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22/08/13

Hercule Poirot Ponchio contro le Covvietà di Alberto: la guerra degli anchormen ai mondiali

foto Photorun
Perchè sul carroccio dei monatti che portano gli appestati al Lazzaretto dell'Atletica, non ci mettiamo pure i telecronisti che commentano l'atletica sulle diverse tv? Sì, perchè l'atmosfera dell'atletica la creano loro, se non soprattutto loro. Il successo di uno sport passa anche per le ugole di chi lo commenta e ne fa vivere i diversi momenti. Continuo a ricordare l'effimero e sconvolgente successo del wrestling di qualche anno fa, micro fenomeno mediatico di massa favorito dalla contemporanea compenetrazione tra tv rivolta ai più giovani (Italia 1) e cronisti coinvolgenti e sufficientemente ironici. E naturalmente uno pseudo sport al passo con i tempi, ovvero cretino. Ora, l'argomento è sicuramente un campo minato, e non ci si troverà mai d'accordo su nulla, figurarsi sui personaggi televisivi. Argomento opinabile all'ennesima potenza. Qualcuno vuole la telecronaca precisa, qualcuno quella tecnica, qualcuno quella enfatica, qualcuno li preferisce passivi, come le cornici delle nature morte, e chi invece li preferisce attivi, come i telecronisti brasiliani quando debbono esultare per un goooooooooooool; qualcun'altro un pò di questo e un pò di quell'altro, altri solo i rumori dello stadio e tolgono l'audio. C'è anche chi non vuole che il telecronista si arrischi ai commenti tecnici, perchè ogni specialità ha una sua religione, un suo linguaggio, i suoi adepti con tanto di tessera d'iscrizione, e non è bello vedere il profano scimmiottare le Sacre Scrittire. C'è addirittura chi vuole Monetti, e anche questo è un fatto incontrovertibile. Quindi... 

Quindi la domanda da porsi è: cosa voglio da un telecronaca? Benchè sia un polemista di natura, la risposta che mi dò è che vorrei semplicemente divertirmi davanti alla tv. Voglio essere coinvolto dall'evento cui sto seguendo, e distrarmi, evadere. Sono anni che seguo l'atletica, e francamente per principio mi fa prurito che vi sia qualcuno che mi spieghi l'atletica come la si spiegherebbe all'esordiente alle prime armi, come fa, appunto, il nostro amico Attilio: "Ed ecco una gara sicuramente importante (il "sicuramente importante" è il marchio di fabbrica) il lancio del peso, che consiste nel lanciare una palla di ferro di 7,260 kg sopra la spalla, all'interno di un settore...". Daiiiiii, basta!! Voglio qualcuno che mi trascini nell'evento, mi faccia correre gli ultimi 100 metri di un 800 insieme a Duane Solomon che si immola alle divinità acidificate della Via Lattea, o che rispetti il silenzio ecumenico dei preparativi di una partenza dei 100 metri, per poi esplodere con la propria voce in armonia con i meccanismi degli sprinter caraibici; o riesca a farmi volare con Menkov ricordando il volo di Emmian; guardare con gli stessi occhi della telecamera l'imponenza di Harting e celebrarne l'imperiosità. Magari non si troverà nessuno in grado di evocare tutto questo. Nella mia esperienza l'unica telecronaca che mi ha davvero trascinato in questi anni udita da un telecronista italiano, è stata quella di Mazzocchi-Padre in coppia con Enzo Rossi (presumo fosse "quel" Enzo Rossi) sull'allora : come dire, l'appassionato di atletica che si lascia trascinare dagli eventi. Qui sotto la telecronaca della finale degli 800 di Stoccarda '93, con l'argento di D'Urso.


Ma Mazzocchi-Padre (bene distinguere le parentele) penso sia felicemente in pensione e quindi le opportunità per l'utente televisivo italiano si riducono drasticamente a Nonna Rai (o Bisnonna?) e ad Eurosport.

Ebbene, ammetto di aver alzato bandiera bianca sulla rete di Stato. Non ce la faccio più a sopportarli tutti insieme, perdonatemi. Franco Bragagna dall'alto della sua enorme mole di conoscenze, ha infatti ormai scavalcato la membrana che separa il ruolo del telecronista con quello del critico. E' al contempo cronista, critico, telespalla, intervistatore ed intervistato, in un'apoteosi che invade tutto lo spazio uditivo. Memorabili i suoi voli pindarici in mezzo a labirinti di parole, ai quali ci si aggrappa per scavare nei meandri della storia dei singoli personaggi sportivi. Come la canzone di Lucio Battisti: "Le discese ardite e le risalite su nel cielo aperto e poi giù il deserto e poi ancora in alto con un grande salto" e alla via così per ore. E' che questa invasione dell'ultracorpo ha attaccato come un blob anche le immagini, tanto che ormai le gare passano, finiscono, ricominciano, si interrompono, e le parole straripanti del nostro continuano per il loro viaggio nell'iperuranio atletico dimentiche di quello che avviene a pochi centimetri da lui. Un Golem di conoscenze, invero, anche perchè l'atletica la vive ormai da anni. Ma per il sottoscritto, che purtroppo vuole vivere tassativamente quello che sta succedendo lì in quel momento sulla pista e sulle pedane, è troppo. E' troppo, perchè la concentrazione viene deviata su Gotemburgo o Ietebori che dir si voglia (ormai un mantra) e i mille rivoli della vita quotidiana sportiva e i suoi retroscena. Per carità: percepisco un senso di mancanza a non seguirlo, perchè lo si ascolterebbe per ore, ma sorbole, non durante la sacralità degli avvenimenti sportivi!

Che poi il format previsto dalla Rai, ovvero l'intervista sistematica degli atleti (inclusa la totalità degli azzurri) da parte della Caporale, spezza lo scorrere degli eventi, il pathos che si costruisce a poco a poco tra utente televisivo e competizione sportiva: un crescendo ipnotico, che viene ammazzato sul più bello dai lamenti. Considerato l'andazzo generale degli azzurri, a Mosca molte interviste si sono trasformate infatti in una processione funebre. Mah... forse semplicemente non ci stanno, o almeno non così: le interviste post gara danno davvero troppo poco. Banalità. Sembra di assistere alle esternazioni dei calciatori che dicono da tempo immemore le stesse cose. Forse avrebbero più senso recuperarle "prima" della gara, per sapere le aspettative e le speranze: dopo è troppo facile. Come diceva Nanni Moretti: "D'Alema, dica qualcosa di sinistra!". Ecco, atleti, dite qualcosa di diverso! Oppure non dite, o liquidate la Caporale velocemente così da evitare le domande alla Marzullo, perchè il mondiale scorre dietro di voi impietoso, e per noi poveri spettatori doverci obnubilare quando ancora tutto il programma delle gare è là da venire, ci inquieta. Che poi, dopo anni e anni di dirette si è sentito per la prima volta un ringraziamento alla Federazione. Passi il primo, ma già al secondo ringraziamento il sospetto si è inoculato nella mia mente, lasciando percepire la presenza di una regia. Bocciati su tutta la linea i saluti "federali".

"Gutta cavat lapidem": la goccia scava la pietra... e pure la mia pazienza. Le gocce spillate dalle telecronache della Rai comprendono anche la strana e incomprensibile (e reiterata) presenza di Attilio Monetti. Monetti, se posso permettermi, dà l'impressione di ritenere che i telespettatori abbiano ancora le due reti della Rai, e pure in bianco e nero. Sicuramente un serio professionista, ma non c'è proprio con i tempi della tv attuale. Non ci troviamo tutti nel bar della canonica con la tv del parroco, costretti a guardare un solo programma televisivo per volta, perchè i programmi erano unici. L'utente dell'atletica è ormai nel 95% una persona che ne sa, purtroppo. Ce l'hai già spiegato mille volte quanti giri ci sono un 10000!! Comunque non comprendo una cosa: Monetti è del 1943, 70 anni. Possibile che si possa rimanere in un Ente Pubblico (o ad esso assimilato) sino a 70 anni? Fatto sta che il Nostro, non so se per semplice indolenza, egocentrismo, indifferenza o cos'altro, sembra abbia finito il quid di sopportazione al Monettismo, e così ormai come un Edward mani di forbice, rifila certe rasoiate all'Attilio, che le sue frasi rimangono a metà... e il telespettatore ignavo che non saprà mai di quanti giri è composto un 10000, come farà ad orientarsi in uno sport tanto complesso come l'atletica?

E non dimentichiamoci che ha fatto la sua comparizione ai microfoni Rai l'Hercule Poirot dei salti (giusto per la vaga somiglianza), Dino Ponchio, mentre ormai è inamovibile l'Er Piotta dello sprint, Stefano Tilli. Ponchio sicuramente ne sa, ma forse ne sa troppo per un pubblico televisivo anche specializzato come quello dell'atletica. Ascoltandolo per qualche minuto, non ho potuto non pensare che i mali tecnici dell'atletica italiana forse risiedano proprio nella visione fuori asse della realtà: troppa concentrata sul particolare infinitesimo, sul millimetro e l'angolo, da aver dimenticato il disegno generale. Poirot-Ponchio poi, dirà cose pure super tecniche, giuste o non giuste non sta a me dirlo, ma la tv non è certo il simposio seminarile della Fidal: la tv è la tv, ed è uno dei pochi mezzi per diffondere l'atletica. Se trasformiamo la pista nell'ovale del Cern, e il salto in lungo nella ricerca del bosone di Hings, che pubblicità gli faremmo? Che tecnicità si voleva trasmettere?

Tilli invece cerca di fare il Ponchio della situazione, ma con risultati catastrofici. Però almeno è godibile, perchè a certe affermazioni non si può non sorridere. E allora ditelo, no?! Non fatemi andare avanti vi prego sulla Rai... il solo parlarne mi angoscia, fatemi cambiare!!

Giro su Eurosport. Cova e Trezzi. Trezzi e Cova e le Covvietà, neologismo inventato dal sottoscritto all'ennesima affermazione (ovvia) dell'Albertone nazionale. Micidiale. La differenza sostanziale con la Rai sta nel fatto che questi due hanno un atteggiamento sicuramente meno "saccente". Nessuno di loro due vuole spiegarti il salto in lungo e i 100 metri, l'alto e i 400. Nessuno di loro ti considera uno sprovveduto, uno che ti guarda in tv e che non sa. Brutto atteggiamento considerare il pubblico televisivo inferiore culturalmente, soprattutto se è un pubblico specializzato. Di Covvietà in Covvietà, alcune che mi hanno strappato delle grasse risate, altre con il sorriso a denti stretti tipico della Settimana Enigmistica, ci siamo concentrati, io, Cova e Trezzi, sulle gare. Nessuno ci disturbava. Anche perchè loro, fuori dagli eventi televisivi per i quali vengono chiamati a commentare, penso che poco si interessino dell'atletica... non fanno gossip sugli amori e le fughe amorose degli atleti. Guardano le gare come noi, si sorprendono come noi (e non sanno assolutamente se Menkov ha usato il 35% dell'astragalo per saltare 8,56 o se er metro cubbo de aria sia più o meno permeabile nei 100 metri vista l'umidità al 78%). Diciamo che mancano le nozioni sugli atleti, spesso necessarie per introdurre o spiegare le gare. Gli scontri diretti, quanto meno un'infarinatura, dai!

Poi sul profilo facebook si può dialogare con loro in diretta, e un paio di interventi ho potuto pure inoltrarli... tant'è che la loro ironia si è abbattuta su di me dopo la finale dei 110hs vinta da Oliver, dopo che in semifinale avevo definito un "Dio" degli ostacoli Jason Richardson. Trezzi "Jason Richardoson sarà pure un Dio sugli ostacoli, come dice un nostro amico, ma alla fine il più forte è David Oliver". Cova, "eh già, sarà pure un Dio...". Ok, uno a zero e palla al centro... e comunque, il migliore tecnicamente rimane Jason Richardson, senza se e senza ma. In Rai non ci vedo proprio Bragagna rispondere o colloquiare con gli utenti televisivi... men che meno Monetti. Il modello televisivo della Rai è quello lì, un pò imbastito, statico, con davvero poco entusiasmo. Mentre si commentava sulla nostra pagina di facebook, gli amici seguivano lo streaming di altre emittenti estere dove i giornalisti si intrufolavano sulle tribune ad intervistare i tecnici... ecco, perchè i tecnici non vengono mai intervistati? Ma poi... durante! Non stanno mica gareggiando... qualche impressione a caldo potrebbero darla, e verrebbero incontro a molte esigenze.

Chi rimane? L'ormai amico Stefano Mei si era ritagliato uno spazio su Sky con Stefano Baldini alle Olimpiadi di Londra. Era Maurizio Compagnoni la voce portante? Il format era un mix tra quello vintage della Rai e quello stitico di Eurosport, prendendo un pò da uno e un pò dall'altro. Fiona May si era sostituita alla Caporale, con risultati simili. Per fortuna sono mancate le domande alla Marzullo. Comunque, non ci si può allontanare troppo nel narrare un evento sportivo da quello che sta accadendo sulle piste e sulle pedane, e nel contempo acuire la distanza tra il telespettatore e chi racconta l'evento. Al tempo dell'olimpiade Baldini dimostrò una grande umiltà (questo me lo ricordo bene) e con Stefano dimostrò (nonostante gli allora litigi con tutti noi via facebook per le mancate convocazioni aresiane) di avere una certa duttilità con il mezzo televisivo. Purtroppo il fatto che non vi sia più concorrenza (sparita Sky) porta i pochi o l'unico detentore del diritto televisivo a vendere un prodotto non sempre (o quasi mai) all'altezza delle aspettative. 

29/07/13

Italians critics: con i trials a Mosca andava la Gentili e... Manenti avrebbe avuto le sue possibilità

Marani batte Manenti - foto Colombo/Fidal
Le immagini che scorrono della diretta Rai sembrano arrivare dritte-dritte dagli anni '70. L'Arena aveva un brutto aspetto, soprattutto per le condizioni del campo centrale, ridotto al campo di battaglia delle Termopili dopo l'ennesimo assalto degli Immortali di Serse respinto dagli spartani di Leonida. Campo giallo, spalti  opposti (ripresi dalle telecamere) desolatamente vuoti, gare come al solito povere più che tecnicamente (direi che il livello è sempre più o meno quello) di tessuto umano. Ciò che spiace, e però non aver preso atto da chi gestisce, che organizzare gli italiani assoluti all'arena, dieci giorni prima dei mondiali, è stato un grosso errore. O meglio, la summa di diversi errori. 

Facebook e Twitter raccontano una storia, scritta volenti o nolenti, dai protagonisti. La Rai, attraverso gli interventi di Giomi (Monsieur le President) e Magnani (dicasi il CT) e poi di Pierluigi Marzorati (ex cestista di Cantù e ora alla guida del Coni lombardo) al cospetto di The Voice Bragagna (che si è trascinata in questi tre giorni molto lenta, probabilmente per l'arsura milanese), ne raccontano un'altra. Ma che costava dire che il clima tropicale ha mortificato alcune gare? Che forse sarebbe meglio trovare altre location confacenti al clima? Che forse il periodo non era il più indicato? A forza di voler dimostrare di essere  migliori di quelli che hanno preceduto, si rischia di cadere nel surreale. Suvvia, basta, dai. La campagna elettorale è finita. Molte cose buone si son viste (per ora le partecipazioni oceaniche) ma quello che appariva un punto del programma giomiano, ovvero la rivisitazione dei Campionati Italiani Assoluti, tanto criticata nel recentissimo passato, è rimasta lettera morta. Anzi, se vogliamo, la manifestazione è pure peggiorata organizzativamente parlando, stando ai relata di diversi atleti (clamoroso lo sfogo di alcuni atleti del Decathlon a tal proposito, schiaffati a gareggiare alcune discipline in orari assurdi, quindi pianificati da chi, evidentemente, non conosceva la disciplina). 

Il periodo scelto, come detto, è clamorosamente errato. Ora, pensate solo al fatto che alcuni atleti si giocavano ancora la partecipazione ai mondiali di Mosca. Altri dovevano probabilmente dare le leggendarie prove di affidabilità tecnica. Ma a dieci giorni dai mondiali? Costringendo ad un reclutamento di energie nervose che se nella migliore delle ipotesi non porterà ad effetti negativi, di certo non è la condizione ideale per preparare un evento che per molti rappresenta l'evento della vita? Ci sarà un motivo per cui i trials in altre parti del mondo li organizzano 45/50 giorni prima, no? Per consentire una doppia periodizzazione, e permettere a chi strappa il pass di essere al massimo all'evento internazionale. Il periodo di collocamento degli italiani ha anche impedito che alcuni big italiani non fossero presenti... giustamente. Presumo per lo stesso motivo di cui sopra, ovvero non ci si può impegnare in un evento invasivo a pochi giorni dalla gara della stagione. 

Fissare la deadline per le convocazioni sotto i mondiali sotto i mondiali, è stato davvero un errore pacchiano. Per questo rispolvero sistematicamente l'idea dei trials, che dovrebbero essere pianificati con congruo anticipo, per consentire il diritto a chi se lo guadagna, di ottenere il minimo e non il contrario. Mi spiego: erroneamente si pensa "che i primi 3" vanno a mondiali/olimpiadi. In realtà è vero negli USA dove in ogni specialità sono una 15 coloro che hanno i minimi. La regola dei trials in realtà attribuisce con l'ordine d'arrivo, il diritto di partecipazione. Va da sè, che se il primo non ha il minimo, si passa al secondo, e così via, fino ad arrivare a tre o... a nessuno. Pensate ai 200 uomini: vince Diego Marani, che batte i due "papati" Davide Manenti e Enrico Demonte. Se avessero fatto gli italiani/trials 50 giorni fa, avrebbe avuto un mese e mezzo per ottenere il minimo, anche in località dove i tempi sono più "facilitati" dalle condizioni meteo/logistiche. Lui ha dimostrato di essere più forte: è certificato. Se poi non l'avesse ottenuto, si sarebbe passato al primo minimo "B" presente nell'ordine d'arrivo, ovvero a Manenti (Demonte ha il minimo A, e almeno di arrivare 4° con 3 A davanti, era certo di Mosca). Invece Marani, il più forte 200ista italiano, sta a casa senza più opportunità di dimostrare di ottenere e valere il minimo. E dire che il titolo è pure corroborato dal doppio turno: probabilmente c'è chi riesce a correre veloce nell'evento secco, ma coi turni non trova continuità. Marani sì. Marani si è fatto pure la finale degli europei l'anno scorso... doveva avere la sua possibilità, mentre questa idea incomprensibile di piazzare gli italiani ai piedi di Mosca, l'ha privato di un'opportunità. 

Ma il vero caso di scuola l'ha fatto però Manuela Gentili. Batte Jennifer Rockwell, che quest'anno aveva corso un tempo migliore del suo sui 400hs, e in costanza entrambe dello standard B, si è vista preferire l'italo-americana sulle scalette del volo Alitalia per Mockba. Sfortunata la Gentili, per la quale cambiano gli addendi, ma alla fine la somma degli eventi la porta sempre a guardare le sue gare dalle tribune o dalla tv, nonostante si conquisti con le unghie e con i denti il dovuto. I diritti sportivi si devono conquistare prima di tutto al cospetto gli uni degli altri, negli scontri diretti, anzi... nello scontro diretto, quale quello principale dell'anno, ovvero gli italiani assoluti! E' il senso stesso dello sport: i tempi ottenuti durante la stagione spesso sono estemporanei, unici, quasi mai ripetuti o avvicinati: per questo il tempo deve essere succursale al risultato tecnico. Le stesse indicazioni della Federazione lasciavano intendere che quella degli italiani sarebbe stata l'ultima chiamata... ciò che voglio dire, è che se tizio batte caio, non c'è tempo che tenga: lui deve andare.

E poi c'è la questione della risicata (e voluta) risicata partecipazione... ma questo è un altro discorso, di cui parlerò la prossima volta. 

29/07/10

Europei Master, capitolo 1: L'imprimatur di Bragagna al mondo master e il medagliere

(lo stadio di Nyiregyhaza) - Non l'ho personalmente sentito, ma visto che me l'hanno raccontato già tre presone, non vedo perchè non crederci. Ebbene, durante la telecronaca dei Campionati Europei di Barcellona, ecco che succede l'imponderabile. Per non so quale astruso motivo, Franco Bragagna, "the t&f italian voice", interloquendo con Stefano Tilli, cita proprio il medagliere dei Campionati Europei Master, sottolineando come l'Italia sia riuscita a giungere al terzo posto finale, dietro a Germania ed Inghilterra ed augurandosi nel contempo che i più "giovani" senior possano fare altrettanto in terra iberica. Poi si è scivolati sull'immancabile citazione di Ugo Sansonetti e l'altrettanto sempre-presente Emma Mazzenga. A parte il siparietto (sembra che abbia chiesto poi a Tilli quando si cimenterà in questo mondo senza aver risposta), la cosa ha una portata eccezionale. Lo sdoganamento di una realtà avviene proprio nella comunicazione, nella presa d'atto della sua esistenza. Questo è il primo segno. Partiamo proprio da qui per comprendere lo spessore della spedizione italiana in Ungheria. Poi ognuno metta il suo commento o la sua analisi. Italia terza nel medagliere. Anni luce là davanti la Germania (con quasi 400 medaglie, 390, di cui 152 d'oro), quindi la più abbordabile Inghilterra (139 medaglie e 55 d'oro e tradizione rispettata) ed infine noi, che abbiamo passato la sorprendente Spagna solo sul filo di lana, con la kermesse finale delle staffette. Ma che hanno fatto 'sti spagnoli per crescere così tanto? Nel numero di medaglie abbiamo superato la quota di 100 (101), contro le "sole" 63 iberiche (superati nel complessivo anche da Russia, 80, e Finlandia, 67). Ma quello che pesa su queste classifiche, come tutti sappiamo, sono gli ori: ben 30 per la Spagna (quindi la metà delle proprie medaglie era del colore più pregiato), superati di una sola medaglia dall'Italia alla penultima gara (la 4x400 W35). Analizzando le medaglie iberiche, notiamo che 23 di esse sono arrivate da mezzofondo e marcia (diciamo la peculiarità storica di quella realtà atletica), 3 dai salti, 2 dalla velocità e una sola dagli ostacoli e dai lanci. Insomma, abbiamo capito dove risiede la forza spagnola. Ma sapete qual'è l'aspetto più "importante"? Che 23 di quelle medaglie sono state vinte nelle categorie sotto i 50 anni! Molti atleti erano nelle categorie dei 40 e altrettanti nei 35! Un movimento "giovane", passatemi il termeni (paradossale...) quindi, contrapposto a quello tedesco che diventa una macchina da guerra inarrestabile oltre i 60 anni. L'Italia invece ha un'anima velocistica ad età etoregenee (15 medaglie d'oro tra staffette, 100, 200 e 400): nei lanci, assenti i 3-super-"R" (Riboni, Rovelli, Rado) solo Gabre Gabric è riuscita a portare a casa il massimo alloro, anche se di fatto senza avversarie. Nel 2008 a Lubiana arrivarano 151 medaglie azzurre, ma attraverso la presenza in 1057 eventi in cui vi erano atleti italiani. A Nyiregyhaza abbiamo avuto la metà di "caps", 549, raccogliendo però il 75% dei metalli di allora. Quindi una qualità certamente superiore della nostra spedizione. Indubbiamente. Questo discende anche da un assunto: nel mondo master, più ci si allontana dal proprio luogo di residenza, più chi partecipa sottopone la propria partecipazione al risultato finale, quindi andare avanti nei turni e possibilmente vincere una medaglia. E' una questione di costi-ricavi e... convenienze economiche (Maurizio Pistillo a parte, che gioca su altre dinamiche, ma l'eccezione c'è sempre). Più ci si avvicina logisticamente, invece, più la base statistica (che è volontaria) si arricchisce di atleti di seconda e terza fascia, che partecipano anche col "rischio" di uscire subito nelle forche caudine dei vari turni. o di giungere in fondo alle classifiche finali. Questo in generale. Ciò non toglie che la nostra posizione nel medagliere è certamente una delle migliori a livello qualitativo all'estero di sempre. Lubiana era "dietro l'angolo" e ci fu invasione. Probabilmente la più grande partecipazione italiana all'estero di sempre da parte dei master italiani. Ma i conti si tirano quando si va lontano per tastare il polso di un movimento autofinanziato e le proprie aspettative. C'è da dire che se il movimento è affiatato, è anche possibile che avvengano dei fenomeni di "trascinamento" di molti più atleti, rispetto alle trasferte dove ogni atleta deve provvedere per sè. Appunto per i "federali": concentratevi su questo aspetto, già per Gand '11! Poi con l'effetto cascata ne beneficeranno sicuramente tutti. Ci si aspettava certo di più dalla Russia, data la vicinanza, dall'Ucraina (addirittura ad un tiro di schioppo) e soprattutto dalla Romania (coi confini a meno di 100 km) che vanta una cultura sportiva di comprovato spessore, ma che è tornata a casa con la coda fra le gambe e un pugno di medaglie. La EVAA spaccia questi campionati "scomodi" come l'ideale ponte verso l'est europeo: favorire la diffusione del masterismo nell'est d'Europa che a conti fatti evidentemente non viene colto dai destinatari del messaggio. In realtà ritengo che ci siano ragioni molto più terrene, come qualche voto in più per qualcuno in qualche assemblea della stessa EVAA da parte dei paesi minori, proprio come l'Ungheria. Politica, sempre e solo quella. Mi sbaglierò... Nella parte delle nazioni "deluse" ci metto al primo posto comunque la Finlandia: leoni in patria (riuscirono a battere nell'overall finale addirittura i mostri sacri tedeschi a Lahti), ma poco propensi a viaggiare all'estero. La già citata Russia la metto al secondo posto e sul terzo gradino del podio soprattutto la Francia, incapace di produrre un movimento d'avanguardia fuori dai propri confini. Un problema che si riscontra, ed è davvero stucchevole, è il fatto che i siti che vengono aperti per le varie manifestazioni internazionali master, vengono poi abbandonati (non ne viene pagato il dominio) e così i dati in essi contenuti vengono inopinatamente persi. Così era stato per Riccione '07: il bellissimo motore dei risultati un solo anno dopo sparì, dovendo tutti rifarci ai file .pdf per trovare contezza di tutto. Così accade per Lubiana e così è accaduto in molti altri casi. Così altre analisi più accurate è difficile approntarle in rapporto con Nyiregyhaza 2010. Nel prossimo articolo apriremo una voragine sulla gestione tecnica dei campionati europei... mi vengono i brividi solo a ripensarci.

14/08/09

Mondiali di Berlino: il Duca loda Bragagna

C’è un personaggio molto noto, di cui però pochi parlano, che rappresenta a tutti gli effetti l’icona della cultura in materia di “atletica leggera”.
Franco Bragagna per me e sono certo, non solo per me, è veramente un mito, un professionista realmente preparato che condisce le sue telecronache sportive con il giusto mix di competenza, ironia e, soprattutto, valutazioni soggettive che non risparmiamo mai le doverose critiche a chi di dovere. Franco Bragagna non è il solito telecronista messo li per caso, raccomandato chissà da quale corrente, ma anche se lo fosse, poco importerebbe, perché la sua indiscutibile passione per l’atletica lo rende veramente un personaggio unico. Cio’ che mi ha sempre colpito in lui è come riesca a conoscere tutto di tutti, come sia preparato su qualsiasi specialità della pista e della strada, dalla corsa alla marcia, dal piano alla salita, tutto di ogni categoria, dai cadetti ai senior e sono convinto che conosca perfettamente anche il mondo master.
Di qualsiasi atleta Bragagna sa dirci sempre ogni cosa, con dovizia di particolari, quali la società di appartenenza, le migliori prestazioni, i migliori piazzamenti, eventuali genitori atleti o ex atleti…..ma non è certo solo uno statistico, in quanto dimostra sempre la massima competenza spiegando, ogni volta, al meglio, ogni singola specialità che commenta, ogni singolo gesto tecnico. L’atletica italiana e i suoi appassionati devono dire grazie a quest’ uomo che tra l’altro ha sempre dimostrato, tra le righe della sua sottile e innata ironia, un’ineguagliabile sensibilità che lo porta spesso ad andare, nelle sue valutazioni, oltre all’aspetto puramente tecnico, per evidenziare al meglio gli aspetti psicologici piu’ reconditi di ogni singolo atleta.
Credo che la rinascita del nostro sport debba cominciare da personaggi di tale spessore. Mi piacerebbe molto vederlo in posizione di prestigio all’interno della Federazione, ai massimi vertici tecnici o, perché no, direttamente Presidente. Solo ripartendo da chi ama veramente l’atletica italiana se ne potrà arrestare il declino inarrestabile ormai intrapreso da tanto tempo e mi auguro di poter cominciare a creare, con queste poche righe, una via per sostenere tale candidatura. Ho letto in una delle poche interviste da lui rilasciate circa un anno e mezzo fa come, alla domanda su quale fosse il suo sogno nel cassetto, la sua risposta sia stata “ nulla perché sono già felice in quanto ho un lavoro che avrei pagato per fare, una moglie e quattro splendidi figli”. Io non La conosco sig. Bragagna, ma se mai leggerà queste mie parole e se le stesse saranno supportate da tanti consensi, mi auguro che, proprio perché è già una persona felice, possa pensare di dare allo sport che tanto ama quel contributo di cui questo sport, in Italia, ha realmente bisogno.
il Duca

Riguardo al suo ultimo articolo sulle false partenze, il Duca aggiunge:

Vorrei fare una breve ma doverosa rettifica a quanto scritto nel mio articolo pubblicato ieri, in quanto la famigerata norma della Iaaf che prevede l’abolizione delle false partenze vale, in realtà, solo per le gare brevi, dai 60 sino ai 400 mt. Chiedo scusa per l’imprecisione frutto del desiderio di voler commentare a caldo la notizia, senza nemmeno leggere con attenzione i dettagli della stessa. Ovviamente le mie considerazioni non cambiano: gli atleti coinvolti saranno sicuramente meno, ma comunque tantissimi, in tutto il mondo e i 97 scienziati rimangono tali come descritti l'altro ieri. Il Duca