13/03/13

Italiani Master Indoor, i 60 femminili: 3 record italiani

Sciabolata pazzesca tra le F35 di Ami Fabè Dia (2° titolo dopo quello dei 200 dell'anno scorso a Comacchio): infatti clamoroso 7"62, ovvero terza donna di sempre over 35 sulla distaza, dopo Manu Levorato (con il suo recente e ripetuto 7"41) e Elena Sordelli (7"57). Meglio anche della maori Lusia Puleanga, che nel 2009 era stata capace di correre agli italiani assoluti di Torino in 7"73, l'allora record italiano. Impennata qualitativa delle F35 a prescindere dalla partecipazione o meno ai campionati federali master. Tra le F40 ancora una volta e solo Denise Neumann (pronunciato "Noimann" e non "Gnuman", come Paul, detto Pol). Titolo e record, che volete di più? Peccato solo che quei due cent oltre l'8" che sì migliorano di 2 centesimi il tempo ottenuto dalla stessa atleta a Bergamo, ma che ancora non la fanno la prima donna italiana over 40 sotto una barriera "storica". 8° titolo italiano per Denise, il 3° consecutivo sui 60 metri. Per la 18^ volta entra invece nel libro dei record italiani, migliorandoli o pareggiandoli. Attualmente ne detiene 3 (60 e 200 indoor e 150 outdoor). Titolo cum laude (ovvero record italiano) anche per Daniela Sellitto: 8"22 e 5 cent limate al tempo di Marta Roccamo che era fino a quel momento il top-list di sempre (ottenuto nel 2011). Roccamo giunta proprio seconda dietro alla Sellitto con 8"36. E Susanna Tellini terza con 8"44 che fino all'avvento della Roccamo nel 2011 le avrebbe valso il record italiano. Gara quindi dai grandi contenuti tecnici. 9° titolo per Daniela Sellitto, il 4° sui 60 indoor. Marinella Signori fa nettamente suo il titolo del 60 F50 arrivando a 3 cent dal record di Annalisa Gambelli (8"44 contro 8"41). Secondo titolo sui 60 indoor per la bresciana, il cui primo titolo risaliva al 2004. Tra l'altro un tempo, il suo della vittoria, inferiore al record italiano che aveva ottenuto da F45. Grande prestazione quindi.
Sorpresona tra le F55: titolo alla carneade (per me) Graziella Cermaria, che non si limita a coronarsi per la prima volta campionessa italiana (avrebbe all'attivo solo un titolo con la staffetta dell'Atl. Santamonica nel 2011), ma addirittura ad abbassare il record italiano di Umbertina Contini. 9"14 contro il precedente limite di 9"17. Da fuori la sorpresa è grande, perchè solitamente i record delle icone del masterismo, come la Contini, vengono superati esclusivamente da altre icone che seguono nel flusso delle categorie. Siamo di fronte alla nascita di una nuova vedette del masterismo italiano? Assolutamente inaspettato e notevole, quindi, la prestazione della Cermaria. L'appena citata Umbertina Contini si consola del record perso (ma in realtà era una consolazione ante quo), con l'ennesimo titolo italiano: 9"30 con rischiosissimo fotofinish (si dcrive così secondo il correttore automatico) di Anna Micheletti a solo un centesimo. Giusto per... il record di categoria è sempre della Contini con... 9"17! Ovvero l'atleta ha ottenuto lo stesso tempo nelle due categorie successive: chiaramente il tempo ottenuto da F60 è nettamente più difficile da migliorare che quello nelle F55, per ovvie ragioni. 26° titolo indoor per la Contini, 14° sui 60 piani.
Maria Luisa Finazzi fa suo il titolo F65 con 12"15, primo titolo per lei nella velocità visto che la conoscevamo prettamente come lanciatrice. Erminia Furegon si fregia del titolo F70 con 12"69, anche qui c'è uno stravolgimento di specialità, visto che solo l'anno scorso vinceva il titolo outdoor sui 5000... Maria Cristina Fragiacomo F75 vince il suo primo titolo indoor, dopo i numerosi conquistati outdoor: 11"69 il suo crono. E chiaramente non poteva non finire bagnando l'ingresso in categoria Emma  Mazzenga, uno dei totem del nostro movimento over-35, da quest'anno F80. 11"66, ovvero più di un secondo segato al record italiano precedentemente detenuto da Nives Fozzer. 39°, scrivesi trentanovesimo, titolo italiano indoor per lei (ma con quello di 200 e 400 arriverà a 41). Quelli outdoor sono ancora in ballo i lavori in corso. 15° titolo sui 60 piani. Addirittura 34° record italiano migliorato o pareggiato da quando ho iniziato a tenere le cronologie. Attualmente quelli attivi sono ben 24... 

12/03/13

Italiani Master Indoor: i 60 maschili

Alessandro Maniscalco, M35, si guadagna il primo alloro di carriera in entrata nella categoria: 7"25 per lui, per un solo cent su Giovanni Pau. Nei 60 M40 titolo al sottoscritto con 7"24, mentre il vero show l'ha sicuramente fornito Mario Longo tra gli M45: un sontuoso 7"04 che probabilmente è un record mondiale per quella classe di età. Solo tradotto in AGC Mario totalizza l'incredibile percentuale di 101,86%, cioè il suo risultato riparametrato equivarrebbe ad un mostruoso 6"27 sui 60 piani. Più veloce del record di Maurice Greene in pratica. 16° titolo italiano individuale per Mario Longo, l'8° sui 60 indoor, vicinissimo al limite di 7"00. Secondo nell'overall Mauro Graziano con un 7"23 di grande spessore internazionale. 7"32 per Alfonso De Feo. Tra gli M50 è la volta di Giulio Morelli, con 7"63, al secondo titolo italiano individuale nella velocità dopo quello sui 100 di Bressanone '08. Gabriele Carniato si impone tra gli M55 con 8"01: terzo titolo ma primo sui 60 indoor. Super sfida sui 60 M60: Antonio Rossi si impone di un soffio sul rampante Giovanni Mocchi: 8"01 a 8"05 e per un pelo non perde un'imbattibilità iniziata addirittura nel 2000: 14 titoli consecutivi sui 60 piani, ovvero la striscia di vittorie consecutive più lunga a me nota. 16 i titoli complessivi, con quelli conquistati negli anni '90, il primo dei quali nel 1995. Mocchi perde la possibilità di diventare il New Zealand di Dennis Conner che perse la Coppa America dopo 132 anni di vittorie americane. Rossi conquista anche il suo 40° titolo individuale: una festa per lui insomma. Si passa agli M65: vittoria per Vincenzo Barisciano con un tempo all-time: 8"15, ovvero solo 10 cent peggio del crono della running legend Tristano Tamaro ottenuto nel 2003. 4° titolo per Barisciano, che il primo titolo sui 60 piani l'aveva vinto nel 1997. Piero Congia, 8"97, è il campione italiano M70 (7° scudetto azzurro, il secondo consecutivo sui 60 piani M70). Vittoria al fotofinish su Lambertone Boranga, stesso tempo, ma stavolta costretto a rimanere più basso sul podio per una questione di millimetri. Il citato Tristano Tamaro, M75, purtroppo coetaneo del Dragone Guido Muller per quanto riguarda l'attività internazionale, si intasca il 34° titolo italiano di sempre, il 9° sui 60 piani indoor con 9"20. Non lontano da lui però Benito Bertaggia, messosi in luce soprattutto nelle ultime stagioni: 9"32. Primo titolo italiano individuale, nella categoria M80, per Luciano Mazzetto con 10"49. Mario Ferracuti vince i 60 indoor come M85 con 23"34 (4° titolo), e Giuseppe Ottaviani, classe 1916, con 14"90 (31° titolo italiano individuale).

08/03/13

Italiani Master Indoor ad Ancona: continua l'autarchia

Riprendo i dati forniti dal sito della Fidal, sic et simpliciter perchè non ho voglia di andarmeli a spulciare tutti quando uno ha già fatto il lavoro per tutti: "Gli atleti iscritti sono infatti 1341 in totale, superando così le cifre registrate in passato alla rassegna tricolore “over 35” che va in scena al Banca Marche Palas di Ancona, sede dell’evento per l’ottava volta consecutiva, mentre è l’undicesima nel capoluogo dorico. Da venerdì 8 fino a domenica 10 marzo, ben 2639 atleti-gara si contenderanno 257 titoli italiani individuali, senza contare quelli in palio con le staffette. Le presenze annunciate sono 1020 al maschile e 321 tra le donne, in rappresentanza di 319 diverse società. L’anno scorso 1312 atleti presero parte a una manifestazione rilevante anche per i risultati agonistici, visto che furono stabilite 37 migliori prestazioni italiane e 3 mondiali".

Noi diciamo invece che ci saremo. Peccato che come più volte detto dei master ci si ricordi solo nelle feste comandate, ovvero prima dei campionati italiani e durante le grandi manifestazioni internazionali master. Manca anche solo una pagina dedicata sul sito della Fidal nazionale almeno aggiornata, per un'attività che coinvolge più del 50% dei tesserati, e che sappia periodicamente aggiornare su quelle che sono le attività di questa grande fetta di popolazione atletica. L'Ufficio Stampa della Fidal ha chiaramente già le sue grane nel gestire le informazioni della Nazionale, dei Dirigenti, dell'attività assoluta e di quella giovanile. Il non aver individuato ancora nessun soggetto che possa fare lo strillone su un portale così visitato come quello federale da utilizzare come cassa di risonanza, è, a mio modesto parere, una grave ferita, un torto ed un freno alla diffusione del tesseramento dell'atletica tra gli over-35 in Italia, in una società che comunque che coinvolge maggiormente l'attività fisica in seconda e terza età. Tra l'altro fatto a danno di una fetta consistenti di investitori. Si sta perdendo un treno, l'ennesimo, con i master. Il primo fu perso dopo Riccione '07, il secondo dopo Ancona '09. Ora toccherà Torino '13 (dove non c'entra la Fidal, giusto ricordarlo), dove già una politica dei prezzi assolutamente fuori mercato sta spingendo molti a rinunciare all'appuntamento con le Olimpiadi Master. In Federazione, in questo momento non c'è alcun referente che possa farsi interprete delle esigenze di un'intero mondo di 70.000 persone. Su Atleticanet si vocifera che il possibile eletto potrebbe essere Giacomo Leone... ed è subito sera. Incrociamo le dita: in Belgio l'economia è andata meglio senza governo per due anni...

Concentriamoci comunque su questi 30imi campionati italiani master di cui detengo un database di tutti i vincitori diacronico. Tempo permettendo dopo questo weekend vedremo di dare qualche dato. A chi andrà, buoni campionati! Io ci sarò. 

07/03/13

Da "Campioni Senza Valore" di Sandro Donati: il caso Ben Jonhson

L'estratto che sto per pubblicare fa parte di un testo che gira ormai in rete da anni e lo si può trovare anche in formato pdf ovunque. Basta cercare in google. Lo stesso, prima di pubblicare qualunque cosa sul mio sito ho chiesto tramite interposta persona al Professor Sandro Donati la possibilità di mostrare alcuni brani del libro, che forse per troppo tempo sono stati taciuti. Il libro, Campioni senza valore, fu pubblicato 24 anni fa, nel 1989 e, nonostante i contenuti esplosivi e il fatto che gettasse un'ombra terribile su tutta l'atletica italiana degli anni '80, non partorì (stando alle parole dello stesso Sandro Donati) alcuna querela nei suoi confronti. Ma non partorì nemmeno una reazione "politica" di "pulizia" che permettesse un ricambio completo e generalizzato dei personaggi che popolarono l'atletica italiana di quel tempo. Semplicemente tutto si chetò e oggi molte di quelle persone, al di là delle condanne di natura disciplinare o penale che non vi sono mai state, è giusto dirlo, rimangono in questo mondo sportivo nonostante le macchie indelebili sulla propria coscienza e le ferite mortali arrecate al "nostro" sport. La forza di Donati, che con quel testo andava a rovesciare il vaso di Pandora dell'eldorado dell'atletica italiana degli anni '80, fu quella di approntare un lavoro sotto molteplici aspetti "probatorio", verificando le proprie asserzioni una ad una, senza lasciare quindi il fianco scoperto a qualunque attacco. Non so il motivo per il quale il libro poi sparì dalle librerie, ma quelle conoscenze si persero lasciando furoreggiare persone che probabilmente avrebbero potuto liberamente continuare la loro esistenza in altri ambiti della vita. Qui sotto un pezzo relativo al caso di doping di Ben Johnson a Seul '88, giusto per iniziare a preparare i colpi più duri. Molto di quanto è presente su questo testo con l'evoluzione odierna di quelle vicende, ricordo, è contenuto nel "seguito" pubblicato recentemente "Lo sport del doping" che potete trovare in ogni libreria.

Re Johnson spodestato dal doping

Sabato 24 settembre 1988, dopo alcuni turni eliminatori alquanto incolori, Ben Johnson esplose nella finale dei 100 metri. Carl Lewis, Linford Christie e Calvin Smith, cioè il gotha della velocità mondiale, furono battuti, quasi umiliati. Johnson uscì dai blocchi con la prontezza e la potenza spaventosa di cui era accreditato, ma questa volta conservò integralmente l'abissale vantaggio nella seconda parte della gara. 9"79, vale a dire il nuovo record mondiale, valsero all'impresa i toni della leggenda. Ventiquattro ore dopo, il suo medico, consigliere ed amico Jamie Astaphan spiegò ai giornalisti di tutto il mondo come fosse riuscito a fare di Johnson un imbattibile superman: «Ho seguito quasi più lui dei miei figli... Quando la madre me l'ha portato a quattordici anni, era magro come questo dito... Ben è il primo uomo bionico... L'abbiamo costruito pezzo per pezzo, rendendo potente ogni sua fibra muscolare. Ho speso tanto tempo con Charlie Francis [l'allenatore] per arrivare a questo punto. Adesso mi sento come svuotato, esausto...» Johnson, al contrario, era diventato sempre più pieno e vigoroso.

Il dottor Astaphan parlò, in quella occasione, di una parte soltanto delle sue fatiche «scientifiche». Non fece infatti alcun accenno alle contemporanee costruzioni, pezzo per pezzo come un meccano, della velocista Angella Issajenko, dell'altro sprinter Desai Williams e dell'ostacolista Mark Me Koy. Per modestia, probabilmente. Erano passate poche ore dalle dichiarazioni di Astaphan quando, dal laboratorio antidoping, filtrarono le prime voci relative a Johnson che furono raccolte da un'agenzia di stampa francese: «Le urine dell'atleta canadese conterrebbero tracce di uno steroide anabolizzante del tipo stanozolol che figura nella lista dei prodotti proibiti.» L'Olimpiade ne fu sconvolta. Le voci divennero in poche ore una serie di spietate conferme: squalifica del velocista, annullamento del record mondiale appena conseguito e revoca della medaglia d'oro dei 100 metri. La decisione fu presa all'unanimità dai membri del ciò. L'Olimpiade di Seul divenne l'Olimpiade del doping, o meglio, l'Olimpiade della lotta al doping. Una lotta ingaggiata, per la verità, senza esclusione di colpi, solo contro gli sconosciuti e poco sponsorizzati campioni del sollevamento pesi e soffocata, invece, da forze superiori nei confronti dei divi dell'atletica.

Alle spalle di Johnson, fu trovato prima positivo e poi un po' positivo e un po' negativo, Linford Christie, medaglia di bronzo e neoprimatista d'Europa. Alla fine se la cavò con un'ininfluente tirata d'orecchi. Della soave Florence Griffith non ci si limitò a descrivere la corsa travolgente, le lacrime e i sorrisi. Ai suoi sistemi «integrati» accennarono variamente alcune sue avversarie, come ad esempio Evelyn Ashford, ed alcuni atleti di specialità diverse, come il campione olimpico degli 800 metri a Los Angeles Joachim Cruz. Delle strane fattezze di Florence Griffìth scrisse persino Giorgio Bocca sulla prima pagina di «Repubblica». Tecnici qualificati, come Vittori, sottolinearono l'inverosimiglianza di una carriera consumata interamente ai margini dell'eccellenza e poi improvvisamente proiettatasi, una volta oltrepassata la soglia, non più verdissima, dei ventinove anni, oltre l'orbita del genere femminile. Florence Griffìth, a dispetto delle impressionanti fasce muscolari accumulate in un solo anno, uscì indenne dall'antidoping coreano. Un asso del decathlon, il tedesco dell'Ovest Jurgen Hingsen, si fece estromettere fin dalla prima gara, i 100 metri, per false partenze (tre nel dectathlon). Qualcun altro imboccò anzitempo la via di casa, rinunciando a gareggiare. In questo modo l'atletica poté limitare i danni, in verità già disastrosi per effetto dell'unica positività punita, quella di Johnson.

Le caratteristiche della positività di Johnson a Seul consentirono agli esperti di affermare che l'assunzione di anabolizzanti era avvenuta in un arco di tempo piuttosto esteso. Si sospettò immediatamente sulla efficacia del controllo antidoping a cui era stato sottoposto Johnson, poco più di un mese prima, in occasione del meeting internazionale di Zurigo. Lo staff di Johnson cercò di accreditare la tesi di una macchinazione ordita dalla mano sconosciuta che aveva premurosamente offerto una bevanda al campione prima della gara. L'aneddoto della bibita drogata era stato recitato, negli anni settanta, un'infinità di volte dai faticatori della bicicletta, lungo le strade infuocate del Tour de France o del Giro d'Italia. Ogni volta che erano incappati nell'antidoping, si erano aggrappati al salvagente di una borraccia galeotta, offerta da uno sconosciuto lungo i tornanti del Tourmalet o dello Stelvio, proprio quando più acute erano la fatica e la sete. La storia della borraccia, riferita al clan presuntuoso e superefficiente che circondava Johnson, apparve goffa.

Quattro mesi dopo, in un Canada scosso dalla disavventura coreana di Johnson, il governo deciderà di fare chiarezza ed aprirà una indagine. Ma già nel paese erano circolate nuove circostanziate accuse su Johnson e sul suo clan. La fonte dei definitivi elementi di accusa fu il cuore dello stesso staff di Johnson: il suo allenatore Francis e la sua compagna di allenamento e di iniezioni Angella Issajenko. Francis, chiamato a deporre dalla commissione di indagine parlamentare, si trovò nell'impossibilità di continuare a negare e scelse di vuotare il sacco: illuminò un angolo del doping, quello abitato per anni dagli sprinter canadesi. Per chi, come me, ha frequentato a lungo l'ambiente dell'atletica internazionale, l'angolo messo a soqquadro fu solo una parte, scontata ed infinitesimale, dell'universo del doping sportivo, ma per i non addetti ai lavori le rivelazioni furono sconvolgenti.

Francis, incalzato da circostanze obiettive come le tracce di stanozolol riscontrate a Seul sul suo «fenomeno», le rivelazioni di Angella Issajenko, la fuga precipitosa di altri atleti del suo gruppo, le accuse di medici e tecnici canadesi, si arrese o, forse, cinicamente pensò che non fosse più conveniente negare. Giorno dopo giorno, le sue deposizioni riempirono le pagine dei verbali della commissione d'indagine e i taccuini dei giornalisti di tutto il mondo. Francis rivelò che Johnson si era drogato fin dall'inizio della sua carriera. Che lui stesso lo aveva drogato. Ricostruì l'evoluzione delle terapie, a base di steroidi anabolizzanti e di ormone somatotropo, da una prima fase artigianale e quasi familiare, a quella «scientifica» del dottor Astaphan. Ben Johnson, imparando progressivamente a destreggiarsi fra ormoni, farmaci di copertura, curve di scomparsa dalle urine e antidoping compiacenti, aveva potuto sfrecciare trionfalmente sulle piste di tutto il mondo nelle più importanti manifestazioni internazionali. Era drogato anche in occasione dei campionati del Mondo di Roma. I 9"83, impiegati dal giamaicano-canadese nello stadio Olimpico di Roma, erano stati il frutto non di una pista più corta o di un trucco nel cronometraggio elettronico, come pure aveva sospettato qualcuno, ma degli steroidi anabolizzanti. È mia convinzione che il valore reale di Johnson, senza doping, sia calcolabile intorno ai 10"20. Le rivelazioni di Francis non mi sorpresero minimamente. Era tutto quello che mi aveva confidato Pierfrancesco Pavoni un anno prima.

Francis dichiarò, fra l'altro, che al largo di Seul i sovietici avevano ormeggiato una nave appositamente attrezzata per effettuare controlli antidoping preventivi sui propri atleti e verificare, minuto per minuto, che il mascheramento delle positività non mostrasse crepe. Per gli atleti trovati positivi dal laboratorio navigante, erano state prefabbricate la diagnosi e la prognosi sufficienti a far loro disertare le gare olimpiche. La rivelazione di Francis fu interpretata da qualcuno come il tentativo di colpire alla cieca nel mucchio, per screditare l'intero sistema e riuscire così a mimetizzare le proprie responsabilità, ma anche questa affermazione sarebbe poi stata clamorosamente confermata direttamente dall'URSS. La rivista giovanile sovietica «Smena» avrebbe infatti rivelato che la nave Mikhail Sholokhov era rimasta ormeggiata al largo di Seul per tutta la durata dei Giochi. Attrezzata non per lo spionaggio, ma con un laboratorio antidoping da due milioni e mezzo di dollari: «Sveliamo tutto questo per dare un contributo alla denuncia ed alla soluzione del problema doping; abbiamo raggirato il controllo antidoping di Seul.» Un altro angolo della caverna, sensibilmente più grande di quello canadese, era stato inquadrato, seppure solo di sfuggita. Vi si intravedevano donne mascolinizzate e rese sterili dai trattamenti ormonali, uomini divenuti impotenti o colpiti da gravi patologie al rene e alla prostata, atleti costretti a drogarsi per non essere estromessi dalla squadra nazionale. Tanti altri angoli della caverna restavano ancora nascosti nel buio. Eppure Kerr a Los Angeles aveva fornito la chiave e gli strumenti per esplorare l'antro. Eppure David Jenkins, che con gli sferoidi anabolizzanti si era arricchito e si era autodefinito, al cospetto di un tribunale statunitense, un criminale, aveva chiaramente detto che i due terzi dei campioni di atletica leggera presenti a Seul erano drogati. Eppure il dottor Astaphan aveva affermato che lontano dal doping a Seul erano rimasti solo i rappresentanti di qualche sperduto paesino del terzo mondo. Da anni, chi avesse voluto, avrebbe potuto aprire la caverna del doping nella sua estensione mondiale. Ma chi ne aveva interesse? Non certo i dirigenti della federazione mondiale di atletica, dediti in quegli stessi anni a montare un'impalcatura, via via più complessa, di sponsorizzazioni, diritti televisivi, relazioni diplomatiche, fondazioni fantomatiche e di comodo. La soluzione poteva arrivare da fuori delle organizzazioni sportive, dalla società civile: dalle indagini governative, dalle leggi speciali, dagli organismi sanitari extrasportivi nazionali ed internazionali, dal sistema educativo scolastico, dai politici e dagli intellettuali, nell'eventualità che questi ultimi si fossero accorti che lo sport è un fenomeno sociale e non solo il grande baraccone dove la domenica si esibiscono i moderni gladiatori.

Per tornare a Johnson, Francis ha dichiarato: «Non utilizzavamo più lo stanozolol da molto tempo, lo avevamo sostituito con altri tipi di steroidi anabolizzanti, per cui non capisco come Ben possa essere risultato positivo al controllo per questa sostanza.» Una volta rotti gli argini della confessione, Francis non aveva alcun interesse a mentire su questo punto specifico. Due ipotesi possono spiegare il mistero. La prima è che Johnson, accuratamente «svuotato» di qualsiasi traccia di steroidi, sia rimasto effettivamente vittima dell'iniziativa dolosa di qualcuno che voleva incastrarlo. L'altra ipotesi, più banale, è che i «movimenti» farmacologici intorno a Ben Johnson fossero divenuti così vorticosi e incrociati da sfuggire al controllo dello stesso Francis. Il prescrittore e l'iniettore di steroidi erano stati una volta Francis, una volta Astaphan, una volta Matuszewski; e in qualche sporadica occasione Johnson aveva accettato i consigli di personaggi estranei al suo staff. Verosimilmente, quindi, Johnson scontò a Seul le difficoltà che Astaphan progressivamente incontrava nella sua attività di coordinatore farmacologico. L'organico dell'equipe sanitaria era diventato estremamente flessibile. Qualcuno, che si era infiltrato approfittando della confusione dei ruoli, avrebbe potuto provocare, deliberatamente o accidentalmente, la positività di Johnson. Per una coincidenza che potrebbe non essere fortuita, Astaphan si era formato professionalmente alla scuola bulgara, che si era trovata particolarmente a mal partito con i sistemi antidoping attuati a Seul. Per una volta, i maghi del doping sarebbero stati anticipati dai controllori. Qualunque delle ipotesi dovesse risultare veritiera, è certo che si trattò di un incidente di percorso assolutamente casuale, in alcun modo collegabile a un piano coordinato di lotta al doping che avrebbe presupposto l'organizzazione di un sistema di controlli, incrociati e a sorpresa, da attuare nei periodi più sospettabili dell'anno.

05/03/13

Riflessioni: l'agonismo... dei non vincenti


E poi c'è l'agonismo, la malattia della competizione, una malattia da cui difficilmente si guarisce con il tempo; più facilmente continua ad accompagnarci e la adattiamo alle mutate situazioni.
La definizione di Agonismo ci rimanda ad Agone, che oltre ad essere un pesce commestibile che frequenta i laghi subalpini italiani, significa letteralmente "gara - competizione", derivando dal greco "Agon".
Alla voce Agonismo il dizionario sentenzia: "particolare o deciso impegno di un atleta nella competizione sportiva", o ancora: "strenuo impegno, volontà di vincere una competizione".
E' vero e ne sono assolutamente convinto che lo sport debba essere prima di tutto partecipazione, così come non mi convince chi avverte come "politicamente scorretto" l'agonismo nell'attività fisica. Siamo tutti d'accordo che l'agonismo non è obbligatorio.
Ma, non riesco a pensare ad una realtà meno agonistica della nostra società contemporanea; qui sì che mi vien da riflettere se l'agonismo contribuisca al bene comune. 
Si è agonisti dichiarati in tutto, tranne che nello sport, dove spesso ci si vergogna di confessarsi agonisti, soprattutto se non siamo "nati per vincere".
Ma nello sport l'agonismo è una legittima attrazione e l'esperienza diventa davvero tale solo se la si è praticata e la si pratica da agonisti.
D'altra parte è un fatto che a vincere una competizione sia solo uno.  
E gli altri che si sono allenati ma non hanno vinto?
Naturalmente non tutti i partecipanti possono aspirare a vincere (qui la mia esperienza è consolidata), non per questo motivo bisogna smettere le velleità agonistiche, anzi: se così fosse la gloria di un vincitore in una competizione con pochissimi partecipanti sarebbe davvero poca cosa.
Bisogna immaginare un motivo per competere che sia diverso dalla sola aspirazione di vittoria.
Così, spesso accade che oltre alla definizione della categoria correlata all'età, data dalla Federazione, ci creiamo altre e infinite sottocategorie, solo mentali, solo nostre, assolutamente personali, che rinfocolano la nostra motivazione e aiutano ad accettare volentieri la costanza negli allenamenti.
E se qualche dolorino dovesse importunarci, pronti ad aiutarci avremo i nostri solerti Dottor Sportivi, prodighi di consigli e terapie disinfiammanti. Tecar, Laser.. magari un bel plantare; e via, come nuovi e più leggeri di prima! Però, nella rilettura dell'ultimo periodo, mi par di cogliere un'ironia neanche tanto sottile; forse è meglio eliminarlo.
Come? Andrea mi dice che l'ha già mandato "in stampa", va beh pazienza, mi tengo la responsabilità di ciò che ho scritto. 
E' comunque sicuro che ancora rappresentiamo un target appetibile, non solo per quanto riguarda indumenti, scarpe, riviste di settore, integratori, etc.
Per ognuno la misura raggiunta o il tempo realizzato costituiscono inevitabilmente il riferimento primo con cui confrontarsi nelle successive gare o addirittura provare a migliorarle l'anno successivo, innescando di fatto un agonismo virtuoso, del tutto personale, solo nostro, che ci porta ad affermare: "mi batterò"!
A volte stabiliamo un personale rapporto agonistico con un amico, che al momento della gara diventa l'avversario assoluto, come è giusto che sia; se davvero ci si rispetta, si deve sempre dare il massimo, vincerà il migliore in quel momento.
Ma ancora, ulteriori stimoli potremmo riuscire a trarli leggendo graduatorie e statistiche, valutando le condizioni ambientali del tal risultato: "c'era vento contro" (di bolina, direbbe Giovanni Soldini); oppure: "pioveva", (non nelle indoor, per carità); dandoci nuovi giustificati obbiettivi di miglioramento.
Oppure potremmo ricavare soddisfazioni verificando dettagli che solo noi possiamo cogliere.  
Ricordo un anno in cui, con un po' di fortuna, vinsi all'ultimo anno di categoria e, dopo un'immersione completa nei risultati di tutta la mia fascia d'età, un po' rimbambito, mi accorsi che nessun altro, anche nelle altre gare, era riuscito a salire sul podio.
Tutte cose che forse appaiono un po' come "carezze mentali", ma direi che possiamo non vergognarci di gioire delle piccole gratificazioni personali, soprattutto se rappresentano nuova benzina da mettere nelle gambe e benefici massaggi per la mente.

Prof. Plantarino                            

Goteborg '13: la mai sopita necessità di interpretare i numeri

Pensate solo per un istante a Giulia Viola, la vera sorpresa in chiave azzurra di questi Campionati Europei Indoor. Ma davvero pensate che nelle mille precedenti edizioni dei Campionati Europei Indoor di Atletica non ci sarebbe stata un'altra Giulia Viola in Italia capace di sorprendere, e che invece, a causa di politiche restrittive, rimase a casa? Quanti atleti non sono stati convocati nel passato per principi più di immagine o di opportunità mediatica, che di "premio" sportivo? Centinaia, lo sappiamo tutti. E statisticamente, scusatemi, è improbabile che tra quelle centinaia di atleti non ci sarebbe stato l'atleta che si sarebbe esaltato, passato il turno di qualificazione, andato in finale, fatto il personale e magari vinta una medaglia. Non lo sapremo mai perchè Slinding Doors, purtroppo, era solo un film (per cui mi innamorai, non corrisposto, di Gwineth Paltrow...). Grande plauso alla politica di allargamento alla partecipazione, quindi, ma occhio a quel punto a dare interpretazioni estasiate dei risultati. Le sorprese positive in ogni spedizione ci stanno, come ci stanno quelle negative (solitamente si equilibrano, e quelle negative, com'è noto, se ne sono avute una manciata anche in questa spedizione). Tutto però viene riportato ai numeri, ai giudizi sulle classifiche delle medaglie e dei punti. Si sono lette dichiarazioni e articoli che sono andati a spulciare le risultanze degli ultimi 20 anni di atletica indoor, con voli pindarici forse un pò troppo arditi. "Se consideriamo... togliendo... mettendo... aggiungendo... ma quelli erano in Italia... ma meno podi... con più medaglie... siamo andati meglio". Ecco, volevano dirci semplicemente e sostanzialmente che sono andati meglio, al netto delle edizioni in cui si è andati meglio, naturalmente, e al lordo di una (taciuta) normalità dei risultati. 

Il senso del mio discorso è sostanzialmente quello che se anche questo mandato si intrufola nei perversi meccanismi di trovare forzatamente e in alcuni casi, illogicamente, aspetti positivi, poi, non può lamentarsi se vengono trovate le falle delle proprie argomentazioni. La coperta è troppo corta e si rischia di trovarsi con i piedi scoperti. Non sarebbe forse il caso di fare i gioiosi elfi di un modo di interpretare lo sport come un'opportunità per molti ragazzi che finalmente avrebbero il loro momento più scintillante nella propria carriera? Una convocazione? E quello che potrebbe derivarne sia sulla carriera dello stesso atleta, che l'effetto domino su chi gli gira attorno. E chi se ne frega se si è arrivati ultimi o a metà classifica nei punti conquistati o delle medaglie vinte: basterebbe che la Federazione si facesse finalmente interprete dei principi per i quali esisterebbe: la partecipazione. Favorire l'atletica, piuttosto che farne schiava delle logiche politiche di "apparenza". Poi, forse questo non l'ha ancora capito nessuno, è proprio questa "apertura" il vero investimento sul futuro, che porterebbe ad avere un ritorno di immagine migliore di qualunque altro, e che avrebbe una ricaduta positiva su tutto il movimento. Ammettere i propri limiti, votarsi verso il movimento piuttosto che verso quello che dicono gli "altri". Il giustificazionismo, le scuse, l'estrapolazione forzata di dati, mi sa tanto di campagna elettorale che, mi sembra, sia già finita da tempo. Proprio alle ultime elezioni e nel corso della campagna elettorale, ho osservato l'elencazione sterminata di migliaia di numeri in cui tutti, ma proprio tutti, di una parte e dell'altra, sono riusciti a dire tutto e il contrario di tutto sulla medesima cosa.   

Pensate questi ultimi campionati Europei. Allora, tutti si sono sperticati a sottolineare la grandezza della spedizione, che io, proprio alla luce dei risultati, ho ritenuto e scritto, essere stata normale. Normale per una nazione come l'Italia, in un contesto comunque più modesto di quello outdoor, e comunque meno partecipato qualitativamente, e con questo senza nulla togliere nulla a nessuno, visto che in alcune specialità (vedi l'asta) c'erano i migliori al mondo. Partiamo da una considerazione: perchè serve pavoneggiare dati? Per verificare la forza di un movimento all'interno di un contesto, in questo caso quello Europeo e poi poter, con questi dati, valutare la propria consistenza qualitativa e quantitativa e comprendere così che strategie intraprendere per aumentare o mantenere gli sforzi per diffondere questo sport. Questo dovrebbe essere in linea di principio.

Detto questo, sentivo dire, non so da chi di questa gestione federale (ovvero, lo so, l'ho letto, me l'hanno riferito, ma non trovo lo scritto e quindi lo metto in forma dubitativa) che l'Italia atletica pagherebbe lo scotto nelle specialità sull'anello, per il semplice fatto che mancherebbero gli impianti indoor e che, di contro, la presenza di strutture per specialità tecniche e corte porterebbe ai risultati che si sono visti. A parte che, se sin dall'inizio si fosse fatta professione di obiettività, si sarebbe potuto semplicemente dire che in due mesi sarebbe stato impossibile per chiunque organizzare e pianificare una spedizione per una grande manifestazione internazionale. Chi avrebbe detto nulla? L'aver invece, sin dal giorno successivo all'insediamento, voluto brandire questa cosa dell'Aria Nuova, della corte dei Miracoli, gli ha esposto il fianco a doversi giustificare del disastro delle specialità più lunghe di 60 metri. A voler essere proprio cattivi-cattivi, si potrebbe dire: ma come mai quest'aria nuova non ha funzionato con qualcuno dei presenti agli Europei, e in più in odore di exploit? Capite? Se si è obiettivi, trasparenti, chiari, nessuno può dire nulla. Se si vuole invece complicare il quadro con mistificazioni o interpretazioni della realtà, scusate, ma io mi ci infilo. 

Torniamo agli impianti indoor come giustificazione dei mancati risultati sull'anello di Goteborg. Come logica non farebbe una grinza, se... Negli anni '80, '90, '00, nell'arco di oltre tre decadi di atletica italiana, quando si vincevano i mondiali indoor con Jenny Di Napoli e si portavano a casa le medaglie internazionali indoor con Giuseppe D'Urso, Tonino Viali, recentemente con Maurizio Bobbato, la stessa Cusma, la Possamai e la Dorio di un tempo, secondo voi, quante decine di impianti indoor sparsi per il territorio possedevamo? 
Nuti, Malinverni, Licciardello, Erica Rossi, Ashy Saber che hanno vinto medaglie sui 400 indoor, quante volte, secondo voi, si sono allenati in un impianto indoor in quei tempi? 
Facciamoci questo interrogativo, diamoci una risposta (secondo me, messi tutti insieme quegli atleti, si saranno allenati o avranno gareggiato nell'arco di 30 anni, meno delle dita della mia mano, escluse le partecipazioni internazionali) e comprenderemo che la "mancanza di impianti" non sembra proprio una giustificazione alla debacle di velocità prolungata-mezzofondo veloce-mezzofondo. I problemi, e lo sa anche l'ultimo tesserato della categoria esordienti, sono strutturali e radicati ormai da tempo in quelle specialità: non è che all'aperto nelle medesime specialità, si sia dei fenomeni a livello internazionale. No, valiamo uguali-uguali a quello che si è visto a Goteborg. Ma ripeto: sarebbe bastato dire: non potevano in due mesi sollevare le sorti di quei settori che obiettivamente sono all'anno zero... li stiamo riorganizzando ma ci serve tempo e non è questa certo l'occasione giusta. Giusto. Lo sottoscrivevo, ma non l'ha detto nessuno. 

04/03/13

Goteborg '13: è andata come doveva? Riflessioni dissacranti

Vogliamo essere didascalici? E allora possiamo dire che l'atletica italiana esce da Goteborg più o meno come uscì nelle tre edizioni precedenti. Alti e bassi (molti bassi, ma insomma, preventivabili visto l'allargamento delle convocazioni) ma con la tanto pubblicizzata aria nuova, che però non vince medaglie da sola, purtroppo, anche se sicuramente può aiutare. Ma non è che questa cosa di continuamente sottolineare questo aspetto stia diventando un pò artefatta? Voglio dire, va bene se te lo chiedono (E' cambiato qualche cosa? Sì, c'è aria nuova!), ma arrivare a volerlo dire per forza comincia a farmi un pò dubitare sulla casualità delle affermazioni  (Com'è andata la gara? Sì, c'è aria nuova! Come ti alleni? C'è aria nuova!). Anche se l'intervistato, giova ricordarlo, magari non aveva mai odorato l'aria vecchia. Ok, è cambiato qualche cosa, c'è aria nuova ed è un dato di fatto. Ora riusciamo a superare questa cosa? Personalmente sul mio sito si sono lette le più feroci critiche al mandato di Arese e quando ancora molti dei suoi detrattori ancora si organizzavano nell'ombra (per presentarsi a San Donato e ipocritamente non spendere nemmeno una parola sull"aria vecchia": io invece ci ho messo la faccia e ho attaccato insieme a pochi altri l'aria vecchia) ma proprio per non avere padroni o referenti, e per non farmi fagocitare da essi e gettare un'ombra sulla mia indipendenza intellettuale, è giusta che dica quello che sto per dire. 

La gestione Arese era diventata impresentabile perchè mancava di trasparenza e obiettività. Mancava anche di senso autocritico e questo secondo me è stato il loro più grande errore dal quale con una cascata di eventi travolgente, tutto è stato fagocitato. L'attacco incrociato di media e opinione pubblica ha così portato ad una reazione di sempre maggior chiusura e paura di essere vittime delle critiche esterne. Da qui sono nate poi le "esclusioni" olimpiche, probabilmente: paura di esporsi ad ulteriori critiche, ma così facendo umiliando i sogni sportivi di diversi ragazzi. Errore madornale con il conseguente inizio della ineluttabile fine. Amen, finita. Quello che non mi piace di questo mandato, di contro, è la poca obiettività dimostrata inizialmente. E' chiaro che l'aria sia cambiata, ma la trasparenza e il vento del cambiamento nascono anche dal dimostrare uno spessore dirigenziale superiore, più etico, non certo votato a soddisfare le proprie vendette personali di lunga data o a sbandierare successi che forse sarebbe il caso di condividere con signorilità con chi li ha favoriti e causati in precedenza. Lo riconosco io che ho scritto (e detto in faccia, in sua presenza) più di tutti parole di fuoco contro il mandato di Arese... Se non cambia questo approccio, è probabile che tra un paio di stagioni si sia ancora qui a fare cagnara. Si riesce, per favore, ad essere più obiettivi?

Qual'è il rovescio della medaglia? Che poi di fronte ad una spedizione dopo tutto "normale" si rimanga sì emozionati dalle medaglie (impossibile non emozionarsi!) ma anche a menta fredda un pò dubbiosi sul fatto che l'Italia da Paese in crisi pestilenziale come ormai eravamo abituati a vederla, fosse passata di colpo in bianco, grazie alla nuova aria, a Paese Dominante dell'atletismo mondiale. 

Il nuovo sistema di organizzazione dei tecnici (indubbiamente) fa sicuramente felici gli atleti e i tecnici stessi, che finalmente trovano una forma di affermazione personale sul campo e internazionale, ma di fatto ha impatto-zero sull'intero sistema, visto che viene massimizzata l'elite già affermata o in via da affermazione, mentre l'intero assetto tecnico rimane intatto (fatiscente e pieno di falle) esattamente come in precedenza. Ma forse anche qui è troppo presto per parlare, visto che ci sono ancora 3 anni e 9 mesi di fronte. Ma se l'imprinting è questo vuol dire che si torna all'età dei comuni, ovvero che le conoscenze che dovrebbero favorire le prestazioni sono figlie di esperienze personali non condivise e non condivisibili e che, anzi, quelle stesse conoscenze verranno pure rese più ermetiche verso l'esterno, visto l'elitarismo che è stato prodotto inizialmente. Posso esprimere qualche dubbio su questo aspetto?

L'Italia esce da Goteborg con l'ottavo posto nel medagliere e l'ottavo posto nella classifica a punti. Avesse vinto la Trost, sarebbe arrivata poco più avanti nella classifica a punti. Ma del resto non è mai esistita una spedizione, nemmeno di altre Nazionali, in cui nessuno sfangasse almeno una gara. Fa parte del gioco ed è statisticamente provato. Ed è soprattutto un campionato europeo indoor, ovvero una manifestazione da molti bisfrattata all'indomani dell'anno olimpico. Molti atleti hanno macro-planning sugli anni olimpici, difficili vederli immediatamente all'opera... Diverse ottime prospettive, innegabile, ma che sarebbe davvero immorale non considerare come parzialmente favorite dalle scelte strategiche del precedente mandato, no? Non voglio nascondermi questa verità e pensare ai miracoli che qualcuno ha voluto sotto-sotto ventilare provenire dal proprio tocco magico. Gli atleti esplosi questa stagione non sono nati tutti il primo di gennaio del 2013, mi sembra, no? Possiamo essere obiettivi? 

Leggevo sulla Gazzetta di oggi che l'Italia di Goteborg è una delle migliori dal 1990 in quanto a finali. A me, ma potrei sbagliarmi con i miei data-base, risulta che a Parigi '11 i finalisti furono 11 contro i 10 di Goteborg. A Torino '09 furono addirittura 17. A Birmingham '07 furono "solo" 9, ma con tre ori. A Vienna '02 furono 10 (come Goteborg). Magari si prendeva in considerazione la classifica a punti? Non l'ho capita. Comunque, poco cambia: non eravamo delle schiappe allora, e non siamo dei fenomeni oggi con la "nuova aria". Voglio dire, non mi sembra il caso di mistificare una spedizione "normale" e dire che con l'aria nuova tutto sia cambiato. Ci sono tanti ottimi ragazzi, dopo un buco generazionale generato da chissà chi e da chissà che cosa, e che ora costituiranno l'ossatura della squadra che andrà a Rio. Poter affrontare questa "missione" senza metterci troppo del proprio, sarebbe (per me) una cosa auspicabile. Semplicità e serenità. 

Ok, mi ero fatto nemici giurati di là e ora me ne faccio di quà, ma almeno tutelo la mia onestà intellettuale.

03/03/13

Goteborg '13: il Dio Greco del Salto Triplo

Mentre tutte le specialità sportive visivamente appaiono come frenesia di gesti, esplosività assoluta, dinamicità, un inno futuristico al corpo umano e all'amore passionale, quello del triplo è invece, nel mio immaginario, un inno all'Amor Cortese, all'armonia del corpo e della sua "musicalità". Non sono un tecnico di triplo, ma un cultore della bellezza plastica del gesto sportivo, sì. Il salto triplo è prima di tutto armonia, immagini in lenta successione immortalate per l'eterno. E più si va lontano, laggiù nella sabbia e più quel volo si ferma nello spazio e nel tempo e rimane impresso. Avete in mente Jonathan Edwards, no? L'ipnotismo che crea è legato sì all'impresa, ma anche e soprattutto alla immobile armonia del volo, al controllo totale del corpo in quella fase nella quale molti si sbraccerebbero come dei novelli Icaro avvicinatosi troppo al sole con le proprie ali di cera tanto da dover gestire l'ineluttabile impatto a terra. Poi è chiaro, dietro le quinte di un salto che rimane nella storia, c'è un lavoro abnorme, un talento sopraffino, le cesellate di mastri scultori sul marmo grezzo di Carrara. Ma a me rimane impresso il volo, la sospensione pneumatica del gesto come un ralenty che al'improvviso diventa vorticoso negli impatti a terra.

In tutto questo contesto Daniele Greco ha il suo modo di intendere la musicalità del gesto. Necessariamente. Mentre Edwards e quelli come lui sfruttano quel meccanismo perfetto da orologio svizzero che il buon Dio gli ha dato nei piedi, massimizzando così quella fase di volo che a causa di una velocità d'entrata più limitata rispetto ai "velocisti" alla Greco, risulta eterna, Greco appunto deve rispettare il medesimo copione ma ripercorrendo le stesse note nel minor tempo. Un'impresa nell'impresa. Daniele Greco ha una velocità d'entrata da suicidio in diretta, forte del suo sub-10"40 che vanta, che lo costringe a interagire con la pedana in maniera diversa. I "voli" hanno una parabola più bassa, per evitare atterraggi deflagranti, con chissà quale peso da sostenere a quel punto. I contatti a terra durano infinitamente di meno di quelli dei propri avversari, proprio per quella velocità inusitata.

Campione d'Europa. Basta questa locuzione e poi ripeterla qualche volta per assaporarla nella sua giusta dimensione. Probabilmente la miglior prestazione tecnica assoluta vista a questi Campionati Europei di Goteborg '13: il sontuoso 17,70 di Daniele Greco, 31° oro della storia italiana agli Europei Indoor, edizioni dimostrative incluse. 90 medaglie totali, sempre nel medesimo arco di tempo.

Greco fa il secondo salto più lungo della storia del triplismo italiano, dopo il sensazionale 17,73 di Fabrizio Donato a Parigi '11, quando il primo, un tal Teddy Thamgo si spinse laddove nessun uomo era mai giunto prima, ovvero il record del mondo indoor di 17,92. Per Donato quello fu il salto più lungo nella storia per un secondo classificato nel salto triplo. 8^ essere umano di sempre in una gara al coperto. Oggi Daniele Greco si è quasi arrampicato lassù, accanto al Fabrizione nazionale, 3 soli centimetri sotto. Sufficienti per essere l'11° uomo di sempre in una gara di salto triplo indoor, insieme ad un suo competitor attuale come Will Clay, che con la stessa misura, 17,70, vinse il mondiali di Istanbul l'anno scorso. Ma come Jonathan Edwards con "solo" 17,64 come miglior prestazione indoor? Dietro a Greco? E il 17,70 è anche il secondo salto più lungo di sempre di un italiano, visto che all'aperto resiste sempre l'annoso 17,60 di Fabrizio Donato ottenuto in una notturna milanese del 2000, quando duettò con Paolo Camossi.

Quel salto che trucida la gara, arriva al quarto attempt, quando il solo russo Fyodorov era riuscito a mettere il naso davanti per qualche secondo (17,12 dopo il 17,00 iniziale di Daniele). Poi il 17,15 e quindi il corpo mortale all'oro europeo. Molto più sotto la gara si anima solo col 17,30 di Samitov del 5° tentativo. Ma non c'è più nulla da fare, e non ce ne sarebbe nemmeno stata vista la differenza di classe in pedana. Bene, ora sotto col doppio moscovita Will Clay e Christian Taylor contro Fabrizio Donato e Daniele Greco.

Goeborg '13: Michael Tumi's Tribute

Da quando esiste l'atletica indoor? Più o meno 45/50 anni. Interessante oggi svegliarsi e pensare: ma chi organizzò la prima indoor della storia? Dove avvenne? Al Madison Square Garden, l'ombelico del mondo al coperto? Poi uno potrebbe anche (a ragione) chiedermi: ma tu ti svegli al mattino pensando a queste cazzate? Vero, touchè. No, seguitemi un attimo: i primi Giochi Europei Indoor risalgono a metà degli anni '60: stiamo parlando di quasi 50 anni fa. Stranamente nemmeno su wikipedia, in nessuna lingua a me nota, nessuna web-cellula della conoscenza globale parla della storia dell'atletica indoor. Qualcuno che dicesse, che so: la prima gara al coperto si è svolta in Massachusetts, o in una ex fabbrica di cotone nei sobborghi di Londra, allorquando in seguito ad una copiosa nevicata londinese, l'Università di Eton e il King's College si sfidarono tra gli arcolai e i cascami di cashmere. Nulla di tutto questo. Strano, no? Perchè pensavo a questo? Perchè ieri vedendo la finale dei 60 metri maschili, un metro dopo il traguardo sono rimasto atono e afono (a dimostrarlo c'è la registrazione in diretta radio che abbiamo fatto sul canale di Queenatletica). Volevo vedere vincere Michael The Hammer Tumi senza se e senza ma, e non vederlo gridare, che so: "cazzoooo!" come fece Giorgio Lamberti (erano forse nella piscina di Perth?) a non so quale edizione dei mondiali di nuoto, mi ha un pò interdetto. Poi (e qui mi ricollego al discorso di prima) è uscito il metro di giudizio di Santa Madre Atletica, ovvero il cronometro: 6"52. Ma di che stiamo parlando? In oltre 50 anni di atletica italiana uno solo ha fatto meglio del 6"52 di Michael Tumi, ovvero Michael Tumi due settimane fa ad Ancona, quando corse 6"51. E' davanti a 50 anni di storia sportiva di un intero paese nella specialità tra l'altro più affollata. 

Quindi bronzo. Bronzo europeo. Il primo passo ufficiale nel mondo dei Dioscuri della Velocità. Un aereo abbattuto impresso sulla carlinga. Un mondo dal quale si entra e si esce con la volatilità dei bosoni. Difficile rimanerci una volta entrati. La gara, diciamoci la verità, è vissuta sulla fastidiosa presenza del terzo incomodo, James Desaolu. Un menage a troi? Ma non dovevamo vederci solo noi due? Io e Jimbo Vicaut? No, Io e i due Jimmy. E sì che i messaggi d'amore se li erano mandati solo loro due, Jimmy e Michael, nel corso nella fugace stagione al coperto. Jimbo Vicaut sempre lo stesso messaggio: 6"53, 6"53, 6"53... Cosa gli voleva dire? Michael rispondeva invece con uno spread un pò più ampio, e alla fine con un bel sms d'amore: 6"51. E invece, ecco che alla fine si materializza questo Desaolu, fino a ieri un ragazzone sotto l'ala della chiocciata di Bulldog Chambers e che aveva un personale di 6"58 prima di presentarsi a Goteborg. Metamorfizzato nel breve giro di una settimana, da contorno di patate al forno come possibile finalista a protagonista assoluto. Da crisalide a butterfly.

Eppure in batteria quel Desaolu era stato catechizzato da Michael: 6"59 a 6"62, e pareva pure già inchiodato quell'inglese lì. Sembrava aver raggiunto i giri imposti dal limitatore, e a cominciar a battere in testa. Invece nella semifinale "2" accade l'arcano. Vicaut va sui blocchi ostentando  quella sicurezza e sicumera che se ci fosse stato un Cassano qualunque gli avrebbe tirato uno schiaffone senza nemmeno lasciarlo parlare. E infatti arriva puntuale la smacchiata di leopardo: Desaolu scappa come dannato dai blocchi tramortendo il francese sgomento e migliora il suo Pb di 6 centesimi e, a parer mio, si sarebbe potuto pure accontentare. Ma non sarà così, come è ormai ampiamente noto. "Solo" 6"60 per Vicaut, che probabilmente senza Desaolu non avrebbe cominciato a preoccuparsi così subitamente di quello che sarebbe potuto avvenire di lì a poco. 

Ma si arriva alla finale. Sorteggiano le corsie centrali? Peccato, visto che Tumi e Vicaut vengono posti ai margini delle corsie centrali (in 3^ e in 6^), mentre al centro nevralgico della gara verranno posti Said Ndure e James Desaolu. Ndure non è da podio e creerà un buco di sicuro in mezzo alla pista. Così avviene, infatti. Allo sparo Tumi martella il suo Drive ormai calibrato al micron (in tre turni anche l'RT sembra esser stato calibrato: 0"158, 0"158 e 0"160), ma sulla sua destra stavolta come se fosse una massa informe umana composta dall'unione dei pezzi di due esseri umani, Vicaut e Desaolu, spinge all'unisono questa macchina da corsa che procede simmetricamente e in regime di coppia. Tumi non può vederla o percepirla subito, visto quel metro e mezzo creatosi dal buco nero gravitazionale generatosi dall'implosione della stella nana Ndure. Deve vedere Tumi e si volta. Ma ormai il centauro creatosi dallo iato Desaolu-Vicaut distorce il piano spazio-temporale e collassa sul traguardo: 6"48. 6"48, cioè i quinti europei di sempre, dietro al Bulldog, a Ronald Pognon, Jason Gardener e Linford Christie. Tumi terzo in Europa, ovvero l'ottava medaglia della storia italiana dei 60 metri agli euroindoor, con l'unico oro ancora nelle mani di Stefano Tilli, quando vinse a Budapest nel 1983. Penso però che gli rimanga la consapevolezza che all'aperto potrà fare qualche cosa di grande. 

02/03/13

Goteborg '13: la diretta radio di Sabato pomeriggio

Primo esperimento con Queenatletica Web Radio, con la diretta della seconda giornata dei Campionati Europei Indoor di Goteborg. Uno sforzo immane di tecnologie applicate, ricerca su google di free Radio, e poi tutto quello che si aveva in saccoccia. Scherzo naturalmente: una cuffia, un software freeware e siamo tutti a cavallo. Ringrazio per la ottima radio-spalla Daniele Marchi (io ero la sua e lui la mia) con il quale abbiamo intrattenuto un popolo di una 50ina di persone per un paio di orette. Naturalmente l'emozione della diretta, la poca dimestichezza con i microfoni ma si cercherà di migliorare se tutti vorranno partecipare attivamente. Infatti secondo me il successo di una web radio potrebbe essere l'attiva partecipazione anche degli ascoltatori che potranno grazie alla piattaforma sulla quale si trasmette, intervenire in diretta e dare le proprie impressioni, opinioni, insulti, proposte... Anzi, a me fare il one man show proprio non piace. Quindi, quando facciamo la prossima? Qui sotto, a chi avrà la pazienza di ascoltare, la prima puntata della Queenatletica Web Radio.

Goteborg '13: il pomeriggio di venerdì

Il pomeriggio di ieri si è chiaramente condensato negli ultimi 10 minuti, ovvero quando Paolo Dal Molin e Veronica Borsi hanno portato le prime medaglie della pantagruelica spedizione azzurra. Bando ai fronzoli, visto che ho poco tempo: vediamo in maniera telegrafica e statistica quello che è successo. 
  • Simone Collio: 6"72 in 2^ batteria, terzo dietro al competitor principe di Michael Tumi, Jimbo Vicaut, e la storia dello sprint norvegese, Jaysuma Said Ndure (dopo Moen). Vicaut è in palla, 6"55. Ora semifinale dura per Simone, che ha il 9° tempo della grid-list. Per la finale servirà correre in 6"64/6"65 per poter essere tra i primi 8 in Europa. In finale ci arrivò nel 2005 a Madrid, dove in semifinale corse in 6"63. Serve quel tempo. Il 6"72 lo corse anche nelle batterie di Torino '09, dove però non gli servì per passare il primo turno.
  • Michael Tumi: 6"59 in terza batteria, unico con Vicaut a scendere sotto i 6"60. Tra l'altro batteria non facile, visto che aveva a braccetto l'inglese più forte, cioè James Desaolu, uno dei medagliabili della vigilia. Intanto un tweet per Michael da Dwain Chambers: il bulldog è già fuori dai giochi. 6"78 e Dwain è già in tribuna dopo le batterie. L'imbuto di speranze, sogni, sforzi fisici porta proprio verso un Italia-Francia, anche perchè l'altro spauracchio, lo spagnolo Rodriguez è misteriosamente assente dalla gara. Ma possibile? Il tempo di Tumi rappresenta la 10^ volta di un italiano sotto i 6"60 agli euroindoor, ma anche l'unico sb-6"60 in una batteria (la più veloce batteria fino a ieri l'aveva corsa Scuderi a Valencia '98 e Di Gregorio a Torino '09: per entrambi 6"60). E ora si fa la storia. 
  • Giordano Benedetti: 5° nella 4^ serie con 1'53"44. Brutta e fugace apparizione di Giordano Benedetti agli Europei Indoor. Gli 800 indoor sono gara da wrestling, e sicuramente la fisicità esile di Giordano non l'hanno favorito. Sembra in grossa difficoltà sin da subito, lasciando comprendere che le gare di Benedetti siano prettamente quelle tirate. Appare davvero soffrire ai ritmi lenti, soprattutto quando qualcuno decide di cambiare. L'ultimo girò appare davvero un calvario e non certo per i ritmi asfissianti, ma proprio per quello che sembra un punto vulnerabile del trentino. Questo, naturalmente, davanti ad una televisione: poi è chiaro che l'atleta e il suo staff conoscano a mena dito la verità. Di certo avevamo molte speranze su di lui.
  • Gianmarco Tamberi - Silvano Chesani - Marco Fassinotti - tutti e tre a 2,23, ma solo uno, Gianmarco Tamberi in finale. Delusione soprattutto per Silvano Chesani, che avevo inserito tra i possibile medagliabili della spedizione azzurra. Non dovevo? 10 centimetri in meno rispetto al freschissimo record italiano sembrano un gap davvero impressionante, anche perchè le gare introduttive della stagione erano state di ottimo auspicio. Chissà cos'è successo... visto che si è tolto dalla contesa per un errore a 2,13 ma il 2,23 era arrivato alla prima. Per Marco Fassinotti il problema si è materializzato invece proprio a 2,23, passato solo alla terza e quindi fatale. Invece, dimostra di essere atleta da killing instinct Gianmarco Tamberi: tutte le misure ancillari alla prima, quindi il salto a 2,23. Ultimo degli eletti, ma con tutta la partita da giocarsi. Con la finale obiettivo di Gianmarco battere il padre Marco che a Sindelfingen nel 1980 arrivò 5° con 2,26. 
  • Marta Milani - la sfortuna sembra non finire mai. Squalificata in batteria ma comunque con un tempo che a conti fatti non le avrebbe dato il by per la semifinale. 
  • Roberta Bruni e Roberta Benecchi - ci avevamo creduto, o no? Roberta P!nk Bruni ha sfiorato il mondo fino all'altro ieri, e non doveva/poteva ambire ad essere tra le migliori astiste europee? Ci sarà modo di rifarsi, visto che la storia del salto con l'asta la sta modificando ad ogni gara. Stavolta è arrivata a 10 centimetri dalla qualificazione saltando 4,36. Di conseguenza le finaliste ad un campionato europeo indoor rimangono solo due: Maria Carla Bresciani che arrivò 15^ a Stoccolma '96 (finale diretta) e Anna Giordano Bruno, che invece è l'unica atleta ad aver passato un turno di qualificazione nella storia della specialità, cosa che avvenne a Torino '09. Più defilata la prova di Roberta Benecchi, uscita dopo soli due salti validi a 4,16 e con un 4,36 difficile da ottenere.
  • Simona La Mantia - è tornata pure lei. Sontuoso 14,24 che sa di ritorno al periodo aulico. E ora aspettiamola in finale. Ha la terza prestazione di presentazione.

Goteborg '13: il tributo a Veronica Borsi

La carrellata della telecamera sulle partenti della finale dei 60hs ad un certo punto indugia su una sincronista, con i capelli tirati sulla nuca, il volto cerato quasi da bambola. Mancava solo la mollettina sul naso e il dejavù sportivo si sarebbe completato. Veronica Borsi, la Valchiria di Bracciano, anche se non su un cavallo alato, cambia una storia che stava perdendosi nel mito, ovvero nella tradizione orale di chi allora c'era e che inizia a confondere e rimescolare date, avvenimenti, persone. Bisogna tornare indietro nel tempo (e di molto!) per trovare delle medaglie negli ostacoli femminili italici. L'oro olimpico di Trebisonda (Ondina) Valla nel '36, quello europeo di Claudia Testoni nel '38, che suonano come le vittorie dell'Italia di Pozzo tra i mondiali del '34, le olimpiadi del '36 e ancora i mondiali del '38. Vittorie in bianco e nero, con rare immagini a scatti, infeltrite, ingiallite. Lo sport pionieristico di un tempo. Da allora, dal 1938, cioè 75 anni fa, l'Italia femminile non ha più vinto una gara di ostacoli (compresi i 400hs) a livello internazionale, tra olimpiadi, mondiali, europei, indoor e outdoor. Settantacinque anni. A rompere questo infinito mettallifero digiuno ci pensò solo nel 1977 la proteiforme Rita Bottiglieri, che proprio in un'edizione di Campionato Europeo Indoor, a San Sebastian, giunse terza: bronzo. Un bronzo in 75 anni di storia sportiva. In tutto questo caleidoscopio di immagini di atlete sono passati fenomeni come Ileana Ongar (8^ alle olimpiadi di Montreal '76), Carla Tuzzi, Patrizia Lombardo... ma solo 11 finaliste nella ultracentenaria storia dell'atletica italiana nelle 5 maggiori manifestazioni internazionali previste. Tutto questo lunghissimo preambolo per dare peso, se ancora ce ne fosse stato bisogno, all'impresa di Veronica Borsi, che ha combattuto sì contro 7 atlete, ma anche contro un plumbeo fardello storico, che aveva regalato solo 3 medaglie in oltre un secolo di vita e nonostante le generazioni e generazioni di atlete passate sulle piste e fra gli ostacoli. Capite cosa intendo? 

Per farlo, per entrare nella storia delle specialità, c'era bisogno non di una, ma di due imprese, come si è poi potuto comprendere: correre veloce come nessuna italiana aveva mai fatto prima, ovvero con il record italiano, ed arrivare là davanti, tra le elette. Ed è successo ben due volte nel breve spazio di poche manciate di minuti: in semifinale con 7"96 e in finale con 7"94. Due volte come a Parigi '94 quando Carla Tuzzi, pur arrivando "solo" 5^ dovette scardinare la piccola storia sportiva del nostro paese sui 60hs per ben due volte: 7"97 sia in semifinale che in finale, ma, appunto, solo quinto posto. Del resto il record era nelle corde: 8"05 in batteria con una dormita di 0"24 di tempo di reazione. Ancor più incredibile il 7"96 con 0"206 di tempo di reazione! In semifinale, con una reazione da sprinter "normale" avrebbe già corso in 7"90! Ma non stiamo qui a smacchiare i ghepardi o altre tipologie di felini: bronzo europeo, dopo 36 anni dall'ultima medaglia italiana negli ostacoli e 77 dalla prima. Quarta medaglia di sempre in una grande manifestazione internazionale (sui 400hs non si son mai viste medaglie), assieme a miti dell'atletica azzurra. 

La gara, parlando di cronaca spicciola, è andata alla nerboruta turca Nevin Yanit, 7"89 (Pb e record nazionale) comunque più abile a sfruttare un'accelerazione più aggressiva. Seconda la favorita, probabilmente, ovvero la bielorussa Alina Talay. La Borsi, nella gara in sè, dopo un avvio non ancora esplosivo a livello delle proprie competitors, ha comunque ostentato una tecnica pazzesca, pulita, limpida, fluida, perfetta. I canoni estetici di quieta grandezza e nobile semplicità delle statue greche secondo il pensiero di Winkelmann sono stati tutti soddisfatti appieno. L'equilibrio perfetto del corpo che ritma plasticamente nello spazio. Sembra quasi blasfemia parlare di medaglie, ma poi lo sport cos'è se non confronto? Scontro? Vincitori e vinti? Anzi, soprattutto vincitori e vinti: si ricordano i vincitori delle battaglie, e non quanti morti si contarono sul campo o in quanti giorni servirono per portare a casa la battaglia. 

Nella finale è risorta dalle proprie ceneri definitivamente Micol Cattaneo, 7^ con 8"11, ma ottima e coriacea interprete della semifinale con 8"07: di fatto il ritorno su quel sentiero che aveva lasciato un paio di stagioni fa. Non c'è stata invece, e qui mi piange il cuore, Marzia Caravelli, bombardata dall'influenza e da qualche dolorino fisico. A gennaio la finale degli Europei per lei sarebbe stata una formalità, visti i risultati messi in cascina in quel periodo. Peccato, peccato davvero, che non sia riuscita ad emarginare le variabili indipendenti della preparazioni e nel momento topico si sia fermata sulla soglia di ciò che nelle ultime due stagioni, gli avrebbe consentito di marchiare a fuoco vivo l'esempio di sportività, sacrificio, abnegazione che ha dato a tutti noi. Marzia, con le sue difficoltà logistiche e temporali, non certo tipiche di un'atleta d'elitè ma a noi tutti note (ma che per Lei sono state presumo degli stimoli), rappresenta quel sogno che si avvera per tutti noi che dobbiamo ritagliarci con estrema fatica nella quotidianità spazi e tempi per qualche cosa che amiamo. Mi perdona Veronica per questa debolezza umana verso Marzia? 

01/03/13

Gotebotg '13, il tributo a Dal Molition

Ho questa scena davanti: una sagrestia nella penombra, di quelle con un soffitto altissimo e scuro; un finestrone cesellato irraggiungibile e con colori cupi. Una luce fioca e Fra Paolo Dal Molition che entra in religioso silenzio nel suo saio recando seco una reliquia. L'ennesima. Sulle pareti, noto, reliquie riportate dai più disparati angoli del mondo. A guardarla bene quella reliquia è l'ennesima traversina di un ostacolo, tranciata, macinata, trebbiata, durante l'ultima gara. E infatti sulla parete, a ben guardare, ci sono pezzi, schegge, travi, snodi con chiodi di Berg, Sportissimo, Biffi, Nordic, Polanik. I pezzi più ricercati riportano anche qualche chiodo del "6" nel bel mezzo, fra le schegge dell'urto fatale contro l'ostacolo. Del resto lui è Dal Molition, The Carpenter, il falegname, colui che sfonda gli ostacoli entrandoci dentro come se fossero ologrammi. Ma questa volta, in quella sacrestia, oltre alle reliquie lignee, ne reca segretamente una argentea...

Oggi nella finale più veloce per un italiano nella storia dei 60hs, la partenza è stata quella da cardiopalma. Di quelle da formula 1, quando uno parte come una cannonata sfruttando i 16 cilindri e delle quali si comprende subito che la prima chicane sarà un tentativo di battere le immutabili Leggi della Fisica. Una tuonata che nulla avrebbe avuto a che fare con una gara da ostacoli, quella di Paolone. Troppo basso, cazzo! Ci finisce dentro di sicuro! Il baricentro, il baricentro: sembrava ineluttabile a quel punto, con una partenza da sprinter puro, il Deep Impact del meteorite contro il pianeta terra con ripercussioni dirette sull'estinzione del Tirannosauro Rex. Invece... invece succede un piccolo miracolo sportivo. Lo passa! L'ha passato senza piallarlo! Ma come ha fatto? Agli italiani aveva estinto la popolazione dei brontosauri impattando contro il primo: altre bestie preistoriche cancellate anche oggi? Ma no! Adesso è davanti a Shubenkov, dopo la prima barriera, ma ancora ha quella strana postura con i flaps abbassati, come se l'aereo dovesse ancora decollare e il baricentro fosse ancora troppo basso. Mamma mia... 

Arriva poi, necessariamente, quel momento in cui la fase di drive viene superata e le ruote si staccano da terra. In quel preciso momento, una sorta di transizione fisica, il corpo deve riassettarsi, ritrovare un equilibrio nuovo. Ma lì il razzo è già lanciato troppo velocemente: la metamorfosi richiede tempo, anche se dura un battito di ciglia: c'è lo stallo. Deve esserci da quella posizione. Lì lo Sputnik Serghey Shubenkov (SSS: l'unico che avrebbe potuto l'anno scorso comparire con il ruolo di ombra lunga nelle immagini che riprendevano le gare di Merritt) lo passa e gli altri, capitanati da Martinot Lagarde si fanno tremendamente sotto come una muta di dragoni archibugieri della Grande Armèe napoleonica. Se si fosse potuta fare una foto della gara a 10 metri dalla fine, mi sarebbero venute in mente quelle scene di caccia anglosassone immortalate in affreschi da palazzi signorili con i cani rossicci e i cavalli bianchi, cavalcati da fantini in livrea rossa, ieraticamente e plasticamente cuneiformi verso la volpe in fuga. Ma che razza di gara è? 

Ma il Dal Molition di questi Europei è una specie di Caterpillar e resiste, lasciando sul terreno orme che ritroveranno sullo strato di cemento sotto la pista quando il palazzetto verrà ristrutturato. Secondo in Europa e il biglietto per l'immortalità sportiva: la medaglia. Argento, va bene lo stesso, con un tempo mostruoso a pensarlo solo qualche settimana fa: 7"51. Nessun italiano aveva mai corso così veloce nella storia del nostro sport, nel nostro Paese. In un pomeriggio Paolo Dal Molin riscrive la storia di una specialità, quanto meno dal punto di vista cronometrico: ad oggi tre volte sotto i 7"60 come nessuno (Emanuele Abate l'anno scorso ne ottenne due). E meglio di lui, ai campionati europei indoor, fece solo la leggenda vivente Eddy Ottoz, che vinse l'oro a Dortmund nel 1966, quando però i campionati europei erano ancora denominati "Giochi Europei". Eddy fece addirittura tripletta, vincendo sui 50hs nel '67 e nel '68. L'ultima medaglia vinta da un italiano invece risaliva al 1986, quando Daniele Fontecchio vinse l'argento a Madrid. 14 le finali disputate da italiani agli euroindoor, con 8 atleti e 7 medaglie: 50% di medagliabilità se un azzurro arriva in finale: media altissima. 

Chiudo con una riflessione, e spero mi sia perdonata: finito il propellente per la gioia da tributare a Paolo Dal Molin, non posso non pensare ad Emanuele Abate e a quel palcoscenico che fino a qualche settimana fa era esclusivamente suo. Ecco, qui deve nascere la rabbia (sportiva, naturalmente) di volersi riprendersi tutto, e nell'atletica c'è solo un modo: andare più veloci degli altri. 

Goteborg 2013: la mattinata degli ostacolisti

Questo è quello che posso dire della mattinata ai campionati europei di Goteborg '13. Scritto naturalmente prima di quello che è successo e succederà questo pomeriggio, durante la mia pausa-pranzo... 
  • Giulia Liboà: 5,94 - eliminata in qualificazione - partiva dall'ultima posizione di griglia e non è riuscita a salmonare la corrente. 5,94 la sua prestazione, nell'arco dei tre salti a disposizione. Due nulli giusto per iniziare e la cascata è da subito diventata davvero troppo ripida da risalire anche per un Capidoglio. Non lontana comunque dai suoi limiti stagionali a livello indoor (6,00). La sua rappresentava la 14^ partecipazione di un'italiana agli Europei Indoor (con 15 caps totali, ovvero con una qualificazione-finale), laddove si vanta come miglior prestazione di sempre l'oro di Fiona May a Valencia '98 e il bronzo di Stefania Lazzaroni proprio a Goteborg ma nel 1984 (quasi trent'anni fa) quali maggiori risultati storicamente rilevanti. Solo Mariella Baucia, prima partecipante a questa specialità nell'edizione del 1970 di Vienna non riuscì a superare la quota dei 6 metri. Comunque: queste esperienze serviranno a creare delle aspettative più forti nei propri confronti, per potersi rapportare con le atlete di elìte internazionali. 
  • Paolo Dal Molin: 7"59 batterie (qualificato in semifinale) - forma straordinaria per Dal Molition, che sbobina un 7"59 irrisorio in batteria totalizzando il terzo tempo del seeding dietro al predestinato Serghej Shubenkov (7"52) e al francese Martinot Lagarde (7"58). Pareggiato il record personale e il numero di volte (due) sotto i 7"60 detenuto fino ad oggi in solitaria da Emanuele Abate. Paolone sta zumbando davvero attorno al record del ligure... e in questa forma demolitoria, non è un'ipotesi che lo possa abbattere. La sua batteria ha rappresentato la 92^ gara di un azzurro sugli ostacoli alti agli Europei Indoor (comprese le edizioni "dimostrative"). 52^ presenza-gara di un italiano sugli ostacoli (Tedesco sarà il 53°), ma anche miglior tempo mai ottenuto da un azzurro in questa manifestazione sui 60 hs, che in precedenza era detenuto da Emiliano Pizzoli che a Valencia '98 corse in 7"60. I finalisti fino ad oggi sono stati 13. 28 i semifinalisti (29 con Dal Molin in serata). 
  • Stefano Tedesco: 7"85 (eliminato in batteria) - ieri scrivevo che si sarebbe passati con 7"75 e 7"76. Detto-fatto. Il penultimo è passato con 7"76 e l'ultimo qualificato per la finale con 7"78. Tedesco ha corso in 7"85, ovvero il proprio record personale (stando al sito Fidal) che era di 7"87. Gli sono quindi mancati obiettivamente 9 centesimi per accedere alla semifinale.
  • Maria Enrica Spacca: 53"79 (eliminata in batteria nei 400) - era obiettivamente difficile affrontare una batteria simile, con l'inglese Perri Shakes Drayton passata a tuono ai 200 su livelli del personale della Spacca proprio dei 200 (23"96). La Spacca avrebbe dovuto quindi correre più veloce del personale indoor (53"00) per poter ambire quanto meno al passaggio diretto, e ad un 53"15 per sfruttare il by del ripescaggio sui tempi. Quest'anno è rimasta attorno ai 53"4 e la corsia non l'ha certo favorita. 17^ atleta azzurra schierata sui 400 agli euroindoor. 
  • Chiara Bazzoni: 54"55 - eliminata in batteria nei 400 - La Spacca aveva un compito difficile, ma probabilmente era proibitivo per la Bazzoni. La semifinale era davvero difficile da raggiungere, se non passando da una prestazione monstre partendo tra l'altro dalla seconda corsia. Avrebbe cioè dovuto spendere un quoziente di energie sicuramente superiore alle altre per poter essere competitiva sin dal ritorno in corda. Non è successo e così Chiara ha finito staccandosi dal gruppo e naufragrando dolcemente. 18^ azzurra schierata su questa specialità nella storia degli Euroindoor. 
  • Veronica Borsi - Marzia Caravelli - Micol Cattaneo - 60hs (batterie: tutte e tre in semifinale) - stando al tempo di reazione di Veronica Borsi (0"224), Veronica varrebbe in condizioni "normali" (ovvero uno 0"150/0"160) il record italiano di Carla Tuzzi o comunque sotto gli 8"00. Ma il tempo di reazione fa parte del gioco e così esce un 8"05, terzo tempo dell'overall della prima tornata di gare, ovvero medal's smell. Marzia Caravelli e Micol Cattaneo arrivano entrambe in batteria, entrambe a 8"09 ed entrambe partendo pure con lo stesso tempo di reazione: 0"159. Uguali-uguali al millesimo in tutto. E ora dovranno giocarsela (come la Borsi del resto) nel pantano di atlete intruppate a cavallo dell'8"10. Semifinali che si preannunciano vibranti. La Cattaneo partecipando alle semifinali raggiunge il massimo numero di caps nella specialità (6) detenuto da Patrizia Lombardo e Carla Tuzzi. Quello della Borsi è invece il tempo più veloce ad un Euroindoor da parte di un'italiana: davanti a lei c'è solo Carla Tuzzi. Con i due 7"97 (record italiani) e l'8"04 tutti ottenuti nei diversi turni dell'edizione di Parigi '94 quando arrivò 5^. Gli 8"09 di Caravelli&Cattaneo invece sono il e tempi di sempre azzurri. Per la Cattaneo, alla 5^ gara ad un Europeo (con 3 partecipazioni) questo è anche il suo miglior risultato cronometrico. 
  • Daniele Greco - 16,94 (qualificato in finale) - compito svolto al primo salto dove ha raggiunto il quorum e poi thrilling sul piede di stacco dolente. E mò? Domani ci sarà? Anche perchè qui scomparso Marian Oprea misteriosamente dalla scena, si è aperta un'autostrada! Si è tirato fuori dai giochi anche il francese Benjamin Compaorè (16,48), mentre Michele Boni pur saltando su livelli per lui elevati (16,43), gli sono mancati 20 centimetri per arrivare in finale. Greco è il 24° italiano che arriva ad una finale nel triplo agli Euroindoor, dove si vantano ben 3 medaglie: l'oro e l'argento di Fabrizio Donato e il bronzo di Paolo Camossi. Tutta storia recente insomma. Il 16,94 è comunque la 5^ prestazione italiana ottenuta nella manifestazione (nonostante fosse un solo salto) e le uniche tre prestazioni ottenute nella storia italiana della manifestazione sopra i 17 metri, hanno portato alla medaglia. La qualificazione con il salto più lungo l'ha però collezionata Fabrizio Donato, che saltò 16,99 nella incredibile edizione di Parigi '11, quella in cui arrivò a 17,73, ovvero il triplo salto più lungo del mondo nella storia indoor per... un secondo piazzato. Curiosità: un altro 16,43 come quello di Boni fu saltato da un azzurro agli Euroindoor. Fu quello di Dario Badinelli che lo saltò... a Goteborg nel 1984, ovvero sulla medesima pedana sulla quale ha saltato Boni. 
  • Isalbet Juarez - Eusebio Haliti - Lorenzo Valentini - 400: ecatombe annunciata? - Quello più indiziato a passare il turno, sia per il livello di forma che per non aver subito l'onta della prima corsia, sarebbe potuto essere Isalbet Juarez, che però è rimasto coinvolto in un incontro ravvicinato del secondo tipo con il francese Jordier. Fuori. Per Haliti e Valentini come vaticinato ieri sera, l'impresa era improba col solo partire in prima corsia, ovvero con un gap non indifferente con gli altri competitors. E così è stato. Per Haliti (47"93) c'è stato un siluro di Bingham in batteria a passare in 21"78 ai 200, che eventualmente correre in prima corsia, sarebbe significato avere un 21"0 di personale all'aperto. Haliti nelle sue apparizioni ad Ancona, partendo "alto" passava in 22"4/22"5: troppo veloce quel tempo di Bingham per lui. Davvero impossibile a meno di essere nettamente il più forte di tutti, passare a quei ritmi e poi poter gestire la gara. Un decimo è stato perso poi sicuramente da un tempo di reazione bradipeggiante: 0"253. Identico discorso per Valentini (47"82) dove addirittura nella propria batteria Maslak ha sparato un 21"50 ai 200. E chi lo segue su quei ritmi? E' il 400 indoor, una gara dove il punto di equilibrio e non ritorno non è posto verso i 300 metri, ma molto prima, proprio per avere il vantaggio della corda e delle ripercussioni che questo ha nei confronti di chi deve superare. 
  • Abdellah Haidane - 3000 metri - eliminato in batteria - gara insipida finita con 8'03"20 e una qualificazione sulla carta non impossibile a 7'59".