzati. Faccio un esempio nello specifico perchè la mia specialità differisce dalle corse. Una corsa ha un orario, l'atleta si riscalda e all'ora prestabilita cerca la prestazione. Una gara di salto in alto (o asta) può durare 1 ora come 3 o 4 ore a seconda del numero di partecipanti, numero di salti o di errori, ecc… Fatta questa premessa, considero i fatti. Minimo del salto in alto 2.12 e potrei essere anche in accordo nel momento in cui si voglia organizzare una gara di alto livello riservata ai saltatori Top, una gara in cui conta solo l'ottenimento della massima prestazione, in cui non si perde tempo alle basse misure, i tempi di attesa sono ridotti e viene permesso a chi deve arrivare alle massime prestazioni di dare il meglio nei tempi giusti. A guardare le liste sarebbe una gara a 15… MA se si volesse perseguire questa logica il minimo andrebbe portato a 2.17-2.18 per limitare i partecipanti a 8-10 persone al massimo perché comunque 15 sono troppi!! E quindi incontro la prima contraddizione... Ma la federazione ha guardato bene di inserire all'interno dei Campionati Assoluti anche quelli Promesse, il minimo di categoria scende a 2.03 e allarga il numero di partecipanti a 23. Come se non bastasse, non si può pensare di avere una progressione secca a vantaggio di chi salta alto, altrimenti tanto valeva lasciare a casa quelli che al minimo ci sono arrivati “al pelo”… (ci pensate un atleta che vanta 2.03 di personale che si trova una progressione del tipo 2.05-2.10-ecc...) ma non si può nemmeno fare una progressione che avvantaggi questi ultimi perché altrimenti la gara durerebbe 10 ore e chi lotta per vincere si troverebbe molto svantaggiato… Inoltre (e qui arriva il mio disappunto) c’è gente come me che resta in tribuna a guardare partecipanti che, sulla carta, valgono meno di quello che valgo io. A questo punto tanto valeva allargare la partecipazione e fare le qualificazioni il Venerdì per consentire una finale a 8… ma poi come si sarebbe fatto ad assegnare il titolo Promesse? Insomma più ci ragiono e più non riesco a capire la logica complessa di chi ha pianificato una gara che, sulla carta, non accontenta nessuno… e non mi vengano a dire che è stato fatto così in modo da permettere ai giovani di cimentarsi con gli atleti Top. Tamberi è promessa, quindi ai campionati di categoria avrebbe potuto in ogni caso dare il suo contributo di "confronto" ai più giovani. Nel caso invece in cui si sia voluto rinfoltire un po’ gli schieramenti della gara, perché allargare il numero di partecipanti basandosi solo sull’età e non sulla prestazione che, a quanto ricordo, dovrebbe essere l’unico vero metro di paragone oggettivo per tutti?? Francesco Arduini

13/02/13

Il provincialismo dei Campionati Italiani Assoluti

A forza di dover consentire all'attuale mandato di ottenere il dovuto tempo per ristrutturare l'atletica italiana, non ci si accorge che intanto la stagione invernale (delle quattro a disposizione) è stata già masticata e digerita senza che sia avvenuto nessuna sostanziale rivoluzione. Lo ripeto come un mantra: l'atletica italiana non sono solo una 70 o 80 atleti o quanto diavolo sono, da proteggere come gli Orsi del Kispios, ma 170.000 tesserati che hanno delle esigenze che, almeno fino ad oggi, sono state completamente dimenticate.  Aspettiamo? E aspettiamo, non possiamo fare altro del resto. Uno dei problemi contro cui più mi ero battuto apertamente ed aspramente contro la passata "legislatura" mi era parsa l'assoluta provincialità con cui erano organizzati i campionati italiani assoluti, ovvero la massima manifestazione territoriale dell'atletica italiana. A Torino si raggiunse il minimo storico, con serie di mezzofondo con 4/5 partecipanti, finali dirette, atleti che avevano bellamente saltato il Campionato Italiano. Va bene che contano solo le medaglie internazionali secondo un consolidato pensiero che ormai ha attecchito come la gramigna, ma un'occhiatina ogni tanto alla base, servirebbe anche come forma di investimento futuro, no? 

No, stesso errore, almeno fino ad oggi. I minimi di partecipazione delle diverse categorie praticamente non sono stati toccati (stessa cosa dicasi per i minimi outdoor... andati pure quelli) e ancor meno l'organizzazione dei campionati italiani, che presentano delle pecche da campionato provinciale. Pensavo, ingenuamente, che sarebbe stato finalmente il tempo di "allargare" le maglie della partecipazione alle massime manifestazioni nazionali, giusto per dare più spessore, per riempire le corsie desolatamente vuote o per non vedere gare a cronometro nelle gare di mezzofondo. Ad oggi, rilevo, non c'è stato nulla di rivoluzionario, a parte, ripeto, l'atteggiamento verso quegli 80-90 atleti d'élite e i loro coach che ora godono di un trattamento di "serendipity" e vicinanza psicologica sicuramente ben confacente all'ottenimento delle prestazioni. Ben venga, per carità: cosa lodevole. 

Vorrei capire una cosa, però: ma quanto interessano i campionati italiani assoluti a Giomi & C.? Partiamo da alcune considerazioni: le gare di sprint e ostacoli ai campionati italiani prevedono (andate a guardarvi gli orari di Ancona) addirittura 3 turni in un giorno. E questa strutturazione delle gare dovrebbe favorire lo spettacolo? Batterie, semifinali e finale nello stesso giorno sembra davvero una pazzia nello sprint e ostacoli, anche perchè in pochissimi partecipano a due specialità (forse solo Dal Molin) e non c'era assolutamente la necessità di compattare in questo modo il programma in una sola giornata. Non ci sono nemmeno i 200 nel programma (strano, poi: molti paesi li inseriscono nel programma dei campionati nazionali indoor per dare più opportunità ai propri atleti di vincere un titolo) quindi i doppiaggi di gare sono ridotti al lumicino. Detto in parole povere: invece di mettere gli atleti nelle condizioni di poter ottenere le loro migliori prestazioni, li si mette nelle condizioni di spremersi in poche ore in 3 sprint devastanti. Due turni in un giorno e la finale nel secondo, no? Troppo semplice?

Altra cosa, di segno completamente opposto: gli 800 e i 1500: possibile che ce la si debba giocare ancora con la formula a serie, senza una finale definitiva? Possibile che gli atleti e le atlete debbano farsi la gara pensando che la serie precedente ha corso in tot e quindi, oltre che la strategia per la vittoria di serie (per il titolo italiano) debbano anche pensare a correre veloci stravolgendo il senso agonistico proprio della ricerca della conquista di un titolo? Ma non stiamo parlando di un campionato italiano? Mi sembra che non si sia ancora ai "master" dove evidenti esigenze di numero imporrebbero scelte del genere. 

L'errore di fondo, secondo me, sta nella necessità (chissà imposta da chi) di compattare il programma in 2 giorni (come il programma all'aperto, del resto) anzichè di un più arieggiato 3 giorni. Problemi di copertura televisiva? Vabbè, ma il primo giorno si facciano le batterie e i turni di qualificazione (e chi se ne frega se non c'è la copertura televisiva) e nei seguenti giorni si facciano le finali. Ritengo che chi faccia atletica ad alto livello, non possa nè debba lamentarsi se poi il problema sia il "venerdì" di gare. Gli atleti militari, la stragrande maggioranza, lo fanno per lavoro (quindi lì ci dovrebbero essere anche tutta la settimana) e gli altri, visto che per raggiungere determinati livelli bisogna farsi il mazzo e dedicarci un sacco di tempo, non penso avrebbero difficoltà ad organizzarsi per un venerdì di gara nell'arco di un anno...

Se davvero questo fosse l'ostacolo, saremmo davvero davanti ad un'atletica provincializzata, con tutto che molte delle persone che girano intorno all'atletica non sono nè professionisti, nè similia. Ma bisogna fare scelte: o si pensa ad un'atletica che dia spettacolo, ovvero in cui gli atleti possano davvero rendere il massimo sia cronometricamente (nello sprint, grazie a diluizione delle prove nelle giornate) che agonisticamente (con l'introduzione delle batterie nel mezzofondo), o un'atletica da catena di montaggio, dove quello che conta è arrivare alla domenica sera e poter dire: "anche questa è fatta", che poi è il ragionamento di molti dirigenti federali a qualunque livello... cioè, non conta la qualità dell'organizzazione, ma solo la quantità e la parola "fine" ad ogni manifestazione.

Ora, il primo anno è praticamente già andato, visto che i minimi sono stati già stabiliti. Mi chiedo in che campi adesso verranno fatte queste migliorie rivoluzionarie al "sistema atletica" nell'arco dell'anno, che riguardino (ribadisco) non solo il gruppo apicale degli atleti più performanti (dovuto), ma di una quota sempre maggiore di atleti che, pur pagando il tesseramento e tutto l'indotto, non ottengono assolutamente nulla nonostante rappresentino il 99% dei tesserati. 

11/02/13

Denise Neumann e il sigillo sullo sprint Master

A Bergamo, ieri, ennesimo sigillo sullo sprint master di Denise Neumann. Ho dovuto aspettare oggi (benchè il risultato risalisse a ieri pomeriggio) per l'ormai arcinoto problema di inserimento dei dati della Fidal Lombardia, che preferisce prima inserirli sul proprio sito il giorno successivo e poi renderli disponibili al resto del mondo, consentendo la pubblicazione sul sito nazionale. Contenti loro. Ma veniamo alle cose importanti, ovvero l'8"04 con cui Denise ha migliorato il suo stesso primato di 8"08 ottenuto ai campionati italiani master del 2012. Controvalore in AGC 91,24%, ovvero un 7"58 parametrato. La lunga lista dei record così aggiunge un'ulteriore perla, visto che dal 2010 il suo nome è comparso per ben 17 volte accanto ad un record italiano master: 3 staffette e 14 risultati individuali. 2 volte sui 60, 6 sui 100, 3 sui 150 e 3 sui 200 indoor. Delle 4 velocità dello sprint, l'unico record che non le appartiene è proprio quello sui 100, che le è stato migliorato da Maria Ruggeri di 2 cent (12"64 a Reggio Calabria). E' stata l'unica volta che qualcuno sia riuscito nell'impresa di battere un record della Neumann... delitto di lesa maestà? Viste le premesse indoor, il record rischia di essere attaccato durante la stagione all'aperto. 

Il CT Magnani e la Serendipity dell'atletica azzurra

Per avere una visione obiettiva della realtà ci vogliono persone che sappiano interrogarsi ed eventualmente dubitare su quelle che sono le manifestazioni empiriche dell'essere umano, prima che queste vengano digerite senza alcuna masticazione. Se le idee non circolano, l'uomo non migliora, ma questo secondo me e spero di non essere l'unico a pensarla così. 
La mia critica l'ho fatta per anni verso una parte, e così non penso di fare torto a nessuno se lo faccio anche verso l'altra. Non più di qualche giorno fa scrivevo che sarebbe stata una questione di stile attribuire a Cesare quel che è di Cesare, ovvero quanto meno non attribuirsi in maniera così spudorata il merito dei successi ottenuti a tambur battente dagli azzurri in questo primo mese di attività indoor, considerato che la logica quanto meno imporrebbe un minimo di discrezione, e visto che, a parte un colloquio informale, gli atleti in questione hanno fatto ciò che facevano prima delle elezioni del 2 dicembre. 
Invece sulla Stampa di oggi appare un bel reportage sulla rinascita (dato inappuntabile) dell'atletica italiana. Il titolo è emblematico: "Alessia e i suoi fratelli: l'atletica cambia faccia". Il secondo sottotitolo inizia ad essere sibilino: "Nuovi metodi e meno pressioni: dietro di lei un settore in crisi si è risvegliato". Non è finita qui. C'è pure un ulteriore quadratino che recita: "Retroscena, di Giulia Zonca - La ricostruzione di uno sport". Naturalmente l'articolo si lascia leggere velocemente, sino a che si arriva alle dichiarazioni del nuovo CT, Massimo Magnani, che sembra abbandonare ogni freno inibitore impossessandosi voracemente di tutto quello che è successo all'atletica italiana dell'ultimo mese. Singolare. 
Queste le sue affermazioni. Per comprendere meglio quello che ha detto, mi arrischio di interpretare e analizzare il Magnani-pensiero, sempre tenendo conto che le frasi sono virgolettati riportati da una giornalista, quindi a loro volta filtrati da un'altra persona. 
Frase 1 - "lo so che più di un amico, chiamiamolo così, pensa che sia solo fortuna, ma la buona sorte devi andartela a cercare e soprattutto offrirle le condizioni giuste". Analisi della prima frase: chi è questo "amico, chiamiamolo così"? Ebbene, come dissentire sul fatto che la fortuna dipenda molto dalle condizioni in cui ci si viene a trovare? Logico direi. 
Frase 2 - Parla il responsabile Magnani, ex atleta, già allenatore "sempre rimasto dentro l'atletica, ma prima fuori dalle istituzioni". Il virgolettato gli appartiene? Dovrebbe, in teoria... e allora non capisco la consecutio temporale del pensiero, perchè mi sembra come vaghi una notizia su internet (addirittura riportata dal sito della Fidal) con relativa foto che ritrae Magnani con Arese, Anna Riccardi, Migliorini e Maurizio Damilano nei giorni dei Mondiali di Daegu, dove proprio Magnani, allora evidentemente amico della precedente cordata, veniva eletto membro della Commissione Corsa Campestre della IAAF. Era il 2011 (non il 1981) cioè nemmeno due anni fa. Possibile che il CT se ne sia già dimenticato? (Ecco a questo link l'articolo). La commissione della Corsa Campestre della IAAF non è un'istituzione? Ma non voglio essere polemico, per carità. Probabilmente quella carica, regalatagli inopportunamente da Arese probabilmente, non sarà stata esercitata e lasciata nell'immediatezza, visto che la corsa elettorale di Giomi (ipse dixit) partì già due anni fa, quindi molto prima di Daegu. Devo dire la verità: durante la campagna elettorale, nella quale mi sono scagliato contro il precedente mandato, cercavo una foto di Magnani per un articolo, e mi imbattei proprio in questa immagine. Ma come, mi chiesi? Ancor oggi, ammetto, non so darmi una risposta. 
Frase 3 - "abbiamo dato delle linee guida chiare su quando e come fare prestazioni di alto livello". Scusatemi, ma qui bisogna preoccuparsi... sul quando: se tutti gli italiani vanno forte adesso, non gli avranno mica detto di andar forte subito, vero, visti i risultati? Perchè la stagione è lunghissima! Quindi, ci dice Magnani, le linee guida parlavano di andar forte da subito? Personalissima considerazioni: ma non è che dicendo questo Magnani cada proprio in una clamorosa contraddizione? Da una parte parla di pianificazione evocando le "linee guida" su quando e come ottenere prestazioni di alto livello, e poi, di fronte al fatto che le prestazioni siano avvenute tutte contemporaneamente all'inizio del mandato, dice che non è fortuna? E che cos'è? Quindi: o ha pianificato i picchi di forma immediatamente (il quando e il come) o è stata fortuna, no? Logico, direbbe Spock. Il sillogismo si ferma lì, a meno di voli pindarici di natura semantica. 
Frase 4 "Abbiamo chiesto lavoro e offerto tranquillità perchè solo così ci si prepara al meglio. Questa serenità ha fatto sì che la gente si sentisse a proprio agio e fosse disposta a dare il meglio. Non la chiamerei fortuna". Scusate, a me è venuto da sorridere a questa affermazione, e con questo senza denigrare la persona, che non conosco, ma solo per porre un accento sul ruolo che riveste. Posto che sicuramente il clima sia cambiato (presumo in meglio, sentendo diverse campane) e sia più sereno, ma questo aspetto opinabile come la "serenità" può essere brandito e sventolato da un CT per giustificare i risultati? Se ben ci pensate, Magnani ci sta comunicando un'informazione che però passa in secondo piano: che dal punto di vista tecnico loro non hanno fatto nulla (perchè è obiettivamente difficile pensare che in un mese si arrivi tra i primi 10 atleti al mondo) ma che l'attuale federazione come una Maria De Filippi, ha portato la serenità all'ambiente. Quindi, mi domando, io master, se dovessi parlare con lui, posso ambire ad arrivare a correre in 10"50 sui 100? Me li vedo già i compagni di sventura: "Come ti sei preparato?" "Bè, una bella iniezione di serenità e taac... 10"50!". Oddio, le prestazioni sono figlie del controllo di uno sterminato insieme di variabili indipendenti, non ultimo (anzi) lo stato d'animo dell'atleta. Ma non è implicito, quindi, che il resto di quelle variabili siano state ereditate se non dal mandato di Arese, da qualcun'altro? Tutto questo discorso mi ricorda un pò i lavori della Metropolitana di Brescia. Nonostante i lavori durino da anni, arriva l'ultimo sindaco dell'ultimo mandato che taglia il nastro e dice o fa capire che il merito sia stato tutto suo. 
Con tutto questo cosa voglio dire? che ci troveremo sempre di fronte all'atletica degli ultimi 8 anni se le persone che adesso hanno iniziato a governarla, non cambieranno non solo nei metodi d'approccio agli atleti d'elite (per ora solo questo, invero), ma anche nel modo di rapportarsi con il mondo esterno. E' troppo chiedere un pizzico di obiettività che non sia così facilmente smentibile?

10/02/13

Giuseppina Grassi e il doppio record nell'alto F55

Ad Ancona, il giorno 6 di febbraio, doppio record italiano per Giuseppina Grassi, (nella foto qui a sinistra della Fidal Emilia Romagna) portacolori della Atletica Santamonica di Misano. Nella solitaria gara, la F55 classe 1957, dopo aver saltato le due misure di 1,20 e 1,25 alla prima, ha attaccato il record di Ingeborg Zorzi di 1,29. Dopo un primo errore a 1,30, si infila il secondo ed è record nazionale. Non paga la Grassi chiede 1,35, misura che riesce a valicare al terzo tentativo: secondo record italiano nel giro di pochi minuti. Il corrispettivo in AGC equivale a 87,10%, che paradossalmente è di qualche centesimo percentuale inferiore all'87,16% della Zorzi che il record italiano lo ottenne nell'ultimo anno di categoria, ovvero a 59 anni. Naturalmente la Grassi non è nuova a queste imprese, visto che attualmente detiene i due record F55 dell'alto, avendo incassato anche quello outdoor con la stessa misura di Ancona, a Comacchio lo scorso giugno.Tra i suoi honours passati anche i record F50 (indoor e outdoor) sempre nell'alto (ora passati di mano), e quello del lungo F50 (anche questo nel frattempo superato). A proposito: nel frattempo ho concluso un lunghissimo percorso di raccolta dati, quanto meno per gli uomini in relazione ai titoli italiani vinti nella storia del masterismo azzurro. Potrei fare una classifica assoluta dei più titolati di sempre: ce n'è uno con oltre 100 titoli! 

QueenWorld IX (part I): donne, la colonizzazione sovietica del mezzofondo

60 metri - il mondo è ai piedi di Murielle Ahoure, nella foto, la Venere nera della Costa D'Avorio, ma ormai cittadina onoraria di Houston, dove vive dal 1999. Dopo 6 settimane di contest nel 2013, i primi 4 tempi mondiali dell'anno sono tutti suoi. A partire da quel 7"00 stabilito a Houston che è anche il Record Africano. Peccato che non vi sia una grande manifestazione mondiale indoor che le consenta di tracimare nella storia della specialità, dopo l'argento dell'anno scorso ai Mondiali di Istanbul. La Ahoure è anche la prima atleta ivoriana che si mette in luce nel variegato mondo della velocità dopo il leggendario Gabriel Tiacoh, 400ista argento olimpico a Los Angeles '04 e che giunse 7° ai mondiali di Roma '87. Pb? 44"54 nel '84, appunto. La Ahoure si mise in luce nel 2009, proprio in un meeting universitario di Houston, dove corse in 11"09. Proprio dopo quel tempone, in virtù degli strascichi colonialistici che ancora attanagliano l'Africa (incredibile!) la Federazione francese cercò di metterle il berretto da galletta,  una maglietta blu con il tricolore, e di cantarle la Marsigliese sotto il suo balcone di Houston. Naturalmente ciò non avvenne, perchè il troppo stroppia, e ogni tanto i Paesi Africani hanno dei moti di ribellione al colonialismo di uomini di cui ancora siamo circondati. Comunque, dopo la digressione, questo il panorama dei migliori tempi mondiali dell'anno:

7.001.1.Murielle AHOURE87CIVF1.Houston (USA)26.011215
7.07-2.Murielle AHOURE87CIVF1.Boston (USA)02.021194
7.08-3.Murielle AHOURE87CIVF1.Düsseldorf (GER)08.021192
7.09-4.Murielle AHOURE87CIVH21.Houston (USA)26.011189
7.122.5.Ruddy ZANG MILAMA87GABF2.Moskva (RUS)03.021180
7.122.5.Mariya RYEMYEN87UKRF1.Moskva (RUS)03.021180
7.122.5.Barbara PIERRE87USAF2.Düsseldorf (GER)08.021180
7.135.8.LaVerne JONES-FERRETTE81ISVF2.Houston (USA)26.011177
7.15-9.Mariya RYEMYEN87UKRF1.Eaubonne (FRA)07.021172
7.166.10.Verena SAILER85GERF1.Glasgow (GBR)26.011169
7.16-10.Mariya RYEMYEN87UKRF21.Zaporozhye (UKR)29.011169
7.166.10.Kimberlyn DUNCAN91USAF11.New York (USA)01.021169
Cosa ci raccontano? Che l'europea più in forma risulta essere l'ucraina Marya Ryemyen, che dopo essersi scrollata da dosso la connazionale pallottola-umana Olesya Povh, ha iniziato a dare legnate di rovescio sulle piste di mezza Europa. Il podio virtuale degli Europei sembra una questione a tre: Ryemyen, Sailer, Lalova, con la tremarella da finale come variabile indipendente a limare o aggiungere centesimi fondamentali per l'atto finale. 

200 metri - rivoluzione nelle liste mondiali, con l'irruzione con scasso di Aurieyall Scott (foto) e il suo 22"68 corso a Fayetville proprio ieri sera. L'Who's who parla di una ragazza del 1992, che quest'anno aveva già corso in 7"20 sui 60. Il tempo sui 200 pareggia di fatto il suo miglior risultato outdoor (corso con 1,0 di vento a favore), ma altresì rappresenta il risultato con il maggior spessore tecnico in carriera. Prima della gara di Fayetvill, la Scott aveva un Pb indoor di 23"14, corso qualche giorno fa. Notevole miglioramento, insomma, soprattutto perchè condito nella circostanza, dalla vittoria su una top-sprinter mondiale come Kimberly Duncan, seconda nella medesima gara in 22"72 e secondo tempo mondiale dell'anno. Ad Eaubonne Myriam Soumarè sbotta un 22"87 notevole, anche se poi, la specialità (è noto) non avrà uno sbocco ai campionati continentali. In 4 sotto i 23":

22.681.1.Aurieyall SCOTT92USAF11.Fayetteville (USA)09.021204
22.722.2.Kimberlyn DUNCAN91USAF12.Fayetteville (USA)09.021201
22.873.3.Myriam SOUMARE86FRAF11.Eaubonne (FRA)07.021188
22.984.4.Margaret ADEOYE85GBRSF11.Birmingham (GBR)03.021179
400 metri - due soli i tempi sotto i 52", ma la migliore, a sorpresa è la nigeriana classe '91, Regina George: 51"67, anche lei a Fayetville questo fine settimana. La George è stata semifinalista a Londra (51"35) e ha un Pb di 51"11 stabilito stabilito ai Campionati Africani di Porto Novo dove è giunta all'argento. Talento in crescita esponenziale: da temere. L'unica altra atleta sotto il fatidico 52" è la trentenne americana Ebonie Floyd-Broadnax (il cognome ho dovuto guardarlo due o tre volte prima di scriverlo in maniera giusta). 51"82 a College Station il 26 gennaio. Di fatto il suo miglior risultato da qualche anno a questa parte, lei che era nota a metà degli anni '00 come duecentista (22"32 di Pb). In chiave europea, le migliori sono in coabitazione nel medesimo condominio, l'inglese Perri Shakes-Drayton e l'ostacolista ceca Zuzana Hejnova, entrambe a 52"13

800 metri - la settimana scorsa si è verificato il primo e unico sub-2' dell'anno a livello di indoor. 1'59"58 da parte di Yekaterina Kupina a Belgorod, l'ennesimo impianto che spunta dalle nebbie del fiume Donec, a sud di Mosca, solo in queste circostanze. Tra l'altro attualmente il suo gap con la secondo al mondo appare abissale: 1"56. Quel tempo è anche il suo Pb ogni-pista, visto che all'aperto vanta un 1'59"85 stabilito l'anno scorso a Mosca. Ma a parte questo, la notizia vera è l'invasione dell'armata rossa sui territori degli 800 nelle prime sei settimane di gare indoor, sembra quasi imbarazzante: le prime 7 atlete della lista mondiale sono russe. 10 tra le prime 13 al mondo sono russe. Se vogliamo dargli un piglio "storico", le prime 13 atlete al mondo vengon tutte dai Paesi della ex-cortina sovietica. 12 atlete russe sotto i 2'04"... Il primo tocco di colore giallo-verde a queste tinte possenti di rosso, arriva dalla giamaicana Natoya Goule, 14^. Qui una lista esemplificativa di quello che sta succedendo:

1:59.581.1.Yekaterina KUPINA86RUSF1.Belgorod (RUS)03.021186
2:01.142.2.Yelena KOTULSKAYA88RUSF1.Orenburg (RUS)01.021161
2:01.38-3.Yelena KOTULSKAYA88RUSF51.Moskva (RUS)26.011157
2:01.433.4.Yekaterina POISTOGOVA91RUSF1.Novocheboksarsk (RUS)12.011156
2:01.584.5.Alena GLAZKOVA88RUSF52.Moskva (RUS)26.011154
2:01.78-6.Yekaterina POISTOGOVA91RUSF2.Orenburg (RUS)01.021150
2:02.055.7.Marina POSPELOVA90RUSF61.Moskva (RUS)26.011146
2:02.126.8.Ayvika MALANOVA92RUSF53.Moskva (RUS)26.011145
2:02.217.9.Svetlana PODOSYONOVA88RUSF62.Moskva (RUS)26.011143
2:02.258.10.Olha LYAKHOVA92UKRF3.Orenburg (RUS)01.021143
2:02.46-11.Marina POSPELOVA90RUSF2.Novocheboksarsk (RUS)12.011139
2:02.559.12.Maryna ARZAMASAVA87BLRF11.Bordeaux (FRA)26.011138
2:03.1510.13.Lenka MASNÁ85CZEF1.Kirchberg (LUX)02.021128
2:03.1911.14.Yelena SOBOLEVA82RUSF54.Moskva (RUS)26.011128
2:03.2412.15.Svetlana ROGOZINA92RUSF55.Moskva (RUS)26.011127
2:03.2513.16.Natalya PERYAKOVA83RUSFOCChelyabinsk (RUS)20.011127
1000 metri - l'altro giorno leggevo del record italiano di Elisa Cusma su questa distanza atipica, con 2'42"18 ad Eaubonne (17^ al mondo). Ebbene, stavolta nelle prime 10 atlete al mondo troviamo un'ucraina, ovvero Anzhelika Shevchenko, con 2'36"84, tallonata dalla solita torma di russe (ben 8 in fila dopo di lei). 

1500 metri - a Karlsruhe si è assistito alla Wl di Genzebe Dibaba, con 4'02"25. Alle sue spalle, ma molto lontana, la già citata Shevchenko, con 4'07"65 ottenuto a San Pietroburgo. Margherita Magnani, zitta-zitta, continua invece a migliorare i suoi Pbs, essendosi portata a 4'12"60, 12^ perfomer mondiale dell'anno col 14° tempo. 

2000 metri - ne volete una più bella, legate alle liste mondiale dell'anno? Prendetevi quella dei 2000 metri indoor. Ok, non è una specialità molto diffusa, ma è comunque sintomatica di come vadano le cose in inverno. Le prime 16 atlete al mondo, sono... russe. C'è da dire che non so se siate mai stati in Russia in inverno, ma farsi una corsetta su strada o in mezzo ai colli e alla campagna, non è proprio una cosa che passa per essere salutare. Un mio amico che aveva provato l'impresa, rientrò in casa dopo circa 10', dopo che il sudore gli si era ghiacciato in faccia. Le gare indoor, insomma, sono un modo per stare tutti al calduccio.