08/07/13

Manu-per-due: Gentili e Baggiolini record nei 400hs (F35 e F40)

Negli scorsi giorni sono caduti, tra i tantissimi che sto cercando di ricostruire, anche i record italiani over-35 sui 400hs delle due categorie "più giovani" dei master, ovvero la F35 e la F40. Il primo a cadere è stato quello dei 400hs F35 grazie alla "top player" Manuela Gentili, che a Mersin, il giorno 27 di giugno in Turchia, durante i Giochi del Mediterraneo, è scesa per la 6^ volta in carriera sotto i 56", correndo un sontuoso 55"89, suo 5° tempo di sempre, a poco più di 3 decimi dal proprio record personale. Per lei la gara è coincisa anche con la medaglia di bronzo. Il precedente primato le apparteneva dal primo giugno, quando con 56"72 a Ginevra esordiva come F35 all'aperto battendo il primato siglato dalla Baggiolini nel 2011 (59"61). Proprio Emanuela Baggiolini,  nei giorni immediatamente successivi al tempo ottenuto dalla Gentili a Mersin, abbassava ulteriormente il suo precedente record nei 400hs F40 stabilito l'anno scorso a Rovereto (1'01"73), portandolo prima a 1'01"26 a Parma il giorno 30 di giugno (qui il link alla gara), quindi tornando ancora a Rovereto un anno dopo, e correndo in questa circostanza in 1'01"13, 13 centesimi in meno quindi del fresco primato stabilito in Emilia (qui il link alla gara di Rovereto). Per lei è la sesta volta che viene migliorato il record F40 dei 400hs nel giro di due stagioni. Pensate che curiosità: il tempo della Gentili (55"89) e quello della Baggiolini (1'01"13) in pratica coincidono in quanto a traduzione in AGC: il primo infatti equivale ad un 93,65%, mentre il secondo in 93,62%. Sorprese dal mondo degli algoritmi, che equiparano due prestazioni che sono apicali nelle rispettive categorie, a distanza di 6 anni e 6 secondi di differenza. Segue la cronologia del record dei 400hs F40.
  • 1'03"83 - Barbara Ferrarini - Misano - 09/09/2007
  • 1'03"41 - Emanuela Baggiolini - Nembro - 20/06/2012
  • 1'03"10 - Emanuela Baggiolini - Comacchio - 23/06/2012
  • 1'02"84 - Emanuela Baggiolini - Lucca - 26/06/2012
  • 1'01"73 - Emanuela Baggiolini - Rovereto - 29/06/2012
  • 1'01"26 - Emanuela Baggiolini - Parma - 30/06/2013
  • 1'01"13 - Emanuela Baggiolini - Rovereto - 05/07/2013

07/07/13

Sergio Ruggieri: tanto tuonò che piovve... record sugli 800 M45

I record sono fatti per essere cancellati, volenti o nolenti. Arriva sempre qualcuno, prima o poi, che fa meglio di quanto si riteneva imbattibile. Come il record degli 800 M45, che era stato fissato nel 2008 a 1'59"22 da Giuseppe Romeo a Rezzato (BS). Proprio Romeo, un mesetto fa, aveva visto bene di migliorare il record M50 della distanza, portandosi avanti su quello che sarebbe stato l'attacco finale al record della categoria precedente, gli M45, portato da Sergio Ruggieri. Che Ruggieri stesse più che in forma, poi, si era visto ai campionati italiani di Orvieto, dove con una gara alla Rudisha stile "Londra '12", aveva sfiorato di pochissimi centesimi quel record (1'59"33 o qualcosa di simile) stroncando la resistenza di atleti come Francesco D'Agostino che stanno dominando la specialità da qualche tempo. Impresa nell'impresa, quindi. A Roma, Farnesina, è successo quindi quello che ormai si riteneva essere il "ponderabile", ovvero l'abbattimento di quello stesso record da parte di Ruggieri, durante una gara "assoluta", quindi con il favore di qualche atleta più forte. Durante i campionati Regionali laziali è così uscito il primo sub-1'59" della storia su un 800 da parte di un atleta italiano over-45. 1'58"93, che tradotto in AGC fa 93,62%, cioè un 1'48"00

04/07/13

Un record al giorno: Dario Rappo cancella Acquarone nei 3000 M65

Ogni record battuto di Luciano Acquarone fa storia a sè, è qualche cosa che va oltre il semplice primato italiano. E' una piccola impresa nell'impresa, come ci stiamo abituando a vederne. Anzi, quest'anno sembra assistere ad una piccola rinascita del movimento master nazionale, forse perchè il clima non sembra più così vessatorio e le opportunità di gareggiare sono aumentate. La notizia, quindi, ovvero quella per cui Dario Rappo (classe '48) ha stabilito la nuova miglior prestazione italiana sui 3000: 10'23"01, a Scorzè, ovvero 4 secondi-e-mezzo in meno del record del citato Acquarone, che nel lontanissimo 1996 seppe correre in 10'27"5 a Santhià. 17 anni dopo, quindi, battuto il record: era il secondo record sui 3000 tra tutte le categorie, maschili e femmnili, più "vecchio", dopo quello del leggendario Vittorio Fontanella che detiene ancora quello nella categoria M40 (8'15"38 corso nel 1995). Per Dario Rappo è questo il 10° record individuale detenuto, tra indoor e outdoor, prove spurie comprese. Solo nel corso del 2013 il veneto ha migliorato 6 record italiani. 

Orvieto '13: gli M35

Velocità: doppietta di Pau e Super-Lisa - 100 e 200 M35 hanno dimostrato come l'onda lunga del masterismo, prima o poi arriva. Non si ricorda una partecipazione così ampia a queste due prove di sprint, e lo spettacolo ne ha sicuramente beneficiato. La finale dei 100 M35 ha anzi rappresentato una prova di uno spessore tecnico davvero notevole. Il sardo Giovanni Pau, che in carriera (questo ho trovato sulla rete) ha corso in 10"53 (con -1,9) sui 100 e 10"41 ventoso. Ma anche Andrea Rabino, 60ista di primo piano del primo lustro del XXI secolo, capace di correre in 6"63 e presente ad un paio di mondiali indoor, un paio di universiadi e un paio di europei indoor. Tra i partenti, favoriti per l'oro, Stefano Tugnolo, vincitore dei 100 dell'anno scorso, di fatto il primo competitor di Pau (già dopo le batterie la sfida sembrava portare ad uno scontro tra i due) e il lombardo Andrea Marinoni, talento "emergente" dello sprintismo master. La gara si risolve di prepotenza per il sardo, con un crono ventoso ma eccellente (11"05 con 2,7) davanti a Tugnolo (11"15)  e Marinoni (11"19). A parziale scusante di Tugnolo, l'aver partecipato tra la batteria e la finale, alla gara del salto in lungo (di cui parlerò dopo) e in cui otterrà una clamorosa soddisfazione. Si passa ai due ed è doppietta per Pau, che vince di soli 2 centesimi su Marinoni (campione italiano della distanza indoor) senza però che vi sia stata sfida. 23"27 a 23"29 con vento praticamente simile (1,6 contro 1,7... sempre a favore) ma in due serie differenti. Già perchè Pau è stato inserito nelle serie senza tempo, partendo così col pettorale alto e aspettando che scendessero tutti gli altri dal cancelletto. Peccato per la mancata sfida diretta. Infine i 400 di Tommaso Lisa, che spara un incredibile 49"22 assolutamente fuori portata per tutti i suoi avversari e conquista il suo primo titolo master. E' la prima volta che un atleta M35 riesce ad andare sotto i 50" ad un campionato italiano master outdoor (quindi record dei campionati per Lisa), mentre di fatto il primo a riuscire in questa impresa fu Francesco Cundò nell'edizione indoor del 2009 (49"88). Comunque, in 3 sotto i 52": notevolmente aumentato il tasso tecnico rispetto alle edizioni precedenti. 

Mezzofondo: la quasi fuga-bidone degli 800 e le vittorie di Dell'Aquila (1500) e Miggiano (5000) - Prima serie degli 800, quella senza tempi o dei "rincalzi". Parte a tuono Walter Molino, passa "tranquillamente" in 1'01"5 e va in progressione: 2'01"89. Il jolly che mette tutti quelli che seguiranno nella condizione di dover metter da parte eventuali tattiche. Ci riuscirà il solo Enea Zampini, nella terza serie, che tra l'altro prima di Orvieto vantava un 2'01"86 appena sotto al tempo di Molino. Dopo un passaggio a 59"4, Zampini riesce a chiudere in 2'00"50, suo miglior risultato cronometrico delle ultime 5 stagioni. Nei 1500 sarà invece Felice Dell'Aquila ad imporsi, con 4'08"78, conquistando il suo secondo titolo italiano del 2013, dopo quello dei 10000 a Gorizia. Nei 5000 lo scudetto se lo cuce addosso Antonio Miggiano con 14'47"57, stabilendo anche il record dei campionati per la categoria M35. Record che risaliva addirittura al 1988. Solo in quell'anno si riuscì infatti a scendere sotto i 15' nei 5000 (Claudio Mazzola). Giusto sottolineare la prestazione di Ivan Di Mario, che con 14'51"44 avrebbe vinto tutte le edizioni di italiani master sui 5000 tranne... questa. 

Ostacoli e siepi: Longoni continua il suo "row"; Citterio ottimo sui 400hs - Gadaleta nelle siepi - Sabino Gadaleta conquista il suo primo titolo italiano (10'03"46) sui 3000 siepi, mentre aggiunge un'altra tacca al suo ormai nutritissimo carnet Stefano Longoni, che si avvia ad essere uno deglki atleti M35 (tra tutte le specialità) con più scudetti. Scontata la sua vittoria nei 110hs con 15"56, ma con due metri di vento contrario, per il suo 9° titolo individuale tra 60hs, 110hs, lungo e triplo. Adesso è salito al 5° posto dei più vittoriosi master M35, dopo il trio al comando con 12 titoli (Corrado Minervini, Giovanni Ferrari e purtroppo il sottoscritto), e i 10 titoli di Diego Zambelli. Davanti ha ancora una stagione, in cui dovrà vincere 60hs e 110hs, e aggiungere una specialità in cui eccelle, come triplo o lungo. Difficile ma non impossibile. Infine nei 400hs Paolo Citterio fa suo il 7° sigillo tricolore, il 4° consecutivo sugli ostacoli bassi. Anche lui, vincendo l'anno prossimo in questa specialità, potrebbe essere uno dei pochi che nella categoria M35 che sia riuscito a vincere il famoso five-in-a-row (cinque consecutivi) nella sua permanenza in categoria (come per Longoni nei 60hs). Fino ad oggi tra gli M35, in 32 anni di storia, tra tutte le categorie, sia indoor che outdoor, il "filotto" è riuscito al solo Marco Fracassetti nel giavellotto (dal '93 al '97). Poi tante quaterne... riusciranno Longoni e Citterio nell'impresa?

Salti - Arduini chiude incontrastato - Tugnolo vola nel lungo - Alborè facile e Giannotti solitario nell'asta - Francesco Arduini, il killer, già ad 1,60 vince la gara, ma per tenersi caldo nel tepore orvietano, opta per una condotta di gara "strana", ovvero salta tutte le misure in solitaria sino a 2,05. 9 i salti effettuati prima di incappare nel primo errore a 1,95. Al secondo tentativo passa la misura, e al primo i 2,00, la misura che gli consegnerà il titolo italiano. Infine i 3 nulli a 2,05: 15 salti in una gara, un buon allenamento. 6° titolo italiano per lui. Nel salto in lungo impresa di Stefano Tugnolo, che nonostante invada una specialità non sua, spara un 7,01 ventoso che ha dell'incredibile (lui che è uno sprinter). Solo Mario Bartolozzi nel 2008 era riuscito a vincere un titolo M35 sopra i 7 metri (7,23 ventoso anche per lui). Di fatto nessun atleta M35 è mai riuscito a superare la barriera con vento regolare. Terzo titolo italiano per Tugnolo, che l'anno scorso aveva ottenuto la doppietta 100-200. Nel triplo cataloghiamo a livello di "formalità" la vittoria di Francesco Alborè (13,58) al 5° alloro nazionale master, mentre Alessandro Giannotti vince l'asta in solitaria con 3,00. Primo scudetto.

Lanci - due doppiette, Trabucco e Valsecchi - Mutti nel giavellotto - Davide Trabucco mette la doppietta su peso e disco. Sul peso favorito anche dalla solitudine: 11,38. Nel Disco gara più combattuta e vittoria con 35,33, ovvero un metro e mezzo circa su Alessandro Valsecchi, che invece vincerà martello e martellone. Per Trabucco primi due titoli italiani tra i master. Alessandro Valsecchi vince invece il martello, come detto, in 31,80, mentre si ritrova da solo nel martellone che vince con una misura comunque "concorrenziale": 12,15. 7° titolo italiano nei lanci per il lecchese. Infine 47,69 nel giavellotto per Francesco Mutti, cioè più di 2 metri in più di quanto da lui stesso ottenuto nel 2012 per vincere l'analogo titolo italiano. 2° titolo italiano consecutivo per lui.

La marcia a Magliulo - Vincenzo Magliulo è ormai 2/3 anni che fa parlare di sè e non poteva di certo sfuggirgli il suo 4° titolo italiano nella marcia con il crono di 21'54"65. Miglior tempo di sempre ad un campionato italiano master e prima volta che si vede un atleta scendere sotto i 22' nella medesima specialità ad un italiano.

4x400 all'Athlon Bastia - 3'43"01 e titolo solitario per gli umbri che conquistano il loro settimo titolo italiano in una staffetta tra tutte le categorie, il secondo in una 4x400. 

Nacca cancella Sansonetti: anche questa è una notizia

Per la rubrica (iniziata in questo momento) un-record-al-giorno, dedicata ai record italiani master, voglio riportare il record di Antonio Nacca, classe 1923, che a Borgaretto ha compiuto un'impresa nell'impresa... nell'impresa, ovvero ottenere il record italiano degli 800 M90 (4'21"03), soprattutto di cancellare dall'albo dei primati il Drake Ugo Sansonetti (a proposito, chi sa qualcosa dopo l'infortunio patito un paio di stagioni fa?), ed infine superare quello che ha rappresentato in precedenza il vecchio record del mondo M90, ovvero proprio il tempo di Sansonetti. Il miglioramento è stato netto, visto che Ugo vantava prima dell'avvento di Nacca un 4'28"07 (di quest'ultima prestazione esiste un mio video sulla rete). In termini di AGC Nacca risulta così il primo over-90% sulla distanza (90,42%) oltre che conquistare il suo 4° record italiano individuale: gli 800 nelle categorie M80, M85 e M90, e i 1500 indoor M80. Nacca vanta anche un record nella 4x400 di società con la Amatori Masters Novara. 

03/07/13

Orvieto 2013: Voci, Uva e Metafore (dalla A di Atletica alla U di Uva)

Non potrei parlare di risultati e prestazioni individuali, perché non lo so' fare. Sigma poi è efficiente e veloce, ormai completo anche di fotofinish (per i velocisti). Sulle valutazioni delle prestazioni, per nostra fortuna, il puntuale Andycop non teme confronti. Così, tranquillo e asciutto, come si farebbe dire ad un bimbo che ancora non parla ma indossa l'ultimo modello di pannolone che assorbe fino a cinque litri (!).. posso trastullarmi in note varie, fatue ed amene, pescate fresche come monetine lucenti dal Pozzo di San Patrizio nella splendida Orvieto
Orvieto Scalo, non si offendano i locali, non è granché, anche se non manca nulla. Infatti il mio albergo si trova come l'imbottitura di un panino tra: la statale e la linea ferroviaria regionale davanti; la linea ad alta velocità e l'autostrada, dietro, WOW! 
Io ne ho viste e sentite cose, che voi Masters che non siete potuti venire a Orvieto, non potreste immaginarvi. Tendini in fiamme al largo dei bastioni di Orvieto; e ho visto saltatori e velocisti balenare nel sole vicino alle porte di Ciconìa. 
Ma sì, perdiamo qualche minuto e raccontiamoci l'udito, il visto, l'annusato o magari il sentito, inteso come sensazione; altrimenti.. "tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia"; come disse "il replicante" Rutger Hauer in "Blade Runner". 
Voci, rumori, colori e l'aria di Orvieto, frazione Ciconìa, località La Svolta, bella pista! 
Come nelle bancarelle di un grande mercato, in vendita si trova di tutto, bisogna solo scegliere cosa val la pena portarsi a casa. 
Non saprei proprio cosa abbia più dignità di essere raccontato. 
Scrivo dunque ciò che mi è rimasto impresso senza preoccuparmi troppo se qualcuno, che mi leggerà fino alla fine, penserà che la mia mente necessiti di cure sollecite. 
Ho visto le solite medaglie: d'oro quasi zecchino, d'argento quasi ottocento e di bronzo quasi di Riace. Ho visto maglie, di campioni tricolori, fabbricate in Marocco. Il vino però, un Orvieto D.O.P.; pare assolutamente originale. 
Passo, osservo e ascolto: incontri di vecchi amici e anche nemici che si rivedono in queste occasioni. Le tensioni del pre-partenza e le liberazioni al termine della gara, tra sogni infranti, risultati insperati e promesse di future vendette o resurrezioni sportive. 
Due donne, con il naso appiccicato ai fogli delle fotine appese sul muro dietro le tribune: "eccola qua, come corre bene lei! Però, le braccia.. sì, sì le braccia non sono in sincrono con le gambe, ecco vedi, il braccio destro dovrebbe essere..." Mamma mia, speriamo che nessuno osservi e commenti le mie fotine (semmai verranno appese). 
Una atleta effettua i primi allunghi di riscaldamento. Appoggiata al muretto, cercando una minuscola striscia di ombra, l'allenatrice la riprende ad alta voce per invitarla ad usare le braccia in modo più efficace. Parla in toscano (o italiano, come direbbe un toscano), "pija, devi pijare di più!", pronunciando "pigia" come si pronuncerebbe Peugeot. L'atleta prova un nuovo allungo; l'allenatrice urla ancora: "pija, pija, pija". L'atleta tenta di abbozzare una risposta; ma l'allenatrice alza ancora la voce a coprire qualsiasi replica: "tu pija, pija, pija", arrivando ad espandere il suo verbo anche nell'altra metà del campo di riscaldamento. Pigiare o spingere? Non saprei, ma di sicuro desidererei un allenatore più discreto. 
Passo nei pressi del supercampione che parla con tutti e di tutto ma poi capisco che in fondo, parla sempre di se stesso. 
Passa un terzetto corricchiando; l'atleta al centro parla ai due che l'accompagnano. Il tono è piuttosto alto, forse a cercare ulteriori consensi. "E il bello è che sti regazzetti de ventanni se cagheno sotto appena vedono un cinquantenne che 'riva e je rompe er .. Eeeee...". Puli Puli Puli pu fa il tacchinoo, Qua Qua Qua fa l'occhettaa... grazie a Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto (da L'inquilino). Io questo vibrante orgoglio dell'atletico ometto di mezza età non riesco proprio a condividerlo, soprattutto se esercitato a scapito di ragazzi dotati magari di poco talento atletico. Mio nonno, quando ero ragazzo mi diceva: "alla tua età io saltavo i fossi per lunga e con una gamba sola"; poi guardandomi negli occhi attendeva che comprendessi la sua ironia per poterne ridere assieme. Al 50enne al centro del terzetto potremmo dire di riflettere sulla possibilità di una eventuale piccola invidia (inconsapevole?) di un cinquantenne che non potrà mai più avere 20 anni. La morale forse può essere questa: anche una pirlata, se filtrata e ragionata, ritrova un suo senso. Ah, la gioventù che non ritorna! 
Termino il riscaldamento e nel tragitto verso la cosiddetta "camera d'appello" mi si slaccia una stringa. Mentre mi chino sento una voce potente, alzo gli occhi, è Carmelo Rado che parla con qualche persona attorno a lui. Dal tono della voce si capisce che "la confidenza" non pretende la riservatezza. E allora? Allora ve la racconto! Carmelo, narra di quando era militare ad Orvieto, - "a volte capitava di andare a rubare qualche grappolo d'uva dalle vigne" - e aggiunge: "io vi dico una cosa: se il vino di Orvieto è buono quanto quell'uva..."; e qui si sofferma sulla dolcezza e l'assoluta bontà di quell'uva, mai più trovata così buona per il resto della vita. L'espressione del viso si ammorbidisce, come se tornassero quei magici acini tra le sue labbra. - "Se il vino di Orvieto è buono quanto quell'uva: è sicuramente il migliore del mondo!" - Stringa allacciata. Fine della storia. Cioè, non proprio, perché la sera capirò finalmente cosa stava raccontando Rado. 
A cena, tra persone che in fondo si conoscono poco, ci si lascia andare a qualche ricordo, pescato al volo dalla memoria, chissà perché proprio quello. Ancora di più mi stupisce la persona che non parla per tutta la sera, ma poi, sollecitato dal gesto di un cameriere, racconta. Racconta un ricordo del collegio, di una piccola astuzia di ragazzi che cercavano di rendere meno dura la loro esistenza. Piccole cose, eppure preziose, piccoli oggetti di argento ossidato, che vengono lucidati, fatti brillare e regalati a chi ascolta. L'importante è essere lì. La sera, facendo quei quattro passi che magari aiutano la digestione, mi si accende una luce, meglio: un led (così risparmiamo) nella mia mente non più così vispa. Ma sì, come ho fatto a non cogliere subito la metafora di Rado? I poeti usano la metafora per raccontare e io gonzo mi ero fermato all'uva e al vino. Che sciocco, certo, quell'uva infinitamente buona e non più assaggiata, era la rappresentazione struggente della sua gioventù! Benigni disse: "quando hai la fortuna di incontrare un grande saggio, ti metti in silenzio e lo ascolti. Un po' come andare a sedersi sotto la grande quercia e appena cade una ghianda, svelto la raccogli e te la metti in tasca". 
Conosco Carmelo Rado solo di fama, ma mi era parso abbastanza saggio quel che diceva, inoltre nessuno può mettere in dubbio che sia anche grande. E se non fosse sufficiente... la FIDAL ha appena consegnato a Rado il premio "Quercia al merito"! Ci si dà appuntamento per le prossime gare, magari a Torino, dove qualcuno, vista la tangente da pagare si è rifiutato di iscriversi, altri si sono iscritti ma si dicono pentiti e altri ancora ci saranno senza remore di nessun tipo. Altre voci, altri rumori, altri colori saranno a nostra disposizione, anche se pagati a caro prezzo. Statemi bene, tutti. 

 il corridor cortese

Lo spreco del talento italiano: istruzioni per l'uso

(a sinistra, il bronzo ai mondiali junior del '98 di Maria Chiara Baccini, allieva: 6,55 a 17 anni) - Ho appena letto un articolo sui talenti sprecati dell'atletica italiana. L'articolo è sicuramente superficiale, anche perchè la fotografia del fenomeno risulta viziata da diverse inesattezze, colpendo nomi che non dovrebbero essere inquadrati in questa categoria di "incompiutezza" e omettendone altri ben più pesanti. Però il fenomeno è sicuramente noto e sconcerta come piuttosto che tamponare le falle della tubatura, si cerchi di ampliarne la portata (ma tenendosi i buchi). Non è illogico? Da qualche parte ne avevo già scritto, ma non lo trovo, chiaramente, considerato il mio disordine mentale. I dati del problema non sono noti, ma solo comunque percepiti e probabilmente disegnano un problema molto più vasto che mantiene radici profonde solo intuibili e ipotizzabili a livello di "percezione". Non esistono a tal proposito dati, e questo è clamoroso. Si è infatti visto quasi ogni anno più di un talento pazzesco fare viaggi a curvatura nell'iperuranio della speranza e dopo un paio di stagioni sparire dalla faccia di questo sport se non ridimensionarsi a ruolo di mera comparsa. 

Nomi ce ne sarebbero a manciate: tutti coloro che hanno vissuto vicino al mondo dell'atletica degli ultimi anni potrebbero mettersi ad elencare tizi che da allievi andavano più veloci di Bolt, e poi adesso farebbero fatica a trovar posto nella 4x100 della propria società nella serie A2 dei c.d.s.. 

Ora, come dicevo prima, il problema non può non essere investigato. Perchè? Perchè un talento che si concretizza è pubblicità per tutto il sistema, un investimento d'immagine, un'imboccata di olio a tutti i meccanismi organizzativi della federazione. Al punto in cui siamo, invece, il talento "perso" è solo uno dei tanti caduti in questa guerra silenziosa che porta al successo, e che non vale la pena recuperare, salvo casi assoluti e imprescindibili. Ma quanti "caduti" sono stati lasciati sul terreno?

Cosa fare? L'immagine della tubatura forata secondo me è quella più azzeccata. Entra tant'acqua (gli atleti), e i numerosi fori del sistema, ne fanno uscire buona parte. La quasi totalità, se verifichiamo i dati storici dei senior. Bisogna quindi capire le motivazioni che hanno portato a quelle defezioni.

La mia proposta è semplice. La Fidal dovrebbe creare una borsa di studio e affidarla a qualche volenteroso studente universitario (oppure delegarlo al proprio Ufficio Studi... ma non vedo tutto questo entusiasmo e organizzazione). Oggetto della borsa di studio, magari da attribuire ad un intero dipartimento di qualche facoltà, dovrebbe essere una sorta di surveys  che studi l'abbandono dei talenti dell'atletica. Chi ha qualche rudimento di metodologia e tecnica della ricerca sociale, saprebbe bene come affrontare il problema. Non è assolutamente difficile, basterebbe rimboccarsi le maniche.

Cosa studiare e come?

  • Si parte estrapolando le graduatorie annuali della Fidal su tutte le specialità di un certo periodo di tempo (facciamo un intorno di 15 o 20 anni) per determinate categorie giovanili. Allievi e Junior. 
  • poi da quelle graduatorie si prendono i primi 10 o 15 atleti per ogni specialità, e se ne studia la "carriera", ovvero, fissati dei parametri che indichino cosa si debba considerare come "successo" (tipo arrivare a 24/25 anni ad essere tra i primi 10 delle liste italiane; oppure essere convocati per una grande manifestazione internazionale... fate vobis); 
  • Tutti coloro che non raggiungono questi target, diventano automaticamente l'oggetto dello studio. Abbandoni, cali nelle prestazioni, sparizioni... tutti costoro dovrebbero essere cioè studiati.
Come studiare i "mancati fenomeni"?
  • lo spessore statistico del fenomeno lo crea la parte di studio di cui sopra. Ma le vere ragioni dell'abbandono o delle controprestazioni, quelle che daranno degli strumenti su cui lavorare (per la Federazione, evidentemente) per evitare o limitare l'insorgere del fenomeno in futuro, vengono individuate con uno studio qualitativo. Inevitabilmente. 
  • Lo studio qualitativo consta in un'intervista a 360° a quegli ex talenti dalla quale estrapolare comportamenti o avvenimenti condivisi tra più talenti. Interviste standardizzate ma comunque elastiche, che possano spaziare e verificare in profondità le reali ragione del fallimento sportivo. La Fidal dovrebbe avere i dati anagrafici di tutti per poterli rintracciare... e comunque su Facebook li si trova. E poi, se lo studente è volenteroso, tramite le società di origine, in qualche modo si arriva al traguardo. 
  • Posso ipotizzare alcuni motivi: lo scoramento per mancate e sistematiche convocazioni anche ai raduni; un rapporto inesistente ed intermittente con la Federazione; un ambiente di allenamento non fattivo; il rapporto umano con l'allenatore; le esigenze adolescenziali; gli infortuni; la necessità di entrare nell'ambiente del lavoro; l'ambiente famigliare... quanti aspetti sarebbero da indagare!
  • alla fine bisognerà evidenziare le linee più comuni tra le diverse interviste, interpretare i risultati, e quindi ipotizzare delle soluzioni. E' un studio che penso facciano tutte le aziende in cerca di informazioni sui fenomeni sociali... 
Ora, la mia personale idea sull'argomento è che i talenti in Italia seguono un iter negativizzante molto spesso uguale, dovuto principalmente al carattere di volontarietà dei tecnici (quindi alla scarsa professionalizzazione) che ne fa invariabilmente dei pionieri. Quasi sempre i talenti esplodono nelle mano di allenatori che non hanno esperienza di gestione e che, invariabilmente, l'anno dopo l'esplosione iniziano ad aumentare i volumi e le intensità di allenamento in maniera esponenziale, dimenticandosi che i fisici hanno percentuali di adattamento agli input esterni nettamente inferiori. Il risultato è l'inevitabile stallo se non la regressione psico-fisica nell'anno successivo, con l'attivazione di un circolo vizioso che si ripercuote sulle aspettative del ragazzo, sulla sua volontà di emergere, sulle capacità del tecnico di comprendere quello che sta avvenendo, e quindi sulla sua capacità di produrre prestazioni fisiche. Quindi l'abbandono in un paio di stagioni o nei migliori dei casi la sopravvivenza vegetale ai margini di un sogno. Ma è una mia considerazioni, anche sulla base di diverse esperienze personali.

Torniamo allo studio. Il risultato dello studio e in particolare della surveys sugli ex talenti, fornirebbe una tale quantità di informazioni (quantitative e qualitative), tali da poter influenzare le decisioni della Federazione e consentirgli di creare dei progetti pluriennali. I talenti, se son tali, non vanno mai abbandonati alla prima occasione in cui "steccano", mentre proprio questo sembra essere l'attuale atteggiamento preponderante. L'infortunio o la controprestazione, porta sistematicamente all'emarginazione e all'affidamento del talento alla propria società di origine. L'appartenenza ad gruppo di élite invece dovrebbe essere consolidato anche in presenza di cali o crolli. Se un ragazzo corre in 10"30 un paio di volte, non diventa un brocco dall'oggi al domani. 


Quindi: per rafforzare la qualità degli atleti di vertice, forse bisognerebbe (la Fidal) allargare gli orizzonti e prevedere studi più pragmatici e seri (ho letto le simpatiche conclusioni della Commissione Atleti... penso non sia più il tempo di filosofeggiare su temi di fondo, ma su temi concreti e da attuare nell'immediatezza) che abbiano ricadute positive sull'intero sistema-atletica. 

Giuseppe Romeo e il record degli 800 M50

Un record alla Sebastian Coe quello di Enrico Greppi sugli 800 M50, che resisteva addirittura dal 28 maggio del 1983 (si era ad Asti) ovvero esattamente 30 anni fa. 2'04"8. Il record, manuale, fu di fatto avvicinato (o superato) da Luigi Ferrari ai Campionati Mondiali di Lahti del 2009, quando corse in 2'04"83, cioè un tempo forse un pò più veloce o forse un pò più lento... nel mio database i record persistevano a braccetto, anche perchè sono perfettamente consapevole del +0"14 della traslitterazione dei tempi manuali a quelli elettrici (quindi un fattuale 2'08"94), ma è anche vero che i tempi manuali rappresentano un arrotondamento per difetto di quello che si vede sul display del cronometro. Quindi, perchè no, chi fermò quel cronometro ad Asti nel 1983, avrebbe potuto aver visto anche un 2'04"71... tutto è possibile e opinabile, così nel dubbio della fallacia della mano umana, le due prestazioni hanno rappresentato i record italiani della categoria. Fino all'altro giorno, il 30 di maggio del 2013 (quindi esattamente 30 anni e due giorni dopo) quando Giuseppe Romeo ha cancellato ogni dubbio a Besana Brianza, correndo la distanza in 2'04"72. Per Romeo è il secondo record sugli 800 outdoor, dopo quello nella categoria M45 che proprio ad Orvieto pochi giorni fa ha subito l'attacco pazzesco di Sergio Ruggieri, arrivato a 13 centesimi in una gara alla Rudisha, come direbbe Ugo Piccioli (1'59"35 contro il 1'59"22 del primato di Romeo). Tra i suoi primati, anche quello dei 600 M50 ottenuto proprio quest'anno (1'29"13).  

Altro passo indietro: Federico Nettuno e Hubert Indra e il nuovo record del decathlon

Mentre si sta scrivendo la storia di Orvieto, torno ancora a Gorizia e a due record che sono stati ottenuti nel decathlon. Il primo è quello che ha stabilito Federico Nettuno, classe 1975, superando di oltre 150 punti il precedente primato di Stefano Sartori che il proprio l'aveva ottenuto ai Mondiali Master di Sacramento del 2011. 5656 punti di Federico contro i 5499 di Sartori. Nel dettaglio queste le prestazioni di Nettuno: 11"61 (0,8) sui 100; 5,60 (0,3) di lungo; 9,80 di peso; 1,78 nel salto in alto (!!); 56"85 nei 400; 16"15 (0,7) nei 110hs; 25,31 nel disco; 3,80 di asta; 40,00 di giavellotto e 5'17"95 nei 1500. Per lui secondo record italiano master detenuto, dopo quello del pentathlon indoor, che, tutt'oggi risente di un vulnus di alcuni punti in quanto viziato da una mancata correzione dato che non gli sarebbe stato conteggiato il miglior lancio del peso, ma il secondo. Nonostante le proteste, tutto è rimasto come prima (a meno di smentite). 

E si passa così al ciclone-Indra, che ha riscritto tutta la storia delle prove multiple italiane master. Hubert, classe 1957, a Gorizia ha turbinato qualcosa come 7283 punti, dopo che l'anno scorso aveva portato il primato della categoria M55 a 6664 punti a Zittau. Ma in quella gara si infortunò (mi sembra di ricordare) e totalizzò "0" nei 1500, e il dato complessivo risulta così viziato da questo "piccolo" intoppo. A Gorizia ha ottenuto questi risultati:  13"68 (-0,6) sui 100; 5,00 (-0,1) di lungo; 11,56 di peso; 1,69 di alto; 1'03"26 nei 400; 16"47 (0,2) sui 100hs; 35,12 nel disco; 3,80 di asta; 41,57 di giavellotto; 6'01"01 nei 1500. A Zittau ebbe un andamento di spessore più elevato, ma lo "0" finale compromise tutto, come è logico che sia. 

02/07/13

Orvieto '13: le F35

Nella velocità femminile si è messa in luce Linda Tosini, che si è fatti suoi sia 100 che 200. Primi titoli nazionali per lei, rispettivamente con 13"29 (1,5) e 27"93 (1,3). Nei 400 Maria Sgromo, dopo un brutto infortunio subito questa stagione, sfiora la barriera del minuto (1'00"20) sotto la quale un paio di anni fa raggiunse il Pb delle ultime stagioni (58"77). Primo titolo italiano anche per lei. Altra doppietta, dopo quella dallo sprint puro, dal mezzofondo: 800 e 1500 se li intasca Antonella Faiola, tra l'altro con prestazioni di spessore. 2'20"15 sugli 800 (davanti alla Sgromo), ma soprattutto 4'45"88 sui 1500. E salgono così a 4 i suoi scudetti, avendo vinto i 5000 l'anno scorso e i 3000 indoor quest'anno. Gara combattuta sui 5000, vinti alla fine di Paola Rosini con 17'57"49 davanti a Sonia Marongiu (17'58"47). E naturalmente primo alloro anche per Rosini, La citata Marongiu si rifa però nelle siepi, dove vince con il tempo di 7'41"17, per quello che rappresenta il suo 5 titolo italiano su pista, il primo sulle siepi. Dalle siepi arriva invece il titolo sui 400hs, visto che Elisa Gabrielli il suo precedente titolo fu vinto a Cosenza nel 2011 proprio sui 2000 siepi. A Orvieto 1'17"87 in solitaria. 

Nei salti, Antonia Tofalo è la regina dell'alto con 1,44, bissando così il titolo indoor conquistato proprio quest'anno. Solo 4 centimetri invece separeranno la nuova campionessa italiana di lungo, Nicoletta Dessì (4,47) da Roberta Greco (4,43). Dessì che al suo carnet aggiunge il titolo del triplo con 10,30 e conquistando il poker di titoli in una sola annata sulle due specialità di salti in estensione: lungo e triplo, indoor e oudoor. 

Nei lanci, va alla materana Maria Danzi il titolo del peso, con 9,51, che costituisce il suo 4° titolo italiano, il primo nel peso dopo 3 titoli nei pentalanci. Nel martellone la Danzi conquisterà poi il 5° titolo in solitaria con 13,67. La toscana Elena Reali si impone nel disco con 15,23, conquistando così il suo terzo titolo individuale master (il quarto con le staffette). Lorena Merlini, infine, fa suo il titolo del giavellotto nettamente, con 33,72. Vinse il suo precedente titolo, sempre nel giavellotto, nel 2010 a Roma. Martello infine ad Anna Maria Garofoli con 25,91:

Infine la marcia, dove Monica Zanda, solitaria, vince il suo primo titolo italiano in 31'35"98.

Nelle staffette lo scudetto va all'Atl. Vis Nova nella 4x100 (1'01"96) mentre rimane vacante quello della 4x400, vista la squalifica dell'Atl. Roma Acquacetosa. 

Record 400 F40: dalla Baggio alla Beggio... alla ri-quasi-Baggio

Come fa sapere Rosa Marchi dal sito della Fidal Veneto, il record dei 400 F40 è passato di mano venerdì scorso, ovvero in contemporanea con la prima giornata dei Campionati Italiani Master di Orvieto. Infatti a Verona (correva il 28 giugno) Anna Beggio, classe 1973, ha migliorato il record italiano di Emanuela "Baggio" Baggiolini, portandolo dal 58"74 ottenuto dalla varesina agli Europei Master di Zittau dell'anno scorso, a 58"51, tempo di grande spessore. Riporto sempre quanto scrive Rosa Marchi sul sito della Fidal Veneto, circa la cronologia recente del record:

  • 60"68 - Elisabetta Cerniz 16/9/1998 Cesenatico 
  • 60"12 - Gabriella Ramani 21/06/2003 Torino 
  • 58"83 - Rosa Marchi 8/8/2004 Mezzano di Primiero 
  • 58"74 - Emanuela Baggiolini 21/08/2012 Zittau 
  • 58"51 - Anna Beggio 28/06/2013 Verona
Non passano che 24 ore che il freschissimo record subisce il primo attacco (quasi sicuramente inconsapevolmente) da parte della Baggiolini, che a Parma corre il "giro" di pista in 58"61, ad un solo decimo dal ultra-freschissimo record della Beggio. Insomma la storia del record è ancora in fieri, ed è certamente un fatto positivo che della "pugna" sia entrata anche la Beggio. La vedremo mai gareggiare tra i master? 

01/07/13

Un passo indietro: i record italiani nelle staffette ai campionati italiani di Gorizia

Stavo aggiornando i titoli italiani di Orvieto, quando mi sono accorto di alcune lacune informative. Bisogna infatti ritornare agli italiani di staffette, prove-multiple e 10000 metri in pista, per aggiornare quanto è successo nel mondo master dell'ultimo mese e così avere una visione di insieme più completa. Ecco i record migliorati a Gorizia.
  • la 4x100-200-300-400 F35 dell'Atletica Tirreno Civitavecchia (Lucilla Di Stefano, Tiziana Cingolani, Gigliola Giorgi e Paola Tiselli) dà una sforbiciata di 13" al precedente record detenuto dalla Giovanni Scavo 2000 che resisteva da quasi 9 anni: 2'27"02 contro il 2'40"69 d'antain. 
  • 4x100-200-300-400 F45 del Marathon Trieste ottiene una prestazione quasi simile a quella delle F35, e migliora di poco più di 3" il record italiano precedente detenuto dall'Amrbosiana: 2'27"90 contro il 2'31"22 tabellato. Le nuove primatiste sono Elisabetta Dodi, Alessandra Grasso, Paola Capitanio e Tiziana Brezzoni. 
  • 4X1500 M35 La Fratellanza Modena - a Gorizia è stata la prima volta che sia scesa in pista una 4x1500 della categoria M35, quindi record italiano scontato. 18'08"70 corso da Marcello Messori, Emiliano Stopazzini, Gian Carlo Bonfiglioli e Alessandro Bianchi. 
  • 4X1500 M45 Sportiamo - La Sportiamo aveva perso il record italiano proprio l'anno scorso, per "piede" della Fratellanza di Modena, che glielo abbassò di 7" in un solo botto (18'12"33 contro 18'19"60). Così la formazione friulana a Gorizia decide di riprendersi (oltre che al titolo nazionale di specialità) anche il record, variando solo un "giocatore" (Maraspin al posto di Novaro) alla composizione della formazione in campo. Risultato? 17'55"42, ovvero una mannaiata di 17" sul vecchio record. Autori: Moreno Mandich, Walter De Laurentiis, Alessandro Leban e Alessandro Maraspin. 
  • 4X1500 M60 - Masteratletica - altra riconquista di un record perduto, stavolta da parte della Masteratletica (Dario Rappo, Roberto Gianello, Rolando Lievore, Francesco Palma), il cui record di 21'55"75 era stato superato dal tempo della Fratellanza di Modena (21'07"79). Stavolta miglioramento minimo, di poco più di un secondo, e nuovo record italiano: 21'06"02
  • 4X800 F35 - Atletica Tirreno Civitavecchia - la stessa quadriga di atlete della staffetta "svedese" (Di Stefano, Cingolani, Giorgi, Tiselli) riesce a riscrivere anche la pagina del record della 4x800: 10'07"71 contro il 10'11"5 detenuto dalla Giovanni Scavo 2000.  
  • 4X800 F70 - Atletica Aviano - prima staffetta del genere corsa da una formazione italiana F70 e miglior prestazione. 15'31"49 corso da Maria Cristina Fragiacomo, Angela Pin, Jole Sellan e Erminia Furegon. 

Orvieto: prime impressioni

Come si può iniziare un pezzo senza usare i soliti convenevoli ("vanno in archivio... campionati italiani master all'insegna... ")? Come è noto, è francamente impossibile dare un giudizio tecnico complessivo su un campionato nazionale master, a causa dell'entropia del movimento, quindi per il semplice fatto che ci sono troppe categorie e troppe prestazioni per dare giudizi complessivi. Si potrebbero elencare i record stabiliti... Ecco, c'è chi si sofferma sui numeri dei partecipanti, ma anche questi sono molto opinabili, in considerazione delle scelte contingenti o logistiche che ogni anno vengono fatte sulla sede dei campionati. Quindi rimangono le sensazioni. Purtroppo (e per fortuna mia) mi sono concentrato sulle mie gare, quindi ho solo avuto delle percezioni, a partire dal fatto che il livello medio di entusiasmo sembra esser cresciuto. I filtri personali naturalmente condizionano tutto: il fatto di vedere gare dei "35enni" mediamente più dense di atleti e anche tecnicamente più combattute, è sicuramente un ottimo segnale di vitalità. La linfa del movimento nasce da lì, e riuscir a convincere sempre più atleti a "condividere" (non "abbandonare") l'attività assoluta con quella master dovrebbe essere uno dei principali obiettivi di una Federazione e di un'Area della stessa federazione, come quella Master.

Sull'organizzazione, come dicevo ad una delle menti di questi campionati italiani di Orvieto, se non ci si lamenta vuol dire che è andata bene. Come si dice di solito degli arbitri, no? Se un arbitraggio non si nota, è andato bene. Nell'atletica poi bisogna distinguere due cose: quella che è l'organizzazione della manifestazione in sè con quelli che sono gli "arbitraggi" veri e propri, e su questo, ritengo, finchè ci sarà atletica ci sarà da discutere. Alcune decisioni risentono di una preparazione dei singoli Giudici raffazzonata, parziale, involontaria, ed è logico che quando si verifichino situazioni border line, si possano trovare a decidere statisticamente per la soluzione peggiore. Ma questo lo si è sempre saputo ed è un problema che conoscono in Fidal. A questo si aggiunga la mancanza di educazione culturale sportiva di alcuni di essi, che non comprendono la propria presenza "per gli atleti", leggendola "contro gli atleti". Giudice sembra il sinonimo di "vendicatore". Bisognerà cambiare anche questo. 

Torno sull'organizzazione. Gli spazi naturalmente erano quelli che erano: ma già la presenza di un campo in sintetico per il riscaldamento è stato un grosso passo in avanti rispetto a Comacchio, in cui si venne confinati in un campo di patate, in alternativa al parcheggio o alla strada. Il servizio di ristorazione sarebbe stati da migliorare (bisognerebbe dire agli organizzatori dei prossimi campionati italiani che si debbano aspettare una sorta di festa dell'Unità paesana, quanto a numeri, e non una sagra condominiale). Le informazioni sugli orari di presentazione ai diversi step (conferma iscrizioni e orario gara) dovrebbero essere più chiare e ben esposte. Per il resto, diciamo che chi frequenta il mondo master da tempo, sa quali sono i tempi e gli step per arrivare alla gara, ma purtroppo qualcuno incappa sempre in ritardi od omissioni che lo tolgono inopinatamente dalla gara. Quindi, giudizio positivo per parte mia, anche se, come ho avuto più volte modo di scrivere da molto tempo, l'esperienza degli organizzatori di Orvieto non potrà essere tramandata ai prossimi organizzatori per il semplice fatto che non è stata ancora individuata la prossima sede (è normale prassi: si decidono praticamente ad inizio anno). 

Quindi ogni anno si riparte da zero, e gli errori, spesso, vengono tramandati all'infinito... basterebbe davvero poco per oliare sempre più i meccanismi organizzativi e rendere il prodotto-gara sempre migliore e attirare ulteriore partecipazione. Un circolo virtuoso. Basterebbe infatti scegliere le sedi con un paio di anni di anticipo così da consentire a chi organizzerà di apprendere dall'edizione precedente i pregi e i difetti... Vabbè, cercherò di farmi mandare una relazione da qualcuno che ne decanti questi aspetti a futura memoria. Dal prossimo articolo, stavolta se ci riesco, scriverò di tutte le categorie. Sempre che non si urti la sensibilità di qualcuno. 

26/06/13

Caro Pietro... del Corridor Cortese

Caro Pietro
ti scrivo per dirti il mio personale grazie.
Scusa il ritardo, non tanto dalla data della tua morte, ma dal momento in cui ti sarebbe stato utile e confortante un qualsiasi gesto di riconoscenza. Meglio sarebbe stato se il riconoscimento, un semplice attestato di vicinanza, ti fosse arrivato dall'interno di quel mondo che è stato la tua vita. Dall'interno di quel mondo che ti ha osservato, utilizzato e promosso finché hai potuto correre ai massimi livelli mondiali. Eviterò commenti da "presidente del club del crisantemo", già esposti ed anche sovraesposti, dopo quella notizia così improvvisa che ha raggiunto noi e che tu da gran velocista hai preceduto. 
Caro Pietro, ti scrivo con un sentimento di prossimità, perché sei stato un riferimento anche importante che ha accompagnato la mia adolescenza e la mia maturità agonistica. Poi ti ho perso di vista, per oltre 20 anni non mi sono più occupato di Atletica in nessun modo. Qualcosa stava cambiando nell'atletica; anche nel modo di proporsi. Alcuni dei tuoi immediati successori (che già gareggiavano con te) non li digerivo granché, così ben disposti e sensibili alle esigenze dell'estetica e dello spettacolo (ma forse la mia era solo invidia). 
Eravamo abituati ad una particolare sobrietà, anche da parte di gente che le Olimpiadi le aveva vinte (già nell'era della TV). Nel mio immaginario, senza chiamarli, compaiono immediatamente Livio Berruti, Abdon Pamich e poi: Sara Simeoni, Pietro Mennea. Ecco, una sobrietà e una misura, che erano marchio distintivo, peculiare e signorile, dell'Atletica. 
In qualche modo, tu hai rappresentato un'epoca che si andava ad esaurire per lasciare spazio ad una nuova Atletica, assolutamente differente: l'inizio dell'Atletica Spettacolo; che si staccava dalla realtà (reale) per rincorrerne una virtuale, disposta al falso e all'illegale pur di affermarsi. 
Quando mi capitava di assistere a qualche importante gara di velocità poi, mi disamoravo ulteriormente vedendo alla partenza, quantità di muscoli così innaturali; ma anche quei miglioramenti così sorprendenti nell'arco di una stagione, erano e ancora sono davvero poco comprensibili. 
Forse dico delle cose, che tu con gran signorilità, non hai mai detto; mi piace pensare che stai sorridendo, togliendoti un sassolino dalla scarpa; un piccolo sfizio, seppur postumo. Oggi la situazione non è migliorata, anzi, nelle finali di ogni competizione importante si vedono velocisti (alcuni veramente dotati di talento, altri meno) che sono gonfi come tacchini ripieni da "Thanksgiving Day". Dalla testa, a scendere, il primo muscolo a sollecitare i miei dubbi, se troppo evidente, è il trapezio. 
Proseguendo l'analisi, ci si domanda spesso come mai uno che corre (con le gambe) possa avere muscoli delle braccia più sviluppati di uno che solleva pesi (con le braccia). Stefano Tilli nelle telecronache, in fase di presentazione degli sprinter in partenza, usa a volte questa definizione: "ben costruito anche nella parte superiore". Non conosco Stefano e non capisco dunque se parla seriamente, ma sono più propenso a credere che faccia esercizio di ironia ai massimi livelli. 
Ma vorrei tornare alla "nascita" dell'Atletica Spettacolo, della quale Sandro Donati (mai abbastanza ringraziato!) ci ha spiegato (e continua a farlo) come doveva essere nutrita e promossa. Prima però, per non diventare troppo serio, provo ad alleggerire il tono con una storiella, vera, che mi torna in mente. 
Si parla di Carmelo Bene, tuo conterraneo. Il Maestro, quando incontrava gli aspiranti attori per tenere una lezione sul Teatro, amava esordire in questo modo: "Voi siete delle merde, il Teatro non ha bisogno di voi, siete voi che avete bisogno del Teatro". Chissà perché mi è venuta in mente, forse perché ci leggo un parallelismo al contrario con il rapporto che tu avevi allora con la Federazione. Una cosa era evidente: era la Federazione ad avere assoluto bisogno di te. Tu Pietro, eri il veicolo principale, seppur non incline, poco propenso e recalcitrante, che consentiva alla Federazione di perseguire quel piano, rivelatosi sciagurato. 
Allora non capivo bene cosa stava succedendo; col tempo ho capito qual'era il prezzo che si stava e ancora oggi si sta pagando. Tutte le false giustificazioni portate a supporto nel tempo hanno insinuato falsi dubbi, cosicché la verità (guarda un po' che birichina) possa apparire sempre inafferrabile; ma solo per chi non la vuol conoscere. Una falsità, spacciata come cosa vera e promossa all'infinito sui "media", rimane una falsità. Una falsità creduta vera dalla maggioranza, rimane una falsità! Il processo di mistificazione, ha la devastante aggravante di insinuare inesistenti dubbi, di corrompere, di rubare pezzi di esistenze, o intere vite; io la considero un crimine grave.
Caro Pietro, con te c'era ancora la possibilità, così importante per un ragazzo, di identificarsi, di andare su una pista e provarsi. 
 Ora tutto è più complicato. Un ragazzino può identificarsi anche in un atleta che assomiglia più a un supereroe piuttosto che a un essere umano. Quando però si avvicina alla pista capisce subito che si tratta di sogni irraggiungibili o comunque troppo distanti per pensare di provare a misurarsi. I supereroi rimangono sui fumetti o si guardano seduti davanti ad uno schermo. Tu eri umano, esteticamente assolutamente simile a noi. 
Ci separava un anno di età e per chi amava l'atletica e magari la velocità, tu eri "Il riferimento". Da ragazzi, le nostre società facevano capo ad una medesima organizzazione; così che sul giornalino che circolava al nostro interno venivano riportati tutti i risultati delle "nostre" gare. Eri già naturalmente forte, il più forte, a 16 anni correvi i 300 in 34"1 ! Ma queste son cose note a tutti. Mi divertiva leggere i componenti della tua staffetta 4x100. 
Caro Pietro, perdona il mio esser un po' fatuo, ma sorrido ancora oggi; ecco la formazione: Acquafredda, Gambatesa, Pallamolla e dopo tre "composti" alla fine c'eri tu, tutto d'un pezzo, che ci facevi tornar subito seri. 
Non facesti mai parte di un gruppo sportivo militare; meno male, altrimenti non saresti potuto andare a Mosca nel 1980, come capitò a Caravani e Lazzer ad esempio. Tu eri là, a Formia. Hai fatto la leva in Aeronautica, come me, ma invece di stare sulle rive del lago di Bracciano, a Vigna di Valle, rimanevi là, praticamente sempre. 
No, quasi sempre; ricordo una volta che ti intimarono di presentarti con urgenza al Centro Sportivo e tu arrivasti, ma... non avevi la divisa, o se mai te la avevano data, chissà dov'era finita. Non potevi presentarti al Tenente Colonnello Picchiottini senza divisa e così giravi per le camere della palazzina chiedendo la cortesia di una divisa in prestito. 
Costanza, continuità, serietà, robustezza fisica hanno permesso anche di utilizzarti come tester perfetto, come soggetto da studio addirittura unico. 
Pietro solo, generoso, tanta fatica, Pietro determinato; Pietro il talento. 
In gara, ti capitava a volte di non partire come un lampo e nelle batterie, a livello italiano, neppure ti serviva sprecare energie nervose o rischiare partenze false. Tutti i giornalisti osservavano Mennea e comunque dovevano scrivere qualcosa, cercando di ripetersi il meno possibile. Poteva capitare allora che per le prime decine di metri, qualche veloce partente potesse fare bella figura, assolutamente effimera e temporanea a tue spese. 
Insomma, grazie Pietro (!) per quel piccolo trafiletto che mi fu dedicato solamente perché mi trovavo al tuo fianco. Devo esserti riconoscente, anche se io carneade, ero poi obbligato ad osservarti le terga per il resto della gara. 
I due ricordi più nitidi che rimangono nella mia mente, chissà poi perché, raccontano della tua solitudine. Nel primo, con pantaloni e giubbotto di jeans sei seduto su una panchina verde di legno, all'Acqua Acetosa, la occupi da solo, seduto sulla spalliera con i piedi sul sedile e i gomiti appoggiati alle gambe. Tutto attorno a te il solito bailamme del tardo pomeriggio infrasettimanale di allenamento, con ragazzi e borse che vanno e vengono dalla pista e dagli spogliatoi; e mentre ti osservo, nessuno si ferma, nessuno ti saluta. 
Nel secondo, all'Arena, in attesa dell'inizio gare, ti eri accaparrato un intero settore appena a fianco della partenza dei 100, tutti eravamo nella zona della tribuna centrale, mentre tu te ne stavi solo e tranquillo a metà di quella gradinata deserta. 
Tu Pietro tra le tante qualità ne avevi una importante: l'inconsapevole capacità di mostrare anche la tua umana fragilità. 
Molto bella l'intervista raccolta dall'abile Andycop, in cui oltre alle parole si ascolta il tuo modo di porti, il desiderio di comunicare, la disponibilità generosa offerta più volte. 
Ciao caro Pietro e se per caso ti capita di incontrare il Presidentissimo Primo, chiedigli di più, e se ti chiede per che cosa, digli che comunque ti saresti meritato di più, molto di più. 
Se poi dovesse capitare di incontrarsi di nuovo avrai ragione di dirmi che ti meritavi qualcosa di meglio, di questi strani e forse un po' sgangherati ricordi. il corridor cortese

25/06/13

L'immutabilità del Sistema Tolemaico di Vittori

C'è un fantasma che si aggira... per la rete. E' quello del geocentrismo immutabile di un filosofo che vede la terra nella sua immota fissità al centro dell'Universo e gli astri che gli orbitano attorno con orbite perfette nell'iperuranio siderale. Pensate: un Giordano Bruno qualunque nel sostenere che, cribbio!! è la terra che gira attorno a qualcos'altro, e che Copernico, quello sì, ci aveva visto giusto! si guadagnò la sempiterna gloria arso su una pira al Campo de' Fiori di Roma, e quindi, quanto rimaneva di lui, gettato nel Tevere. Abiurò pure Galileo Galilei, che non trovò di meglio, per salvarsi l'esistenza di inventarsi dei dialoghi sui Massimi Sistemi del Mondo per cercar di far capire, con ampie volute retoriche che insomma, quella della terra al centro dell'Universo era una gran cazzata. Di Sistema in Sistema, da astro ad astro, si arriva così negli anni '80 al Charlie Francis Training System, che i tolemaici moderni dell'Italia ecumenica vittoriana, vedono come blasfemia. Come 500 anni fa, naturalmente, le accuse di blasfemia non poggiano su alcun fondamento scientifico, ma esclusivamente sulla riduzione di un'intero sistema d'allenamento di centinaia di pagine ed esperienze ad un solo slogan tradotto pure male, e sul passato burrascoso del blasfemo. Del resto la scienza applicata allo sport in questo Paese è stata abbandonata negli anni '80, quelli in cui le metodologie d'allenamento lasciarono spazio (come sostiene con dovizia di particolari prezzemolino Sandro Donati) a metodologie-scorciatoie. Oggi, invece, si assiste alle uscite dei teorici tolemaici che arrivano a dire testualmente: "quanto a quell'aspetto è stato già detto tutto da tizio vent'anni fa, quindi è inutile approfondirlo". Scienza quantistica applicata, non c'è che dire. L'ultima uscita, spassosissima, è apparsa sulla Gazzetta dell'altro ieri: sembra quasi che Charlie Francis sia diventato l'ossessione vera e propria di Vittori, che non riesce più ad esprimere un concetto su un argomento, senza doverlo tirare in ballo. Che gli avrà fatto? L'unica ipotesi è che probabilmente i metodi vittoriani stanno ormai tramontando sulle piste d'allenamento italiano, anche perchè quei metodi si sono fermati a 25 anni fa, e nessuno ha voluto/potuto evolverli, migliorarli, compensarli, contaminarli... tanto tutto era stato già detto, no? Vabbè, questo lungo preambolo per introdurre Gianluca De Luca, che ha avuto l'onore di essere tirato in ballo proprio da Vittori nel famoso articolo in quanto reo di aver tradotto in italiano il libro di un dopatore. 

Armonia - di Gianluca De Luca

In questi giorni sto rileggendo quello che ritengo - in buona compagnia - il testo cardine per gli allenatori della velocità. Si tratta del celebre “Key concepts” di Charlie Francis, facilmente reperibile in formato e-book sebbene solo in lingua originale. E' un testo imprescindibile, nel quale anche in una seconda e terza lettura si ritrova sempre qualcosa di spettacolare. 
In una pausa dalla lettura mi è giunto da un amico il link ad un pezzo di Carlo Vittori, nel quale si continua, caso unico in tutto il mondo, a bistrattare il grande allenatore canadese relegandolo al ruolo di dopatore. Mentre il resto del mondo saccheggia a mani basse le teorie di Francis, da noi ancora ci si trastulla con teorie di 30 anni fa dure a morire. Ma basta là. Parlavo di qualcosa di spettacolare, e proprio stamani ho ritrovato questo passaggio che spero di non aver violentato con la mia traduzione.

ARMONIA

La sincronia tra ampiezza e frequenza è collegata alla ricerca dell'armonia tra pista ed atleta. Se il ritmo dello sprinter collima con l'armonia della pista, molti problemi svaniscono. Ancora, piuttosto che forzare il processo, “lascia che succeda”. 

Devi afferrare il “pulsare” della pista percependo che cosa ti restituirà. Non puoi essere in anticipo sulla risposta, spenderesti energie senza averne un tornaconto. Tutto ciò implica che lo schema esecutivo sia leggermente differente in ogni gara. 

E' una cosa che “si sente”, e in gara richiede un certo livello di fiducia in sé stessi, essendo immanente una sorta di ”attesa” per il rimbalzo. Sforzarsi ad andare dall'altra parte è il modo migliore per guastare la tecnica. Bisogna concentrarsi ogni volta sulla corretta esecuzione per la determinata circostanza, e l'andare dall'altra parte verrà da sé. 

Immagina di avere il punto A e, dopo 30 metri, il punto B. Devi coprire la distanza il più rapidamente possibile. Ovviamente in 30 metri non riuscirai a raggiungere la massima velocità. Così, piuttosto che sforzarsi con una corsa rigida e forsennata, immagina di raggiungere la velocità massima in un punto C, distante 20 metri dal punto B. Solo così riuscirai a costruire, e percepire, l'agevole incremento di velocità che permetterà di ottenere il risultato migliore. 

Quando parlo di armonia, parlo di un elegante ed artistico modo di descrivere l'energia che la pista ci restituisce. Parlo di come i tempi di contatto diventano vieppiù rapidi mentre acceleri. Parlo di come le gambe diventano vere e proprie molle via via che diventi più veloce. Parlo di come le spinte diventano sempre più ridondanti col costruirsi della quantità di moto. 

Quel termine, costruirsi, quanto è importante! Tutto ciò che si fa dal momento in cui si parte è costruire il punto più alto della corsa, la velocità massima. Se ti guardi indietro al momento del decollo, non raggiungerai mai il cielo. 

Lo sprint è “ritmo e rilassatezza”. La chiave sta nel sapere quando e come eseguire il gesto. Non appena l'atleta afferra come “sentire” il gesto, la maggior parte dei problemi è risolta. Il punto è come traslare il sentire nel gesto. Ad alcuni atleti viene naturale, ad altri bisogna insegnarlo. 

L'arte del coaching sta proprio in questo.


Va da sé che, quanto sopra, senza doping non funziona.

23/06/13

Coppa Europa - l'Italia torna con i piedi per terra

Cerco di scrivere sempre quello che penso, cercando di rispettare le persone che stanno dietro ai "ruoli", ma riservandomi la possibilità di criticare (anche con veemenza talvolta) chi ricopre quegli stessi ruoli. La società migliora non certo per la visione consegnata al mondo dalle maggioranze, ma grazie a chi si permette di mettere in dubbio quelle stesse visioni. E poi... due teste pensano meglio che una, anche se la si pensa in maniera diametralmente opposta. Si cersce, così. Quindi, dopo solo pochi giorni dall'insediamento del Nuovo Mandato della Fidal mi sembrò eccessivo (e lo scrissi) che tutti salissero sui carri dei vincitori azzurri e dei fenomeni esplosi con precisione chirurgica l'indomani delle elezioni federali senza riconoscere minimamente, quanto meno, il lavoro di chi li aveva preceduti a livello dirigenziale e tecnico. Sono arrivato anche a ricevere insulti... ma per cosa? Per aver espresso un'opinione in dissenso? Predicavo solo una cosa logica, non certo pregiudiziale.  

Ora, dopo l'inverno lunare, l'Italia atletica primavero-estiva sta ritornando sulla terra. Ma questo non lo voglio dire con un'accezione negativa. Non me ne frega nulla dirlo e non voglio colpire nessuno. Voglio fare solo alcune considerazioni sullo spessore del nostro sport a livello internazionale.

Ebbene, non è che in pochi mesi Giomi abbia rivoluzionato i percorsi tecnici e esperienziali di centinaia di atleti italiani. Su questo si può concordare, no? L'atletica è uno sport che si struttura nelle stagioni, non nella stagione. I fenomeni che esplodono oggi e dopodomani vincono una medaglia alle Olimpiadi non sono così tanti sulla faccia della terra, mi sembra. I successi invernali azzurri, volenti o nolenti, venivano da percorsi che non nascevano il giorno successivo alle elezioni federali, ma partivano da molto lontano, in qualche caso addirittura precedenti a quelli di Arese (e non son certo io quello che difende Arese, visto che sono stato l'unico a criticarlo per anni nella solitudine della rete). Ha fatto un pò specie vedere arrogarsi quei successi da parte chi non aveva molta voce in capitolo. Ma tant'è: è successo. 

Oggi arriva questa immagine scialba dell'Italia in Coppa Europa. Ma poi... ci saremmo davvero dovuti aspettare di più? Noi non varremo mai come la Russia o la Germania. O come la Francia o l'Inghilterra, facciamocene una ragione. Adesso nemmeno come la Polonia e l'Ucraina, che ci superano nel primo dato fondamentale, ovvero il numero di tesserati (quelli reali). Se dovesse succedere, in una Coppa Europa o in un medagliere di una grande manifestazione, sarà solo per una fortunata successione di fortunati eventi. Ora, sapete perchè ci rimaniamo comunque male? Perchè ci portiamo dietro le tare dell'atletica italiana degli anni '80-'90, dove gli atleti italiani "di grido" erano un esercito e furoreggiavano ad ogni latitudine. Quelle immagini ci hanno irrimediabilmente cambiato la nostra visione dello spessore della nostra atletica e su quelle parametriamo le nostre aspettative.  

Ma quell'atletica, ora lo sappiamo, non era che un simulacro della realtà. Molti di quegli atleti sono citati nei libri di Donati, e i dubbi ormai sono quasi certezze. L'atletica italiana di quegli anni non rappresentava la forza del nostro movimento a livello internazionale. Molti stavano barando, qualcuno con gli appoggi e i silenzi interni. Mentre l'atletica italiana moderna è quella di Gateshead, con qualche punticina in qualche specialità e tanti buchi neri in altre. Era così negli anni '70 (campionissimi e tanti buchi neri) ed è tornata ad essere così a partire dal XX secolo, quando quell'anomalia statistica si è interrotta. Il bug statistico che esce da questa considerazione generale sono appunto quegli anni '80-'90, quelli di cui parla appunto con dovizia di particolari Sandro Donati. Siam sempre stati così, un pò mediocri ed un pò campioni, e per quanto mi riguarda non ci sono prospettive nell'immediato futuro di vere e proprie rivoluzioni che ci porteranno un giorno a giocarci la Coppa con Russia e Germania. Le scelte operate dalle dirigenze saranno sempre "micro" rispetto ai fenomeni generali e alle vere tendenze sociali che possono modificare gli esiti di uno sport. Si potranno massimizzare magari meglio i profitti sportivi di una schiera di atleti, ma che saranno sempre infinitamente inferiori come numero a quelli degli Stati che ci stanno davanti in Europa. L'unica variabile impazzita saranno gli stranieri di seconda e terza generazione, che, come possiamo già notare (personalmente con grande favore) rappresentano l'unica vera novità del nostro sport nel XXI secolo.

Si esce da questa Coppa quindi in sordina... magari l'anno prossimo chiuderemo al 5°, ma state certi che entro un paio di edizioni torneremo al 7°. Magari all'8°. Per poi risalire. La Coppa Europa rappresenta proprio la cartina di tornasole dei movimenti continentali. Molti Stati non presentano nemmeno i migliori per specialità, mentre da noi, diciamocelo, con le scelte siamo pressochè obbligati, sino a schierare atleti in specialità in cui non eccellono. E nonostante tutto rimaniamo a guardare... Con queste premesse, quando va tutto bene, si sta avanti. Quando invece le cose vanno come statistica impone (qualcuno va meglio, compensato da chi va peggio), ci ritroveremo dove eravamo oggi. Settimi. E non c'è proprio nulla da lamentarsi. 

Perchè la IAAF non organizza i campionati interplanetari?

Un Tuvalu di troppo?
E' chiaramente una provocazione, ma fino ad un certo punto. E' un pò che lo penso, e dopo aver visto gli ultimi Trials di Desmoines, mi sono convinto che sia necessario iniziarne a parlarne... chissà mai che qualcuno un giorno inizi a pensarla come me. Bene, facciamo salve Olimpiadi e iMondiali di Atletica, ma a me 'sta cosa che molti dei migliori atleti al mondo rimangano a casa da un palcoscenico internazionale per le limitazioni "di Stato" (massimo 3 atleti per Nazione!), mi sta sul gozzo. Vi voglio riportare al senso stesso dello sport, ovvero lo scontro-confronto tra uomini, prima ancora che tra Nazioni. Gli sport individuali non mettono Nazioni contro, ma uomini o donne. La variabile "Nazione" di fatto non porta i "migliori" di uno sport a confrontarsi, ma una selezione che toglie spesso grosse fette di coloro che rappresentano le elitè mondiali dell'atletica. 

Chiaramente gli esempi sono noti: basti pensare ai Trials americani, o jamaicani... o keniani ed etiopi. Manciate di atleti da finale olimpica o mondiale, che verranno di fatto superati nella storia dell'atletica da atleti spesso anche nettamente inferiori a loro. Oppure: atleti di immediato rincalzo che possono godersi la finale olimpica grazie alle selezioni... non si sente la necessità a questo punto di organizzare una manifestazione, oltre a Olimpiadi e Mondiali, che metta di fronte davvero i migliori al mondo, senza distinzione di Nazione? 

Ve li immaginate i 100 metri imbottiti di americani e jamaicani? Oppure il mezzofondo con keniani ed etiopi? A quel punto chi non appartiene a quei sistemi che forniscono frotte di talenti, capirebbe davvero a che punto è nella gerarchia mondiale della propria specialità. Non so se avete visto la finale dei 100hs ai Trials americani: tra super atlete sui 100hs come Kellie Wells, Lolo Jones e Kristi Castlin (tutte accreditate di tempi vicini o sotto i 12"50) fuori dai mondiali di Mosca in un solo botto, correndo in questa circostanza tra i 12"54 e i 12"61. Una di loro avrebbe potuto, non dico vincere, ma arrivare a podio a Mosca. Invece non ci sarà, e così in finale in Russia arriveranno atlete sicuramente forti, ma non al loro livello. Stessa cosa dicasi di Sanya Richards sui 400, oppure Johnny Dutch, che con 48"21 sui 400hs è arrivato 4° in una gara fantastica! Come si fa a non avere ad una manifestazione internazionale un atleta con un tempo che spesso ha consegnato anche la medaglia d'oro? Mi sembra davvero un attentato al mio senso di giustizia sportiva. 

Così forse la IAAF dovrebbe prendere in considerazione l'organizzazione di una sorta di campionato interplanetario (chiamatelo come volete) in cui davvero i migliori si sfidino senza limitazioni date dalla provenienza. Se poi la finale dei 100 vedrà solo americani e jamaicani, ben venga! Sarebbero davvero gli uomini più veloci della terra in quel momento. O anche una finale dei 10000 con soli etiopi e keniani... o i 100hs con 8 missili da 12"50... o la gara di salto in alto piena di russi, o i lanci tedeschi... ma vi rendete conto che razza di gare sarebbero? Non ci sarebbero i doppiati che siamo abituati a vederci nelle gare di mezzofondo, i personaggi naif spediti per rappresentare la Nazione, tutti provenienti dai più svariati Stati in cerca di un posto al Sole. 

Naturalmente i minimi di una simile manifestazione dovrebbero scendere notevolmente, per selezionare le vere élite mondiali, magari limitando anche i turni (non ci sarebbe necessità di scremare il Sogelau Tuvalu di turno, il ciccione che corse i 100 in 15"66 a Daegu nel 2011). Si potrebbe inserire la manifestazione nelle annate tra Mondiali ed Olimpiadi, e di sicuro sarebbe garantita una cosa: lo spettacolo. E' necessario dare giustizia non agli esclusi, ma al senso più intimo di uno sport inviduale.

Nicola Sundas: 5 record del martello in un mese

Nicola Sundas, classe 1968, ergo M45, sta portando il record del martello di categoria a livelli stratosferici, tanto che solo un "grandissimo"  della specialità (come Vizzoni, per esempio...) in futuro potrà fare meglio. Nel giro di un solo mese, infatti, dal 12 maggio al 12 giugno, il sardo ha fracassato il record italiano del martello cinque volte, nelle tre gare in cui si è cimentato. Prima il 79,61 del 12 maggio. Quindi il 61,02 del 7 giugno (primo italiano sopra i 45 anni a cannoneggiare oltre i 60 metri nel martello), ed infine i tre record italiani in una sola gara, sino al quarto lancio di 63,12 del 12 giugno, attuale record italiano di categoria. Sundas aveva infatti aperto con 62,07 e 62,16, entrambi superiori ai precedenti record. Tutti i primati di Nicola sono stati ottenuti sulla medesima (presumo) pedana di Cagliari63,12 vuol dire anche 86,20% di AGC, ovvero un controvalore di 74,77 metri. Mica male. La specialità ha così ricevuto una scossa tellurica, visto che dopo 10 anni di relativa calma, Adriano Rodrigo proprio quest'anno, durante una sessione di lanci invernali a Genova, aveva lanciato 55,56, superando di 7 centimetri il decennale record di Massimo Terreni. Poi il triplete di Sundas, che ha spostato la fettuccia del record nazionale di 8 metri. Un viaggio a curvatura... Naturalmente Nicola Sundas non nasce oggi, avendo rappresentato negli anni '90 uno dei migliori lanciatori di martello italiani, arrivando al personale di 75,24 a Tirrenia nel 1996. 10° attualmente nelle liste italiane di sempre proprio con quel lancio "toscano". Segue la cronologia recente del record. 
  • 54,65 - Valter Superina - Villanova - 20/05/2001
  • 55,49 - Massimo Terreni - Livorno - 13/07/2003
  • 55,56 - Adriano Rodrigo - Genova - 26/01/2013
  • 58,29 - Nicola Sundas - Cagliari - 12/05/2013
  • 61,02 - Nicola Sundas - Cagliari - 07/06/2013
  • 62,07 - Nicola Sundas - Cagliari - 12/06/2013
  • 62,16 - Nicola Sundas - Cagliari - 12/06/2013
  • 63,12 - Nicola Sundas - Cagliari - 12/06/2013

Rudolf Frei finalmente nell'Olimpo: record italiano dei 400 M65

A Merano, durante i campionati regionali Master, impresa di Rudolf Frei, della SC Meran Forst Volksbank, che ha corso i 400 M65 in 1'01"44, ovvero il nuovo record italiano di categoria. Primo record italiano per lui, e risultato che premia uno dei più tenaci avversari di Vincenzo Felicetti, e che dal 2009 ha iniziato anche a livello internazionale a vincere medaglie internazionali proprio sui 400. Ricordo l'argento sui 400 M60 agli Europei di Nyraghyaza, ma anche i 4 bronzi tra Mondiali di Lahti '09, Euroindoor di Ancona '09 e Gand '11, e quello degli EMG di Lignano del '11. Alla vigilia degli italiani di Orvieto, una buona dose di fiducia per rintuzzare i suoi 2 titoli già detenuti sui 400 (entrambi indoor). Il tempo ottenuto da Frei cancella la serie del siciliano Antonio Grimaudo, che tra il 2009 e il 2010 abbassò 4 volte il record di categoria, portandolo dal 1'03"39 del leggendario Augusta Radames, all'1'01"61 che rappresentava prima dell'avvento di Frei, il limite nazionale. Grimaudo tra l'altro riuscì ad abbattere un record vecchio di 24 anni. Qui sotto la cronologia recente del record italiano:
  • 1'03"39 - Augusta Radames - Roma . 22/06/1985
  • 1'02"8m - Giuseppe Grimaudo - Palermo - 27/05/2009
  • 1'03"21 - Giuseppe Grimaudo - Alcamo - 04/07/2009
  • 1'01"73 - Giuseppe Grimaudo - Roma - 11/06/2010
  • 1'01"61 - Giuseppe Grimaudo - Siracusa - 26/06/2010
  • 1'01"44 - Rudolf Frei - Merano - 12/06/2013